Ben Hur/Libro Quinto/Capitolo II

Capitolo II

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CAPITOLO II.


Presso a poco alla medesima ora che i corrieri partivano dalla stanza di Messala, essendo ancora di buon mattino, Ben Hur entrò nella tenda di Ilderim. Aveva fatto un bagno nel lago, aveva mangiato, ed ora appariva vestito di una semplice tunica, senza maniche, che appena gli copriva le ginocchia.

Lo sceicco lo salutò dal divano.

— «La pace sia con te, figlio di Arrio» — diss’egli con ammirazione; e in verità egli non aveva mai veduto un così splendido rappresentante di virile bellezza e di gioventù. Poi continuò; — «I cavalli sono pronti, ed io pure. Lo sei tu?» —

— «La pace che tu mi auguri, buon sceicco, te la contraccambio. Sono pronto.»

Ilderim battè le mani.

— «Farò condurre i cavalli. Siediti.» —

— «Sono aggiogati?» —

— «No.» —

— «Allora permetti ch’io mi serva da me stesso» — disse Ben Hur. — «E’ necessario che io faccia la conoscenza de’ tuoi Arabi, che io sappia i loro nomi, o sceicco, affinchè possa parlare a ciascuno di essi. Così pure devo conoscere bene i loro caratteri, perchè essi sono come tutti gli uomini; se audaci, vanno frenati, se timidi, la lode li anima e li sprona.

— «E il cocchio?» — chiese lo sceicco.

— «Per oggi lascerò stare il cocchio. Invece mi apprestino un quinto cavallo, se ne hai senza sella, e rapido come il lampo.» —

La curiosità di Ilderim era stata stimolata, e perciò egli chiamò subito un domestico.

— «I finimenti per quattro cavalli» — ordinò — «e la briglia di Sirio.» —

Ilderim si alzò.

— «Sirio è il mio cavallo favorito, o figlio di Arrio. Siamo stati compagni per venti anni nella tenda, in battaglia, nella carovana. Te lo farò vedere.» —

[p. 269 modifica]Si avvicinò alla cortina di divisione, e la sollevò. Ben Hur vi passò sotto.

I cavalli vennero verso Ilderim in gruppo. Uno, dalla testa piccola, dagli occhi luminosi, del collo arcuato, dalla criniera morbida e ondeggiante, come la chioma d’una fanciulla, diede un nitrito di gioia nel vederlo.

— «Buon cavallo» — disse lo sceicco, accarezzandogli il muso. — «Buon cavallo, ti saluto.» — e voltandosi a Ben Hur aggiunse: — «Questi è Sirio, padre degli altri quattro. Mira, la madre, troppo preziosa perchè la si esponga ai pericoli di un viaggio in terre che non sono le nostre, è rimasta a casa. E io dubito, o figlio di Arrio,» — continuò, ridendo — «io dubito, che la tribù avrebbe potuto sopportare la sua assenza. Essa è la nostra gloria e il nostro vanto. Diecimila cavalieri, figli del deserto, si chiederanno oggi: — «Come sta Mira?» — E alla risposta: — «Sta bene.» — essi diranno: «Dio è grande! Sia lodato il nome di Dio!» —

— «Mira — Sirio — non sono nomi di stelle, o sceicco?» — domandò Ben Hur, offrendo il palmo della mano ai cavalli.

— «E perchè no?» — replicò Ilderim. — «Non fosti tu mai nel deserto di notte?» —

— «No.» —

— «Allora tu non puoi sapere di quanto noi Arabi siamo debitori alle stelle. Noi prendiamo i loro nomi per riconoscenza, e li diamo ai nostri cari in segno di affetto. I miei padri chiamavano tutti i loro cavalli, col nome di stelle. Anche questi quattro che tu vedi portano nomi d’astri, Rigel, Antares, Atair ed Aldebran, il minore, ma non il meno rapido dei fratelli. Egli ti porterà a gara col vento, l’aria ti fischierà nelle orecchie. Egli andrà dove tu vuoi, o figlio di Arrio, — sì, per la gloria di Salomone, sfiderà la morte con te!» —

I finimenti furono portati. Con le proprie mani Ben Hur apparecchiò i cavalli, li condusse fuori dalla tenda, e pose loro le redini.

— «Portatemi Sirio» — disse.

Un Arabo non avrebbe saputo meglio saltare sulla schiena del cavallo.

— «Ed ora le redini.» —

Gli furono date, ed egli le separò accuratamente.

