Aggiustare il mondo - Aaron Swartz/I casi giudiziari/17. Le strategie processuali

I casi giudiziari - 17. Le strategie processuali

../16. Il controverso ruolo del MIT ../18. Il suicidio e le polemiche IncludiIntestazione 13 maggio 2024 75% Da definire

I casi giudiziari - 16. Il controverso ruolo del MIT I casi giudiziari - 18. Il suicidio e le polemiche
[p. 149 modifica]
17. Le strategie processuali


Dopo i fatti occorsi al MIT, il conseguente arresto e i primi adempimenti burocratici presso il commissariato di polizia nell’immediatezza dei fatti, la potente macchina processuale americana si mise in moto. E il quadro, per Aaron, si complicò notevolmente.

Da questo momento in avanti, la storia giudiziaria di Aaron è fatta di mesi e mesi di consulenze con avvocati, udienze annunciate e rimandate, tentativi di patteggiamento, coinvolgimento di autorità nazionali e federali, attenzione da parte dell’opinione pubblica, spese elevatissime, che arrivarono ad azzerare il suo patrimonio e i suoi risparmi, consigli buoni e meno buoni, tanta incertezza, periodi di stasi in attesa delle udienze o degli incontri e momenti, sempre più frequenti, nei quali il ragazzo era terrorizzato per le pene che si potevano prospettare e per la possibilità concreta di finire in carcere.

La situazione fu, sempre, kafkiana, di estrema incertezza e, a volte, oscurità. Una minaccia costante, che in alcuni periodi dell’anno accelerava e, in altri, lasciava un po’ più libero il ragazzo di occuparsi delle sue passioni e del suo attivismo. Sempre, però, con questo pensiero fisso.

Da un punto di vista giuridico, non è corretto parlare di “processo” nel caso di Aaron, perché un processo vero e proprio e come lo intendiamo comunemente – con udienze pubbliche, telecamere, gli avvocati in toga e un giudice che emette una sentenza – non ci fu mai.

Ci furono, però, due procedimenti aperti, che originarono serrate trattative tra accusa e difesa che, purtroppo, non portarono a nulla e l’attesa di un’udienza finalmente chiarificatrice che non sarebbe, però, mai arrivata.

Subito dopo il suo arresto, Aaron Swartz non rilasciò alcuna dichiarazione con riferimento a cosa avesse intenzione di fare con i documenti scaricati. Diventa, quindi, complicato comprendere realmente le motivazioni alla base di quell’azione.

Nel fascicolo degli inquirenti finirono, ça va sans dire, stralci di articoli e interviste che lo riguardavano, dove sollecitava a “liberare” scienza, cultura e documenti, e tutti i suoi scritti correlati alla necessità di una gratuità diffusa delle informazioni.

In più, vi erano, come è noto, precedenti di attività di download di grandi quantitativi di dati, in violazione dei termini di servizio di banche dati statali, con particolare riferimento al precedente caso PACER.

Nell’interpretazione dell’accusa federale, di conseguenza, il download era chiaramente avvenuto “allo scopo di distribuire una parte significativa dell’archivio di JSTOR attraverso uno o più siti di file-sharing”. [p. 150 modifica]

L’accusa inquadrava Aaron come un “pirata”, che voleva rubare tutto il contenuto dell’archivio e caricarlo su sistemi di file sharing simili a Napster, per consentire a tutti gli utenti del mondo di prelevarlo liberamente e gratuitamente.

A sostegno di questa teoria, il governo aveva anche recuperato il Guerrilla Open Access Manifesto a firma (solo di) Aaron, risalente al 2008, e si concentrò su un passaggio del documento che invita, senza mezzi termini, a «prendere le informazioni, ovunque siano conservate, fare le nostre copie e condividerle con il mondo».

Lo scaricamento di quasi cinque milioni di articoli, ossia l’80% del contenuto del database di riviste di JSTOR, era, per l’accusa, chiaramente finalizzato a questo: «si sostiene» – si legge in un atto d’accusa – «che Swartz abbia eluso i sistemi di sicurezza del MIT e di JSTOR per distribuire una parte significativa dell’archivio di JSTOR attraverso uno o più siti di file-sharing».

