Canti (Leopardi - Ginzburg)/Appendice/Dediche/IV

IV. Annotazioni alle Canzoni (1824-25)

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Giacomo Leopardi - Canti (1819 - 1831)
IV. Annotazioni alle Canzoni (1824-25)
Dediche - III Dediche - V

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[IV]

[Annotazioni alle Canzoni, secondo il testo del «Nuovo Ricoglitore» (settembre e novembre 1825), con le varianti dell’ediz. Nobili, Bologna, 1824.]

CANZONI DEL CONTE GIACOMO LEOPARDI

Bologna, Nobili, 1824. Un vol. in 8° piccolo.

Sono dieci Canzoni, e piú di dieci stravaganze. Primo: di dieci Canzoni né pur una amorosa. Secondo: non tutte e non in tutto sono di stile petrarchesco. Terzo: non sono di stile né arcadico né frugoniano; non hanno né quello del Chiabrera, né quello del Testi o del Filicaia o del Guidi o del Manfredi, né quello delle poesie liriche del Parini o del Monti; in somma non si rassomigliano a nessuna poesia lirica italiana. Quarto: nessun potrebbe indovinare i soggetti delle Canzoni dai titoli; anzi per lo piú il poeta fino dal primo verso entra in materie differentissime da quello che il lettore si sarebbe aspettato. Per esempio, una Canzone per nozze, non parla né di talamo né di zona né di Venere né d’Imene. Una ad Angelo Mai parla di tutt’altro che di codici. Una a un vincitore nel giuoco del pallone non è un’imitazione di Pindaro. Un’altra alla Primavera non descrive né prati né arboscelli né fiori né erbe né foglie. Quinto: gli assunti delle Canzoni per se medesimi non sono meno stravaganti. Una, ch’è intitolata Ultimo canto di Saffo, intende di rappresentare la infelicità di un animo delicato, tenero, sensitivo, nobile e caldo, posto in un corpo brutto e giovane: soggetto cosí difficile, che io non mi so ricordare né tra gli antichi né tra i moderni nessuno scrittor famoso che abbia ardito di trattarlo, eccetto solamente la Signora di Staël, che lo tratta in una lettera in principio della Delfina, ma in tutt’altro modo. Un’altra Canzone intitolata Inno ai [p. 177 modifica]Patriarchi, o de’ principii del genere umano, contiene in sostanza un panegirico dei costumi della California, e dice che il secol d’oro non è una favola. Sesto: sono tutte piene di lamenti e di malinconia, come se il mondo e gli uomini fossero una trista cosa, e come se la vita umana fosse infelice. Settimo: se non si leggono attentamente, non s’intendono; come se gl’italiani leggessero attentamente. Ottavo: pare che il poeta si abbia proposto di dar materia ai lettori di pensare, come se a chi legge un libro italiano dovesse restar qualche cosa in testa, o come se già fosse tempo di raccoglier qualche pensiero in mente prima di mettersi a scrivere. Nono: quasi tante stranezze quante sentenze. Verbigrazia: che dopo scoperta l’America, la terra ci par piú piccola che non ci pareva prima; che la Natura parlò agli antichi, cioè gl’inspirò, ma senza svelarsi; che piú scoperte si fanno nelle cose naturali, e piú si accresce alla nostra immaginazione la nullità dell’Universo; che tutto è vano al mondo fuorché il dolore; che il dolore è meglio che la noia; che la nostra vita non è buona ad altro che a disprezzarla essa medesima; che la necessità di un male consola di quel male le anime volgari, ma non le grandi; che tutto è mistero nell’Universo, fuorché la nostra infelicità. Decimo, undecimo, duodecimo: andate cosí discorrendo.

Recheremo qui, per saggio delle altre, la Canzone che s’intitola Alla sua donna, la quale è la piú breve di tutte, e forse la meno stravagante, eccettuato il soggetto1. La donna, cioè l’innamorata, dell’autore, è una di quelle immagini, uno di quei fantasmi di bellezza e virtú celeste e ineffabile, che ci occorrono spesso alla fantasia, nel sonno e nella veglia, quando siamo poco piú che fanciulli, e poi qualche rara volta nel sonno, o in una quasi alienazione di mente, quando siamo giovani. In fine è la donna che non si trova. L’autore non sa se la sua donna (e così chiamandola, mostra di non amare altra che questa) sia mai nata finora, o debba mai nascere; sa che ora non vive in terra, e che noi non siamo suoi contemporanei; la cerca tra le idee di Platone, la cerca nella luna, nei pianeti del sistema solare, in quei de’ sistemi delle stelle. Se questa Canzone si vorrà chiamare amorosa, sarà pur certo che questo tale amore non può né dare [p. 178 modifica] né patir gelosia, perché, fuor dell’autore, nessun amante terreno vorrà fare all’amore col telescopio2.

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Alle Canzoni sono mescolate alcune prose, cioè due lettere, l’una al cavalier Monti, e l’altra al conte Trissino vicentino; e una Comparazione delle sentenze di Bruto minore e di Teofrasto vicini a morte. Si aggiungono appiè del volume certe Annotazioni, le quali verremo portando in questo Giornale, perché per la maggior parte sono in proposito della lingua, che in Italia è, come si dice, «la materia del giorno»; e non si può negare che il giorno in Italia non sia lungo.

Il cor di tutte
cose alfin sente sazietá, del sonno,
della danza, del canto e dell’amore,
piacer piú cari che il parlar di lingua;
ma sazietá di lingua il cor non sente;

se non altro, il cuor degl’Italiani. Venghiamo alle note del Leopardi3. [p. 179 modifica]

ANNOTAZIONI

Non credere, lettor mio, che in queste Annotazioni si contenga cosa di rilievo. Anzi se tu sei di quelli ch’io desidero per lettori, fa conto che il libro sia finito, e lasciami qui solo co’ pedagoghi a sfoderar testi e citazioni, e menare a tondo la clava d’Ercole, cioè l’autoritá, per dare a vedere che anch’io cosí di passata ho letto qualche buono scrittore italiano, ho studiato tanto o quanto la lingua nella quale scrivo, e mi sono informato all’ingrosso delle sue condizioni. Vedi, caro lettore, che oggi in Italia, per quello che spetta alla lingua, pochissimi sanno scrivere, e moltissimi non lasciano che si scriva; né fra gli antichi, o i moderni fu mai lingua nessuna civile né barbara così tribolata a un medesimo tempo dalla raritá di quelli che sanno, e dalla moltitudine e petulanza di quelli che, non sapendo niente, vogliono che la favella non si possa stendere piú lá di quel niente. Co’ quali, per questa volta e non piú, bisogna che tu4 mi dii licenza di fare alle pugna come s’usa in Inghilterra, e di chiarirli (se bene, essendo uomo, non mi reputo immune dallo sbagliare) che non soglio scrivere affatto affatto come viene, e che in tutti i modi non sará loro cosí facile, come si pensano, il mostrarmi caduto in errore.

Canzone Prima

[All' Italia]

Stanza VI, verso 10.
[v. 110]
Vedi ingombrar de’ vinti
la fuga i carri e le tende cadute.

Cioè «trattenere», «contrastare», «impacciare», «impedire». Questo sentimento della voce «ingombrare» ha due testi nel Vocabolario della Crusca; ma quando non ti paressero chiari, accompagnali con quest’altro esempio, ch’è del Petrarca5: «Quel [p. 180 modifica]si pensoso è Ulisse, affabil ombra, Che la casta mogliera aspetta e prega; Ma Circe amando gliel ritiene e ’ngombra». Dietro a questo puoi notare il seguente, ch’è d’Angelo di Costanzo6: «Che quel chiaro splendor ch’offusca e ingombra, Quando vi mira, ogni piú acuto aspetto [cioè vista], D’un’alta nube la mia mente adombra». Ed altri molti ne troverai della medesima forma leggendo i buoni scrittori, e vedrai come anche si dice «ingombro» nel significato d’«impedimento» o di «ostacolo»; e se la Crusca non s’accorse di questo particolare, o non fu da tanto di spiegarlo, tal sia di lei.

Ivi, 12. E correr fra’ primieri
[v. 112] pallido e scapigliato esso tiranno.

Del qual tiranno il nostro Simonide avanti a questo passo non ha fatto menzione alcuna. Il Volgarizzatore antico dell’Epistola di Marco Tullio Cicerone a Quinto suo fratello intorno al Proconsolato dell’Asia7: «Avvegnach’io non dubitassi che questa epistola molti messi, ed eziandio essa fama, colla sua velocità vincerebbono». Queste sono le primissime parole dell’Epistola. Similmente lo Speroni8 dice che «amor vince essa natura» volendo dir «fino alla natura».

Ivi, 14. Ve’ come infusi e tinti
[v. 114] del barbarico sangue.

«Infusi» qui vale «aspersi» o «bagnati». Il Casa9: «E ben conviene Or penitenzia e duol l’anima lave De’ color atri e del terrestre limo Ond’ella è per mia colpa infusa e grave». Sopra le quali parole i comentatori adducono quello che dice lo stesso Casa in altro luogo10: «Poco il mondo già mai t’infuse o tinse, Trifon, nell’atro suo limo terreno». Ho anche un esempio simile a questi del Casa nell’Oreficeria di Benvenuto Cellini11, ma non lo tocco per rispetto d’una lordura che gli è appiccata e non va via. [p. 181 modifica]

Ivi, 18. Evviva evviva.
[v. 118]

L’acclamazione «viva» è portata nel Vocabolario della Crusca, ma non «evviva». E ciò non ostante io credo che tutta l’Italia, quando fa plauso, dica piuttosto «evviva» che «viva»; e quello non è vocabolo forestiero, ma tutto quanto nostrale, e composto, come sono infiniti altri, d’una particella o vogliamo interiezione italiana, e d’una parola italiana, a cui l’accento della detta particella o interiezione monosillaba raddoppia la prima consonante. Questo è quanto alla purità della voce. Quanto alla convenienza, potranno essere alcuni che non lodino l’uso di questa parola in un poema lirico. Io non ho animo d’entrare in quello che tocca alla ragion poetica o dello stile o dei sentimenti di queste Canzoni, perché la povera poesia mi par degna che, se non altro, se l’abbia questo rispetto di farla franca dalle chiose. E però taccio che laddove s’ha da esprimere la somma veemenza di qualsivoglia affetto, i vocaboli o modi volgari e correnti, non dico hanno luogo, ma, quando sieno adoperati con giudizio, stanno molto meglio dei nobili e sontuosi, e danno molta piú forza all’imitazione. Passo eziandio che in tali occorrenze i principali maestri (fossero poeti o prosatori) costumarono di scendere dignitosamente dalla stessa dignità, volendo accostarsi piú che potessero alla natura, la quale non sa e non vuole stare né sul grave né sull’attillato quando è stretta dalla passione. E finalmente non voglio dire che se cercherai le Poetiche e Rettoriche antiche o moderne, troverai questa pratica, non solamente concessa né commendata, ma numerata fra gli accorgimenti necessari al buono scrittore. Lascio tutto questo, e metto mano all’arme fatata dell’esempio. Che cosa pensiamo noi che fosse quell’«io» che troviamo in Orazio due volte nell’Ode seconda del quarto libro12, e due nella nona dell’Epodo?13. Parola, anzi grido popolare, che non significava altro se non se indeterminatamente l’applauso (come il nostro «viva»), o pure la gioia: la quale per essere la piú rara e breve delle passioni, è fors’anche la piú frenetica; e per questo e per altri molti rispetti, che non si possono dare ad intendere ai [p. 182 modifica]pedagoghi, mette la dignità dell’imitazione in grandissimo pericolo. E i Greci, ai quali altresí fu comune la detta voce, l’adoperavano fino coi cani per lusingarli e incitarli, come puoi vedere in Senofonte nel libro della Caccia14. E nondimeno Orazio, poeta coltissimo e nobilissimo, e cosí di stile come di lingua ritiratissimo dal popolo, volendo rappresentare l’ebbrietá della gioia, non si sdegnò di quella voce nelle canzoni di soggetto piú magnifico.

