Canti (Sole)/Pensieri poetici sulla eloquenza del foro penale

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Pensieri poetici sulla eloquenza del foro penale
Al sepolcro di un amico Addio a Giuseppe Verdi


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PENSIERI POETICI
sulla
ELOQUENZA DEL FORO PENALE



epistola a federico castriota scandenberg

I

     Per le vaghe colline, ove perenne
     Sorride aprile e degli aranci al rezzo
     L’aure Flegrèe la voluttà respira;
     In riva al mar, già periglioso albergo
     D’incantatrici eterne, oggi tranquillo5
     Lavacro e specchio a fuggitive, è vero,
     Ma più care sirene e più gentili;
     Sotto codesto ciel sparso d’amore
     E di luce infinita, ove che movi,
     Federico, ti arrivi il mio saluto.10
     Nè solo il mio; chè di gagliardi affetti
     Spontanea messe ti ricresce in queste
     Balze Lucane da quel dì che forte
     Perorator qui nel forense agone
     Invocato scendevi, a la sventura15
     E a la calunnia contrastando i giorni
     Di bennato captivo ed innocente.
     D’inique ombre involuto avean quel capo

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La menzogna e l’error; comminatrice
     Di quadrilustre affanno, omai sfrenate20
     Le vindici saette avea l’accusa.
     Ma come franca progredia la tua
     Voce possente, resolute in giro
     Ivan quell’ombre riperdendo il campo:
     Per che, rorida ancor d’immeritato25
     Pianto ed effusa di pudica gioia,
     Trïonfatrice l’innocenza apparve.
     Così quando l’acuta aura serena,
     Che vola innanzi al dì, per l’eleganti
     Ville i vapori della notte investe,30
     Splendida e bella d’immutabil riso
     Marmorea Ninfa da le nebbie emerge
     Sul suo candido stallo, e rugiadosa
     Vagamente balena incontro al sole,
     Che d’un roseo pudor tempra le nevi35
     De le nitide forme. Un prolungato
     Plauso trascorse le propinque sale,
     Precessor de la gioia, onde rifulse
     La magion di colui che non indarno
     Confidò nel tuo senno. Oh non per anni,40
     Nè per eventi obblïerò quell’ora,
     Che te, fervido ancor de la durata
     Tenzon, contenni fra le braccia, e ardenti
     Baci al tuo labbro aggiunsi, ove peranche
     Quasi in arpa che cessi, ivano gli echi45
     De la vittrice concïon fremendo.
     Nè valse il suon de la benigna lode,
     Di che degnavi confortar fra gli estri

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De la ringhiera il mio rimesso ingegno,
     Ch’io te d’invidia generosa e casta50
     Non proseguissi in quell’istante: eppure
     Fra le poche memorie, onde talora
     Mi consola il passato, al pensier mio
     Più ricorre quest’una, o Castriota!

II


Sublime, umano, e glorioso aringo55
     È l’aringo che tieni, ed onoranda
     È la corona che recinge il crine
     Del forense orator. Che se d’immonda
     Polve soventi ne bruttò le foglie
     L’irreverenza de’ maligni, or quale60
     Arte tant’onta non sostenne? Ed anco
     Le sante aule del Foro avida invase
     Barattiera genia, che, dissacrando
     Quanto v’era d’augusto, esca profferse
     A l’ironia de’ petulanti; e dessa65
     D’ogni umano instituto è la vicenda.
     Ma quel prisma vocal, che del creato
     Riflette il vario interminabil riso,
     Ma quel tesor d’innoverati suoni,
     Quella misteriosa eco ispirata70
     Che de l’affetto e del pensier seconda
     A le arcane armonie, ma la parola,
     Ma l’umana parola oh! di che vera,
     Di che viva virtù sfolgora allora

