Canti del Friuli/Dopo la visita ad una miniera di carbone in Carnia

Dopo la visita ad una miniera di carbone in Carnia

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Dopo la visita ad una miniera di carbone in Carnia
Monte Cavallo Irene di Spilimbergo
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XI.



Dopo la visita ad una


miniera di carbone in Carnia

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Sfolgora il sole. Vampe di luce corrono il cielo,
2mentre sul bosco estatico
 
scende la meridiana quiete. Tra i larici verdi,
4tra i bruni abeti immobili,

celebrano le mosche, ronzando, lor facili nozze,
6e industriosi tessono

i ragni le tele. Di giallo, di rosso, d’azzurro
8spiega agli insetti pronubi

ogni corolla un richiamo, e viene, or si or no, da lontano
10il ritornello tremulo

d’una canzon d’amore. Fra tanto fremer di vita
12silenziosi si avviano

i minatori al lavoro. Aperta nel sasso li inghiotte
14l’oscura bocca funebre;

essi discendon lenti, curvi per l’antro malfido
16delle fumose lampade

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al rossigno bagliore. Grandi ombre nere si allungano
18su le pareti viscide

di oscura gromma coperte, e lacrime e lacrime pare
20gemer la terra, e paiono

le tristi gocce cadute raccogliersi in pozze sanguigne.
22I minatori scendono.

Qual da le morte case un alito grave si leva,
24tale vien dalle intime

viscere della terra della putredine il lezzo.
26Par la montagna premere

col ciclopico sforzo della gran mole rocciosa
28sulla profonda ed esile

sua ferita gemente, e dei viventi sepolti
30pare sul petto premere.

O giocondo lavoro al sole al vento compiuto,
32consolator dello spirito!

Sana fatica, che induri il corpo, che l’anima tempri!
34o meridiano placido

riposo tra i fiori, del bosco sul margine, all’ombra
36profumata dei larici!

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Giù nelle viscere oscure del monte anzi tempo sepolte
38struggonsi vite giovani,

scorrono vite brevi. O lento, o diuturno supplizio
40di sconosciuti martiri!

Morde il piccone assiduo la roccia, che cede e si sfalda,
42e fra gli strati tenui

il tesoro racchiude; s’annebbia la grotta recente
44di soffocante polvere,

che insidiosa, sottile, gli occhi, le fauci, il petto
46del minatore attossica.

Egli, simile a tarlo, d’annosa querce rodente
48la compage durissima,

striscïando avanza pel tenebroso cunicolo,
50lento, ma infaticabile.

Alla montagna avara strappa del sole antico
52la possanza, da secoli

prigioniera nel sasso, e libera all’uomo la dona
54più delle gemme nobile,

utile come il pane. Inconsapevole eroe,
56alla morte, che assidua

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lo persegue ghignando, serenamente ei sorride.
58Lassù alla luce fulgida

del sole ansiosi lo attendon la madre, la sposa, i figlioli
60nella casetta povera,

e paiono le tenebre di quel sepolcro di vivi
62tutte di luce splendere

a quel pensiero. — Guata sinistramente la morte
64la consacrata vittima.