Al Polo Australe in velocipede/27. Il ritorno

27. Il ritorno

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26. La catastrofe della Stella Polare


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CAPITOLO XXVII.

Il ritorno.

Malgrado che la situazione già disperata di quegli uomini si fosse aggravata per l’abbandono dei marinai americani ed un disastro più tremendo li minacciasse (essendo ormai sfumata la speranza di trovare ancora dei viveri alla capanna), pure non si perdettero ancora d’animo.

Wilkye li guidava, Wilkye si preparava ad affrontare coraggiosamente l’avverso destino, e l’energia di quell’uomo aveva rialzato il morale di tutti quei disgraziati. Volevano anch’essi lottare fino all’estremo delle loro forze, prima di cedere.

Fu deciso di abbandonare il primiero progetto, ora che alla capanna altro non potevano trovare che un ricovero, e di tentare di raggiungere, colla maggiore celerità, la costa più vicina, nella speranza di trovare sulle spiagge delle foche e degli uccelli marini.

Si divisero in due drappelli: il primo comandato da Wilky era composto di Blunt e Bisby il quale malgrado tante sofferenze era ancora valido, e di due dei più robusti marinai; il secondo comandato da Peruschi comprendeva Linderman e tutti gli altri più o meno invalidi.

Il primo doveva affrettare la marcia per procurare i viveri; il secondo doveva avanzare in proporzione delle sue forze.

Alle 4 pom. Wilkye ed i suoi compagni lasciavano [p. 260 modifica] l’accampamento portando con loro un pezzo di foca bastante a nutrirli per due giorni e si slanciavano a passo accelerato verso l’ovest. Poco dopo ripartivano gli altri colla slitta sulla quale erano stati deposti due marinai che non potevano reggersi in piedi, e la lettiga sulla quale si trovava Linderman, che ormai era pazzo e pazzo furioso.

Il freddo avendo gelato la neve, favoriva la marcia, e se non si scatenava qualche altra bufera, il primo drappello poteva raggiungere la costa in tre giorni, non essendovi da attraversare che una distanza di centoventi miglia.

Alle 9 di sera Wilkye fece fare una fermata per dare riposo ai suoi compagni, ma alle 10 ripartivano mantenendo il passo accelerato.

Non si accamparono che alla mezzanotte, dopo d’aver percorso ben quaranta miglia in sei ore. Alle otto del mattino, dopo d’aver assaggiato un pezzo di foca, riprendevano la corsa.

Il mare non doveva essere lontano. All’orizzonte si scorgevano delle alture e di quando in quando si vedevano apparire, verso l’ovest, alcuni punti neri che dovevano essere uccelli.

Fu una corsa furiosa: non camminavano, correvano come se fossero inseguiti. Wilkye, sempre dinanzi a tutti, dava l’esempio.

Alle 6 di sera sole venti miglia li separavano dalla costa. Il vento portava fino ai loro orecchi le cupe detonazioni dei ghiacci galleggianti.

Erano sfiniti, ma non si arrestarono ancora: una volontà irresistibile li spingeva innanzi. Alle nove di sera, nel momento che il sole scompariva sotto l’orizzonte, salutavano l’Oceano con un urràh fragoroso. [p. 261 modifica]

Stavano per precipitarsi attraverso ai ghiacci per piombare in mezzo alle bande di pinguini che colà nidificavano, quando si udì Blunt a gridare:

— Una nave!... una nave!...

Non si era ingannato. Una nave a vapore scendeva dal nord lungo la costa, speronando furiosamente i ghiacci galleggianti che le sbarravano il passo.

— Scaricate i fucili, presto!... gridò Wilkye fuori di sé.

Non vi era bisogno. L’equipaggio della nave li aveva già scorti agli ultimi bagliori del tramonto e li salutava colla bandiera e con un colpo di spingarda.

Chi erano quei generosi che accorrevano a salvarli? Da dove venivano? Come si trovavano colà?...

Non importava, pel momento, il saperlo. Due grandi scialuppe erano state calate in mare ed arrancavano verso la costa, aprendosi il passo fra i ghiacci galleggianti.

In dieci minuti approdarono, e due uomini s’arrampicarono sulla costa, gridando:

— Signor Wilkye!... Signor Blunt!... Signor Bisby!...

— Per centomila quintali di carne salata!... esclamò il negoziante. — I birbanti sono ritornati!... Che i miei pranzi abbiano fatto effetto? Sfido io! Nessun altro cuoco poteva farli migliori e più abbondanti!...

— Voi!... esclamò Wilkye, al colmo dello stupore. Ma dunque non ci avevate abbandonati?

— No, signore. Avreste potuto supporlo, ma non crederci capaci d’un simile tradimento. I viveri stavano per mancare in causa della eccessiva prodigalità del signor Bisby...