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Che dai rostri prorompe! Agitatrice75
     Ed agitata insiem, più che sonante
     Effusïon d’un cor, cui nieghi il fato
     Rivelarsi ne l’opre, opra sublime
     Viene allor la parola, e alteramente
     Fra l’ire alterne del conflitto esulta.80
     Semplice e mesta da la bocca emerse
     Del colpevol primier, quando i chiomati
     Boschi e le rupi balenár dinanzi
     A l’offeso Jehòva: e disperata
     E selvaggia scoppiò da le frementi85
     Labbra del fratricida, allor che il sole
     Mirò da l’alto impallidir la prima
     Umana vita, e de la morte i regni
     Vïolò giovinezza. E sì per lunga
     Serie di tempi da la mente inferma90
     De l’accusato la difesa uscia
     Sola, tremante e scapigliata, e spesso
     Convulsa e fioca tramortia nel pianto.
     Ma come la crescente alba del senno
     Investendo venia l’are inclementi95
     De la Nemesi umana, ivan benigni
     Riti ai severi sottentrando, e parve
     Oltraggio al dritto e a la natura insieme
     Indir pacata signoria di mente
     A chi travolto da spavento estremo100
     Fra gli ergastoli ondeggi e la bipenne.
     Peroratrice la pietà fraterna,
     Per man traendo il catenato, assurse
     Sovra i banchi del foro, e a l’infecondo

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Ululato de’ rei chiara, potente,105
     Affettuosa sorvenia la voce
     Degli oratori. Sospirò pensosa
     La punitrice Dea sulla ricurva
     Curule eburna: ne la man divina
     Talor si spenser le saette, e quando110
     Necessitata folgorò, men dure,
     Perchè pugnate in generoso campo,
     Parver le pene; e de le genti il grido
     Di terra in terra salutò la luce
     De l’Eloquenza che dal foro ha nome.115

III


Pura, come le dive arti sorelle,
     Che sull’Ilisso radïar d’eterno
     Ingenuo riso, la facondia Greca
     Divinamente scongiurò gli strali
     De l’assidua e severa Attica Temi.120
     Nuda in mezzo ai plebei tumulti errante
     Pericle la rinvenne, e di modesto
     Candido peplo la velò. Quel grande
     Maturator di secoli civili
     Ad ogni allor concittadin preferse125
     Le caste fronde che la patria intreccia
     Alla facondia de’ suoi figli. Esperto
     De’ più gentili e de’ più maschi affetti,
     Ei lungamente dubitar fu visto
     Pria che fra gli aspettanti archi del foro130

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I suoi riposti ammonimenti aprisse.
     Ossequïoso il popolo traeva,
     Come a pubblica festa, in sull’arena
     De’ banditi Comizi: e la fanciulla
     Atenïese con intenti sguardi135
     Parea seguisse i fulmini cadenti
     Da la tribuna: i rapidi risalti
     Del colmo sen, le immote labbra schiuse
     In lieve arco di porpora, e le nari
     Irrigidite di gentil fierezza140
     Rivelavan l’ardor de la rapita
     Ascoltatrice; e, se parola alcuna
     Mal redolente d’Attica fragranza
     La venisse a ferir, le balenava
     In un vezzoso corrugar di ciglia145
     L’ira segreta. Oh begli anni di Atene!
     Oh perchè, Federico, oh perchè mai
     Chi bruscamente il limitar del foro
     A le Grazie contende, a quei felici
     Anni un guardo non dà? Se la moderna150
     Ricrescenza del senno e la superba
     Virilità de’ tempi indi ogni vezzo
     Volgono in fuga, ove ragion si accampi
     Rigida e sola, or non ha forse il Vero
     Le sue splendide forme? E forse il sole,155
     Perchè tante propaga onde di luce,
     Men bello pe’ celesti archi vïaggia?
     E i deserti e le rupi e i nembi or forse
     Non hanno anch’essi una beltà natia,
     Parte di quella, onde al creato arrise160