Canzone Seconda

[Sopra il monumento di Dante che si preparava in Firenze]

IV, i. Voi spirerá l’altissimo subbietto.
[v. 52]

Io credo che s’altri può essere «spirato da» qualche persona o cosa (come i santi uomini dallo Spirito Santo15), ci debbano esser cose e persone che «lo» possano «spirare»; e tanto piú che non mancano di quelle che «lo ispirano»; se bene il Vocabolario non le conobbe; ma te ne possono mostrare il Petrarca, il Tasso, il Guarini e mille altri. Dice il Petrarca16 in proposito di Laura: «Amor l’inspiri In guisa che sospiri». Dice il Tasso17: «Buona pezza è, Signor, che in sé raggira Un non so che d’insolito e d’audace La mia mente inquieta: o Dio l’inspira; O l’uom del suo voler suo dio si face». Ed altrove18: «Guelfo ti pregherá (Dio sí l’inspira) Ch’assolva il fier garzon di quell’errore». Dice il Guarini19: «Ché bene inspira il cielo Quel cor che bene spera». Aggiungi le Vite dei santi Padri. «Il giovane inspirato da Dio»20, «Antonio inspirato da Dio»21, «uno scelleratissimo uomo inspirato da Dio»22, e simili. Anche i versi [p. 183 modifica]infrascritti convengono a questo proposito, i quali sono del Guidi23. «Vedrai come il mio spirto ivi comparte Ordini e moti, e come inspira e volve Questa grande armonia che ’l mondo regge». E il Guidi fu annoverato dagli Accademici Fiorentini l’anno 1786 fra gli scrittori che sono o si debbono stimare autentici nella lingua.

VIII, 14. Qui l’ira al cor, qui la pietate abbonda.
[v. 133]

Il Sannazzaro nell’egloga sesta dell’Arcadia24: «E per l’ira sfogar ch’al core abbondami». Non credere ch’io vada imitando appostatamente, o che facendolo, me ne pregiassi e te ne volessi avvertire. Ma quest’esempio lo reco per quelli che dubitassero, e dubitando affermassero, com’è l’uso moderno in queste materie, che «abbondare» col terzo caso, nel modo che lo dico io, fosse detto fuor di regola. E so bene anche questo, che fra gl’Italiani è lode quello che fra gli altri è biasimo, anzi per l’ordinario (e singolarmente nelle lettere) si fa molta piú stima delle cose imitate che delle trovate. In somma negli scrittori si ricerca la facoltá della memoria massimamente; e chi piú n’ha e piú n’adopera, beato lui. Ma contuttociò, se paresse a qualcuno ch’io non l’abbia adoperata quanto si richiedeva, non voglio che le Annotazioni o la fagiolata che sto facendo mi levi nessuna parte di questo carico. Circa il resto poi, la voce «abbondare» importa di natura sua quasi lo stesso che «traboccare», o in latino «exundare»; secondo il quale intendimento è presa in questo luogo della Canzone, e famigliare ai Latini del buon tempo, e usata dal Boccaccio nell’ultimo de’ testi portati dal Vocabolario sotto la voce «abbondante».

X, 16. Al cui supremo danno
[v. 169] il vostro solo è tal che rassomigli.

Io credo che se una cosa può «somigliare a» un’altra, «le» debba potere anche «rassomigliare», e parimente «assomigliarle» [p. 184 modifica]o «assimigliarle», oltre a «rassomigliarsele» o «assomigliarsele» o «assimigliarsele»; e tanto piú che io trovo «le viscere delle chiocciole terrestri», non «rassomigliantisi», ma «rassomiglianti a quelle de’ lumaconi ignudi terrestri»25, e certi «rettori assomiglianti a’ Priori» di Firenze26, e il cielo «assimigliante quasi ad immagine d’arco27. Oltracciò vedo che le cose alcune volte «risomigliano» e «risimigliano» l’une «all’» altre.

XI, 13. Dimmi, né mai rinverdirá quel mirto
[v. 183] che tu festi sollazzo al nostro male?

Io so che a certi, che non sono pedagoghi, non è piaciuto questo «sollazzo»: e tuttavia non me ne pento. Se guardiamo alla chiarezza, ognuno si deve accorgere a prima vista che il «sollazzo» de’ mali non può essere il «trastullo» né il «diporto» né lo «spasso» de’ mali, ma è quanto dire il «sollievo», cioè quello che propriamente è significato dalla voce latina «solatium», fatta dagl’Italiani «sollazzo». Ora stando che si permetta, anzi spesse volte si richiegga allo scrittore, e massimamente al poeta lirico, la giudiziosa novitá degli usi metaforici delle parole, molto piú mi pare che di quando in quando se gli debba concedere quella novitá che nasce dal restituire alle voci la significazione primitiva e propria loro. Aggiungasi che la nostra lingua, per quello ch’io possa affermare, non ha parola che, oltre a valere quanto la sopraddetta latina, s’accomodi facilmente all’uso de’ poeti; fuori di «conforto», che né anche suona propriamente il medesimo. Perocché «sollievo» e altre tali non sono voci poetiche, e «alleggerimento», «alleviamento», «consolazione» e simili appena si possono adattare in un verso. Fin qui mi basti aver detto a quelli che non sono pedanti e che non si contentarono di quel mio «sollazzo». Ora voltandomi agli stessi pedagoghi, dico loro che «sollazzo» in sentimento di «sollievo», cioè di «solatium», è voce di quel secolo della nostra lingua ch’essi chiamano il buono e l’aureo. Leggano l’antico Volgarizzamento del primo Trattato di San Giovanni Grisostomo Sopra la Compunzione, a capitoli [p. 185 modifica]otto28. «Ora veggiamo quello che séguita detto da Cristo; se forse in alcuno luogo, o in alcuna cosa io trovassi sollazzo, o rimedio di tanta confusione». E ivi a due versi. «Oimè, credevami trovare sollazzo della mia confusione, e io trovo accrescimento». Cosí a capitoli undici29. «Tutta la pena che pativa [san Paolo], piuttosto riputava sollazzo d’amore, che dolore di corpo». E nel capo susseguente30. «Onde ne parlano spesso, acciocché almeno per lo molto parlare di quello che amano, si scialino un poco e trovino sollazzo e refrigerio del fervente amore ch’hanno dentro». L’antica versione latina in tutti questi luoghi ha «solatium», o «solatia». Veggano eziandio nello stesso Vocabolario della Crusca, sotto la voce «spiraglio», un esempio simile ai soprascritti, il qual esempio è cavato dal Volgarizzamento di non so che altro libro del medesimo San Grisostomo. E di piú veggano, s’hanno voglia, nell’Asino d’oro del Firenzuola31 come «le lagrime» sono «ultimo sollazzo delle miserie de’ mortali». Anzi è costume dello scrittore nella detta opera32 di prendere la voce «sollazzo» in significato di «sollievo», «consolazione», «conforto», ad esempio di quei del trecento, come anche fece il Bembo33 nel passo che segue. «Messer Carlo, mio solo e caro fratello, unico sostegno e sollazzo della mia vita, se n’è al cielo ito».

XII, 10. Che stai?
[v. 196]

La particella interrogativa «che» usata invece di «perché» non ha esempio nel Vocabolario se non seguita dalla negativa «non». Ma che anche senza questa si dica ottimamente, recherò le prime autoritá che mi vengono alle mani, fra le innumerabili che si potrebbero addurre34. Il Pandolfini nel Trattato del Governo della [p. 186 modifica]famiglia35: «O cittadini stolti, ove ruinate voi? Che seguitate con tante fatiche, con tante sollecitudini, con tante arti, con tante disonestá questo vostro stato per ragunare ricchezze?» E in altro luogo del medesimo libro36: «Se adunque il danaio supplisce a tutti i bisogni, che fa mestieri occupare l’animo in altra masserizia che in questa del danaio?» Il Caro nel Volgarizzamento del primo Sermone di San Cipriano sopra l’elemosina37: «Che vai mettendo innanzi quest’ombre e queste bagattelle per iscusarti in vano?» Il Tasso nel quarto della Gerusalemme38: «Ma che rinnovo i miei dolor parlando?» E similmente in altri luoghi39. Il Varchi nel Boezio40: «Che starò io a raccontarti i tuoi figliuoli stati Consoli?» Ed altre volte41. Il Castiglione nel Cortegiano42: «Come un litigante a cui in presenza del giudice dal suo avversario fu detto, Che bai tu? subito rispose, Perché veggo un ladro». Il Davanzati nel primo libro degli Annali di Tacito43: «Che tanto ubbidire, come schiavi, a quattro scalzi centurioni e meno tribuni?» Dove il testo originale dice: «Cur paucis centurionibus, paucioribus tribunis in modum servorum obedirent?» Aggiungi Bernardino Baldi, autor corretto44 nella lingua, e molto elegante: «Ma che stiamo Perdendo il tempo, e altrui biasmando insieme, Quando altro abbiam che fare?45» Ed altrove46: «Ma che perdiamo il tempo, e non andiamo Ad impetrar da lei» con quello che segue. Sia detto per incidenza, che se bene delle Egloghe di questo scrittore è conosciuta e riputata solamente quella che s’intitola Celeo, o l’Orto, nondimeno tutte l’altre (che sono quindici, senza un Epitalamio che va con loro), e maggiormente la quinta, la duodecima e la decimaquarta, sono scritte con semplicità, candore e naturalezza tale, [p. 187 modifica]che in questa parte non le arrivano quelle del Sannazzaro né qual altro si sia dei nostri poemi pastorali, eccettuato l'Aminta e in parecchie scene il Pastor Fido.

