Al Polo Australe in velocipede/14. La separazione

14. La separazione

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13. La Terra di Palmer 15. La spedizione polare


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CAPITOLO XIV.

La separazione.

Lo stretto di Bismark, sulle cui sponde la spedizione americana contava di accamparsi prima di intraprendere le mosse verso il polo australe, è una specie di canale che s’inoltra fra la Terra di Palmer e quella di Graham.

Dinanzi si trova un arcipelago di isole deserte che chiamansi Elisabeth, Friedburg, Peterman, Krogman e Doot; più oltre, verso l’ovest, al di là del 65° meridiano, si trova invece quello di Pitt e più lontano, quello considerevole di Biscoë, scoperto dal navigatore omonimo nel 1832.

Nessuno ha mai esplorato quello stretto, essendosi limitati, i navigatori che mossero alla scoperta di quelle

[p. 125 modifica] Si strinsero cordialmente la mano e si lasciarono.... (pag. 128) [p. 127 modifica] terre, a visitare solamente le coste. Infatti nè Palmer che le esplorò nel 1822, nè Foster, che intraprese la spedizione nel 1829, nè Biscoë osarono affrontare i ghiacci e cimentare le loro navi fra le spiaggie di quel braccio di mare; quindi si ignora se si prolunghi assai entro il continente o se sia semplicemente un grande fiord.

Ciò però non aveva nessuna importanza per la spedizione americana, che contava di giungere al polo per la via di terra e non per acqua. Del resto, tentarne l’esplorazione, almeno pel momento, sarebbe stata una pazzia, poichè quello stretto era bloccato da ghiacci così enormi, da sfidare gli speroni delle navi più potenti.

La Stella Polare, che aveva fretta di ripartire colla spedizione inglese, mosse verso la punta settentrionale dello stretto, la quale scendeva dolcemente verso il mare, unendosi ad un banco di ghiaccio che aveva un’estensione di oltre mille metri.

Giunta presso il banco, il capitano Back fece mettere in mare le scialuppe, ormeggiare solidamente la nave ad un piccolo ice-berg, poi ordinò lo scarico del materiale appartenente alla spedizione americana.

Wilkye fece scendere a terra i marinai americani che aveva condotto con sè, sei pezzi d’uomini alti come granatieri, robusti come tori, colle spalle larghe, i volti abbronzati dai venti del mare e dalla salsedine, poi i due velocipedisti.

Tosto l’equipaggio inglese cominciò lo scarico, accumulando sul banco una considerevole quantità di legnami che parevano destinati a qualche costruzione, un gran numero di casse, di barili, di colli di proporzioni gigantesche e una provvista di carbone calcolata a due tonnellate e quindi calò una scialuppa che poteva contenere comodamente tutti i membri della spedizione. [p. 128 modifica]

— Vi manca nulla? chiese Linderman a Wilkye, che numerava con grande attenzione tutti quegli oggetti.

— No, signore, rispose l’americano.

— Allora riparto.

— Vi auguro di raggiungermi al polo.

— Ed io vi auguro che non vi possiate giungere, rispose l’armatore ruvidamente.

— Forse che vi spiacerebbe di dividere con me l’onore di aver scoperto il polo australe?

— Preferisco che lo scopra un inglese solo, anziché un inglese ed un americano.

— Lo vedremo, signore.

Gli si avvicinò e gli stese la mano, ma l’armatore fece un passo indietro dicendo:

— Non siete più mio ospite ma un rivale e un accanito rivale. La guerra è dichiarata fra noi.

— Conto però sul vostro ritorno per riguadagnare l’America: tale è il patto.

— Lo manterrò se......

— Che cosa? chiese Wilkye, aggrottando la fronte. Sareste capace voi......

— No, esclamò l’armatore. Datemi la mano, signor Wilkye, voi siete troppo generoso e quantunque rivali, lottiamo pel trionfo della scienza.

Si strinsero cordialmente la mano e si lasciarono augurandosi un felice viaggio. Bisby, commosso, gettò le braccia al collo dell’armatore e discese sul banco urlando:

— Urrah per il polo!......

