VII - La bambola fatale

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VI VIII

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LA BAMBOLA FATALE.

Patà! Canca Imma.

— Cosa vuol dire patà?

Patà vuol dire, in braccio. E canca vuol dire, che Irma è stanca.

La prese in braccio.

Dopo un po’ egli disse:

— Ma, cara mia, capirai che valigia, pastrano, ombrello e la bambina, anche, per giunta... è impossibile.

La signora, allora, lo alleggerì della valigia, una di quelle valigette di cuoio, leggere leggere; poi gli prese anche il pastrano e l’ombrello, e non gli rimase che la mimma.

— Auf! — soffiò ancora il giovane.

— Ti pesa?

— Piuttosto: ma vedremo di rimediare. Di’? tu, oilà, vuoi andare più in alto, al terzo piano, che ti porto meglio?

Ti! — rispose la piccola mimma con quella sua languida voce di cantilena.

lo capisco: vuol dire — disse il babbo. [p. 86 modifica]

— Eppure pesa così poco, pesa: magari pesasse di più — disse la madre.

Il babbo sollevò la bambina sua al terzo piano: cioè a cavalluccio sopra le spalle.

*

*  *

Il babbo e la mamma erano assai giovani: lei una donna scialba, delicata, lunga, troppo lunga. Doveva essere stata vezzosissima pochi anni prima: ma la maternità intensa aveva fatto quasi repentinamente sfiorire la sua giovinezza; aveva deformata la sua persona. Le mani erano lunghe, trasparenti: le orecchie, il naso mostravano le cartilagini. Lui, sì, era un bruno, aitante, esuberante, forte maschio. Pareva che la sua giovinezza fosse ancora sorpresa del laccio ineffabilmente tenue e infrangibile del matrimonio, rappresentato da quella mimma esile come la mamma, da quella sposa patita. Eleganti erano l’uno e l’altra: ma di diversa eleganza: in lui era l’eleganza che cerca il piacere, in lei l’eleganza che non va oltre il decoro e la nettezza.

Dunque la sollevò, la sua mimma, sulle spalle, al terzo piano.

Pimpala, Imma! — fece la bimba spaurita.

— Cos’ha, adesso, con questo pimpala? — chiese lui alla moglie.

Pimpala — spiegò ancora la moglie con una sua voce di rassegnazione — vuol dire che l’Irma cade, che lei cade. [p. 87 modifica]

— Ma dio — disse lui alla bimba — dammi le manine. Con tutte le cose che hai in mano!...

Ed egli prese le cose che aveva nelle sue mani di giglio, e se le pose in tasca; poi strinse l’una e l’altra mano dell’Irma; e ci stavano per intero, la manina ed il piccolo braccio della bimba, nella sua forte mano.

Oh, lulù, lulù! — esclamò ad un tratto gioiosamente la bimba, dondolando con la voce la testa e le chiome.

Lulù, vuol dire? — chiese lui.

Lulù vuol dire il lago.

— Perchè?

— Mah! lei dice così.

Infatti, dall’alto del terzo piano anche lei, la piccola mimma, vedeva il lago.

*

*  *

I giovani sposi con la loro bambina scendevano verso il lago. Il paesaggio era immobile nella lucidità del mattino di giugno: il lago giaceva laggiù così in fondo che i battelli bianchi a vapore che lo attraversavano, parevano balocchi.

Al di là dei muriccioli di pietra che costeggiavano il sentieruolo, si occultavano le villette; e qua e là tutti i fiori, tanto quelli dalle aiuole ben rasate delle villette, quanto quelli dalle rocce e dai dirupi erbosi, si occhieggiavano nella rivista del sole: bocche di leone, giaggioli, rose, [p. 88 modifica]viole, contesse e duchesse della specie, pettinate dal giardiniere, fiori aristocratici, insomma; e poi umili fiori di campo.

— Bella mattina, eh, Irma? — domandò il babbo.

La bambina non rispose niente.

Da due mesi erano brutte mattine per lei: non si destava più ridendo e gorgheggiando, ma tediata e piangente. Perchè prima il riso ed ora il pianto, ella non sapeva. Lo sapevano i genitori ed il medico. Per ciò era stata condotta sul lago, fuori della città afosa. Era pallida pallida; era magra, non pesava più nulla. La pelle le cadeva giù per le coscie come due borse vuote: il collo era uno stelo venato d’azzurro. Piangeva spesso per niente. Ora però si veniva rimettendo in meglio, ed i suoi genitori spiavano il suo volto, il suo colore, il suo appetito, il suo umore ed altre cose, come i marinai fanno col cielo quando temono la burrasca.

*

*  *

— Ma ha un bel colorito stamane, vero? — chiese lui.

— Non c’è male.

— Irma, mi vuoi bene, oh Irma, dimmi, mi vuoi bene? — chiese lui.

— Sì, tanto, papà.

La voce veniva da sopra il suo capo, dal terzo piano. Ma che voce! Accorata, profonda. Pareva [p. 89 modifica]venisse come da un mondo crepuscolare, ove non è lago, non sono fiori, non è sole. Un mondo crepuscolare ove abitano quelli che furono, ove abiteremo noi, che siamo.

