Canti (Leopardi - Ginzburg)/Il risorgimento

XX. Il risorgimento

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Giacomo Leopardi - Canti (1819 - 1831)
XX. Il risorgimento
Al conte Carlo Pepoli A Silvia

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XX

IL RISORGIMENTO

     Credei ch’al tutto fossero
in me, sul fior degli anni,
mancati i dolci affanni
della mia prima etá:
     5i dolci affanni, i teneri
moti del cor profondo,
qualunque cosa al mondo
grato il sentir ci fa.

     Quante querele e lacrime
10sparsi nel novo stato,
quando al mio cor gelato
prima il dolor mancò!
     Mancâr gli usati palpiti,
l’amor mi venne meno,
15e irrigidito il seno
di sospirar cessò!

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     Piansi spogliata, esanime
fatta per me la vita;
la terra inaridita,
20chiusa in eterno gel;
     deserto il dí; la tacita
notte piú sola e bruna;
spenta per me la luna,
spente le stelle in ciel.

     25Pur di quel pianto origine
era l’antico affetto:
nell’intimo del petto
ancor viveva il cor.
     Chiedea l’usate immagini
30la stanca fantasia;
e la tristezza mia
era dolore ancor.

     Fra poco in me quell’ultimo
dolore anco fu spento,
35e di piú far lamento
valor non mi restò.
     Giacqui: insensato, attonito,
non dimandai conforto:
quasi perduto e morto,
40il cor s’abbandonò.

     Qual fui! quanto dissimile
da quel che tanto ardore,
che si beato errore
nutrii nell’alma un dí!
     45La rondinella vigile,
alle finestre intorno
cantando al novo giorno,
il cor non mi ferí:

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     non all’autunno pallido
50in solitaria villa,
la vespertina squilla,
il fuggitivo Sol.
     Invan brillare il vespero
vidi per muto calle,
55invan sonò la valle
del flebile usignol.

     E voi, pupille tenere,
sguardi furtivi, erranti,
voi de’ gentili amanti
60primo, immortale amor,
     ed alla mano offertami
candida ignuda mano,
foste voi pure invano
al duro mio sopor.

     65D’ogni dolcezza vedovo,
tristo; ma non turbato,
ma placido il mio stato,
il volto era seren.
     Desiderato il termine
70avrei del viver mio;
ma spento era il desio
nello spossato sen.

     Qual dell’etá decrepita
l’avanzo ignudo e vile,
75io conducea l’aprile
degli anni miei cosí:
     cosí quegl’ineffabili
giorni, o mio cor, traevi,
che sí fugaci e brevi
80il cielo a noi sortí.

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     Chi dalla grave, immemore
quiete or mi ridesta?
che virtú nova è questa,
questa che sento in me?
     85Moti soavi, immagini,
palpiti, error beato,
per sempre a voi negato
questo mio cor non è?

     siete pur voi quell’unica
90luce de’ giorni miei?
gli affetti ch’io perdei
nella novella etá?
     Se al ciel, s’ai verdi margini,
ovunque il guardo mira,
95tutto un dolor mi spira,
tutto un piacer mi dá.

     Meco ritorna a vivere
la piaggia, il bosco, il monte;
parla al mio core il fonte,
100meco favella il mar.
     Chi mi ridona il piangere
dopo cotanto obblio?
e come al guardo mio
cangiato il mondo appar?

     105Forse la speme, o povero
mio cor, ti volse un riso?
Ahi della speme il viso
io non vedrò mai piú.
     Proprii mi diede i palpiti,
110natura, e i dolci inganni.
Sopiro in me gli affanni
l’ingenita virtú;

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     non l’annullâr: non vinsela
il fato e la sventura;
115non con la vista impura
l’infausta veritá.
     Dalle mie vaghe immagini
so ben ch’ella discorda:
so che natura è sorda,
120che miserar non sa.

     Che non del ben sollecita
fu, ma dell’esser solo:
purché ci serbi al duolo,
or d’altro a lei non cal.
     125So che pietá fra gli uomini
il misero non trova;
che lui, fuggendo, a prova
schernisce ogni mortal.

     Che ignora il tristo secolo
130gl’ingegni e le virtudi;
che manca ai degni studi
l’ignuda gloria ancor.
     E voi, pupille tremule,
voi, raggio sovrumano,
135so che splendete invano,
che in voi non brilla amor.

     Nessuno ignoto ed intimo
affetto in voi non brilla:
non chiude una favilla
140quel bianco petto in sé.
     Anzi d’altrui le tenere
cure suol porre in gioco;
e d’un celeste foco
disprezzo è la mercé.

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     145Pur sento in me rivivere
gl’inganni aperti e noti;
e de’ suoi proprii moti
si maraviglia il sen.
     Da te, mio cor, quest’ultimo
150spirto, e l’ardor natio,
ogni conforto mio
solo da te mi vien.

     Mancano, il sento, all’anima
alta, gentile e pura,
155la sorte, la natura,
il mondo e la beltá.
     Ma se tu vivi, o misero,
se non concedi al fato,
non chiamerò spietato
160chi lo spirar mi dá.