La Stella Polare aveva ritirato l’ormeggio. Lanciò un fischio acuto che si ripercosse stranamente su quelle immense muraglie di ghiaccio e ripartì a gran vapore verso il sud, filando fra le isole e la costa. [p. 129 modifica]

Sul cassero si scorgeva Linderman, colle braccia incrociate sul petto, in attitudine pensierosa e lungo le murate l’intero equipaggio che teneva gli occhi fissi sul banco. Anche Wilkye si era spinto fino sull’orlo del ghiaccione, e guardava la rapida goletta che si allontanava: anche lui pareva pensieroso, preoccupato.

Poco dopo la Stella Polare scompariva dietro all’isola Boot e sull’orizzonte fosco, altro non si vide che un leggier pennacchio di fumo.

— Quale sorte l’attenderà? mormorò l’americano. Il tempo forse me lo dirà!

— Avete finito di guardarli? chiese Bisby. Io comincio ad avere freddo in mezzo a questo ghiaccio e rosicchierei volentieri una costoletta accanto ad un buon fuoco.

— Mi chiedevo come finirà quella rapida nave, disse Wilkye.

— Come volete che finisca? Farà un viaggetto fra i ghiacci e poi tornerà a prenderci.

— Temo il contrario, Bisby: noi non la rivedremo più.

— E perchè?

— Perchè Linderman, piuttosto che retrocedere, la frantumerà fra i ghiacci per trascinare il suo equipaggio verso il polo.

— E noi? chiese il negoziante, impallidendo. Bell’affare se ci abbandonassero su queste coste!..... Se sapevo ciò prima, vi assicuro che non mi muovevo da Baltimòra. Come torneremo noi a casa? Volete vivere eternamente fra questi ghiacci, come gli orsi bianchi? Vi ripeto che ormai ne ho abbastanza del polo, e sarei ben contento di tornarmene agli Stati Uniti.

— Tò! Dov’è andato tutto il vostro entusiasmo per la spedizione? È sfumato, ora che cominciamo il viaggio? Finchè eravate a bordo della goletta, dove mangiavate [p. 130 modifica] e bevevate a vostro piacimento e dormivate tranquillamente in una comoda cabina, volevate vedere il polo; ed ora cominciate a spaventarvi?

— È vero, amico mio, ma questo paese comincia a mettermi indosso delle malinconie. Cosa volete? Io non sono nato per i viaggi.

— Se volete ritornare a casa, accomodatevi, disse Wilkye, ridendo. Il nord è lassù.

— Scherzate, Wilkye, ma ora cosa faremo? Vi confesso che non mi trovo troppo bene su questo banco e con questo freddo.

— Fra poco avremo una capanna.

— Ed una pentola che bolle?

— Anche la pentola.

— Allora affrettiamoci.

— Vi metto anche voi al lavoro; vi scalderete.

— Purchè non diventi magro!

— Tutt’altro, mangerete il doppio.

— Allora sono a vostra disposizione.

— Cominciamo a costruire la capanna: sarà il nostro quartier generale ed il nostro magazzino.

— Ma dove la rizzerete? Sul ghiaccio forse?

— Volete costruirla sulle roccie? Bisognerebbe rompere uno strato di ghiaccio di quindici o venti metri.

— Ma non geleremo noi?

— Staremo caldi egualmente, Bisby. Orsù, al lavoro; bisogna trasportare tutto questo legname al di là del banco, poi penseremo a trascinare tutti questi colli, queste casse e le botti.

I sei marinai, i due velocipedisti, il negoziante e lo stesso Wilkye si misero tosto in moto. Essendo il sole tosto al tramonto, la temperatura scendeva con rapidità, ed era necessario procurarsi un pronto ricovero. [p. 131 modifica]L’erezione di quella capanna non doveva esser lunga...... (pag. 133) [p. 133 modifica]

Quei dieci uomini si caricarono di legname e si diressero verso la costa che era lontana solamente sei o settecento metri. Trovato un luogo, ai piedi di una grande rupe che doveva ripararli dai gelidi venti del sud, Wilkye, aiutato da Bisby diede mano alla costruzione, mentre i marinai ed i due velocipedisti tornavano sul banco per riportare gli altri pezzi.