Sorrise a quel — sì tanto; — lo fece ripetere e disse:

— Ah, questo sì, Irma, è un linguaggio chiaro.

E poi, come... come non so, la tolse dal terzo piano, la accostò alle labbra, la baciò.

— To’! e tu perchè piangi? — domandò alla moglie.

— Perchè non ci vuoi bene a questa povera bimba. Ogni momento tu te ne vai via.

— Ma, amica mia, sii ragionevole; gli affari in prima linea, dopo voi altre, si intende! Sto fuori, qualche volta mi assento. Ma che vuoi? Un artista è come un uomo politico: non può allontanarsi dalla società. Son capaci di dire: «Lo scultore Taliedo com’è che non si vede? Mah! È ammalato, è neurastenico, è etico, non può più lavorare. Che peccato, un artista così bravo!» Ora io non voglio dare queste soddisfazioni ai miei amici. Per esempio, l’affare per cui vado oggi a Genova mi è venuto d’emblée, al Grand Hôtel Excelsior a Roma. Senti, è buffa: un americano è venuto in Italia per farsi fare la statua di sua moglie morta. Egli è felicissimo che sua moglie sia morta, ma vuole eternare in marmo la sua gratitudine.

Il giovane scultore Taliedo parlava così con [p. 90 modifica]volubilità allegra, ma la giovane donna ascoltava come fossero cose estranee e lontane: la piccina aveva reclinata la testa bionda sull’esile stelo del suo collo esangue.

*

*  *

Un’ora dopo il giovane scultore Taliedo correva in diretto — ben rincantucciato e accomodato — verso Genova.

La felicità della vita consiste, come tutti sanno, di diversi capitali, come la salute, i denari, il buon umore; ma consiste anche nel sapere mutare, nel cinematografo del cervello, la serie delle imagini.

Un’imagine è lugubre, per lo meno sconsolante? Sostituiamola con un film tutto da ridere.

Mentre il treno correva, lo scultore Taliedo faceva passare con vertiginosa rapidità le ultime imagini di sua moglie: «Cara, brava, buona, virtuosa, tutto quello che volete: ma è strano come con l’apparire delle virtù morali, siano scomparse le virtù corporali. Poverina, non è colpa sua, ma è troppo lunga, troppo affilata: troppe cartilagini visibili.

Lo scultore Taliedo era pienamente giustificato davanti ai suoi occhi se lasciava il lago e correva a Genova in un treno diretto.

— Mia moglie — proseguiva dal delizioso angolo ove stava rincantucciato — andrebbe bene come modello per Maria Vergine! Ma non se ne [p. 91 modifica]fanno più ordinazioni di Marie Vergini in questi tempi sacrileghi; e quei positivisti di parroci le comprano già bell’è fatte, inverniciate e vestite, dalle case di commercio. Ah, poveri artisti!

Però l’idea di modellare sua moglie con Irma in braccio lo seduceva: una visione soave. Irma che ride, pargoletta, dalle braccia materne: una visione secolare: la maternità e il figlio o la figlia, cioè il germe della vita!

È il grande motivo dell’arte che fu. E Taliedo vide, nel corso dei secoli, artefici canuti e barbuti che gareggiavano nell’esprimere sulla tela o con la creta il tema meraviglioso della Donna vergine e madre; e di mano in mano che creavano, adoravano la loro creazione.

Sì, ma erano tutte cose che si potevano fare al tempo di Giotto e del Beato Angelico, perchè è un fatto che nell’evo medio a Venere erano riusciti a dare una bella batosta. Un po’ con l’asperges, un po’ col vade retro, Satana, l’avevano spaventata, povera Venere! Ah, l’evo medio aveva ridotto Venere in uno stato ben deplorevole. Una età senza bagni in casa, senza calze di seta, senza saponi, senza tela batista. Imaginare Beatrice con una camicia storica color Isabella; Lama con un paio di calze di bigello affezionate alle gambe per delle settimane; madonna Isotta con le unghie non spazzolate! Che orrore! La voluttà era allora condita in salsa naturale, come quella che gli offriva sua moglie. [p. 92 modifica]

*

*  *

La dama che lo attendeva a Genova pareva invece avere la specialità delle salse più rare e raffinate. Non le aveva ancora assaggiate, è vero: ma se il treno fosse arrivato a Genova, tutto, tutto dava a credere che le avrebbe assaggiate.

Era una dama americana. Gli era stata presentata ad un grande albergo in Roma. Lui le era stato di guida in qualche gita artistica ed ella si era persuasa che lui solo aveva le qualità richieste per eseguire il busto del suo defunto marito, da collocare onoratamente nel cimitero di*** A Genova, diceva lei di avere alcuni ritratti del morto: ripassando per Genova avrebbe telegrafato a Taliedo. Così avvenne: così egli era partito.

Dopo tutto Taliedo non aveva mentito a sua moglie che nel genere: un’americana, invece di un americano.