— «Buon sceicco» — egli disse — «sono pronto. Lascia che una guida mi preceda sul campo, e mandami alcuni uomini con l’acqua.» —

[p. 270 modifica]La partenza avvenne senza difficoltà. I cavalli non avevan paura. Già sembrava che una corrente di mutua simpatia si fosse stabilita fra essi e il nuovo auriga, il quale aveva compiuto la sua parte con la calma e la confidenza che generano il rispetto. Ben Hur, a cavallo di Sirio, lì guidava come se fosse in piedi sul cocchio. Ilderim esultò. Si lisciò la barba e sorrise di soddisfazione nel mentre mormorava: — «Egli non è un Romano, no, per lo splendore di Dio!» — Egli seguiva a piedi, e l’intera popolazione del dovar, uomini, donne e fanciulli, si precipitò fuori dalle tende per assistere allo spettacolo.

Il campo era ampio e piano, ottimamente adatto per le esercitazioni che Ben Hur intraprese senza indugio, dapprima guidando i quattro cavalli lentamente, su linee perpendicolari, poi in larghi cerchi. Quindi li spinse al trotto poi al galoppo, sempre restringendo i cerchi, infine facendoli piegare irregolarmente ora a destra, a sinistra, in tutte le direzioni. In questo modo passò un’ora. Mettendo i cavalli al passo, egli si avvicinò ad Ilderim.

— «Il lavoro è compiuto, ora non ci vuole che l’esercizio» — egli disse — «Io mi rallegro con te, sceicco Ilderim, che possiedi tali servitori. Guarda» — continuò, smontando e accarezzando i cavalli, — «guarda, non una macchia di sudore sui loro mantelli; respirano come se cominciassero or ora a correre. Mi rallegro con te, sceicco, e se Dio ci protegge» — e fissò gli occhi scintillanti in faccia al vecchio — «avremo la vittoria e....» —

Si arrestò, arrossì, fece un inchino. Al fianco di Ilderim osservò ora per la prima volta Balthasar, appoggiato al suo bastone, e due donne velate. Una di queste egli guardò più attentamente, con un palpitare voloce del cuore, e disse fra sè: — «E’ dessa — l’Egiziana!» —

Ilderim continuò il periodo lasciato in sospeso. — «Avremo la vittoria e la vendetta.» —

Poi soggiunse ad alta voce:

— «Io non ho paura. Sono felice, figlio di Arrio; tu sei l’uomo per me. Se il risultato corrisponde al principio tu non avrai ragione di lamentarti della generosità degli Arabi.» —

— «Io ti ringrazio, buon sceicco,» — rispose Ben-Hur, con modestia, — «Lascia che i tuoi servi portino da bere ai cavalli.» —

Con le proprie mani diede loro dell’acqua.

Poi rimontando Sirio, ripigliò il suo corso d’istruzione, [p. 271 modifica]passando, come prima, dal passo al trotto, e dal trotto al galoppo. Finalmente, fece entrare i cavalli sulla pista, spingendoli a tutta carriera. Gli spettatori si animarono e proruppero in frequenti applausi per la rara abilità del guidatore e per l’elegante andatura dei cavalli, che non mostravano alcun segno di stanchezza.

Durante questa esercitazione, Malluch apparve sul campo, passando inosservato attraverso la folla, e si avvicinò allo sceicco:

— «Ho un messaggio per te, o sceicco,» — egli disse quando credette giunto il momento opportuno di parlare — «Un messaggio da parte di Simonide mercante.» —

— «Simonide!» — esclamò l’Arabo. — «Ah! sta bene. Che Abaddon uccida tutti i suoi nemici! —

— «Egli mi commise di augurarli in primo luogo la pace del Signore,» — continuò Malluch; — «e poi di darti questo dispaccio, con preghiera che tu lo legga immediatamente.» —

Ilderim, senza muoversi dal posto, ruppe il suggello del plico consegnatogli, e da un involto tolse due lettere che cominciò a leggere.


SIMONIDE ALLO SCEICCO ILDERIM.



          «O amico!

In primo luogo sta certo che occupi sempre un posto nel mio cuore. Poi prestami attenzione.

Vi è attualmente nel tuo dovar un giovine di nobile aspetto, che dicono sia figlio di Arrio; e tale egli è in verità per via di adozione.

Egli è assai caro a me.

La storia della sua vita è meravigliosa, ed io te la racconterò, se verrai da me oggi o domani. Ho pure bisogno dei tuoi consigli.

Frattanto asseconda tutti i suoi desiderii purchè non vadano contro la legge e l’onore. Se avesse bisogno di danari, rispondo io.

Tieni celato che io mi prendo cura di lui.

Ricordami all’altro tuo ospite. Egli, sua figlia, tu stesso e tutti coloro che vorrai invitare, saranno miei ospiti al Circo il giorno della gara. Ho già fissato i posti.

A te ed ai tuoi pace.

               Tuo amico in eterno,


Simonide»


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SIMONIDE ALLO SCEICCO ILDERIM.


          «O mio amico!

Devo metterti in guardia — Sta all’erta!