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L’Artista eterno, e che diversa move
     Pe’ circoli degli astri, in su i fecondi
     Verdi pianalti, e i petali inazzurra
     De la pudica violetta, ond’ebbe
     Molli corone la feconda Atene?...165
     Ai bei giorni d’Atene il Bello e il Vero
     Reggean concordi la scïenza e l’arte
     Di quel popol mirando; ed una idea
     Semplice e pura circolò ne’ marmi
     Del Partenon, fra codici vegliati170
     Degli Attici pensanti, entro la lira
     De’ rapsodi e sul tripode inaccesso,
     Onde lanciava le saette ultrici
     L’austera Diva a cui fu tempio ed ara
     L’Areopago. Ivi, com’oggi, ancora175
     Venian disdetti i teneri responsi
     De l’oracol del cuore, e di più salda
     Egida mai non si coperse il petto
     La giustizia de l’uomo: e nondimanco
     Come splendida allor movea la voce180
     Degli oratori! Eran di noi men saggi
     Quei vetusti divini? E ov’è chi vanti
     Di Demostene il senno? A chi fu largo
     Di così poderosa anima il Cielo?
     Ed ei, simìle a Focïon, simìle185
     Ad Eschine rival, venia tremando
     De la Tribuna appiè; nè mai la cima
     Tenerne osava, che le forme a lungo
     Idoleggiate non avesse in pria,
     Di che vestito irromperebbe il chiuso190

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Suo maturo consiglio. Egli i falliti
     Primi trionfi (onde cotant’ingegni
     Mancan, per sempre!...) e gli organi vocali,
     Mal concedenti al facile governo
     De la parola, ei vinse, ei pertinace195
     Idolatra de l’arte; e scoscendendo
     Urlante ai venti le Mopsopie balze,
     I suoi fianchi allenia. Correa soventi
     Lungo la procellosa onda del mare,
     E d’iterati gridi iva lottando200
     Col tonante ocean. Fra l’odorate
     Veglie d’Aspasia Socrate apparia
     Frequente alunno, e da un purpureo labbro
     Sorridendo apprendea le leggi arcane
     De la facondia, onde riesca il vero205
     Più amabile!...

IV


Così quegl’immortali
     Sentian de l’arte; di cotanto affetto
     La proseguìr! Fra noi, miseramente
     Fastiditi di tutto e sol corrivi
     A disertar d’ogni ultima dolcezza210
     Questa pallida vita, ove più fieri
     Conflagrano gli affanni, indi rimota
     Ogni provvida vuolsi onda soave
     Che da l’arte derivi: e, come or poco
     Squallido fosse il foro, avvi chi tenta215
     Le poche rose inaridir, che pure,

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Se non felice, renderian men aspro
     Questo campo di triboli. Se scevri
     Breve schiera di eletti, o Federico,
     Che di nobile culto ite onorando220
     La diserta parola, oggi rissosa,
     Più che pugnante, e, più che savia, astuta
     Rifrugatrice d’indici gualciti,
     Arida macra ed inamabil passa
     L’eloquenza del foro Italo; ed ove225
     Alcun memore brivido l’assaglia
     De l’avito decor, tumida e impura
     Esorbita, e le sale ampia dilaga
     Romoreggiando; perocchè de l’arte
     Sparver le dighe. Non dirò già come230
     La dignità del porgere incurata,
     Quasi per vezzo, or sia. Deh come ad essa
     Tenean quei grandi, e in che minute prove
     Spendean gli ozi solinghi! Allor sì fino
     E verecondo era de l’arte il senso,235
     Che s’ebbe a colpa, perorando, il braccio
     Svolger dal manto. Così calmo e grave
     Aristide vedrai sorger fra’ marmi
     Partenopei: con una man sul petto
     Contiensi il pallio, che girando a manca240
     Su per la spalla il ravviluppa, e cade
     In finïenti pieghe, onde traspira
     Serena e mite maestà. Beato
     L’occhio che il vide in quell’augusta posa
     La tribuna occupar! Corporea luce245
     De l’alma è il gesto; musica visiva,

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Che di cadenze indefinite, e tanto
     Più vëementi, le armonie feconda
     De la parola: varïar con questa
     Ben può per climi o per età, ma l’arte250
     Ne dura eterna, com’eterno è il Bello.

