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IV VI
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La marchesa D’Arcole, la generalessa Brocca di Broglio e madama Kraupen godevano davvero di una autorità incontrastata nell’olimpo veronese; ma per altro chi vi dettava legge, l’idoletto che tutti adoravano, era la contessina Eleonora di Castelguelfo.

La chiamavano contessina, sebbene da quasi due anni fosse maritata, per la graziosa piccolezza della persona; e gl’intimi suoi, a quel titolo in vezzeggiativo, aggiungevano ancora il nomignolo di Baby, appunto come l’avevano sempre chiamata fino da bambina. Eleonora era un nome troppo sonante e, specialmente, troppo [p. 60 modifica]lungo per lei; e la Baby, ch’era stata una bimba carina e capricciosa, s’era fatta una piccola bellezza capricciosa e carina ma restando sempre un baby. Le lacrime, che schiudono la vita della donna, come la rugiada quella dei fiori, non le aveva ancora conosciute. Dal giorno che era nata, tutti avevano sempre fatto a modo suo; e la cosa pareva tanto naturale, che non se ne lagnava nessuno, e la Baby non se ne accorgeva.

Quando s’era maritata, non aveva più che la mamma: e anche questa le morì poco dopo. Allora fu di moda a Verona, che le signore più elette si dessero l’aria di consigliarla, di guidarla, insomma di tenerla di conto, come fosse un po’ il Baby di tutte quante. La contessina rideva e le lasciava dire, ma, in fine, erano sempre loro che la seguivano e la obbedivano in ogni capriccio.

Il matrimonio della Castelguelfo (essa aveva sposato un cugino, quasi della sua stessa età) era stato affrettato dalla previdenza della madre sua, che sentendosi malandata assai di salute, [p. 61 modifica]voleva vedere la figliuola collocata, prima di chiudere gli occhi. Ma la Baby era ancora un po’ giovane per il matrimonio; e un po’ giovane e inesperto il marito. Questi, incantato del nuovo e piacevole giocattolo che gli avevano dato, voleva goderselo troppo e però la Baby ne rimase urtata e seccata; i suoi nervi si ribellavano, e il povero marito dovette rassegnarsi, e andare a Vienna per qualche tempo a fare l’addetto a quell’ambasciata.

E come prima avevano fatto le signore, quando era morta la mamma, adesso, partito il marito, cominciarono i campioni giovani e vecchi della galanteria veronese a montar la guardia attorno alla Castelguelfo. E di giorno, e di sera, essa non era mai sola; il suo salottino, il palco, la villa, erano sempre pieni di gente. Tutta gente che le faceva una corte assidua e chiassosa: tutta gente che si era innamorata di lei, perchè l’innamorarsene era di buon genere, e perchè i «nervi che si ribellavano» promettevano il quieto vivere e l’uguaglianza.

E la Baby, scintillante di giovinezza, colta, [p. 62 modifica]intelligente e destra assai, governava quel piccolo popolo di somarelli impomatati coll’allegria del riso giocondo che le usciva dalle labbra come un invito e una carezza, e le traspariva insieme dagli occhi vivi, penetranti, come una malizietta piacevole. Essa suscitava, a tempo debito, gelosie miti, dispettucci innocenti, lacrimucce appena tepide, e ciò per un mazzolino di fiori, o per un invito a pranzo, o per i posti che assegnava nella sua carrozza. Ma non aveva mai da temere una rivolta e tanto meno una defezione; i suoi innamorati, che si tenevano d’occhio a vicenda, a vicenda si confortavano; e amavano insieme, soffrivano insieme... e insieme non isperavano punto.

Aveva distribuito gradi e attribuzioni con savia prudenza. I giovanotti le proponevano gite, feste, partite di piacere; ma gli uomini posati, i tondeggianti nella pinguedine senile, dovevano approvarle e combinarle. Gli assidui l’aspettavano al teatro, sul corso, al caffè Vittorio Emanuele; ma erano sempre i più attempati che godevano l’ambito onore di accompagnarla, e in tal modo [p. 63 modifica]erano tutti contenti; gli uni nell’orgoglio di apparire pericolosi, gli altri nella piena soddisfazione della loro autorità.

«Accendo, ma non ardo» poteva essere il motto della Baby; e, infatti, anche nell’opinione della gente, essa usciva dalle fiamme che la circondavano candida e intatta come l’amianto. I suoi corteggiatori quando, dopo aver passata la sera da lei, ritornavano al club, erano chiamati scherzosamente gli Svizzeri di casa Castelguelfo, oppure, le guardie del corpo. Ed essi non se ne avevano a male; e se arrossivano un poco era soltanto di piacere; però stavano a crocchio fra loro soli, e se ne andavano uniti, come uniti erano venuti. Pareva vedere una nidiata di pulcini allevati dalla medesima chioccia.