L’erezione di quella capanna non doveva essere lunga, poichè i legnami erano stati costruiti appositamente e numerati. Bastava unire i diversi pezzi e saldarli con poche viti.

Tre ore furono sufficienti per ottenere un comodo ricovero, a due tetti spioventi, diviso in quattro stanze, lungo dodici metri e largo sei. Le tavole erano così unite da impedire l’accesso al freddo, ma Wilkye e Bisby, per conservare meglio il calore interno, turarono ermeticamente le fessure mediante strisce di grossa carta incatramata, come usano i coloni danesi della Groenlandia e gl’Islandesi.

Per evitare il contatto col ghiaccio, stesero in tutte le stanze della grossa tela da vele, sovrapponendovi dei tappeti di feltro per meglio combattere l’umidità che in quei climi può essere causa di serii malanni.

Infine nella stanza centrale, che doveva essere il salotto da pranzo, collocarono una stufa di ferro, fornita d’un tubo assai curvo, per impedire che il calore si espandesse troppo facilmente al di fuori.

Bisby era più che soddisfatto e non finiva di ammirare e di lodare le comodità di questa casetta, che egli chiamava pomposamente «palazzo d’inverno». Faceva progetti sovra progetti; si prometteva di dare dei festini da ballo, di passare delle serate allegre e soprattutto di offrire dei pranzi poco meno che luculliani. Contava poi specialmente d’ingrassarsi accanto alla stufa e per serbarsi i [p. 134 modifica] migliori bocconi o per tema che il cuciniere volesse fare delle economie, si proclamò il cuoco della spedizione.

La proposta venne accettata fra la generale ilarità, ma Wilkye si credette in dovere di avvisarlo che i loro viveri erano limitati, e che quelli esistenti dovevano durare sei mesi, non potendosi contare, con certezza, sul ritorno della Stella Polare.

Erano allora le tre del mattino e non avevano ancora chiuso occhio. Quantunque il sole cominciasse ad alzarsi sull’orizzonte, la temperatura era così fredda su quella costa, da gelare il naso e le mani.

Wilkye fece accendere la stufa e accordò un riposo di alcune ore prima di trasportare alla capanna tutte le casse, le botti ed i colli sbarcati dalla goletta.

Tutti approfittarono per fare una dormita accanto alla stufa, che russava allegramente, spandendo nella capanna un dolce tepore. Bisby fu il primo a dare l’esempio, coricandosi sulla sua famosa pelle di bisonte.

Un riposo di cinque ore fu più che sufficiente per rimettere tutti in forze. Dopo d’aver bevuto una tazza di thè bollente, ripresero il difficile e faticoso lavoro.

Le botti, le casse, i colli, spinti o rotolati sul banco di ghiaccio e poi issati sulla costa, furono accumulati intorno alla capanna, dove Wilkye li esaminava con minuziosa attenzione e li metteva poi in una stanza aiutato da Bisby e dai due velocipedisti.

— Abbiamo tutto? chiese il negoziante, quando il trasporto fu ultimato.

— Non manca nulla, rispose Wilkye.

— Si possono conoscere ora le nostre ricchezze? Come cuoco della spedizione, bisogna che sappia dove potrò trovare la carne, la farina e gl’ingredienti necessari ai miei succulenti pasticci. [p. 135 modifica]

— Ho collocato tutto a posto: tutti quei barili contengono i viveri; queste casse i velocipedi, le armi, le munizioni, gli strumenti necessari pei miei calcoli e per le mie osservazioni e gli attrezzi della scialuppa; quei colli le vesti, le coperte, le brande, i materassi, le tende, ecc.

— Abbiamo viveri per molti mesi?

— Per sei, calcolate dieci persone.

— Sono pochini, Wilkye, disse Bisby. Dovevate calcolare che io sono venuto al polo per ingrassare.

— Sono sufficienti, rispose Wilkye, ridendo. E poi non calcolate la caccia? Troveremo delle otarie, degli uccelli....