Ivi, 12. Altrice.
[v. 198]

Credo che ti potrei portare non pochi esempi dell’uso di questa parola, pigliandoli da’ poeti moderni: ma se non ti curi degli esempi moderni, e vuoi degli antichi, abbi pazienza che io li trovi, come spero, e in questo mezzo aiutati col seguente, ch’è del Guidiccioni47. «Mira che giogo vil, che duolo amaro Preme or l’altrice de’ famosi eroi».

Ivi, 13. Se di codardi è stanza,
[v. 199] meglio l’è rimaner vedova e sola.

«Solo» in forza di «romito», «disabitato», «deserto» non è del Vocabolario, ma è del Petrarca48. «Tanto e piú fien le cose oscure e sole Se morte gli occhi suoi chiude ed asconde». E del Poliziano49. «In qualche ripa sola E lontan da la gente [dice d’Orfeo] Si dolerá del suo crudo destino». E del Sannazzaro nel Proemio dell’Arcadia. «Per li soli boschi i salvatichi uccelli sovra i verdi rami cantando». E nell’egloga undecima50. «Piangete, valli abbandonate e sole». E del Bembo51. «Parlo poi meco, e grido, e largo fiume Verso per gli occhi in qualche parte sola». E del Casa52. «Ne i monti e per le selve oscure e sole». E del Varchi53. «Dice per questa valle opaca e sola Tirinto». E del Tasso54. «Per quella via ch’è piú deserta e sola». È tolto ai Latini, tra’ quali55 Virgilio nella Favola d’Orfeo56: [p. 188 modifica]«Te, dulcis coniux, te solo in litore secum, Te veniente die, te decedente canebat». E nel quinto dell’Eneide57: «At procul in sola secretae Troades acta Amissum Anchisen flebant». Cosí anche nel sesto58: «Ibant obscuri sola sub nocte per umbram». E Stazio nel quarto della Tebaide59: «Ingentes infelix terra tumultus, Lucis adhuc medio, solaque in nocte per umbras, Exspirat».

Canzone Terza

[Ad Angelo Mai]

I, 4. Incombe.

Questa ed altre molte parole, e molte significazioni di parole, e molte forme di favellare adoperate in queste Canzoni, furono tratte, non dal Vocabolario della Crusca, ma da quell’altro Vocabolario dal quale tutti gli scrittori classici italiani, prosatori o poeti (per non uscir dell’autorità), dal padre Dante fino agli stessi compilatori del Vocabolario della Crusca, incessantemente e liberamente derivarono tutto quello che parve loro convenevole e che fece ai loro bisogni o comodi, non curandosi che quanto essi pigliavano prudentemente dal latino fosse, o non fosse stato usato da’ piú vecchi di loro. E chiunque stima che nel punto medesimo che si pubblica il vocabolario d’una lingua, si debbano intendere annullate senz’altro tutte le facoltà che tutti gli scrittori fino a quel punto avevano avute verso la medesima; e che quella pubblicazione, per sola e propria sua virtú, chiuda e stoppi a dirittura in perpetuo le fonti della favella; costui non sa che diamine si sia né vocabolario né lingua né altra cosa del mondo.

Ivi, 14. O con l’umano
valor contrasta il duro fato invano?

Il Casa nella prima delle Orazioni per la Lega60: «Né io voglio di questo contrastare con esso lui». E nell’altra61: [p. 189 modifica]«Conciossiaché di tesoro non possa alcuno pur col Re solo contrastare». Angelo di Costanzo nel centesimosecondo Sonetto: «Accrescer sento, e non giá venir meno Il duol, né posso far sí che contrasti Con la sua forza, o che a schernirsi basti Il cor del suo vorace aspro veneno».

IV, 3. A te cui fato aspira
[v. 48] benigno.

I vari usi del verbo «aspirare» cercali nei buoni scrittori latini e italiani; ché se ti fiderai del Vocabolario della Crusca, giudicherai che questo verbo propriamente e unicamente significhi «desiderare e pretendere di conseguire», laddove questa è forse la piú lontana delle metafore che soglia patire il detto verbo. E ti farai maraviglia come Giusto de’ Conti62 pregasse «Amore che gli affrancasse e aspirasse la lingua», e come il Molza63 dicesse che la «fortuna aspirava lieto corso ad Annibal Caro», e il Rucellai che «il sole aspira vapori caldi» e che «il vento aspira il freddo boreale»64 e che «l’orto aspira odor di fiori e d’erbe»65, e come Remigio Fiorentino (avverti questo soprannome) scrivesse in figura di Fedra66: «Il qual sí come acerbamente infiamma Il petto a me [parla d’Amore], cosí benigno e pio A tutti i voti tuoi cortese aspiri». E prima67 avea detto parimente d’Amore: «Cosí benigno A i miei bei voti aspiri». Similmente dice in persona di Paride68: «Né leve aspira A l’alta impresa mia negletto nume». E in persona di Leandro69: «O benigna del ciel notturna luce [viene a dir la luna], Siami benigna ed al mio nuoto aspira». Cosí anche in altri luoghi70. [p. 190 modifica]

VI, 3. Quand’oltre a le colonne, ed oltre ai liti
[v. 78] cui strider parve in seno a l’onda il sole.

Di questa fama anticamente divulgata, che in Ispagna e in Portogallo, quando il sole tramontava, s’udisse a stridere di mezzo al mare a guisa che fa un carbone o un ferro rovente che sia tuffato nell’acqua, sono da vedere il secondo libro di Cleomede71, il terzo di Strabone72, la quartadecima Satira di Giovenale73, il secondo libro delle Selve di Stazio74 e l’Epistola decimottava d’Ausonio75 (5). E non tralascerò in questo proposito quello che dice Floro76, laddove accenna le imprese fatte da Decimo Bruto in Portogallo: «Peragratoque victor Oceani litore, non prius signa convertit, quam cadentem in maria solem, obrutumque aquis ignem, non sine quodam sacrilegii metu, et horrore, deprehendit». Vedi altresí le annotazioni degli eruditi sopra il quarantesimoquinto capo di Tacito delle Cose germaniche.

VII, 5. E del notturno
[v. 95] occulto sonno del maggior pianeta?

Al tempo che poca o niuna contezza si aveva77 della rotonditá della terra, e dell’altre varie dottrine ch’appartengono alla cosmografia, gli uomini non sapendo quello che durante la notte il sole78 operasse o patisse, fecero intorno a questo particolare molte e belle immaginazioni, secondo la vivacitá e la freschezza di quella fantasia che oggidí non si può chiamare altrimenti che fanciullesca, ma pure in ciascun’altra etá degli antichi poteva poco meno che nella puerizia. E se alcuni s’immaginarono che il sole si spegnesse la sera e che la mattina si raccendesse, altri si persuasero che dal tramonto si posasse, e dormisse fino [p. 191 modifica]all’aggiornare; e Mimnermo, poeta greco antichissimo, pone il letto del sole in un luogo della Colchide. Stesicoro79, Antimaco80, Eschilo81, ed esso Mimnermo82 piú distintamente che gli altri dice anche questo, che il sole dopo calato si pone a giacere in un letto concavo a uso di navicella, tutto d’oro, e cosí dormendo naviga per l’Oceano da ponente a levante. Pitea marsigliese, allegato da Gemino83 e da Cosma egiziano84, racconta di non so quali Barbari che mostrarono a esso Pitea la stanza dove il sole, secondo loro, s’adagiava a dormire. E il Petrarca s’avvicinò a queste tali opinioni volgari in quei versi85: «Quando vede ’l pastor calare i raggi Del gran pianeta al nido ov’egli alberga». Siccome in questi altri86 seguí la sentenza di quei filosofi che per via di raziocinio e di congettura indovinavano gli antipodi: «Nella stagion che ’l ciel rapido inchina Verso occidente, e che ’l dí nostro vola A gente che di lá forse l’aspetta». Dove quel «forse», che oggi non si potrebbe dire, è notabilissimo e poetichissimo, perocché lasciava libero all’immaginazione di figurarsi a suo modo87 quella gente sconosciuta, o d’averla in tutto per favolosa; dal che si dee credere che, leggendo questi versi, nascessero di quelle concezioni vaghe e indeterminate che sono effetto principalissimo88 delle bellezze poetiche, anzi di tutte le maggiori bellezze del mondo. Ma, come ho detto, non mi voglio allargare in queste materie.

IX, 23. Al tardo onore
[v. 132] non sorser gli occhi tuoi; mercé, non danno,
l’estrema ora ti fu. Morte domanda
chi nostro mal conobbe, e non ghirlanda.

S’ha rispetto alla congiuntura della morte del Tasso accaduta quando si disponeva d’incoronarlo in Campidoglio. [p. 192 modifica]

XI, 5. Polo.
[v. 155]

È pigliato all’usanza latina per «cielo». Ma il Vocabolario con questo senso non lo passa. Manco male che la Dafne del Rinuccini, per decreto dello stesso Vocabolario, fa testo nella lingua. Sentite dunque, signori pedagoghi, quello che dice il Rinuccini nella Dafne89. «Non si nasconde in selva Sí dispietata belva, Né su per l’alto polo Spiega le penne a volo augel solingo, Né per le piagge ondose Tra le fere squamose alberga core Che non senta d’Amore». Vi pare che questo polo sia l’artico, o l’antartico, o quello della calamita, o l’una delle teste d’un perno, o d’una sala da carrozze? Oh bene inghiottitevi questa focaccia soporifera da turarvi le tre gole che avete, e lasciate passare anche questo vocabolo.

XII, 3. E morte lo scampò dal veder peggio.
[v. 168]
Il Petrarca90: «Altro schermo non trovo che mi scampi Dal manifesto accorger de le genti». Il medesimo in altro luogo91: «Questi in vecchiezza la scampò da morte». Il Passavanti nello Specchio92: «Si facesse beffe di colui che avesse saputo scampar la vita e le cose dalla fortuna, e da’ pericoli del mare». Il Guarini nell’Argomento del Pastor Fido: «Mentre si sforza per camparlo da morte di provare con sue ragioni ch’egli sia forestiero». Segno questi luoghi per ogni buon rispetto, avendo veduto che la Crusca non mette esempio né di «scampare» né di «campare» costruiti nell’uso attivo col sesto caso oltre al quarto. [p. 193 modifica]

Canzone Quarta

[Nelle nozze della sorella Paolina]

I, 1. Poi che del patrio nido
i silenzi lasciando,
te ne la polve de la vita e ’l suono
tragge il destin.