Il treno arrivò.

La dama attendeva.

Anch’ella era magra come sua moglie, ma di una magrezza diversa e provocata da ben altro genere di sofferenze.

Si parlò molto del defunto marito: un uomo pieno di capacità e di ragionevolezza, come dimostravano i suoi ritratti. Egli aveva provato tutte le gioie del matrimonio e perciò Dio lo aveva fatto morire a tempo. Non era stato un re [p. 93 modifica]dell’ottone, o del ferro, o del grano; ma un onorevole vassallo al servizio di un re del petrolio: tuttavia un uomo di grande valore. Si trattava di far rilevare, nel monumento funebre, i simboli del suo commercio.

— Sempre felice con lui: mai divorziata — ella diceva.

Anche questo doveva apparire dal monumento.

— Come, voi non avete ancora legge del divorzio in Italy? — ella chiese.

Taliedo atteggiò il volto alla più infantile meraviglia: non conoscendo il matrimonio, come poteva conoscere il divorzio?

Così conversando del defunto marito, quella dama magra e ardente gli si era venuta accostando, da buona compagna, lì, sul sofà.

La sua toilette da casa era in quel caldo giorno il perfetto contrario dell’infagottamento rigoroso e sudicio in cui erano imprigionate le Laure, le Beatrici e le Isotte del tempo antico.

Ridendo gaiamente delle virtù del defunto marito, le parti molli del suo lungo corpo, parevano sussultare di gioia. I denti erano lupigni. Un braccio pallido, terminava in una deliziosa mano rapace. Taliedo se lo sentì svolgere dietro le sue spalle: apparire dall’altra parte della sua testa, dietro la spalliera del divano.

Che enorme caldo! Egli era assai pallido, come avviene nei casi di insolazione. Era il momento di reagire: egli lo intuì. [p. 94 modifica]

Mosse per levare il fazzoletto di tasca ad asciugarsi il sudore gelido.

— Oh, Taliedo, cosa avete lì?

— Dove lì?

— In vostra tasca.

Taliedo non ebbe il tempo di guardare che cosa avesse in tasca, che la dama con l’altra sua mano rapace gli aveva estratto, per la testolina sporgente, una piccola bambola.

Essa, la pupa, non era scostumatamente in camicia, come sogliono essere le pupe che si espongono e si fanno comperare nei negozi; ma era rigorosamente e virtuosamente vestita come le Laure, le Isotte antiche.

Aveva le calze, le scarpe, le doppie sottane con la cintura, un giubboncino: tutto in regola.

Era la pupa di Irma che Taliedo si era messa in tasca quando aveva elevata la sua mimma al terzo piano.

Si era dimenticato di renderla alla mimma: gli era rimasta in tasca.

— Oh, a little doll! — fece la dama accostandola molto da vicino ai suoi grandi occhi miopi.

— Date qui — disse Taliedo di scatto — è un piccolo regalo, un piccolo modello...

— Oh no! — disse la dama come non rispondendo a lui, — oh no!

— Molto pretty, very pretty — diceva intanto lei, gravemente.

— Già, molto pretty. Piccolo modello artistico. [p. 95 modifica]

— Oh, no.

— Dico di sì, modello artistico. Date qua, via.

— Niente dare qua, niente modello, niente via.

— Giuro!

Ella fece una brutta, severa smorfia a quel «giuro».

— Avete visto? Vi piace? Adesso datemi il mio piccolo modello.

— No, non dare.

— Io non capisco cosa vi troviate di straordinario...

Ella guardava ora non più la pupa, ma gli abiti, le cuciture: le faceva passare al contatto delle sue lucide unghie crudeli.

— Dove vendono in Italy le poupées così vestite? — domandò, seccamente.

— In tutti i magazzini.

— Falso!

— Giuro.

— Falso!

Taliedo comprese che il suo volto tradiva che realmente egli diceva il falso: infatti la vestizione della pupa era stata opera paziente di sua moglie, sotto le più precise ed esigenti indicazioni di Irma.

— A me non piacere uomini maritati: uomini senza dedizione assoluta — disse ella infine come ritraendosi, come rimettendosi nella credenza tutte le salse che aveva preparato, compresa la deliziosa mano rapace. [p. 96 modifica]

— Ma io non capisco, scusate.

— Voi capite benissimo.

— No!

— Voi avere moglie e little baby.

— Giuro di no!

— Allora lasciate fare così!

Prese la pupa e fece atto di collocarla sotto il nero, americano tallone della perfetta sua scarpa.

— Ah, no! — fece Taliedo balzando.

— Non bambola italiana io: donna americana — disse la dama levandosi in piedi e restituendo la pupa con disprezzo.

*

*  *

E fu così che, per colpa di quella malaugurata pupa, dimenticata lì in tasca, Taliedo perdette l’occasione di guadagnare una bella somma facendo il monumento a Mister George Paddy, mercante defunto di petrolio, e anche — ciò che gli lasciò una grande amarezza, un vuoto strano — l’occasione di gustare quella salsa esotica di cui aveva gran desiderio.