V


Quando l’Attico Genio i rosei vanni
     Battea fuggiasco dal materno Imetto,
     E ad una ad una le Cecropie valli
     Fallian di sotto al profugo celeste,255
     L’Arpinate orator movea dal Tebro
     A visitar, lungo l’Ilisso, i templi
     De l’esulante Iddio. Postumi incensi
     A la Greca Facondia ardeano ancora
     Sugli altari di Rodi: ivi a dilungo260
     Stette il latin visitator, gli arcani
     A meditar de l’Eloquenza Achea.
     Non fascinato dai recenti allori,
     Di che Roma compiacque ai suoi novelli
     Passi nel foro, ei ricorrea solerte265
     Per le Greche città, nova cercando
     Lucentezza d’accento e di pensiero
     Sotto l’Attico ciel; chè inappagato
     Ne’ grandissimi sempre arde il disio
     De l’eccellenza. E la Romulea lingua270
     Stupendamente risonò per lui
     Di Doriche melodi e di profondi

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Spondaici accordi; e sospirando il Greco
     Pianse rapita l’ultima corona
     A la gloria natal. Diversi intanto275
     Volgeano i tempi, e tutto era venuto
     Romano il mondo. Somiglianti a’ fiori,
     Hanno i popoli anch’essi una caduca
     Natia fragranza: e il popolo di Marte,
     Per tanti mari e tante terre effuso,280
     Quel profumo smarria, quella gelosa
     Casalinga freschezza, onde odorava
     Ne la sua cerchia il popolo di Palla.
     Grandïosa, magnifica, superba
     Sotto l’Italo allor sedea la stirpe285
     Capitolina: imaginosa e svelta
     L’Atenïese gioventù vagava
     Sotto l’Attico ulivo: ampio, rotondo,
     Maestoso e velato iva, siccome
     La fulva onda del Tebro, il Tiberino290
     Idïoma: versatile, fremente,
     Limpido, terso, armonioso il greco
     Idïoma rompea, pari a le curve
     Del Cefiso correnti e dell’Ilisso.
     Quindi se ben l’ausonia Arte sul tronco295
     Greco tallisse, consentia fedele
     Al secol novo. Arte novella a novi
     Tempi conviensi, arte pur sempre, e amore,
     Industre amor d’ingentilir le rudi
     Spontanee gemme, onde natura amante300
     L’umana vita rallegrò. Diversa
     Quindi di Roma la facondia uscia

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Dai sette colli, e sul Pireo diversa
     Fremea la Greca.

VI


Con guerriero incesso
     Demostene si avanza erto a la meta,305
     Ei di quell’arte, che gli val cotanto,
     Moderator possente. Indi ispirata,
     Più che pensata, la sua maschia appare
     Disdegnosa parola, onde tu nulla
     (Sì parca sona) minuir potresti.310
     Che se troppo al suo grido altri resista,
     Come fiumana impetuoso insorge
     Contro le dighe, gli argini sormonta,
     E spumeggia, e detuona, ed è sublime
     Terribilmente: ei l’anima t’investe315
     Di procelloso entusïasmo, e credi,
     E discredi con lui, speri, disperi,
     Abborri, ami, contendi, invidi, e fremi
     Di terror, di pietà: da le sue labbra
     Tal aura spira che ricorda i campi320
     Di Maratona, e rapida, lucente,
     Fecondatrice la sua voce arriva,
     Come il sol che feria le porticate
     Mura d’Atene.