Nel rapporto del MIT si nota, correttamente, come Aaron Swartz, in passato, avesse anche partecipato a uno studio sugli articoli presenti negli archivi pubblici che riguardava il pagamento, da parte di organizzazioni e centri d’interesse, a esperti – tra cui professori di legge – per la pubblicazione di articoli in riviste accademiche.

Aveva, in particolare, elaborato uno script che scaricava gli articoli dalla banca dati giuridica Westlaw e un secondo script che, immediatamente dopo, estraeva dalle note a piè di pagina di ogni articolo possibili informazioni rilevanti sulle fonti di finanziamento.

Questo “precedente” è molto interessante. Apriva nuove prospettive sulle reali motivazioni di Aaron alla base di un gesto simile e, se possibile, su un movente ben diverso: l’intenzione di generare un innovativo sistema di “riferimenti incrociati” che attraversassero l’intero database di JSTOR per autore, editore e fonte di finanziamento, in modo da dimostrare fino a che punto il servizio di JSTOR e, quindi, le tariffe che applicava alle istituzioni, fosse finanziato da denaro pubblico. Si trattava di una precisa linea di ricerca che portava avanti da mesi e che si pensava potesse avere qualche collegamento con un’azione simile.

Oppure, come è ovvio, in questo quadro di mistero, si può, senza problemi, ipotizzare che, al momento del download, Aaron Swartz non avesse ancora deciso cosa fare di quegli articoli.

Fatto sta, che la grande macchina giudiziaria statunitense, particolarmente rigorosa quando erano coinvolti dei comportamenti interpretati come crimini informatici, si mise in moto.

Passarono pochi mesi e già nell’estate del 2011 vennero avviati due procedimenti penali nei confronti di Aaron Swartz.

Il primo era un importante procedimento federale. Fu avviato dall’ufficio del procuratore degli Stati Uniti – il celebre, e autorevole, United States Attorney Office di Boston – e iniziò con un’incriminazione nel luglio 2011, seguita da un’altra nel settembre 2012. [p. 151 modifica]

Il secondo fu un procedimento statale avviato dall’ufficio del procuratore distrettuale della contea di Middlesex, che iniziò nel novembre 2011 e venne, però, archiviato nel marzo 2012, su istanza dell’ufficio del procuratore.

Aaron Swartz venne rappresentato, in queste vicende penali, in momenti distinti, da tre gruppi di avvocati, oltre che da un quarto avvocato. Anche il padre di Aaron Swartz, Robert Swartz, partecipò attivamente alla sua difesa.

Il primo studio legale incaricato dal giovane fu Good & Cormier, a Boston. Andrew Good divenne il legale principale di Aaron Swartz. Lo studio rappresentò Swartz nella causa federale e fu coinvolto dal giorno dell’arresto di Swartz sino all’autunno del 2011, dopo la prima incriminazione federale, ma prima che venisse emessa l’incriminazione statale, poi archiviata.

Il secondo studio che decise di assistere Aaron fu quello di Martin G. Weinberg. L’avvocato Weinberg ereditò la rappresentanza di Good&Cormier a partire dall’autunno 2011 e continuò fino alla fine di ottobre 2012, dopo la formulazione dell’accusa federale aggiuntiva.

Il terzo studio fu Keker & Van Nest, di San Francisco. Elliot Peters era il legale di Aaron Swartz. Questo studio raccolse il testimone da Martin Weinberg e continuò ad assisterlo fino al termine del procedimento.

Anche William Kettlewell dello studio legale Collora (a Boston) venne coinvolto nella difesa, in un periodo che si sovrappose al coinvolgimento di Good & Cormier e Martin Weinberg. Né Kettlewell, né il suo studio legale, comparvero però in tribunale nella causa federale o statale.