La marchesa d’Arcole, madama Kraupen e la generalessa Brocca di Broglio erano poi le confidenti di quelle innocue passioncelle, e sostenevano le parti degli spasimanti contro le fantasie bizzarre della Baby.

— Come hai trattato male, ieri sera, quel [p. 64 modifica]povero Titta! — le diceva un giorno la marchesa. — È venuto da me che faceva pietà!

— Avrà tossito? — domandava la contessina ridendo.

Titta Damonte era un biondino tisicuzzo, che voleva conquistare la Baby toccandole la corda della pietà: i suoi affanni, le sue gelosie, egli li esprimeva tossendo.

— E come tossiva, poveretto! — continuava l’altra. — Ma tu, alle volte, sembri proprio senza cuore!

— Dio!... ma è un gran seccatore, sai, quel tisico falso! — esclamava la Baby, attenuando con un sorriso la durezza delle parole.

— Non dire di queste enormità, carina! — e l’amica, intanto, rideva anche lei. — Egli ha per te una stima così grande, un’affezione così sincera. E poi è una di quelle persone, che si vedono volentieri vicino alle signore giovani: serio, ammodo e niente affatto compromettente!

— Sì, sì, sì, è un buon amico, un eccellente amico, la perla degli amici, ed io gli voglio bene, [p. 65 modifica]bene assai; ma oh Dio, è pesante con tutte le sue gelosie: pesante, pesante, pesante, da non averne idea! Ieri sera, figurati, mi ha tenuto il muso perchè ho invitato Scipio Spinola a colazione!

— E a Titta non gliel’avevi detto?

— A lui no; ma ci vorrebbe altro, se quando lo dico a uno, dovessi dirlo a tutti!... E poi non ha il suo giorno fisso da venire a pranzo?... il mercoledì?... Dunque basta e non mi secchi!... Sapessi quanto ridere ho fatto con Scipio Spinola! Stamattina, pensa, l’aveva con madama Kraupen, e m’ha contato che il suo primo marito era il carnefice di Mosca!... Ma pensa, quant’è buffo!... Il carnefice di Mosca!... E poi, dopo, ha rifatto Andrea quando predica ai selvaggi!

Il conte di Santasillia era cugino dei Castelguelfo; ma la Baby, ancora troppo giovane quand’era partito la prima volta da Verona, quasi non lo ricordava nemmeno. Fu appunto uno de’ suoi amici più attempatucci che al ritorno di [p. 66 modifica]Andrea si affrettò a darle tutte le informazioni necessarie.

La Contessina, che aveva ascoltato distrattamente il racconto del duello e dell’amore infelice del Santasillia, soltanto verso la fine si fece attentissima, domandando poi, con un risolino furbetto:

— E il voto... lo ha mantenuto?

— Dicono di sì! — rispose Marco Baldi, un omicciattolo calvo, con pochi capelli bianchi sulla nuca tagliati corti corti, e un paio di baffoni nerissimi, ritinti. — Dicono di sì!...

— E... da quanto dura?...

— Dovrebbero essere... dieci anni!

— Ma... e prima?

— Prima... lo chiamavano l’abatino!

— Ma ci sono certi abatini...

— No, no; il Santasillia ha sempre rispettato... i decretali.

— Ma dunque? — continuava la Baby, insistendo più cogli occhi birichini, che non colle parole. [p. 67 modifica]

— Dunque sicuro... Si trova ancora... si trova ancora, pardon... allo stato primitivo...

— È una rarità!

— Poco invidiabile, contessina Baby!... Ah, se potessi averli io, que’ dieci anni sprecati!...

— Che cosa ne farebbe?...

La Baby prevedeva già la risposta, ma si godeva quando il vecchiotto si dava l’aria da conquistatore...

— Che cosa ne farei?... Eh eh! allora non canterebbe vittoria, contessina!

E il galante stagionato presa, così dicendo, nelle sue manacce villose la manina morbida della Baby, la strinse con forza e l’avvicinò alle labbra; ma lì si fermò, senza dare il bacio, sapeva che i baffi lasciavano il nero.

— Ah si zeunesse zavait! — esclamò allora la Castelguelfo, canzonandolo amabilmente. Marco Baldi pronunciava malissimo il francese, ma pure aveva il ticchio di metterne sempre qualche parola ne’ suoi discorsi. E un’altra presunzione sua era quella di essere stato da giovane «un [p. 68 modifica]gran diavolo colle donne», e in proposito aveva sempre da insegnare metodi infallibili, e da citare aforismi.

— Colle donne bisogna andare a vapore: à la grande vitez! — Ci voleva altro che farle piangere come Titta Damonte o farle ridere come Scipio Spinola!... Bisogna stordirle, soggiogarle, maltrattarle!... — Io, vedete... — e così dicendo soffiava, guardava bieco, e non potendo arricciarsi i baffi, ne toccava leggermente colle dita la punta impeciata; io, le donne, le ho sempre maltrattate!