Questa e simili figure grammaticali, appartenenti all’uso de’ nostri gerondi, sono cosí famigliari e cosí proprie di tutti gli scrittori italiani de’ buoni secoli, che volendole rimuovere, non passerebbe quasi foglio di scrittura antica dove non s’avesse a metter le mani. Puoi vedere Il Torto e ’l Diritto del Non si può nel capitolo quinto, dove si dichiara in parte questa proprietá del nostro idioma: dico in parte, e poveramente, a paragone ch’ella si poteva illustrare con infinita quantitá e diversitá d’esempi. E anche oggidí, non che tollerata, va custodita e favorita, considerando ch’ella spetta a quel genere di locuzioni e di modi, quanto piú difformi dalla ragione, tanto meglio conformi e corrispondenti alla natura, de’ quali abbonda il piú sincero, gentile e squisito parlare italiano e greco. E siccome la natura non è manco universale che la ragione, cosí non dobbiamo pensare che questa e altre tali facoltá della nostra lingua producano oscuritá, salvo che s’adoprino con avvertenza e naturalezza. Piuttosto è da temere che se abbracceremo con troppa affezione l’esattezza matematica, e se la studieremo, e ci sforzeremo di promuoverla sopra tutte le altre qualitá del favellare, non riduciamo la lingua italiana in pelle e ossa, com’è ridotta la francese, e non sovvertiamo e distrugghiamo affatto la sua proprietá: essendo che la proprietá di qualsivoglia lingua non tanto consista nelle nude parole e nelle frasi minute, quanto nelle facoltá e forme speciali d’essa lingua, e nella composizione della dicitura. Laonde possiamo scrivere barbaramente quando anche evitiamo qualunque menoma sillaba che non si possa accreditare con dieci o quindici testi classici (quello che oggi s’ha in conto di puritá nello scrivere italiano); e per lo contrario possiamo avere o meritare opinione di scrittori castissimi, accettando o formando parole93 e frasi utili o [p. 194 modifica]necessarie, che non sieno registrate nel Vocabolario, né protette dall’Autoritá degli antichi.

III, 14. E di nervi e di polpe
[v. 44] scemo il valor natio.

L’aggettivo «scemo» negli esempi che la Crusca ne riferisce, è detto assolutamente, e non regge caso. Dunque segnerai nel margine del tuo Vocabolario questi altri quattro esempi: l’uno ch’è dell’Ariosto94, e dice cosí: «Festi, barbar crudel, del capo scemo Il piú ardito garzon che di sua etade», con quello che segue. L’altro del Casa95: «E ’mpoverita e scema Del suo pregio sovran la terra lássa». Il terzo dello Speroni nel Dialogo delle Lingue96: «La quale scema di vigor naturale, non avendo virtú di fare del cibo sangue onde viva il suo corpo, quello in flemma converte». L’ultimo dello stesso nell’Orazione contro le Cortigiane97: «Che scema essendo di questa parte, sarebbe tronca e imperfetta».

Canzone Quinta

[A un vincitore nel pallone]

IV, 4. E pochi Soli
[v. 43] andranno forse.

Cioè pochi anni. «Sole» detto poeticamente per «anno» vedilo nel Vocabolario. E si dice tanto bene quanto chi dice «luna» in cambio di «mese».

V, 5. Nostra colpa e fatal.
[v. 57]

Cioè colpa nostra e del fato. Oggi s’usa comunemente in Italia di scrivere e dir «fatale» per «dannoso» o «funesto» alla [p. 195 modifica]maniera francese; e quelli che s’intendono della buona favella non vogliono che questo si possa fare. Nondimeno io lo trovo fatto dall’Alamanni nel secondo libro della Coltivazione. «Non quello orrendo tuon, che s’assimiglia Al fero fulminar di Giove in alto, Di quell’arme fatal che mostra aperto Quanto sia piú d’ogni altro il secol nostro Giá per mille cagion lá su nemico»98. Parla, come avrai capito, dell’arme da fuoco. E di nuovo nel quinto99: «La fatal bellezza Sopra l’onde a mirar Narcisso torna». Vero è che il poema della Coltivazione, e l’altre opere scritte dall’Alamanni in Francia, come il Girone e l’Avarchide, sono macchiate di parecchi francesismi: e quel ch’è peggio, la detta Coltivazione ridonda maravigliosamente di rozzissime, sregolatissime e assurdissime costruzioni e forme d’ogni genere: tanto ch’ella è forse la piú difficile e scabrosa poesia di quel secolo, non ostante la semplicità dello stile, che per verità non fu cercata dal buono Alamanni, anzi fuggita a piú potere, benché non gli riuscí di schivarla. Ma quelle medesime cagioni che da un lato produssero questi difetti (e che parimente generarono sui principii del cinquecento l’imperfezione della lingua e dello stile italiano), dall’altro lato arricchirono straordinariamente il predetto poema di voci, metafore, locuzioni, che quanto hanno d’ardire, tanto sono espressive e belle; e quanto potrebbero giovare, non solamente agli usi poetici, ma eziandio gran parte di loro alla prosa, tanto in ogni modo sono tutte sconosciutissime al piú degli scrittori presenti.

Canzone Sesta

[Bruto minore]

I, 1. Poi che divelta, ne la tracia polve
giacque .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  
prepara.

Acciò che questa mutazione di Tempo non abbia a pregiudicare100 agli stomachi gentili de’ pedagoghi, la medicheremo con [p. 196 modifica]un pizzico d’autoritá virgiliana. «Postquam res Asiae, Priamique evertere gentem Immeritam visum Superis, ceciditque superbum Ilium et omnis humo fumat neptunia Troia; Diversa exsilia et desertas quaerere terras Auguriis agimur Divum»101. «Irim de caelo misit saturnia Iuno Iliacam ad classem, ventosque adspirat eunti»102. «Ille intra tecta vocari Imperat, et solio medius consedit avito»103. «At non sic phrygius penetrat Lacedaemona pastor, Ledaeamque Helenam troianas vexit ad urbes»104. «Haec ait, et liquidum ambrosiae diffundit odorem, Quo totum nati corpus perduxit»105. Reco questi soli esempi dei mille e piú che si potrebbero cavare dal solo Virgilio, accuratissimo e compitissimo sopra tutti i poeti del mondo.

II, 2. De le trepide larve.
[v. 17]

«Trepidus» è quel che sarebbe «tremolo» o pure «agitato», e «trepidare» latino è come «tremolare» o «dibattersi». E perché la paura fa che l’animale trema e s’agita, però le dette voci spesse volte s’adoperano a significazione della paura; non che dinotino la paura assolutamente né di proprietà loro. E spessissime volte non hanno da far niente con questa passione, e quando s’appagano del senso proprio e quando anche non s’appagano. Ma la Crusca termina il significato di «trepido» in quello di «timoroso». Va errata: e se non credi a me, che non son venuto al mondo fra il dugento e il seicento, e non ho messo i lattaiuoli né fatto a stacciabburatta in quel di Firenze, credi al Rucellai, ch’ebbe l’una e l’altra virtú. «Allor106 concorron trepide, e ciascuna Si mostra ne le belle armi lucenti, ... e con voce alta e roca Chiaman la gente in lor linguaggio a l’arme». Questa è la paura dell’api «trepide». E cosí la sentenza come la voce ritrassela il Rucellai da Virgilio107: «Tum trepidae inter se coeunt, pennisque coruscant, . . . magnisque vocant clamoribus hostem». [p. 197 modifica]Anche il testimonio dell’Ariosto, benché l’Ariosto non fu toscano, potrebb’essere che fosse creduto. «Ne la108 stagion che la frondosa vesta Vede levarsi e discoprir le membre Trepida pianta fin che nuda resta». Quanto poi tocca al verbo italiano «trepidare», che la Crusca definisce similmente per «aver paura», «temere», «paventare», venga di nuovo in campo a farla discredere il medesimo Rucellai. «A te109 bisogna gli animi del vulgo, I trepidanti petti e i moti loro Vedere innanzi al maneggiar de l’armi»; cioè «gli ondeggianti, inquieti, fremebondi petti». Anche questo è di Virgilio110. «Continuoque animos vulgi et trepidantia bello Corda licet longe praesciscere». Venga fuori eziandio l’Alamanni. «Egli111 stesso alla fin cruccioso prende La trepidante insegna, e ’n voci piene Di dispetto e d’onol, la porta e ’n mezzo Dell’inimiche schiere a forza passa». Cioè «la barcollante» o «la tremolante insegna». E forse ch’ha paura anche «il polso trepidante» dalla febbre amorosa nel testo del Firenzuola?112.

III, 1. E la ferrata
[v. 31] necessitá.