Con riferimento ai gravi reati contestati dopo l’arresto, Aaron Swartz fu innanzitutto accusato, presso il tribunale distrettuale di Cambridge, di due crimini di “effrazione diurna”: un capo d’accusa, ciascuno, per il 4 e il 6 gennaio 2011. Una sorta di “violazione di domicilio”, con ingresso in locali contro la volontà di chi aveva il legittimo interesse ad escluderlo.

Il 6 novembre 2011, dopo la presentazione dell’accusa federale iniziale, l’ufficio del procuratore distrettuale ottenne un’accusa statale ben più seria contro Aaron Swartz per sei capi d’imputazione: due capi d’imputazione per violazione di domicilio (presso il MIT), con l’intento di commettere un reato; tre capi d’imputazione per accesso a un computer senza autorizzazione e un capo d’imputazione per furto – in particolare, furto di dati elaborati o memorizzati elettronicamente di JSTOR – per un importo superiore ai 250 dollari. L’accusa non venne formulata presso il tribunale distrettuale di Cambridge, bensì in un altro tribunale, ossia la Corte Superiore della Contea di Middlesex.

In un quadro simile, accusa, difesa, parti processuali e opinione pubblica iniziarono a impostare le loro strategie e a veicolare le loro interpretazioni dei fatti in un procedimento che si presentava come lungo e complesso e che avrebbe condizionato, come una Spada di Damocle, la vita di Aaron di lì in avanti.

Nella scacchiera che si era generata, ogni parte processuale elaborava le proprie strategie. [p. 152 modifica]

Con riferimento all’accusa, e all’azione penale federale, l’ufficio del procuratore degli Stati Uniti avviò l’indagine il 5 gennaio 2011.

L’assistente del procuratore degli Stati Uniti, Stephen Heymann, capo dell’unità per i crimini informatici e di Internet all’interno dell’ufficio del procuratore, si prese l’incarico dell’indagine e portò avanti l’azione penale.

Il procuratore capo, poco dopo l’arresto di Aaron Swartz, e l’agente speciale, che si era recato al MIT il 4 gennaio, interrogarono il personale tecnico e della polizia del MIT e notificarono al MIT due mandati di comparizione davanti al Gran Giurì.

L’atto d’accusa iniziale venne, così, emesso da un gran giurì federale, riunito a Boston, il 14 luglio 2011: l’imputazione a carico di Aaron Swartz prevedeva quattro capi d’accusa: uno per frode telematica e tre per violazione del temibile Computer Fraud and Abuse Act. Ognuno di questi tre capi d’accusa si basava su assunti giuridici diversi.

L’avvocato difensore Andrew Good venne informato dall’ufficio del procuratore degli Stati Uniti d’America dell’incriminazione e organizzò una comparizione volontaria di Aaron Swartz in tribunale la mattina presto del 19 luglio.

Seguendo le normali procedure dell’U.S. Marshal’s Service, Aaron Swartz venne arrestato per le accuse federali, trattenuto in cella in attesa di essere interrogato e gli vennero prese impronte digitali e dati identificativi.

Il giorno dell’arresto, Aaron Swartz pubblicò 11 tweet dal suo account Twitter che si riferivano al sito web di Demand Progress – che aveva pubblicato un articolo sui capi d’accusa e sull’arresto – e sollecitò dichiarazioni di sostegno a suo favore. Demand Progress, dal canto suo, avviò una raccolta di petizioni a suo sostegno, che furono sottoscritte da più di 35.000 persone.

Il 12 settembre 2012, 14 mesi dopo l’accusa iniziale, un secondo Gran Giurì, anch’esso riunitosi a Boston, emise un nuovo atto d’accusa.

L’imputazione a carico di Aaron Swartz saliva, così, a ben tredici capi d’accusa, tra cui due di frode telematica e undici di violazione del CFAA.

In sostanza, il nuovo atto d’accusa riprendeva i quattro capi d’imputazione iniziali e li suddivideva ulteriormente in più capi, interpretando la presunta condotta di Aaron Swartz come un “insieme di eventi distinti” e non, invece, come una singola accusa di responsabilità.