E fu proprio lui, Marco Baldi, che condusse la prima volta il Santasillia dalla contessa di Castelguelfo.

Andrea e la Baby erano parenti, dunque fra loro non c’era bisogno di presentazioni; ma pure il Santasillia aveva tardato assai a conoscere la Contessa personalmente, e fu proprio per caso che s’incontrarono.

Andrea viveva ritiratissimo; non facea visite, non riceveva amici. Anche i suoi cavalli non [p. 69 modifica]uscivano mai da Porta Nuova, dove, alle volte, v’era un po’ di gente, ma erano condotti a passeggiare ne’ luoghi più deserti.

Egli passava gran parte del giorno e della notte chiuso solo nel suo studio, tutto dedito, con indefessa alacrità, al compimento di un’opera che dovea essere eminentemente umanitaria. Voleva rivolgere la mente dei legislatori e il cuore dei filantropi su tanti popoli diseredati dai benefizi della civiltà, e fra i quali, nei suoi viaggi, egli aveva vissuto intimamente per meglio conoscerne i dolori e i bisogni. Lo spirito di carità non aveva limite in lui, e però sperava arrivare col concorso del suo lavoro e del suo ingegno là dove non poteva giungere col generoso impiego delle proprie ricchezze.

Il libro dunque del Santasillia non era quello del letterato, ma il libro dello statista e del filosofo. Lo zio cardinale era morto, e Andrea non mandava più soldi all’obolo: credente, voleva diffondere la fede, non come seme di discordia e di lotte, ma come apportatrice feconda di ogni bene. Egli sentiva di essere incorso nella [p. 70 modifica]collera divina; ricordava sempre di avere ucciso un uomo e voleva espiare, e a questa espiazione consacrava tutto sè stesso, con un entusiasmo caldo, appassionato. Però egli viveva lontano dal mondo, sempre col cuore e colla mente in alto. Il suo mondo era al di là; al di là, dove c’era un uomo dal quale aspettava il perdono, una vergine di cui lo attendeva la fede.

Poeta, e sempre idealmente innamorato, l’ascetismo di Andrea di Santasillia non era cupo e freddo come quello del prete cattolico; ma gli entusiasmi del cuore, l’onda calda del sangue giovane e casto gli facevano vedere quasi tinte di rosa le promesse del premio avvenire, in cui riuniva, con una suprema e alta armonia, l’amore santo di Dio e l’amore umano dell’Adele.

E tutto ciò, il suo tragico passato, le avventure nei suoi viaggi, la splendida filantropia e la vita solitaria tenevano desta e vigilante intorno al Santasillia la curiosità dei Veronesi. Ogni passo ch’egli faceva era spiato, riportato e commentato. Si sapeva quando usciva di casa, [p. 71 modifica]quando vi rientrava e quante ore rimaneva chiuso nello studio a lavorare. Avevano scoperto che ogni sera andava a fare una visita al cimitero; che la sua camera da letto avea le finestre verso l’Adige e che il suo camiciaio era parigino. Molti lo riputavano un grande uomo perchè aveva viaggiato; molti altri un illuso o un matto, perchè scriveva libri; altri ancora lo credevano un cretino, perchè andava a messa e mangiava di magro nei giorni di precetto. Ma invece le donne si sentivano attratte verso quel misantropo elegantissimo, dal viso pallido e dagli occhi neri di fuoco, la cui vita passata pareva una leggenda e la vita presente era un mistero. In sulle prime gli avevano notato anche le donne quel difettuccio di andare a messa ogni giorno ai Santi Apostoli; chè, si sa bene, in generale, siano esse devote o peccatrici, ridono sempre degli uomini bigotti. Ma poi vennero a sapere che appunto era stato nella chiesa dei Santi Apostoli dove il conte di Santasillia si era incontrato coll’Adele Parabiano, e allora anche la messa fu trovata una cosa romantica. [p. 72 modifica]

Intanto la Brocca di Broglio, la Kraupen, la marchesa d’Arcole che, per quanto avessero cercato, non erano ancora riuscite ad acchiapparlo, parevano diventate matte. Figurarsi: poter avere il Santasillia che non andava in nessun posto! Che trionfo sarebbe stato!... E ognuna delle tre, smaniando di ottenerlo un tale trionfo sulle altre due, stuzzicava la Castelguelfo sperando di adoperarla presso il cugino, come un eccellente richiamo. Ma invece la Baby, che ci si divertiva assai a quell’inutile armeggio delle sue dame della consulta, com’essa le chiamava, non voleva darsi la più piccola pena per accontentarle. E appena si accorse che il Santasillia non le usava nessuna preferenza, e si mostrava ritroso con lei, come colle altre, fe’ un risolino sprezzante ogni volta che le capitò di nominarlo, gl’inflisse il titolo di Monsignore e non ci pensò più.

Perchè si trovassero e diventassero amici, bisognò proprio che il diavolo ci mettesse la coda.