«Ferrata» cioè «ferrea». Nel difendere questa sorta di favellare metterò piú studio che nelle altre, come quella che non è combattuta da’ pedagoghi ma dal cavalier Monti, il quale113 dall’una parte biasima fra Bartolomeo da San Concordio che in un luogo degli Ammaestramenti dicesse «ferrate» a guisa di «ferree», dall’altra i compilatori del Vocabolario che riportassero il detto luogo dove registrarono gli usi metaforici della voce «ferrato». In quanto al Vocabolario, è certissimo che sbaglia, come poi si dirà. Ma il fatto di quel buono antico mi persuado che, oltre a scusarlo, si possa anche lodare. Primieramente la nostra lingua ha per usanza di mettere i participii, massimamente passivi, in luogo de’ nomi aggettivi (come praticarono i Latini), e per lo contrario i nomi aggettivi in luogo de’ participii, secondo [p. 198 modifica]che diciamo «lodato» o «laudato» per «lodevole»114, «onorato» per «onorevole», «fidato» per «fido», «rosato» in vece di «roseo »; e dall’altro canto «affannoso» per «affannato», «doloroso» per «dolorato», «faticoso» per «affaticato»115; o come quando si dice «essere» o «aver pieno» o «ripieno» o «morto» per «essere» o «aver empiuto» o «riempiuto» o «ucciso». Anche diciamo ordinariamente «essere» o «aver sazio», «privo», «quieto», «fermo», «netto», e mille altri, per «essere» o «aver saziato», «privato», «quietato», «fermato», «nettato». Ma lascio questo, perchè possiamo credere che si faccia piuttosto per contrazione degli stessi participii che per surrogazione degli aggettivi. In sostanza «ferrato» detto per «ferreo» mi par ch’abbia tanto dell’italiano quanto n’ha «rosato» in cambio di «roseo». Nel secondo luogo soggiungerò che quantunque io non sappia di certo se i nostri poeti antichi e moderni quando chiamarono e chiamano «aurati», «orati» o «dorati» i raggi del sole116, i ricci delle belle donne117, gli strali d’Amore118 e cose tali, ed «argentata» o «inargentata» la luna119, i ruscelli120 o altro, volessero e vogliano intendere che quei raggi, quei ricci, quei dardi sieno inverniciati d’oro o che sieno d’oro massiccio, e che la luna e i ruscelli sieno incrostati d’argento o sieno fatti d’argento; so bene che il «colore aurato» del raspo d’uva121 e il «color dorato» del cotogno122 nell’Alamanni, e parimenti il «colore arientato» della luna in Francesco da Buti123, sono colori, quelli «d’oro», e questo «d’argento», e non vestiti dell’uno o dell’altro metallo, perché non vedo che al colore, in quanto colore, se gli possa fare una camicia né d’argento né d’oro né d’altra materia. Lo stesso dovremo intendere del «color dorato» che diciamo comunemente di certi cavalli, di certi vini e [p. 199 modifica]dell’altre cose che l’hanno; e cosí lo chiamano anche i Francesi. Un cotal ponte che il Tasso chiama «dorato», so certamente che fu «d’oro» per testimonio del medesimo Tasso, che lo fabbricò del proprio. «Ecco124 un ponte mirabile appariva, un ricco ponte d’or, che larghe strade Su gli archi stabilissimi gli offriva. Passa il dorato varco; e quel giú cade». Oltre a questo so che l’«aurata pellis» di Catullo125 è propriamente il famoso vello d’oro; il quale se fosse stato indorato a bolo, a mordente o come si voglia, o ricamato d’oro, o fatto a uso delle tocche, non si moveva Giasone per andarlo a conquistare, e non era il primo a cacciarsi per forza in casa de’ pesci. E so che gli «aurati vezzi»126 che portava al collo quel giovanetto indiano descritto da Ovidio per galante e magnifico nell’ornamento della persona, sarebbe stata una miseria che non fossero «d’oro» solido; che la «pioggia aurata» di Claudiano127 è pioggia «d’oro» del finissimo; che l’asta «aeratae cuspidis» nelle Metamorfosi d’Ovidio128 è probabile ch’abbia la punta «di rame» o «di ferro», e in ultimo che gli «aerati nodi»129, l’«aeratae catenae»130 e l’«aerata pila»131 di Properzio sono altresí «di ferro» o «di rame». Posto dunque che sia ben detto «aeratus» in vece di «aereus»; «auratus», ed «aurato», «orato» o «dorato» in vece d’«aureus» e d’«aureo»; «argentato» o «inargentato» in vece d’«argenteo»; non potrá stare che «ferrato» in vece di «ferreo» sia detto male. Ed eccoti fra i Latini Valerio Flacco nel sesto libro chiama «ferrate» certe immagini di ferro. «Densique132 levant vexilla Coralli, Barbaricae queis signa rotae ferrataque dorso Forma suum». Lascio stare che dove nel terzo delle Georgiche133 si legge, «Primaque ferratis praefigunt ora capistris», dice Servio che «ferrati» sta per «duri»: intende che sia metaforico, e salvo questo, viene a dire che sta per «ferrei»: sicché o ragione o torto ch’egli abbia [p. 200 modifica]in questo luogo, mostra che «ferratus» nel sentimento di «ferreus» non gli sa né vizioso né strano. Queste tali non sono metafore, cioè traslazioni, ma catacresi, o vogliamo dire, come in latino, abusioni: la qual figura differisce sostanzialmente dalla metafora, in quanto la metafora trasportando la parola a soggetti nuovi e non propri, non le toglie per questo il significato proprio (eccetto se il metaforico a lungo andare non se lo mangia, connaturandosi col vocabolo) ma, come dire, glielo accoppia con un altro o con piú d’uno, raddoppiando o moltiplicando l’idea rappresentata da essa parola. Doveché la catacresi scaccia fuori il significato proprio e ne mette un altro in luogo suo; talmente che la parola in questa nuova condizione esprime un concetto solo come nell’antica, e se lo appropria immediatamente per modo che tutta quanta ell’è, s’incorpora seco lui. Come interviene appunto nel caso nostro, che la voce «ferrato» importa onninamente «ferreo», e chi dice «ferreo», dice altrettanto né piú né meno. Laddove se tu chiami lampade il sole, come fece Virgilio, quantunque la voce «lampade» venga a dimostrare il «sole», non perciò si stacca dal soggetto suo proprio, anzi non altrimenti ha forza di dare ad intendere il sole, che rappresentando quello come una figura di questo. E veramente le metafore non sono altro che similitudini o comparazioni raccorciate. Occorrendo poi (secondo che fece fra Bartolomeo da San Concordio) che si chiamino ferrate le menti degli uomini, allora il vocabolo «ferrate» sarà metaforico; in guisa nondimeno che la metafora non consisterá nello scambio della voce «ferree» colla voce «ferrate», il quale sarà fatto per semplice catacresi, ma nell’accompagnamento di tale aggettivo con tale sostantivo; perché in effetto le menti degli uomini, credo bene che sieno quali di fumo, quali di vento, quali di rapa, quali d’altre materie, ma per quello ch’io sappia, non sono «di ferro». Il che né piú né meno sará il senso letterale della metafora; cioè che quelle menti sieno «di ferro», non giá che sieno «munite di ferro». E qui pecca il Vocabolario, che senza piú, mette l’esempio di Fra Bartolomeo tra gli usi metaforici di «ferrato» fatto da «ferrare» cioè «munire di ferro», quando bisognava specificare appartatamente che «ferrato» s’usa talora in cambio di «ferreo», non solamente nel proprio, ma eziandio nell’improprio, e quivi allegare il suddetto esempio. Al quale aggiungerò quello d’uno scrittore meno antico d’etá e molto piú ragguardevole d’ingegno e di letteratura che non fu quel [p. 201 modifica]buon Frate, cioè del Poliziano, che sotto la persona d’Orfeo dice a’ guardiani dell’inferno134: «Dunque m’aprite le ferrate porte». Non può voler dire che queste porte sieno «guarnite di ferro», come sono anche le piú triste porte di questo mondo, ma dee volere che sieno «di ferro», come si possono immaginare le porte di casa del diavolo, che non ha carestia di metalli, essendo posta sotterra, né anche di fuoco da fonderli, essendo come una fornace. Altrimenti quell’aggettivo nel detto luogo avrebbe del fiacco pure135 assai. Cosí quando Properzio136 chiamò «ferrata» la casa di Danae, «ferratam Danaes domum», si può stimare che non avesse riguardo a’ saliscendi o a’ paletti delle porte né agl’ingraticolati che potessero137 essere alle finestre, ma volesse intendere ch’ella fosse «di ferro», come Orazio138 la fece di bronzo, o d’altro metallo ch’ei volesse denotare con quell’«ahenea». E nello stesso Poliziano, poco avanti al predetto luogo139, il «ferrato inferno» è «spietato» o «inesorabile», e se non fosse la traslazione, «ferreo». Di piú troverai nel Chiabrera140 un «ferrato usbergo», il quale io mi figuro che sia «di ferro»; e nel Redi141 «le ferrate porte» del palazzo d’Amore: se non che dicendo il poeta che su queste porte ci stavano le guardie, mostra che dobbiamo intendere delle soglie; e però quell’aggiunto mi riesce molto male appropriato, che che si voglia significare in quanto a sé. Dato finalmente che gli arpioni, vale a dire i gangheri, delle porte e delle finestre, come anche le bandelle, cioè quelle spranghe che si conficcano nelle imposte, e per l’anello che hanno all’una delle estremità, s’impernano negli arpioni, sieno fatte, e non foderate o fasciate, di ferro effettivo; resta che «ferrato» nel passo che segue, sia detto formalmente in luogo di «ferreo», e non di «ferreo» traslato, ma del proprio e naturale quanto sarebbe se dicessimo, verbigrazia, «ferreo secolo». Il passo è riferito nel Vocabolario della Crusca alla voce «bandella», e parte ancora alla voce «arpione», e spetta all’antico Volgarizzamento manoscritto [p. 202 modifica]dell’Eneide, nella quale corrisponde alquanto sotto il mezzo del secondo libro142 «Ma Pirro risplendiente in arme, tolta una mannaia a due mani, taglia le dure porte, e li ferrati arpioni delle bandelle». Da tutte le sopraddette cose conchiuderemo, a parer mio, che la voce «ferrato» posta per «ferreo», non tanto che si debba riprendere, ma nella poesia specialmente, s’ha da tenere per una dell’eleganze della nostra lingua.

IV, 13. Quando le infauste luci
[v. 58] virile alma ricusa.

«Luci» per «giorni» sta nella Crusca veronese con un testo del Caro, al quale aggiungendo il seguente, ch’è d’uomo fiorentino, anzi fiorentinissimo, cioè del Varchi143, non sei per fare opera perduta. «Dopo atre notti, piú lucenti e belle Luci piú vago il Sol mena a le genti». Il Petrarca144 usa il singolare di «luce» per «vita». «I’ che temo del cor che mi si parte, E veggio presso il fin della mia luce».

V, 4. Ma se spezzar la fronte
[v. 64] ne’ rudi tronchi, o da montano sasso
dare al vento precipiti le membra,
lor suadesse affanno.

Il Vocabolario ammette le voci «suadevole», «suado», «suasione», «suasivo». Ma che vale? Se non porta a lettere di scatola il verbo «suadere», chi mi proscioglie dal peccato d’impurità? Non certo i Latini: di modo ch’io me ne vo dannato senz’altro; e mi terrá compagnia l’Ariosto, che nel terzo del Furioso145 disse di Bradamante: «Quivi l’audace giovane rimase Tutta la notte, e gran pezzo ne spese A parlar con Merlin, che le suase Rendersi tosto al suo Ruggier cortese». Anzi troverò fra la gente perduta anche il Bembo, capitato male per lo stesso misfatto, e che piú? fino al padre Dante, che non s’astenne dal participio «suaso». E quanto al peccato di questi due, vedi il Dizionario dell’Alberti. [p. 203 modifica]

Canzone Settima

[Alla Primavera]

I, 5. Credano il petto inerme
gli augelli al vento.