— Mariuoli! esclamò il negoziante. A udir loro, ho mangiato tutto io!...

— Ci siamo imbarcati prima che mancassero del tutto [p. 262 modifica] sperando d’incontrare qualche nave baleniera che venisse in vostro soccorso. Avremo forse commessa una cattiva azione abbandonando il signor Bisby; ma col suo formidabile appetito ci avrebbe consumate le poche provviste in quattro giorni.

— Quella nave dunque è?... — chiese Wilkye.

— Una baleniera americana montata da nostri compatriotti.

— Grazie, amici; ci salvate da una tremenda catastrofe.

— Signor Bisby, dissero i marinai, — non ci serberete rancore per la nostra mala azione?

— Ma che!... esclamò il negoziante. — Qui, sul mio cuore, miei bravi marinai, ma a condizione di pregare il cuciniere di bordo d’allestire un pranzetto per trenta persone. Che diavolo!... Ho ben diritto d’ingrassarmi un po’, ora che sono diventato magro come un’aringa affumicata.

— A bordo, disse Wilkye. — Bisogna inviare soccorsi al secondo drappello.

Venti minuti dopo Wilkye ed i suoi compagni giungevano a bordo della baleniera l’Hudson, del dipartimento marittimo di Norfolk. Il capitano Klemer, un buon bostoniano, proprietario della nave, fece la più ospitale accoglienza agli intrepidi suoi compatrioti ed ai superstiti della spedizione inglese.

Informato che il secondo drappello si trovava ancora sul continente ed in critiche condizioni, organizzò tosto una spedizione di soccorso composta di otto marinai muniti di viveri, di una piccola farmacia, di parecchie bottiglie di succo di limone e di vino generoso pei colpiti dallo scorbuto.

Wilkye e Blunt si misero alla testa del drappello ed il giorno dopo incontravano Peruschi, Linderman ed i [p. 263 modifica] marinai inglesi. Quei soccorsi giungevano a tempo, poichè quei disgraziati erano già alle prese colla fame.

· · · · · · · · · · ·

Due giorni dopo l’Hudson, che aveva terminato la campagna di pesca e che aveva completato il suo carico d’olio di balena e di elefanti marini, filava a tutto vapore verso il nord, portando con sè gli avanzi della spedizione anglo-americana.

Il 16 aprile gettava l’ancora a Norfolk, all’imboccatura del profondo golfo di Chesapeak ed il giorno seguente Wilkye, Bisby, Peruschi, Blunt, Linderman ed i marinai inglesi s’imbarcavano su di un battello costiero e scendevano a Baltimòra.

Il loro ritorno fu un avvenimento. I membri della Società geografica e le Autorità, già avvertite telegraficamente, li attendevano sul quai e li condussero trionfalmente alla sede sociale, dove era stato allestito un banchetto per solennizzare la scoperta del polo Australe.

Wilkye dovette narrare a sazietà le avventure, le fatiche, i patimenti sofferti in quelle lontane regioni delle nevi e dei ghiacci; Bisby invece si accontentò di mangiare a crepapelle per sei ore continue, sperando di fare ancora una discreta figura fra i membri della Società degli uomini grassi di Chicago.

Il Governo dell’Unione Americana, orgoglioso per la grande scoperta, non dimenticò gli eroi della spedizione polare, e decretava a Wilkye ed ai suoi audaci compagni, onori, ed una lauta pensione annua. [p. 264 modifica]

Wilkye, che al par di tutti gli esploratori polari, sembra invaso dalla nostalgia dei ghiacci, sta ora maturando una grande spedizione nei mari Artici per tentare anche la scoperta del polo boreale. Vi riuscirà? Lo sapremo forse un giorno.

Linderman, che è stato ricoverato in una casa di salute, è più pazzo che mai. Il disgraziato sembra perseguitato da una fissazione, da un odio profondo contro il suo generoso rivale che lo ha salvato da una catastrofe completa. Violenti furori lo assalgono sempre, specialmente quando Peruschi, Blunt o qualcuno dei suoi marinai vanno a visitarlo. Guarirà?... I medici ne dubitano fortemente.

In quanto a Bisby ha venduto i suoi magazzini e non fa più parte della Società degli uomini grassi. Gl’ingrati lo hanno espulso perchè... era troppo magro!... L’ottimo ed allegro negoziante si è consolato però: ha piantato stabile dimora nelle sale della Società geografica, e fra i due pranzi e le tre colazioni giornaliere che si divora coscienziosamente, discute come un arrabbiato e con lena inesauribile sulle grandi questioni polari.

Il degno uomo si crede uno scienziato, un geografo di prim’ordine, e a chi ribatte i suoi argomenti risponde subito enfaticamente:

— Cosa volete saperne voi?... Tacete! Non siete stato al polo come ci sono stato io!... [p. 265 modifica]