VII


Discoperta splende
     L’ arte di Tullio, e sè medesma esalta325

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D’attiche grazie circonfusa: in vaste
     Dolcissime volute ondeggia, e inoltra
     Blandïente ed obliqua; e se per via
     In qualche scoglio inopinato offende,
     Magnanima non ponta incontro ad esso,330
     Ma callida il declina, o circuente
     Le radici ne scalza: a volta a volta
     Il sorriso o il sospir scoppiano in vaghe
     Neviganti faville, e la sottile
     Disperante ironia leggiadramente335
     Su quei periodi trabeati aleggia:
     Ma raro arde l’affetto in quel diffuso
     Uniforme seren; raro, o non mai,
     Nel sublime ti avvieni: ella somiglia,
     L’arte di Tullio, a la ricolma luna,340
     Che d’armonica luce empie le valli
     I monti e il cielo.

VIII


E il popolo di Roma
     Le blandizie dilesse e la concinna
     Soavità di Ciceron, che seppe
     Per lungo studio divinarne il gusto.345
     Il mare e l’Alpi ripetean concordi
     Il fragor degli applausi, onde la gente
     Togata al grido rispondea del suo
     Fortunato orator, che, strenuo in campo,
     Sofo e Console ed Augure e Statista,350
     Non disdegnava parteggiar gli umili

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Studi di Roscio. Pe’ fiorenti colli
     Di Tuscolo vagando iva solingo,
     E ne la pace degl’irrigui clivi
     Le splendide temprava auree saette,355
     Ch’ei lanceria su Roma. Allor gran parte
     Fu l’Eloquenza fra’ dïurni studi
     De la patrizia gioventù, pugnante
     Nella curia e nel campo: anch’essa un tempo,
     Come la greca, errò discinta e rude,360
     E i suoi giorni di gloria ebbe, e le sue
     Cadute, e i suoi risorgimenti; e come
     Dai sofistici filtri avvelenata
     Peria la greca, così fiacca e rotta
     Ne l’amplesso de’ Retori lascivi365
     La facondia latina immiseria:
     Fin che, travolta dall’Unnico mare,
     Che dilagò l’Esperia, in mezzo agli urli
     De’ barbari traenti a le vendette,
     Mandò spregiata il gemito supremo.370

IX


Cupa ai soli di Roma era successa
     Notte di ferro, e interminabil selva
     Sconsolata dal verno era l’Occaso.
     Su le rovine del sovverso Impero
     Salian moli turrite, onde sdegnando375
     Torser le generose aquile il volo;
     Però che truce dagli aerei merli

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L’avoltoio rotava occhi bramosi
     Giù pe’ campi cruenti. Entro le fosche
     Tombe de’ padri ricovrâr, bandite,380
     L’arti latine, e sgominati i rostri
     Cadeano innanzi all’Unnica labarda.
     Fuor de’ suoi templi profanati errava
     La giustizia polluta, e una feroce
     Terribil Dea le vote are ne invase:385
     Terribil Dea, che rapida, fra l’ombre,
     Senz’accusa feria. L’ irte castella
     Cupamente sonàr d’urla e di rauco
     Sotterraneo lamento, e su nefande
     Notturne stragi inorridìr le stelle.390
     Così per lunga tenebrosa etade
     Si tacque il foro. Senonchè segreta
     In quel provvido buio ardea, covando,
     Portentosa virtude. Omai rimonde
     La vandalica falce avea le terre395
     De l’ingombro pagano, e vigoroso
     Da la riversa ed ozïosa gleba
     Il fior de l’arte cristïana emerse.
     Le tombe e i chiostri esposero l’occulta
     Mente degli avi, e la novella stirpe400
     Avidamente a le risurte fonti
     Del prisco senno, giubilando, attinse;
     E l’Italia seconda emula venne
     Dell’Italia primiera, anzi gran tratto
     L’entrò davanti. Ma restia, nè manco405
     Da’ popoli invocata, ultima apparve
     L’eloquenza del foro; ultimo il foro

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Risurse a’ rai del redïente albore,
     Che da le medïane ombre raggiava.