Quando un alto personaggio Romano, investito di regale autorità si avvicina, tutti coloro che non sono Romani e posseggono beni e denaro, è bene abbiano cura delle cose loro. Oggi arriva il Console Massenzio.

All’erta!

Un’altra parola di avvertimento. Se una congiura è ordita contro di te, deve avvenire di concerto con gli Erodi, poichè tu possiedi grandi beni nei loro dominii.

Manda stamane alcuni tuoi messi fidali sulle strade a sud della città, i quali fermino e frughino tutti i corrieri che incontrano per o da Antiochia, e, se trovano qualche dispaccio che si riferisca a te, te lo portino.

Avresti dovuto ricevere la presente ieri sera, ma ancora, non è troppo tardi se ti affretti.

Se i corrieri hanno lasciato Antiochia stamattina, i tuoi Arabi conoscono le scorciatoie e li potranno raggiungere.

Non esitare.

Abbrucia questa mia appena Ietta.

O mio amico, il tuo amico,

Simonide».


Ilderim rilesse le lettere una seconda volta, le piegò, e le celò sotto la sua cintura. Le esercitazioni sul campo terminarono di lì a poco, essendo durate in tutto quasi due ore. Ben Hur, rallentando il passo dei cavalli, li diresse verso Ilderim.

— «Con tua buona grazia, o sceicco,» — egli disse — «ricondurrò i tuoi Arabi nella tenda, e questa sera ripeteremo gli esercizi.» —

Ilderim lo accompagnò al passo. — «Fanne ciò che vorrai, figliuol mio. Tu hai ottenuto da loro in due ore ciò che il Romano — gli sciacalli divorino le sue ossa! — non potè trarne in altrettante settimane. Vinceremo, per lo splendore di Dio, vinceremo!» —

Giunti alla tenda, Ben Hur sorvegliò i cavalli mentre venivano strigliati e puliti; poi dopo un bagno nel lago e un sorso di arrak bevuto con lo sceicco, egli indossò nuovamente le sue vesti Ebraiche e passeggiò con Malluch nell’orto.

Dopo alcuni particolari di poco rilievo. Ben Hur disse al compagno:

— «Io ti darò un ordine per procurarti le mie valigie [p. 273 modifica]giacenti in un Khan presso il ponte Seleucio. Portamele oggi stesso, se puoi. Spero, buon Malluch, che ciò non ti sia di peso.» —

Malluch si dichiarò pronto a qualunque servigio.

— «Grazie, Malluch, grazie» — disse Ben Hur. — «Ti prenderò in parola, ricordando che apparteniamo alla medesima tribù, e che il nostro nemico è Romano. In primo luogo, tu sei un uomo d’affari, mentre temo che il nostro sceicco non lo sia.» —

— «Gli Arabi lo sono raramente» — osservò Malluch.

— «No, io non parlo della loro avvedutezza, Malluch. Ma è bene vegliare su di essi. Per impedire che un ostacolo o un fastidio sorga all’ultim’ora riguardo alla corsa, tu dovresti recarti agli ufficii del Circo, e vedere s’egli ha compiuto tutte le formalità richieste; e se puoi ottenere una copia del regolamento mi farai un grande favore. Vorrei sapere quali colori dovrò portare, e specialmente il numero della partenza, se sarò vicino a Messala, a destra o a sinistra, e se non lo sono, cerca di ottenere che mi cambino di posto così da collocarmi presso a lui. Hai buona memoria, Malluch?» —

— «Mi è venuta meno qualche volta, o figlio di Arrio, ma mai quando, come in questo caso, il cuore l’ha aiutata.» —

— «Allora oserò gravarti di un altra commissione. Io vidi ieri che Messala era assai orgoglioso del suo cocchio, ed a ragione, perchè neppure quelli di Cesare lo avanzano di bellezza ed eleganza. Non potresti approfittare di questa sua debolezza in modo da apprendere se è leggero o pesante? Desidererei di avere la certezza del suo peso e delle sue misure — e, Malluch, tralascia, se vuoi, ogni altra cosa, ma portami l’altezza dell’asse dal suolo. Comprendi, Malluch? Io non voglio ch’egli abbia alcun vantaggio su di me. Io voglio vincerlo non solo, ma umiliarlo. Solo così il mio trionfo sarà completo.» —

— «Vedo, vedo!» — disse Malluch. — «Tu vuoi un filo tirato perpendicolarmente sopra il suolo dal mozzo della ruota.» —

— «Sì, mio Malluch, e rallegrati; è l’ultima delle mie commissioni. Ora facciamo ritorno al dovar.» —

Poco dopo Malluch tornò in città.

Nel frattempo un messaggero montato su un rapido cavallo, era stato mandato, secondo le istruzioni di [p. 274 modifica]Simonide, sulla strada che da Antiochia conduce a Gerusalemme. Era un Arabo, e non portava ordini scritti.