Ultimo, ma non ultimo, venne introdotta anche la fattispecie del danneggiamento di un computer protetto.

La situazione era diventata, in poco più di un anno, realmente preoccupante. Se si fosse elaborata una somma, pur teorica, dei limiti edittali e degli anni di reclusione previsti per quella rosa di reati, il risultato avrebbe portato a diverse decine di anni di carcere.

A tal proposito, un punto delicatissimo, nella vicenda processuale di Aaron, riguarda il possibile patteggiamento, ossia i tentativi di accordo tra accusa e difesa per concludere il caso prima di un processo, accordandosi sul livello della [p. 153 modifica] pena e prevedendo un periodo di carcere (molto) limitato rispetto al possibile esito finale di un processo.

Si tratta di un punto focale, perché la paura di Aaron di finire in carcere – anche per poche settimane o mesi – e, soprattutto, di vedere la fedina pedale sporcata con accuse che gli avrebbero impedito, in futuro, una carriera politica, era altissima e lo condizionava.

Il giovane non aveva timore, soltanto, dell’idea del carcere in sé ma, anche, della conseguenza che un fatto di quel tipo avrebbe potuto avere sul suo futuro in politica o nelle istituzioni.

Questo è il motivo principale per cui tutti i colloqui tra accusa e difesa per un eventuale patteggiamento, durante il procedimento federale, non ebbero alcun esito, sia nel 2011 sia, soprattutto, nel 2012.

Al centro di questi dialoghi vi erano, probabilmente, i due aspetti essenziali che l’accusa metteva immediatamente sul piatto: Aaron si doveva dichiarare colpevole di (almeno) alcuni reati e doveva scontare una pena detentiva in carcere. Ammissione di colpevolezza, quindi, e periodo in carcere. Senza discussione. A questi due elementi l’accusa non voleva rinunciare.

La prima proposta di accordo in tal senso, proveniente all’ufficio del procuratore generale chiedeva, infatti, una dichiarazione esplicita di colpevolezza per un singolo capo d’accusa con una sentenza, suggerita, di tre mesi di reclusione, seguita da un rilascio sotto supervisione, le cui condizioni includevano un periodo in un centro di riabilitazione, un periodo di confinamento a casa e – cosa comune nei casi di crimini informatici – restrizioni specifiche sull’uso del computer durante il periodo di supervisione.

Nelle parole dell’avvocato di Aaron di quel periodo, Andrew Good, questa prima offerta di patteggiamento fu fatta dal procuratore capo prima della formulazione dell’accusa iniziale.

Ne seguì un’altra: Aaron Swartz si doveva dichiarare colpevole di un reato e avrebbe scontato 13 mesi di reclusione, un periodo di libertà vigilata sarebbe seguito alla detenzione e sarebbero state, infine, imposte restrizioni sull’uso del computer durante la libertà vigilata.

Tutte queste offerte preliminari furono rifiutate da Aaron e dalla sua difesa, compresa un’offerta di “soli” sei mesi di reclusione, che non venne nemmeno presa in considerazione.

Le trattative e le offerte del procuratore, però, continuarono anche nei mesi successivi.

In particolare, l’ufficio del procuratore offrì periodi di detenzione fino a sei mesi, che includevano restrizioni aggiuntive simili a quelle già discusse, e proposte di una “split sentence”, in base alla quale l’indagato avrebbe scontato prima un periodo di reclusione seguito, poi, da un periodo in comunità o in arresti domiciliari. [p. 154 modifica]

Al centro delle offerte della procura vi erano, però, dei punti/elementi fissi, che ad Aaron e alla sua difesa non andavano bene in via di principio: la previsione di un periodo in carcere, ad esempio (fino a 4 mesi), così come la dichiarazione di colpevolezza per i capi d’accusa contestati e un periodo di libertà controllata, o vigilata, con il divieto di usare un computer.

La situazione, quindi, era di stallo. Da un lato, la difesa rifiutava qualsiasi proposta che prevedesse un periodo, anche minimo, di detenzione. Dall’altro, il procuratore voleva una dichiarazione di colpevolezza e il carcere, e non garantiva l’assenza assoluta di reclusione per Aaron.