— E degli orsi?

— Non ve ne sono al polo australe, ve l’ho già detto.

— I nostri viveri, in cosa consistono?

— In quei barili troverete biscotti, farine, porco salato...

— Delizioso! esclamò Bisby. So arrostirlo molto bene.

— Del thè, che è indispensabile in questo clima, del caffè, della cioccolata, zucchero, pesce secco, grasso, fagiuoli, pomi di terra, una grossa provvista di pemmican.

— Cos’è questo pemmican?

— Serve per fare delle zuppe assai nutritive. È composto di carne secca ben battuta, ridotta quasi in polvere, e di grasso. Basta mettere a bollire un po’ di quella miscela ed otterrete un brodo eccellente.

— Piatto spiccio: benissimo.

— Poi troverete dei cavoli in aceto, necessari per combattere lo scorbuto, del succo di limone, che è un buon antiscorbutico, delle frutta secche, ecc. Siete contento?

— Contentissimo, Wilkye; ma quando andremo al polo, come faremo a portare con noi tutte queste provviste?

— Le lascio qui, sotto la vostra custodia.

— Sotto la mia custodia? Ma rimarrò qui io?

— Sì, coi marinai. [p. 136 modifica]

— Ma qual’è il vostro progetto?

— Ve lo spiegherò a tavola. Signor cuoco, è mezzodì, ed i marinai cominciano ad aver fame.

— Sentivo anch’io un certo vuoto nel mio stomaco! Al lavoro!

Il ghiottone non perdette tempo. Aiutato da un marinaio, da lui nominato sotto-cuoco, aprì i barili contenenti i viveri e mise sul fornello due pentole di ferro per far sciogliere la neve, non essendo possibile, con quel freddo intenso, trovare una goccia d’acqua.

Poco dopo nella capanna si spandevano dei profumi appetitosi, i quali indicavano come il cuoco non facesse risparmio di condimenti. Alle due pentole che grillettavano allegramente, egli aveva aggiunto dei pentolini entro i quali friggevano certe frittelle, che promettevano di essere deliziose.

Due ore dopo Bisby annunciava, con voce maestosa, che il pranzo era pronto. Tutti si assisero a tavola e assalirono vigorosamente i cibi.

Il cuoco si era fatto onore, fin troppo, poichè se avesse continuato ad ammannire pranzi simili, non avrebbe tardato a dare fondo alle provviste. Una zuppa squisita fatta con brodo di pemmican, del bue in stufato, del maiale arrostito, dei fagioli conditi, dei cavoli in aceto, del pesce in salsa piccante e delle frittelle, costituivano la minuta. Il ghiottone vi aveva aggiunto un prosciutto salato, del formaggio, delle frutta secche e parecchie bottiglie.

— Voi mi volete rovinare, disse Wilkye. Il pranzo è delizioso, ma se non vi moderate, consumerete le provviste in due mesi.

— Caccieremo! amico mio, rispose il negoziante, che divorava per quattro.

— Ma la selvaggina può diventare scarsa, Bisby. [p. 137 modifica]

— Voi mi spaventate.

— Non ho questa intenzione, vi dico solo per prudenza di essere economo. In questa regione non vi sono provveditori, ci possono toccare centomila disgrazie, possiamo essere costretti a passare fra questi ghiacci dei mesi e forse qualche anno.

— Ma allora cosa accadrà di noi! esclamò Bisby, impallidendo. Corro il pericolo di tornare in America secco come un merluzzo, anzichè grasso come un elefante marino, e di farmi espellere dalla Società degli uomini grassi, anzichè diventarne il presidente.

— Tutto può accadere in questo continente, che non ha un solo abitante che ci possa soccorrere. Spero però di compiere la spedizione in breve tempo e di lasciare queste regioni prima che il tremendo inverno ci piombi addosso.

— Ma quali sono adunque i vostri progetti? Noi tutti li ignoriamo.

— Sì, spiegatevi, dissero tutti.

— Servite quel punch che fiammeggia, disse Wilkye a Bisby, poi accendete le pipe e vi spiegherò ogni cosa.