Alcune lettere familiari/Al medesimo XIII

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al medesimo


Di costì ci vengono le novelle; qui non se ne creano, dunque intorno a' movimenti del mondo io mi taccio. Io mi reggo, e speranza di bene non mi abbandona. Pensando a Fassolo, di donde poco col pensiero soglio allontanarmi, vienmi in memoria che V. S. scrisse aspettatisi l'adriana Sirena, degna di sì fatte marine. Non voglio tacere, che è da pensare se si falli allogai e si falle allegrezze potessero in Roma non bene essere intese. Il mondo è grande e ripieno d'ingegni strani, se' savio, e intendi me' ch'io non ragiono, disse Dante. Io mi ricordo che Aristotele disse, che i vecchi erano invidiosi, e si attristavano che altri godesse ciò ch'essi perdeano; e di qui è la gran malevolenza de' diavoli verso gli uomini chiamati al retaggio de' cieli. Non parlo più da filosofo. ma voglia entrare nelle belle lettere, rallegrando le mie noie con la dolcezza delle Epistole di Cicerone. Lessi ieri l'altro la prima del libro tredicesimo del volume ad Atticum. Trattava domestiramente di scritture sue da darsi a leggere e a' popoli, e di sua bocca confessa di aver errato non intendendo la proprietà di alcun vocabolo; ed era ciò, ch'egli valendo esprimere ciò che noi diciamo sciare, avea detto levare remi. Sono sue parole: arbitrabar sustinere remos, cum inhibere essent remiges jussi; id non esse hujiusmodi didici heri; non enim sustinet, sed alio modo remigant. Così scrive Cicerone; e commette ad Attico che faccia emendare la scrittura. Soggiunge poi trattando di alcuno componimento suo intitolato a Varrone: Epistola mea ad Varronem valde ne tibi placuit? Male mi sit, si unqualm tantum enitar. Signor mio, lette queste parole, io stetti alquanto pensososo, poi dissi meco: Marco Tullio emenda un vocabolo, ed afferma che spese ogni suo sforzo in un foglio, ed io vermicello impolveralo dentro alla terra stampo mie ciancie con allegrezza, nate con poco ingegno e cresciute senza alcun pensamento di balia? Pagherei una dobla avere in mia balia miei componimenti per trattarli come meritano i talenti e gli studi de' miei pari. Ora io ho fatta la vendemmia, ho riscosso mie pigioni, dato ordine a' miei affari per vivere l'anno che viensene; viverò poveramente, ma che monta? se in ogni modo scandit aeratas vitiosa naves Cura, nec turmas equitum relinquit? E qui mi raccomando a tutti, ed a lutti faccio riverenza, specialmente alle mie signore, e mi ricordo servidore al rev. abate Fossa. E quando costi si stampa da' nostri Accademici Peregrini scrittura, non sia dimenticata la mia solitudine.

Dal mio Alberghino mentre piovea, e però mi tratteneva co' pensieri gentili.