Canzone del fi' Aldobrandino

Anonimo

XIII secolo poesie duecento Canzone del fi' Aldobrandino Intestazione 18 settembre 2008 75% poesie

 
Giannotto, io aggio moglie inguadiata,
della qual brevemente te diraggio
com’ ha adorno ’l visaggio,
e ’l nome suo e ’l suo gran parentato;
5la casa asiata ch’io trovata li aggio;
dirotte com’ è forte innamorata;
la dote che m’ha data;
per lo suo amore quanto io sono amato,
infra la gente temuto e dottato.
10E poi che saperà com’ io ho fatto,
al mio grande convito
vera’ne tosto, pero’ ch’io t’invito:
non dimorar, per Dio, ma vieni ratto,
viene a le nozze del fi’ Aldrobandino,
15ch’oggi avea men che nessum suo vicino.
Questa mia moglie di cui ti favello
non mostra altro che l’ossa, tanto è magra,
e ’l mal della podagra
par ch’aggia in se’; piu’ negra è che la notte.
20Ahi, quanto orribil cosa pare e agra
la fronte sua vestita de capello
e collo infiato ciglio!
Piangoli li occhi e ’l capo sì li gotte,
e poi, apresso le dolenti grotte
25de l’ampio naso, mostra pur le fossie
coi denti radi e lunghi;
i labri ha curti: par che se raggiunghi,
sì l’una gota co l’altra se cossie;
e ciascuna beltade in lei redoppia.
30Or puoi saper se noi siam bella coppia.
Ella è chiamata monna Povertade;
e’ suo’ parenti, dolze mio amico,
son questi ch’io te dico:
ser Tristo, ser Dolente, Poco Adosso,
35messer Topim, ser Pianto ed Om Mendico,
monna Cattiva e monna Estremitade:
questi som canto padre.
Da canto madre si’ è missere Scosso,
il Doloroso, il Trafitto e ’l Percosso,
40monna Tristizia e monna Menconia
con donna Sciaurata;
madonna Brama e monna Adolorata
con monna Angoscia e monna Recadia;
e sono via assai più ch’io non dico,
45che tutto giorno apresso multiprico.
La prima fiata ched io le ’ntrai in casa,
trovai che li pioveva in ogni luogo;
de paglia facea il fuoco,
con diece figlie ognuna più fanciulla;
50tutte dicean: "Del pan damene un poco!"
Né arca, botte non ci avea né vasa:
tanto era monda e rasa,
che sedio non ci avea più ch’una culla.
Quand’ io mirai, e non veddi più nulla,
55astrinse l’orche; e ella era vestita
curta da chi a le natiche,
d’una gonella sola senza maniche
tutta quanta spezzata e deriscita.
Pensai con lei zanzar, beffar, riddare;
60ma non trovai de potermi assettare.
Or vo’ che sappi ch’ella m’ama molto,
che tutto giorno m’ha le braccia al collo,
si che tutto mi mollo
del pianto ch’ella fa per drudaria,
65dicendo: "Amore mio, tutta bollo,
tal ho paura tu non mi si’ tolto ".
Leccami tutto il volto
e non mi lassa star notte ne’ dia;
tanto ell’ ha preso di me gelosia
70ch’ella s’uccide s’um ricco m’apressa.
Tamant’ ha’la paura
non mi sia fatta malia nè fattura,
ch’ella mi da’ mangiar pure ella stessa;
ch’ella mi veste e scalza e spoglie:
75cosi s’impazza di mi esta mia moglie.
La dote n’aggio grande e smisurata:
pur li fideli ogni mese mi danno
dece libre di danno,
e nelle pasque rampogne e balieri.
80Io n’aggio um pò c’ha nom Monte Malanno,
che, senza seminarci mai derrata,
ne recolgo alla fiata
trenta, quaranta e cinquanta rasieri;
ma di che! de sospiri,
85ch’altro arbor non ci nasce mai ned erba.
Grotta non ci ho né casa,
e la neve alta ci ha più di doe brazza,
e tutto l’anno lassù si conserba.
Molti ci van per traiercel di mano,
90ma io non lo vendrei a cristïano.
Or saperai com’ io som grazioso,
per mogliama quanto la gente m’amo;
che mille volte chiamo,
’nante che l’uom mi voglia pur rispondere.
95Sì malamente a tutti sono in camo,
che fugge ogni uom da me più pauroso
che non dal cam rabbioso;
e la’ onde io passo veggio onne uom nascondere:
nessun m’aspetta, nessum mi vol giongere;
100solo mi trovo là dovonque io vada,
non fosser miei parenti
malinconosi, trafitti e dolenti,
che sempre piena ne trovo la strada,
de’ qua’ neun ce n’ha, quando me vede,
105che per mi ratto non si levi in pede.