Secondo gli avvocati di Aaron Swartz, in nessun momento, in tutta la vicenda, i procuratori federali presero in considerazione un accordo di patteggiamento che garantisse l’assenza di carcere. Avevano sempre insistito per un patteggiamento che, comunque, coinvolgesse un reato.

Durante queste discussioni – secondo il legale Andrew Good – la difesa informò il procuratore capo di come Aaron Swartz fosse un profilo a rischio di suicidio.

Nel sistema statunitense esistono, in molti casi, delle linee-guida che anticipano, pur con previsioni non precise, la pena detentiva che un cittadino rischia, con riferimento a determinati tipi di reati. Non sono parametri vincolanti per i giudici, ma i magistrati li utilizzano ampiamente, spesso per comodità, per determinare la pena definitiva appropriata per un indagato.

Nel caso di Aaron, analizzando le linee guida per la pena, il primo problema interpretativo era, secondo il Computer Fraud and Abuse Act e i reati informatici previsti, comprendere il valore dei beni – ossia della “proprietà” – che si volevano sottrarre (e non di quelli, poi, realmente sottratti).

Il governo poteva, in questo caso, contare sul valore, e importanza, della banca dati di JSTOR e sui milioni di articoli sottratti; la pena base, con riferimento ai calcoli in base alle linee guida, poteva partire da ben sette anni di carcere, oltre a periodi di libertà vigilata, multe accessorie e spese in caso di condanna al processo. Sette anni di carcere: una prospettiva di pena davvero inquietante, che un accordo di patteggiamento, come si notava poco sopra, avrebbe notevolmente ridotto.

Il 5 ottobre 2012, l’avvocato Weinberg, per conto di Aaron Swartz, presentò cinque mozioni per eliminare alcune delle fonti di prova e una mozione per l’archiviazione delle accuse.

Tra le argomentazioni addotte in queste mozioni vi era l’accusa che il governo, e il MIT, avessero violato la normativa che disciplina le comunicazioni elettroniche memorizzate nei sistemi, il diritto costituzionale di Swartz ai sensi del Quarto Emendamento contro le perquisizioni e i sequestri irragionevoli e la sua aspettativa di privacy, ai sensi della politica del MIT relativa alla manutenzione e alla distruzione regolare dei file di log (in particolare, dei registri DHCP, ossia del sistema che assegna automaticamente un indirizzo IP e la connessione [p. 155 modifica] a chiunque si colleghi alla rete del MIT). Il governo presentò opposizione a queste contestazioni il 16 novembre 2012.

Un evento importante, e assai significativo, nelle vicende processuali di Aaron è il disinteresse di JSTOR nel perseguirlo per i download.

Mentre l’accusa, infatti, si accaniva e costruiva un castello processuale sempre più aggressivo, il soggetto che si poteva ritenere il principale danneggiato dalle sue azioni – ossia la banca dati che era, in un certo senso economico, “proprietaria” di tutti quegli articoli – si chiamò clamorosamente fuori e dichiarò di non voler perseguire Aaron e di non voler nulla da lui anche a titolo di eventuale risarcimento.

Per la difesa questo aspetto fu molto importante, e cercò di utilizzarlo nel tentativo di convincere l’ufficio del procuratore ad approdare a un accordo senza condanna penale e senza carcere. La strategia difensiva portò, a tal fine, a coinvolgere formalmente JSTOR nel processo, come “voce a difesa” di Aaron.

JSTOR, dal canto suo, si era affidata sia a un consulente legale interno, sia a uno studio professionale esterno; lo studio legale Debevoise & Plimpton di New York.

Facendo seguito a un mandato di comparizione, i legali di JSTOR si videro obbligati a fornire al procuratore tutti i dati interni del loro sistema, che avevano tenuto traccia delle azioni di Aaron (giorni e durata delle connessioni, numero di articoli scaricati, registri e file di log, flusso di richieste) e che ipotizzavano quasi 5 milioni di articoli scaricati.