X


Dirò fors’io come precorsa e come410
     Deprecata dagl’Itali prudenti,
     Sull’Appennin la nov’alba spuntasse
     Degli aperti giudici, e quanto al grido
     D’un giovane Lombardo ed al soave
     Apostolato d’un Sebezio Sofo,415
     Giovane anch’ei, l’umanità dovesse?...
     Altrove io miro. Rediviva effuse
     I primi lampi sull’avel di Vico
     L’eloquenza dell’Itala ringhiera,
     Ed a sublimi e glorïosi voli,420
     Risorgendo, accennò. Non altrimenti
     Irrequïeta per l’aerea culla
     Tenta la giovinetta aquila i vanni,
     E il sol vagheggia, ed invida le nubi
     Medita e i venti. Armonizzati insieme425
     Come le corde de l’Eolia lira,
     Quattro di varia tempra incliti spirti,
     Del nostro foro, per diverso calle,
     Corser lo stadio nuovamente aperto.
     Splendidamente Lauria movea430
     In sandalo romano, idoli e vezzi
     Da le ricche traendo arche degli avi.
     Fiero talor, mite soventi, e sempre
     Morbido e troppo, ei recingea l’antica

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Forma latina d’un amabil velo435
     Di mestizia tranquilla: era la sua
     Luce di stella che mesta vïaggi
     Per entro al vel di nuvola serena.
     Agitator d’idee, più che di affetti,
     Solenne e calmo procedea Borrelli,440
     Quasi fiume che in cupo alveo devolga
     L’acque profonde; e se crescea talora
     Per subita procella, eran fecondi
     Gl’inondamenti suoi, sì ricca vena
     Deponea, decrescendo, in sulle rive.445
     Oh il difensor di Longobucco! In miro
     Sodalizio conserti erano in lui
     Vigoroso intelletto, anima ardente
     Ed aquilina fantasia. Stringato
     Di Demostene al par, splendea soventi450
     Di certo Attico piglio, onde avvenia
     Ai più ritrosi. E piano argenteo lago,
     Fra le chete giacente ombre d’un bosco,
     Talor parea, talor candido rivo,
     Che mormori per via, talor mugghiante455
     Vaporosa cascata, in cento aspetti
     Riscintillante a la purpurea luce
     Del dì che nasce. Oh quante volte io piansi
     Su quelle sue carte faconde! Eppure
     Che son mai desse appetto a la parola460
     Allor che viva e impetuosa balza
     Dal suo trono di luce, e d’armonia?...
     Ed or polve è quel trono! Alta quïete
     Ed eterno silenzio occupa il labro

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Di quei tre grandi! Oh lungamente intorno465
     All’urne loro, come suol, si aggiri
     L’emulo amor de’ succedenti ingegni!

XI


Ma lungamente de la vita il sole
     A lui sorrida, che fra tanta cima
     D’intelletti fu primo! Ad uno ad uno470
     Caddero intorno al generoso i grandi
     Suoi consorti di gloria, ed ei rimane
     Ancor nel campo, principe onorando
     De’ Sebezi togati. In sul fiorire
     Degli anni a le natali aure commise475
     De la bruna Maiella il repentino
     Spontaneo carme, onde stupîr gl’intenti
     Figli del Sannio: giovinetto ancora
     Il ben sortito animo addisse a lunghi
     Profondi studi, ed orator sublime480
     Nel foro apparve. Infaticato alunno
     Di Tacito e di Vico amò gagliarda
     Breviloquenza, lucida e vibrata,
     Quasi una lama di brunito acciaio;
     Se non che spesso in matronal decoro485
     La sua movea forte parola, sparsa
     D’alterezza sannita: e se per via
     Soventi ai fiori ei dichinò la mano,
     Come per lui s’illeggiadrian quei fiori,
     E in che facil concordia allor vedevi490
     Strette per lui la sapïenza e l’arte!

