Giovanni Prati

Olindo Malagodi 1844 Indice:Prati, Giovanni – Poesie varie, Vol. I, 1916 – BEIC 1901289.djvu sonetti Alla malinconia Intestazione 23 luglio 2020 25% Da definire

Solitudine e raccoglimenti dello spirito A Ugo Foscolo
Questo testo fa parte della raccolta V. Da 'Memorie e lagrime'
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II

ALLA MALINCONIA



1

     Vieni, dolce compagna alla pensosa
anima, che pur volge ove tu sei;
e non molto tardar, se alcuna ascosa
simpatia di dolor t’annoda a lei.
     Vieni soletta, e accanto mi riposa,
poiché tutto in custodia io mi ti diei;
e dolce parla, e dimmi alcuna cosa
che dia pace una volta a’ pensier miei.
     Tedio m’occupa l’alma e l’intelletto
per sé giá stanco nel rumor, che mena
tanto popol che ciancia e che non sente!
     Talché ogni lume di soave affetto
mi si fa gel di dentro, e ne ho gran pena.
Provvedi, amica, il mio viver dolente!

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2

     Provvedi, amica, sí com’è tuo stile
che di soavi godimenti mesti
fai tremar l’alma e in animo gentile
ogni pensier piú desolato vesti;
     se alcun mio canto, in che ti manifesti,
dritto ti parve non tenerlo a vile,
provvedi, amica (e non sia tardo), a questi
ultimi dí del mio cadente aprile.
     So che da te si move ogni armonia
di veritá, che come il tempo dura
e come la immortale anima mia.
     E so che, se i begli occhi in me tu giri,
rimarrá forse nell’etá ventura
qualche parte di me ne’ miei sospiri.


3

     Qualche parte di me; però che il vano
desio, la folle speme e il cieco amore
dormiran muti nel funereo piano,
come questa infedel creta che muore.
     Spero soltanto che con senso umano
talun di me favelli. E, quando il core
gli anderá mesto dietr’un ben lontano,
goda di conversar col mio dolore.
     Dolor vestito in abito diverso,
ma mio pur sempre, e in me riverberato
dal vario lacrimar dell’universo.
     Talché il mio nome non andrá lodato
per la dolcezza del leggiadro verso,
ma forse per quell’aura ond’egli è nato.

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4

     E se anco eterne imperversasser l’ire
della sorte, che in noi volge sí dura,
e accorresse la turba a seppellire
meco i miei carmi (infausta sepoltura!);
     veramente la mia trista ventura
non sará piena: ché gli udran ridire
da quella or piccioletta creatura,
che Elisa mi lasciò pria di morire.
     Lunghesso un rivo, al tramontar del sole,
ella verrá piangendo; e in quell’affanno
canterá i carmi che le piacquer tanto.
     E gli uccelletti e l’aure e le viole
con pietosa dolcezza esclameranno:
— Come è gentil la cantatrice e il canto! —


5

     — Com’è gentil la cantatrice e il canto! —
cosí diran di quelle dolci note:
e tu repente sulle rosee gote
sentirai, figlia mia, scorrerti il pianto.
     Se un curioso, che ti passa accanto,
di ciò s’avvegga, interrogar ti puote;
e tu le inchieste di responso vuote
non lasciar, né ti pesi il suo compianto.
     Ei tutto e presto obblierá. Ma, quando
(e ciò s’avvera), al tempo ahi! non piú vivo,
gli anderá mesto e intenerito il core,
     fia che rammenti, e forse lacrimando,
una pia giovinetta in margo a un rivo,
e un sol morente, ed un canto d’amore.

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6

     Tutti di rosa a te rideran presto
gli anni di gioventú, cara angiolella,
né molto andrá che sentirai quel mesto
turbamento gentil, che amor s’appella.
     O figlioletta mia! poiché da questo
mondo è fuggita la materna stella,
il tuo povero cor fa’ manifesto
a me, che per me t’amo, e piú per quella.
     Io parlerò col tuo povero core,
e alcun conforto, o dolce anima cara,
stillerò forse sulla tua ferita;
     perché l’uom che negli occhi ebbe il dolore,
o figliuoletta, agevolmente impara
la mesta intelligenza della vita.