Se tu credi al Vocabolario della Crusca, non puoi «credere» cioè «fidare» altrui se non quel danaio che ti paresse di dare in prestito, voglio dire a usura, ché in altro modo è fuor di dubbio che non puoi, quando anche lo permetta il Vocabolario. Ma se credi agli ottimi scrittori latini e italiani, «crederai» cioè «fiderai » cosí la roba come la vita, l’onore e quante cose vorrai, non solamente alle persone, ma eziandio, se t’occorre, alle cose inanimate. Per ciò che spetta ai latini, domandane il Dizionario; o quello del Forcellini o quello del Gesner o di Roberto Stefano o del Calepino o del Mandosio o di chi ti pare. Per gl’italiani vaglia l’esempio seguente, ch’è dell’Alamanni146. «Tutto aver si convien, né men che quelli Ch’al tempestoso mar credon la vita». E quest’altro, ch’è del Poliziano147. «Né si credeva ancor la vita a’venti». E questo, ch’è del Guarini148. «Dunque a l’amante l’onestà credesti?» Al che l’autore medesimo fa quest’annotazione149. «Ripiglia acutamente Nicandro la parola di ‛credere’, ritorcendola in Amarilli con la forza d’un altro significato, che ottimamente gli serve; perciocché il verbo ‛credere’ nel suo volgare e comunissimo sentimento significa ‛dar fede’; e in questo l’usa Amarilli. Significa ancora ‛confidare sopra la fede’, sí come l’usano molte volte i Latini; e in questo l’usa Nicandro in significazione attiva, volendo dire: ‛Dunque confidasti tu in mano dell’amante la tua onestà?’» E forse il Molza ebbe la medesima intenzione de’ poeti sopraddetti usando il verbo «credere» in questo verso della Ninfa Tiberina150: «Troppo credi e commetti al torto lido». [p. 204 modifica]

II, 2. Dissueto.
[v. 21]

Questo forestiere porta una patente di passaggio fatta e sottoscritta da «Dissuetudine» e autenticata da «Insueto», «Assueto», «Consueto» e altri tali gentiluomini italiani, che la caverá fuori ogni volta che bisogni. Ma non si cura che gli sia fatta buona per entrare nel Vocabolario della Crusca, avendo saputo che un suo parente, col quale s’acconcerebbe a stare, non abita in detto paese. E questo parente si è un cotal «Mansueto»; non quello che, secondo la Crusca, è «di benigno e piacevole animo», o «che ha mansuetudine», vale a dire è mansueto; in somma non quel «Mansueto» ch’è mansueto, ma un altro, che sotto figura di participio, come sarebbe quella del mio «Dissueto», significa «mansuefatto» o «ammansato», anche di fresco, e si trova in casa del Tasso. «Gli umani ingegni Tu placidi ne rendi, e l’odio interno Sgombri, signor, da’ mansueti cori, Sgombri mille furori151». Questi che opera tanti miracoli, se già non l’hai riconosciuto, è colui che ’l mondo chiama Amore. Per giunta voglio che sappiano i pedagoghi ch’io poteva dire «disusato» per «dissueto», colla stessissima significazione; ed era parola accettata nel Vocabolario, oltre che in questo senso riusciva elegante, e di piú si veniva a riporre nel verso come da se stessa. A ogni modo volli piuttosto quell’altra. E perché? Questo non tocca ai pedanti di saperlo. Ma in iscambio di ciò, li voglio servire d’un bello esempio della voce «dissuetudine», che lo metteranno insieme con quello che sta nel Vocabolario; come anche d’un esempio della parola «disusato» posta in quel proprio senso ch’io formo il vocabolo «dissueto». «Mi sveglia dalla dissuetudine e dalla ignoranza di questa pratica». Il qual esempio è del Caro, e si trova nel Comento sopra la Canzone de’ Gigli152. L’altro esempio è del Casa, e leggesi nel Trattato degli Uffici comuni153. «Perciocché a lui pareva dovere avvenire ch’essi a poco a poco da quello che di lui pensar solevano, disusati, avrebbero cominciato a concepire nelle menti loro non so che di maggiore istima». Il latino ha «desuefacti». [p. 205 modifica]

Ivi, 9. E ’l pastorel ch’a l’ombre
[v. 28] meridiane incerte [col rimanente della stanza].

Anticamente correvano parecchie false immaginazioni appartenenti all’ora del mezzogiorno, e fra l’altre, che gli Dei, le ninfe, i silvani, i fauni e simili, aggiunto le anime de’ morti, si lasciassero vedere o sentire particolarmente su quell’ora; secondo che si raccoglie da Teocrito154, Lucano155, Filostrato156, Porfirio157, Servio158 ed altri, e dalla Vita di san Paolo primo eremita159 che va con quelle de’ Padri e fra le cose di san Girolamo. Anche puoi vedere il Meursio160 colle note del Lami161, il Barth162, e le cose disputate dai comentatori e specificatamente dal Calmet in proposito del demonio meridiano detto nella Scrittura163. Circa all’opinione che le ninfe e le dee sull’ora del mezzogiorno si scendessero a lavare ne’ fiumi o ne’ fonti, dà un’occhiata all’Elegia di Callimaco Sopra i lavacri di Pallade164, e in particolare quanto a Diana, vedi il terzo libro delle Metamorfosi165.

Ivi, 10. E a la fiorita
[v. 29] margo adducea de’ fiumi.

Se per gli esempi recati nel Vocabolario la voce «margo» non ha sortito altro genere che quello del maschio, non ti maravigliare ch’io te l’abbia infemminita. E non credere ch’a far questo ci sia bisognato qualche gran forza di stregheria, qualche fatatura, o un miracolo come quelli delle Trasformazioni d’Ovidio. Giá sai che da un pezzo addietro non è cosa piú giornaliera [p. 206 modifica]e che faccia meno maraviglia del veder la gente effeminata. Ma lasciando questo, considera primieramente che la voce «margine», in quanto significa «estremitá», «orlo», «riva», ha l’uno e l’altro genere; e secondariamente che «margine» e «margo» non sono due parole, ma una medesima con due varie terminazioni, quella del caso ablativo singolare di «margo» voce latina, e questa del nominativo. Dunque, siccome dicendo, per esempio, «imago» in vece d’«imagine», tu non fai mica una voce mascolina, ma femminina, perché «imagine» è sempre tale; parimente se dirai «margo» in iscambio, non di «margine» sostantivo mascolino, ma di quell’altro «margine» ch’è femminino, avrai «margo» non giá maschio, non giá ermafrodito, ma tutto femmina bella e fatta in un momento, come la sposa di Pigmalione, che fino allo sposalizio era stata di genere neutro. O pure (volendo una trasmutazione piú naturale) come l’amico di Fiordispina; se non che questa similitudine cammina a rovescio del caso nostro in quanto ai generi.

V, 2. Le varie note
[v. 78] dolor non finge.

Cioè «non forma», «non foggia», secondo che suona il verbo «fingere» a considerarlo assolutamente. Non è roba di Crusca. Ma è farina del Rucellai giá citato piú volte. «Indi166 potrai veder, come vid’io, Il nifolo, o proboscide, come hanno Gl’indi elefanti, onde con esso finge [parla dell’ape] sul rugiadoso verde e prende i figli». E dello Speroni167. «Egli al fin trovi una donna ove Amore con maggior magistero e miglior subbietto, conforme agli alti suoi meriti lo voglia fingere ed iscolpire». È similmente del Caro nell’Apologia168; la quale, avanti che uscisse, fu riscontrata coll’uso del parlar fiorentino e ritoccata secondo il bisogno da quel medesimo 169 che nell’Ercolano fece la famosa prova di rannicchiare tutta l’Italia in una porzione di Firenze. «E le [voci] nuove, e le nuovamente finte, e le greche, e le barbare, e le storte dalla prima forma e dal propio significato tal volta?» Dove [p. 207 modifica]il Caro ebbe l’occhio al detto d’Orazio170, «Et nova fictaque nuper habebunt verba fidem, si Graeco fonte cadant, parce detorta».

Ivi, 18. S’alberga.
[v. 94]

«Albergare» attivo, o neutro assoluto, dicono i testi portati nel Vocabolario sotto questa voce. «Albergare» neutro passivo, dico io coll’Ariosto: «Pensier171 canuto né molto né poco Si può quivi albergare in alcun core».

Canzone Ottava

[Ultimo canto di Saffo]

I, 14. Noi per le balze e le profonde valli
natar giova tra’ nembi

Il verbo «giovare» quando sta per «dilettare» o «piacere», se attendiamo solamente agli esempi che ne registra sotto questo significato il Vocabolario, non ammette altro caso che il terzo. Ma qui voglio intendere che sia detto col quarto, bench’io potessi allegare che «noi», «voi», «lui», «lei» si trovano adoperati eziandio nel terzo senza il segnacaso. Ora lasciando a parte i Latini, i quali dicono «iuvare» in questo medesimo sentimento col caso quarto; e lasciando altresi che «giovare», quando suona il contrario di «nuocere», non rifiuta il detto caso, come puoi vedere nello stesso Vocabolario, e che l’accidente di ricevere quell’altra significazione traslata, o comunque si debba chiamare, non cambia la regola d’esso verbo; dirò solamente questo, che in uno dei luoghi del Petrarca citati qui dalla Crusca, il verbo «giovare», costruito col quarto caso, non ha la significazione sua propria, sotto la quale è recato il detto luogo nel Vocabolario, ma ben quella appunto di «piacere» o «dilettare», come ti chiarirai, solamente che il verso allegato dalla Crusca si rannodi a quel tanto da cui dipende. «Novo piacer che negli umani ingegni Spesse [p. 208 modifica]volte si trova, D’amar qual cosa nova Piú folta schiera di sospiri accoglia. Ed io son un di quei che ’l pianger giova». Il Poliziano usa il verbo «giovare» in questa significazione assolutamente, cioè senza caso. «Quanto172 giova a mirar pender da un’erta Le capre e pascer questo e quel virgulto!» E il Rucellai, fra gli altri, adopera nella stessa forma la voce «gradire». «Quanto173 gradisce il vederle ir volando Pe i lieti paschi e per le tenere erbe!» Dice delle api.

IV, 8. Me non asperse
[v. 62] del soave licor l’avara ampolla
di Giove.

Vuole intendere di quel vaso pieno di felicità che Omero174 pone in casa di Giove; se non che Omero dice una botte, e Saffo un’ampolla, ch’è molto meno, come tu vedi: e il perché le piaccia di chiamarlo cosí, domandalo a quelli che sono pratichi di questa vita.

