Canti (Leopardi - Ginzburg)/Sopra un basso rilievo antico sepolcrale

XXX. Sopra un basso rilievo antico sepolcrale

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Giacomo Leopardi - Canti (1819 - 1831)
XXX. Sopra un basso rilievo antico sepolcrale
Aspasia Sopra il ritratto di una bella donna

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XXX

SOPRA

UN BASSO RILIEVO ANTICO SEPOLCRALE,

dove una giovane morta
è rappresentata in atto di partire,
accommiatandosi dai suoi


     Dove vai? chi ti chiama
lunge dai cari tuoi,
bellissima donzella?
Sola, peregrinando, il patrio tetto
5 per tempo abbandoni? a queste soglie
tornerai tu? farai tu lieti un giorno
questi ch’oggi ti son piangendo intorno?

     Asciutto il ciglio ed animosa in atto,
ma pur mesta sei tu. Grata la via
10o dispiacevol sia, tristo il ricetto
a cui movi o giocondo,
da quel tuo grave aspetto
mal s’indovina. Ahi ahi, né giá potria
fermare io stesso in me, né forse al mondo
15s’intese ancor, se in disfavore al cielo
se cara esser nomata,
se misera tu debbi o fortunata.

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     Morte ti chiama; al cominciar del giorno
l’ultimo istante. Al nido onde ti parti,
20non tornerai. L’aspetto
de’ tuoi dolci parenti
lasci per sempre. Il loco
a cui movi, è sotterra:
ivi fia d’ogni tempo il tuo soggiorno.
25Forse beata sei; ma pur chi mira,
seco pensando, al tuo destin, sospira.

     Mai non veder la luce
era, credo, il miglior. Ma nata, al tempo
che reina bellezza si dispiega
30nelle membra e nel volto,
ed incomincia il mondo
verso lei di lontano ad atterrarsi;
in sul fiorir d’ogni speranza, e molto
prima che incontro alla festosa fronte
35i lúgubri suoi lampi il ver baleni;
come vapore in nuvoletta accolto
sotto forme fugaci all’orizzonte,
dileguarsi cosí quasi non sorta,
e cangiar con gli oscuri
40silenzi della tomba i dí futuri,
questo se all’intelletto
appar felice, invade
d’alta pietade ai piú costanti il petto.

     Madre temuta e pianta
45dal nascer giá dell’animal famiglia,
natura, illaudabil maraviglia,
che per uccider partorisci e nutri,
se danno è del mortale
immaturo perir, come il consenti
50in quei capi innocenti?
Se ben, perché funesta,

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perché sovra ogni male,
a chi si parte, a chi rimane in vita,
inconsolabil fai tal dipartita?

     55Misera ovunque miri,
misera onde si volga, ove ricorra,
questa sensibil prole!
Piacqueti che delusa
fosse ancor dalla vita
60la speme giovanil; piena d’affanni
l’onda degli anni; ai mali unico schermo
la morte; e questa inevitabil segno,
questa, immutata legge
ponesti all’uman corso. Ahi perché dopo
65le travagliose strade, almen la meta
non ci prescriver lieta? anzi colei
che per certo futura
portiam sempre, vivendo, innanzi all’alma,
colei che i nostri danni
70ebber solo conforto,
velar di neri panni,
cinger d’ombra sí trista,
e spaventoso in vista
piú d’ogni flutto dimostrarci il porto?

     75Giá se sventura è questo
morir che tu destini
a tutti noi che senza colpa, ignari,
né volontari al vivere abbandoni,
certo ha chi more invidiabil sorte
80a colui che la morte
sente de’ cari suoi. Che se nel vero,
com’io per fermo estimo,
il vivere è sventura,
grazia il morir, chi però mai potrebbe,
85quel che pur si dovrebbe

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desiar de’ suoi cari il giorno estremo,
per dover egli scemo
rimaner di se stesso,
veder d’in su la soglia levar via
90la diletta persona
con chi passato avrá molt’anni insieme,
e dire a quella addio senz’altra speme
di riscontrarla ancora
per la mondana via;
95poi solitario abbandonato in terra,
guardando attorno, all’ore ai lochi usati
rimemorar la scorsa compagnia?
Come, ahi come, o natura, il cor ti soffre
di strappar dalle braccia
100all’amico l’amico,
al fratello il fratello,
la prole al genitore,
all’amante l’amore: e l’uno estinto,
l’altro in vita serbar? Come potesti
105far necessario in noi
tanto dolor, che sopravviva amando
al mortale il mortal? Ma da natura
altro negli atti suoi
che nostro male o nostro ben si cura.