Aridosia/Atto quarto/Scena terza

Atto quarto
Scena terza

../Scena seconda ../Scena quarta IncludiIntestazione 28 aprile 2008 75% Teatro

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Aridosio, Marcantonio, Erminio

Aridosio
Oimè!
Marcantonio
Chi si lamenta?
Aridosio
Oimè!
Erminio
Che diavolo è questo? Aridosio, per Dio, che si rammarica dei due mila ducati!
Aridosio
E’ mi mancava questo; oh figliuol del diavolo, nato per farmi morire!
Erminio
Non dite niente, di grazia, che voi guasteresti il disegno a Cesare.
Marcantonio
Io lo voglio aiutare in quel ch’io posso.
Aridosio
In un medesimo dì ho perduti due mila ducati, e sono stato giuntato d’un rubino da Lucido, uccellato e svergognato; sì che altro non mi resta che morire: oh sorte, tu sei pur troppo crudele quando ti deliberi di far male ad uno! io non ho giammai offeso altro che me stesso.
Erminio
E’ si è avvisto della burla degli spiriti.
Marcantonio
Oh infatti fu troppo crudele.
Erminio
E’ non si poteva far altro.
Aridosio
Quanto era meglio in sul principio lasciare andare ogni cosa, e se voleva spendere, giocare, tener femmine, lasciar fare in malora: perchè in ogni modo le fa, e io mi tribulo, e ammazzo per cercar di lui, e rimediare ai suoi scandali; e ho perduto il mio tesoro, senza il quale non mi dà più l’animo di vivere.
Marcantonio
E’ mi rincresce di lui; lo voglio un po’ consolare.
Erminio
Ricordatevi che non gli avete a dir niente dei denari.
Marcantonio
Non dubitare; che hai tu che ti lamenti? ecci nulla di nuovo?
Aridosio
E che non ho io di male? A raccoglierne quanti ne sono al mondo, tutti sono in me.
Marcantonio
In verità che mi duole, e dei denari, e dei modi che tien Tiberio, poi che dispiacciono a te; ma a dire il vero, non sono sempre sconvenienti all’età sua.
Aridosio
Tu hai sempre mai detto così, e sei stato causa di molti disordini, ch’egli ha fatti.
Marcantonio
Oh non mi dir villanie, che io non ti parlerò più.
Aridosio
Tu e Erminio ne siete stati causa.
Erminio
Buon per lui se si fusse consigliato meco.
Aridosio
Ma faccia egli, s’io ritrovo i miei denari, gli lascerò tanto la briglia in sul collo, che gli putirà.
Marcantonio
Il caso è a trovargli; tu fusti pazzo a metter due mila ducati in una fogna.
Aridosio
Ognuno è savio dopo il fatto, da me infuori, che son sempre pazzo, sempre sto malcontento, e duro fatica e stento pel maggior nemico ch’io abbia al mondo; che patisco fin a Lucido mi venga a sbeffare e darmi ad intendere, che la casa mia è spiritata, e così farmi tenere uno sciocco per tutto Firenze, fin a cavarmi l’anel di dito.
Marcantonio
Di questo do io il torto a te, che sii stato sì semplice, che l’abbia creduto: e se egli avea bisogno di venticinque ducati e tu non glieli volevi dare, come aveva egli a fare?
Aridosio
Venticinque ducati? io non voglio ch’egli abbia un soldo: della roba mia ne voglio esser padron io fin ch’io vivo; poi quando morrò, la lascerò ad un altro.
Erminio
Egli avrà pur quelli a tuo dispetto.
Aridosio
Ma infine, quand’io m’arricordo de’ miei denari, io esco di cervello; e per la pena non posso star ritto. Io voglio ora andare a farli bandire, ben che questi mi paiono pan caldi.
Marcantonio
Va via, non perder tempo.
Aridosio
Poi voglio andare in casa, e pianger tanto, che a Dio e al diavolo ne venga compassione.
Marcantonio
Oh cotesta è la via!
Erminio
Vedeste mai la maggior bestia?
Marcantonio
Eh, elle son cose da far disperare ognuno.
Erminio
Oh Dio! ebbi pur la gran sorte, quando vi venne voglia di tormi per figliuolo, e a lui di darmivi!
Marcantonio
Che fanciulla è quella, di che è innamorato Tiberio?
Erminio
È una fanciulla che ha modi e aspetto di nobile: e colui, che glie l’ha venduta, deve avere certissimi indizi ch’ella è nobilissima di Tortona, e per padre e per madre; a’ quali per le guerre di Milano fu rubata, e da un fante fu a costui venduta di età di sei anni; e da quel tempo in qua, l’ha tenuta sempre in monastero, in fin che n’è venuto tanto voglia a Tiberio che ha bisognato glie ne dia 50 ducati: e pur oggi è venuto un servidore, che dice messer Alfonso, quello che pensano che sia suo padre, essere addietro. Forse sarà qui stasera o domattina, con animo, che se la sua figliuola si ritrova come egli presume per lo indizio, di ricomprarla ogni gran pregio, e rimenarsela a casa, in modo che quel Ruffo che l’avea, si morde le mani, parendoli in poco tempo aver perduta una gran ventura.
Marcantonio
Orsù basta: io voglio essere fin in piazza.
Erminio
Se volete nulla verrò anch’io.
Marcantonio
No, no, resta pur a tua comodità, e pensa di far quello ti ho detto, se hai caro tenermi contento.
Erminio
Mio padre; io v’ho promesso di far quel ch’io potrò. O mia mala sorte, non era assai il dolore, ch’io ho, che ad ogni ora temo, che non partorisca, senza aggiugnermi quest’altro! Oimè! l’amore e l’affetto mi lacerano con tanto dolore che appena lo posso sopportare.