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Indi le gemme, che brillâr divise
     Ne’ suoi coevi, in unica ghirlanda
     Gli cerchiaron la fronte, ed il Francese
     Aquila il disse del Sebezio Foro.495
     Oh lungamente, oh lungamente arrida
     A lui la vita! Oh le vaganti aurette
     Di Mergellina aleggino soavi
     Su quella chioma veneranda! Oh tardi
     Codesto glorioso astro tramonti500
     Dal nostro cielo, e la nascente prole
     Raggi d’avita sapïenza impetri
     Dal vivente pensier di Nicolini!

XII


Te fortunato, che fiorir vedesti
     Quell’aurea scuola, o Federico, e in essa505
     Ne’ tuoi primaverili anni potevi
     Altamente ispirarti! Indi quel dritto
     Movimento d’idee, quella virile
     Sobrïetà di gesto, e quei fugaci
     Scoppi d’affetto, che ti fan sì caro510
     E potente orator. Perchè sì pochi
     La nuova ed ammirata orma seguiste
     Di quei sublimi? E perchè mai codesta
     Arte divina i suoi veglianti annali
     In Italia non ha? Già da gran tempo515
     Sul Tamigi se gli ebbe e sulla Senna.
     Perchè l’Italia gli esteri trionfi
     Anche in quest’arte non sorvanza? Or forse

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Qui primiera non surse, o qui non sona
     Fra’ viventi idïomi il più gentile?520
     In questo campo, ove sì larga e nova
     Messe di palme ai generosi ondeggia,
     La nostra gioventude entri secura.
     Chè tutte altronde divorò le vie
     Della gloria l’Ausonia, e chi pensasse525
     Rivalicarle, incontreria giganti
     Immortalmente, come l’Alpe, immoti.
     Ed or che tanto per le sorti umane
     Amor fatica i generosi ingegni,
     Onde più chiare ei gitteria faville,530
     Che dalla barra clamorosa, eretta
     A difesa de l’uom? Se la severa
     Età, che volge, ama congiunti il Buono
     Il Bello e il Vero in un potente amplesso,
     Ove più mai che sulle labbra ardenti535
     Del penale orator convergeranno
     Questi tre raggi del divin pensiero?
     Oh come bella e generosa è l’arte
     Ne’ perigli del foro! Oh di qual sacra
     Luce balena! Di sè stessa oblita540
     Per la difesa altrui, quasi ella ignora
     Onde profusamente escan quei lampi,
     Che le scoppiano intorno, allor che balda
     Rompe contro l’accusa. In simil guisa,
     Allor che presa da terror sul primo545
     Unico nato perigliante irrompe,
     Madre animosa e giovinetta, ignora
     I mille vezzi, onde le raggia il volto,

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La tunica ondeggiante e le diffuse
     Chiome a le spalle. Di severi studi,550
     O valorosa gioventù, ti allena,
     E sii proba! Che nulla è la parola
     Senza il nerbo del senno, e passa irrisa,
     Ove da petto intemerato ed alto
     Limpida non promani. Iscolorati555
     Da le dotte vigilie, o giovinetti,
     Genuflettete de le Grazie all’ara,
     Sacrificando; e fra’ proffert’incensi
     Ripregate alle Dee labbro pudico,
     Onde discorra verecondo e puro560
     L’idïoma natio. Quindi verrete
     Non intrusi ministri a la severa
     Musa del Foro! I circoli vegliati
     E i fulgidi teatri ella non ama;
     E non s’ispira nei diffuso azzurro565
     Di notti estive, nel fragor del mare,
     O nel riso de’ campi. Al chiaror lene
     Di sue dorate lampadi sedendo
     Le notti immota, le sciagure umane,
     E gli umani misfatti agita e libra570
     E commisera; e tutte ad una ad una
     Svolge le pieghe, quante son, del cuore,
     E più pallida spesso indi le torna
     La guancia, e pia silenzïosa stilla
     I nerissimi e grandi occhi le vela575
     Sulla pagina intenti. E allor che il sole
     De la Curia le cupole rindora
     Del suo riso orïente, ella aspettata