IV, 10. Indi che.
[v. 64]

Cioè «d’allora che», «da poi che». Della voce «indi» costrutta colla particella «che», se ne trovano tanti esempi nella Coltivazione dell’Alamanni, ch’io non saprei quale mi scegliere che facesse meglio al proposito175. E però lascio che se li trovi chi n’avrá voglia, massimamente bastando la ragione grammaticale a difendere questa locuzione, senza che ci bisogni l’autoritá né degli antichi né della Crusca. «I’ fuggo indi ove sia Chi mi conforte ad altro ch’a trar guai», dice il Bembo176. Cioè «di lá dove». Ma siccome la voce «indi» talvolta è di luogo, e significa «di lá», talvolta di tempo, e significa «d’allora», perciò séguita che questo passo della nostra Canzone, dove «indi» è voce di tempo, significhi «d’allora che» né piú né meno che il passo del Bembo significa «di lá dove», e nel modo che dice Giusto de’ Conti177: [p. 209 modifica]«E il ciel d’ogni bellezza Fu privo e di splendore D’allor che ne le fasce fu nudrita». Cioè «da che». Il quale avverbio temporale «da che» non è registrato nel Vocabolario; e perché fa molto a questo proposito, lo rincalzerò con un esempio del Caro178. «Da ch’io la conobbi, non è cosa ch’io non me ne prometta». Altri esempi ne troverai senza molto rivolgere, e nel Caro e dovunque meglio ti piaccia. Ma io ti voglio pur mostrare questa medesima locuzione «indi che», adoperata in quel proprio senso ch’io le attribuisco; per la qual cosa eccoti un passo179 di Terenzio180. «Quamquam haec inter nos nupera notitia admodum’ st (Inde adeo quod agrum in proxumo hic mercatus es), Nec rei fere sane amplius quidquam fuit; Tamen» col resto. Dal qual passo181 i piú de’ comentatori e de’ traduttori non ne cavano i piedi. Vuol dire182: «Non ostante che tu ed io siamo conoscenti di poco tempo (cioè da quando hai comperato questo podere qui nel contorno), e che poco o nient’altro abbiamo avuto da fare insieme; tuttavia» con quello che segue.

Canzone Nona

[Inno ai Patriarchi]

Chiamo quest’inno, Canzone, per esser poema lirico, benché non abbia stanze né rime, ed atteso anche il proprio significato della voce «canzone», la quale importa il medesimo che la voce greca «ode», cioè «cantico». E mi sovviene che parecchi poemi lirici d’Orazio, non avendo strofe, e taluno oltre di ciò essendo composto d’una sola misura di versi, tuttavia si chiamano «odi» come gli altri; forse perché il nome appartiene alla qualitá non del metro ma del poema, o vogliamo dire al genere della cosa e non al taglio della veste. In ogni modo mi rimetto alla tua prudenza: e se qui non ti pare che ci abbia luogo il titolo di Canzone, radilo, scambialo, fa quello che tu vuoi. [p. 210 modifica]

Verso 10. Equa.

Tra l’altre facezie del nostro Vocabolario, avverti anche questa, che la voce «equo» non si può dire, perché il Vocabolario la scarta, ma ben si possono dire quarantadue voci composte o derivate, ciascheduna delle quali comincia o deriva dalla suddetta parola.

15. E pervicace ingegno.

Qui non vale semplicemente «ostinato» e «che dúra e insiste», ma oltre di ciò significa «temerario» e «che vuol fare o conseguire quello che non gli tocca né gli conviene». Orazio nell’Ode terza del terzo libro183: «Non haec iocosae conveniunt lyrae. Quo, Musa, tendis? desine pervicax Referre sermones deorum, et Magna modis tenuare parvis». Vedi ancora la diciannovesima del secondo libro184, nella quale «pervicaces» viene a inferire «petulantes», «procaces» e, come dichiarano le glose d’Acrone, «protervas»; ma è pigliato in buona parte. E noto l’uno e l’altro luogo d’Orazio perché non sono avvertiti dal Forcellini e perché la voce «pervicax», a guardarla sottilmente, non dice in questi due luoghi quel medesimo ch’ella dice negli esempi recati in quel Vocabolario185.

32. E gl’inarati colli
solo e muto ascendea l’aprico raggio
di febo.

I verbi «salire», «montare», «scendere» sono adoperati da’ nostri buoni scrittori, non solamente col terzo o col sesto caso, ma eziandio col quarto senza preposizione veruna. Dunque potremo fare allo stesso modo anche il verbo «ascendere», come lo fanno i Latini, e come lo fa medesimamente il Tasso in due luoghi della Gerusalemme186. [p. 211 modifica]

43. Fratricida187.

Il Vocabolario dice solamente «fraticida» e «fraticidio». Ma io, non trovando ch’Abele si facesse mai frate, chiamo Caino «fratricida» e non «fraticida».

46.

Primo i civili tetti, albergo e regno
a le macere cure, innalza; e primo
il disperato pentimento i ciechi
mortali egro, anelante, aduna e stringe
ne’ consorti ricetti.

«Egressusque Cain a facie Domini», dice il quarto della Genesi188, «habitavit profugus in terra ad orientalem plagam Eden. Et aedificavit civitatem».

51. Improba.

Don Giovanni Dalle Celle nel volgarizzamento dei Paradossi di Cicerone189: «Certo io te, non istolto, come spesse fiate, non improbo, come sempre, ma demente e pazzo con forti ragioni ti dimostrerò». Cosí ancora in altro luogo del medesimo Volgarizzamento190. Il Machiavelli nel Capitolo di Fortuna191: «Spesso costei i buon sotto i piè tiene, Gl’improbi inalza». Aggiungi questi esempi a quelli del volgarizzatore antico di Boezio che ti sono portati per questa voce nelle Giunte veronesi192.

53. Eruppe.

Sia pregato il Vocabolario ad accettare per buona la voce «erompere» o «erumpere», e lo muova a farle193 questa cortesia [p. 212 modifica]l’autore del Cortegiano194. «Quasi come scoppio di bombarda erumpe dalla quiete, che è il suo contrario».

62. Instaurata.

Se la parola «instaurare» è un contrabbando, facciano i doganieri pedanti cercare indosso al Segretario fiorentino, e non abbiano rispetto al segretariato, ché gliela troveranno attorno. «Partito Attila d’Italia, Valentiniano imperatore occidentale pensò d’instaurare quella»195. E altrove196. «Accrebbe Ravenna, instaurò Roma, ed eccettoché la disciplina militare, rendé ai Romani ogni altro onore». E in piú altri luoghi197.

77. Nodrici.

Hai questo vocabolo nel Dizionario dell’Alberti coll’autoritá del Tasso.

100.

A le riposte
leggi del Cielo e di Natura indutto
valse l’ameno error, le fraudi e ’l molle
pristino velo.

Maniera tolta ai Latini, ma per amore, non per forza. L’Ariosto nel ventesimosettimo del Furioso198: «Ed egli e Ferraú gli aveano indotte L’arme del suo progenitor Nembrotte». Questa locuzione al mio palato è molto elegante; ma quelli che non mangiano se non Crusca, sappiano che questa non è Crusca, e però199 la sputino. Vuol dire «gliele aveano vestite», ed è frequentissima nella buona latinitá con questa e con altre significazioni.

116. Inesperti.

Qui è voce passiva. Non la stare a cercare nel Vocabolario, ché sotto questo significato non ce la troverai, ma piuttosto cerca la voce «esperto», e vedi anche «inexpertus» nei Vocabolari latini. [p. 213 modifica]

117.

E la fugace, ignuda
felicitá per l’imo sole incalza.

Non occorre avvertire che la California sta nell’ultimo termine occidentale del continente. La nazione de’ Californii, per ciò che ne riferiscono i viaggiatori, vive con maggior naturalezza di quello ch’a noi paia, non dirò credibile, ma possibile nella specie umana. Certi che s’affaticano di ridurre la detta gente alla vita sociale, non è dubbio che in processo di tempo verranno a capo di quest’impresa; ma si tiene per fermo che nessun’altra nazione dimostrasse di voler fare cosí poca riuscita nella scuola degli Europei.

Canzone Decima

[Alla sua donna]

Stanza V, verso 1. Se de l’eterne idee
[v. 45] l’una se’ tu.

La nostra lingua usa di preporre l’articolo al pronome «uno», eziandio parlando di piú soggetti, e non solamente, come sono molti che lo credono, quando parla di soli due. Basti recare di mille esempi il seguente, ch’io tolgo dalla quindicesima novella del Boccaccio. «Egli era sopra due travicelli alcune tavole confitte, delle quali tavole quella che con lui cadde era l’una».


Lettor mio bello, (è qui nessuno, o parlo al vento?) se mai non ti fossi curato de’ miei consigli, e t’avesse dato il cuore di venirmi dietro, sappi ch’io sono stufo morto di fare, come ho detto da principio, alle pugna; e la licenza che ti ho200 domandata per una volta sola, intendo che giá m’abbia servito. E però «hic caestus artemque repono». Per l’avvenire, in caso che mi querelino d’impuritá di lingua e che abbiano tanta ragione con quanta potranno incolpare i luoghi notati di sopra e gli altri della stessa data, verrò cantando quei due famosi versi che Ovidio compose quando in Bulgaria gli era dato del barbaro a conto della lingua.