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I curvi templi ne rïentra e tuona
     In difesa de’ miseri. Dal mesto580
     Labbro, cui pure d’un sorriso abbella
     La speme, in recrescenti echi prorompe
     La vindice parola, e in quel tenore
     Che la sua concitata aura trascorre,
     Infoscarsi o chiarir mille vedresti585
     Fronti pensose, come fanno i laghi,
     Quando la peregrina ala del vento
     Gl’increspa e spiana. A questa Dea rendete
     Inni e profumi, o giovinetti, e sia
     Tal che a la nova età facile avvenga590
     Il vostro culto. Rapida baleni
     Dunque l’idea; semplice sì, ma schietta
     La parola secondi; e sia virile,
     Non scompigliato il gesto. Onde la toga
     Più squallida non veli alme restie595
     A quanto avvi di bello e d’esquisito,
     E il forense orator splenda di luce
     Cavalleresca, come dee. Rendete,
     Giovinetti d’Ausonia, inni e profumi
     A questa Diva, e di non vacui beni600
     Dolcezza ampia trarrete. Avvi chi pure
     Ad altre muse giovinetto offerse
     Le primizie dell’alma, e le frequenti
     Sale blandia d’estemporaneo canto;
     E seppe in una i rapimenti e l’ire605
     De la ringhiera: ed ei fra le più caste
     Nobili gioie del pensier prepone
     L’intima ebbrezza, che serena invade

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L’orator tenzonante, e l’affannosa
     Quïete che tien dietro alla sudata610
     Pugna forense. Ha le sue spine anch’egli
     Questo togato artista, i suoi fatali
     Pallid’istanti e i fremiti seguaci.
     Ma ogni acre ingegno ne trarrà conforto
     A militar nel faticoso aringo;615
     Ove combatton, federate, a l’ombra
     D’un sol pennon l’umanitade e l’arte.

XIII.


Queste, che strinsi in disadorno carme,
     Idee per l’alma mi ricorser quando
     A la barra Lucana, o Federico,620
     Te perorante udii; quando a la tua
     D’un altro egregio1 succedea la voce,
     Splendida e degna di trionfi. Oh a lui,
     Che sì amabile e prode uscia del Foro
     Partenopeo, de’ miei fraterni amplessi625
     Riferirai gran parte. Un dì, se i fati
     Mi consentano ospizio, ozi e sereni
     Studi (mio lungo amor!) presso la tomba
     De la Sirena, correrò con voi
     Lungo i campi de l’arte, e forse allora630
     Svolger potrem fidatamente insieme,
     In libero sermon, quant’or mai volli
     Credere a la ritrosa indol del verso.

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Ed anco in gravi e inopinate angosce
     Il cor mi geme, e in tetre ombre declina635
     La poca luce del mio stanco ingegno:
     Nè mai quant’oggi io disïai l’aspetto
     De le poche alme franche e generose,
     Onde onorata è la famiglia umana.

XIV


Or dunque addio! Negl’infiniti incanti,640
     Che a’ suoi gentili abitator dispensa
     Codesto de l’occaso Eden felice,
     Ti riconforta, o Federico: ed ove
     Il cor con mesta voluttà rivoli
     Ai dì mancati, rammentar colui645
     Non sieti grave, che t’amò cotanto
     Da che ti udia; che spesso entro il perenne
     Cittadino romor segue i tuoi passi
     Dal silenzio de’ suoi monti natali.

Lucania, luglio 1855.

Note

  1. L’ avvocato Gennaro de Filippo.