Note

  1. [I due periodi seguenti nell’ediz. Piatti sono citati, appunto dal «Nuovo Ricoglitore», ma con un paio d’errori, in nota alla canzone Alla sua donna.]
  2. [Segue la canzone «Cara beltà che amore».]
  3. [Qui finisce l’annuncio bibliografico, che il Leopardi premise, anonimo, alle Annotazioni, ripubblicandole nel «Nuovo Ricoglitore».]
  4. [Nell’ediz. Nobili questa parola manca.]
  5. Tr. d’Am., capit. iii, vers. 22.
  6. Son. xiii.
  7. Firenze 1815, p. 3.
  8. Dial. d’Amore. Dialoghi dello Sper., Venez. 1596, p. 3.
  9. Canzone iv, stanza 3.
  10. Son. xlv.
  11. Cap. vii. Milano 1811, p. 95.
  12. V. 49, 50.
  13. V. 21, 23.
  14. C. vi, art. 17.
  15. Vocab. della Crusca, v. «spirato».
  16. Canz. «Chiare, fresche e dolci acque», st. 3.
  17. Gerus. liber., canto xii, stanza 5.
  18. C. xiv, st. 17.
  19. Past. fido, Atto i, scena 4, v. 206.
  20. Part. i, c. i. Fir. 1731-1735. t. i, p. 3.
  21. C. v, p. 12.
  22. C. xxxv, p. 103.
  23. Endim., At. v, scena 2, v. 35.
  24. V. 19.
  25. Voc. della Crus., v. «rassomigliante».
  26. V. «assomigliante».
  27. V. «assimigliante».
  28. Roma 1817, p. 22.
  29. P. 33.
  30. P. 35
  31. Lib. vi. Mil. 1819, p. 185.
  32. L. ii, p. 61; l. iii, p. 75; l. iv, p. 103; l. v, pp. 148 e 169.
  33. Lett., vol. IV, part. ii. Op. del Bem, Ven. 1729, t. iii, p. 310.
  34. [Invece dei successivi esempi del Pandolfini, nell’ediz. Nobili ce n’era uno del Casa: «Che parlo io degli uomini? Questa terra, sacra Maestà, e queste liti parea che avessono vaghezza e disiderio di farvisi allo ’ncontro». E in nota: «Op. del Casa, Ven. 1752, tom. iii, p. 344».]
  35. Mil. 1811, p. 47.
  36. P. 174.
  37. Ven., appresso Aldo Manuz., 1569, p. 131.
  38. St. 12.
  39. C. viii, st. 68; c. xi, st. 63 e 75; c. xiii, st. 64; c. xvi, st. 47 e 57; c. xx, st. 19.
  40. L. ii, prosa iv. Ven. 1785, p. 36.
  41. Prosa vii, p. 50; l. iii, pr. v, p. 69, e pr. xi, pp. 90 e 91.
  42. L. ii. Mil. 1803, vol. i, p. 190.
  43. C. xvii.
  44. [Nell’ediz. Nobili: «autore correttissimo».]
  45. Egloga x, v. 16. Versi e Prose di mons. Bernardino Baldi, Ven. 1590, p. 196.
  46. Egl. xi, v. 81, p. 209.
  47. Son. «Viva fiamma di Marte, onor de’ tuoi».
  48. Son. «Tra quantunque leggiadre donne e belle».
  49. Orfeo, At. iii, ediz. dell’Affò, Ven. 1776, v. 16, p. 41.
  50. V. 16.
  51. Son. xxxv.
  52. Son. xliii.
  53. Son. «Tesilla amo, Tesilla onoro, e sola».
  54. Ger. lib., c. x, st. 3.
  55. [Nell’ediz. Nobili: «fra’quali».]
  56. Geor., lib. iv, v. 465.
  57. V. 613.
  58. V. 268.
  59. V. 438.
  60. Lione [Venezia], p. 7.
  61. P. 38.
  62. Bella mano, canz. 1, stanza I.
  63. Son. «Voi cui Fortuna lieto corso aspira».
  64. Api, v. 159
  65. V. 404
  66. Epist. IV d’Ovid., v. 309.
  67. V. 40.
  68. Ep. XV, v. 51.
  69. Ep. XVII, v. 130.
  70. Ep. XV, vv. 70 e 392.
  71. Circular. Doctrin. de Sublimibus, l. ii, cap. I. Edit. Bake, Lugd. Bat. 1820, p. 109 et seq.
  72. Amstel. 1707, p. 202 B.
  73. V. 279
  74. Genethliac. Lucani, v. 24 et sequent.
  75. V. 2.
  76. L. ii, c. xvii, sect. 12.
  77. [Invece delle parole che precedono, l’ediz. Nobili porta: «Mentre il piú degli uomini ebbero poco o niun conoscimento...»]
  78. [Nell’ediz. Nobili: «il sole nel tempo della notte».]
  79. Ap. Athenaeum, l. xi, c. xxxviii. Ed. Schveighaeuser, tom. iv, p. 237.
  80. Ap. eum., loc. cit; p. 238.
  81. Heliad., ap. eumd., l. c.
  82. Nannone, ap. eumd., loc. cit., cap. xxxix, p. 239.
  83. Elem. Astron., cap. v, in Petav. Uranolog., Antuerp. [Amstel.] 1703, p. 13.
  84. Topogr. christian., l. ii. Ed. Montfauc., p. 149.
  85. Canz. «Nella stagion che ’l ciel rapido inchina», st. 3.
  86. St. 1.
  87. [Nell’ediz. Nobili: «a modo suo».]
  88. [Nell’ediz. Nobili segue: «ed essenzialissimo».]
  89. Coro iii, v. 1.
  90. Son. «Solo e pensoso i piú deserti campi».
  91. Canz. «Spirito gentil, che quelle membra reggi», st. 1.
  92. Distinz. iii, cap. i. Fir. 1681, p. 34.
  93. [Nell’ediz. Nobili: «voci».]
  94. Fur., c. xxxvi, st. 9.
  95. Son. xxxvi.
  96. Dialoghi dello Sper., Ven. 1596, p. 102.
  97. Par. II Orazioni dello Sper., Ven. 1596, p. 201.
  98. V. 747
  99. V. 933
  100. [Nell’ediz. Nobili: «da pregiudicare».]
  101. Aen., I. iii, v. 1.
  102. L. v, v. 607.
  103. L. vii, v. 168.
  104. V. 363.
  105. Georg., l. iv, v. 415.
  106. Api, v. 272.
  107. Georg., l. iv, v. 73.
  108. Fur., c. ix, st. 7.
  109. Api, v. 266.
  110. Georg., l. iv, v. 69.
  111. Colliv., l. iv, v. 792.
  112. Voc. della Crus., v. «trepidante».
  113. Proposta di alcune correz. ed aggiunte al Voc. della Crusca, vol. II, par. 1, p. 103.
  114. Petr., Canz. «O aspettata in ciel, beata e bella», st. 5.
  115. Sannaz., Arcad., egl. ii, v. 12.
  116. Bembo, Canz. vi, chiusa.
  117. Giusto de’ Conti, B. M., son. xxii; Bembo, son. xiii; Arios., Fur., c. x, st. 96; Bern. Tasso, son. «Superbo scoglio, che con l’ampia fronte».
  118. Petr., son. «Fera stella, se ’l cielo ha forza in noi»; Poliz., Stanze, l. 1, st. 82; Ar., Fur., c. xi, st. 66.
  119. Bocc., Ameto, Fir. 1521, car. 62; Tasso, Ger. lib., c. xviii, st. 13; Remig. Fior., Ep. XVII d’Ovid., v. 156.
  120. Bocc., Ameto, car. 65.
  121. Alam., Coltiv., l. ii, v. 499.
  122. Ivi, l. iii, v. 493.
  123. Voc. della Crus., v. «arientato».
  124. Ger. lib., c. xviii, st. 21.
  125. De nupt. Pel. et Thet., v. 5.
  126. Ovid., Metam., l. v, v. 52.
  127. De laud. Stilic., 1. iii, v. 226.
  128. L. v, v. 9.
  129. Propert. l. ii, Eleg. xx, al. 16, v. 9.
  130. V. 11.
  131. L. iv, El. I, v. 78.
  132. V. 89.
  133. V. 399.
  134. Orfeo, At. iv, ed. dell’Affò, v. 16, p. 45.
  135. [Nell’ediz. Nobili: «pur».]
  136. L. ii, El. xx, al. 16, v. 12.
  137. [Nell’ediz. Nobili: «potevano».]
  138. L. iii, Od. 16, v. 1.
  139. At. iii, v. 39, p. 42.
  140. Canz. «Era tolto di fasce Ercole appena», st. 7.
  141. Son. «Aperto aveva il parlamento Amore».
  142. V. 479.
  143. Boez., lib. iii, rim. 1.
  144. Son. «Quand’io son tutto volto in quella parte».
  145. St. 64.
  146. Coltiv., l. vi, v. 118.
  147. Stanze, l. i, st. 20.
  148. Past. Fido, At. iv, sc. 5, v. 101.
  149. P. F., Ven., app. G. B. Ciotti, 1602, p. 292.
  150. St. 30.
  151. Amin., At. iv, coro.
  152. St. 1, v. 13: fra le Lett. di diversi eccellentiss. uomini, Ven. 1554, p. 515.
  153. Cap. xi. Op. del Casa, Ven. 1752, t. iii, p, 215.
  154. Idyll., I, v. 15 et sequent.
  155. L. III, v. 422 et sequent.
  156. Heroic., c. 1, art. 4. Op. Philostr., ed. Olear., p. 671.
  157. De antro nymph., c. xxvi et xxvii.
  158. Ad Georg., l. iv, v. 401.
  159. C. vi in Vit. Patr. Rosveydi, Antuerp. 1615, l. i, p. 18.
  160. Auctar. Philologic., c. vi.
  161. Op. Meurs., Florent. 1741-1763, vol. v, col. 733.
  162. Animadversion. ad Stat., par. ii, p. 1081.
  163. Psal., 90, v. 6.
  164. V. 71 et sequent.
  165. V. 144 et sequent.
  166. Api, v. 986 e seguenti.
  167. Dial. d’Amore. Dialoghi dello Sper., Ven. 1596, p. 25.
  168. Parma 1558, p. 25.
  169. Caro, Lett. famil., ed. Comin. 1734, vol. ii, let. 77, p. 121.
  170. De arte poet., v. 52.
  171. Fur., c. vi, st. 73.
  172. Stanze, l. i, st. 18.
  173. Api, v. 199.
  174. Il., l. xxiv, v. 527.
  175. [Nell’ediz. Nobili: «a proposito».]
  176. Son. xli.
  177. B. M., canz. 11, st. 4.
  178. Lett. fam., ed. Comin. 1734, vol. ii, lett. 233, p. 399.
  179. [Nell’ediz. Nobili: «luogo».]
  180. Heaut., Act. i, sc. i, v. 1.
  181. [Nell’ediz. Nobili: «Dalle quali parole».]
  182. [A queste due parole l’ediz. Nobili premette: «Terenzio».]
  183. V. 69.
  184. V. 9.
  185. [Nell’ediz. Nobili: «recati da esso Forcellini».]
  186. C. iii, st. 10, e c. xx, st. 117.
  187. [Nell’ediz. Nobili la parola è seguita da quest’avvertenza in corsivo: NB. (Per errore di stampa il testo dice «fraticida» ma deve leggersi «fratricida» come è scritto nell’originale dell’autore). Le affermazioni contenute in tale nota, che non si sa se dovuta al Leopardi o al Brighenti, sono ambedue esatte; comunque, il Leopardi non segnò l’errore nell’elenco di correzioni che serví per l’errata-corrige.]
  188. Vers. 16.
  189. Parad., iv, Genova 1825, p. 35.
  190. Parad., ii, p. 29.
  191. V. 28.
  192. [Annotazione aggiunta nel «Nuovo Ricoglitore».]
  193. [Nell’ediz. Nobili: «e gl’insegni di farle».]
  194. Lib. ii, Mil. 1803, vol. i, p. 226.
  195. Istor., l. i. Op. del Mach., Ital. 1819, vol. i, p. 214.
  196. Ivi, p. 218.
  197. [Annotazione aggiunta nel «Nuovo Ricoglitore».]
  198. St. 69.
  199. [Nell’ediz. Nobili: «e perciò».]
  200. [Nell’ediz. Nobili: «ch’io t’ho».]