Nei primi giorni, i legali di JSTOR erano preoccupati per il business del loro cliente: se quegli articoli avessero iniziato a circolare, ci sarebbero stati problemi sia di profitto immediato, sia di fiducia da parte degli editori che cedono gli articoli a JSTOR.

Al contempo, però, la società, dopo un fitto dialogo con la difesa di Aaron e con Aaron stesso, decise di non perseguire civilmente il ragazzo. Nel giugno del 2011 si raggiunse un accordo formale: Aaron dichiarò solennemente di non aver fatto alcuna copia dei dati che aveva scaricato da JSTOR e che la sua difesa aveva consegnato all’accusa l’unico disco fisso sul quale quei dati erano memorizzati.

JSTOR era, così, più che soddisfatto: i dati erano al sicuro presso gli uffici dell’accusa, non erano circolati, non vi erano altre copie in giro e la società aveva persino ricevuto da Aaron 26.500 dollari, come ristoro per le spese legali che aveva dovuto sostenere. Nella somma erano compresi 1.500 dollari, che il ragazzo versava a JSTOR come mea culpa e (simbolico) risarcimento di danni.

Una volta stipulato l’accordo, JSTOR iniziò a fare una pressione molto garbata, ma esplicita, sull’ufficio del procuratore tramite alcuni sui consulenti. Certo, dicevano, ogni decisione finale spetta al governo. Però loro non avrebbero, in alcun modo, mai domandato sanzioni penali e, anzi, a loro avviso, era meglio che non fossero mosse accuse nei confronti del giovane. [p. 156 modifica]

Ciò, purtroppo, servì a poco o nulla.

Quando, il 19 luglio 2011, l’accusa federale venne resa pubblica, JSTOR pubblicò un comunicato stampa del seguente tenore:

Siamo stati citati in giudizio dall’ufficio del procuratore degli Stati Uniti in questo caso, e stiamo collaborando pienamente. L’indagine penale, e l’odierna incriminazione di Swartz, sono state coordinate dall’ufficio del procuratore degli Stati Uniti. È stata una decisione del governo, non di JSTOR. Come già detto, il nostro fine era quello di mettere al sicuro i nostri contenuti. Una volta raggiunto questo obiettivo, non avevamo alcun interesse a che la questione legale fosse portata avanti. Per quanto riguarda il coinvolgimento di JSTOR nel procedimento penale – si legge ancora nel comunicato – ci preme far notare, anche, quanto segue. Quando, l’11 gennaio, i Secret Services hanno domandato a JSTOR il valore del suo database, JSTOR si è rifiutato di rispondere. In seguito, quando l’ufficio del procuratore ha contattato JSTOR per ottenere informazioni, JSTOR ha insistito per ricevere un mandato di comparizione. Sono stati notificati diversi mandati di comparizione e JSTOR ha cercato di limitare al minimo le informazioni fornite in risposta ai mandati di comparizione. Il governo non ha mai domandato alla dirigenza di JSTOR se vi fossero stati accessi non autorizzati, frodi, inganni o danni. Le sue indagini su JSTOR prima dell’incriminazione sono state “superficiali”. Nessun dipendente di JSTOR è stato interrogato prima dell’incriminazione (sebbene l’accusa abbia avuto accesso ai documenti di JSTOR tramite citazioni in giudizio).

Contemporaneamente, il team dell’accusa sta impostando il caso e integra il fascicolo anche raccogliendo tutte le fonti di prova provenienti dal MIT.

Vengono acquisiti dati del sistema di videosorveglianza, indirizzi IP assegnati ai diversi edifici, file di log connessi agli eventi, tutti i messaggi di posta elettronica, appunti, rapporti, documenti, corrispondenza e altri materiali che riguardano, o si riferiscono, agli eventi, fotografie, video e le altre immagini riprese dalle telecamere di sorveglianza nel ripostiglio del famoso Edificio 16 e utilizzate durante gli eventi, schermate del processo di accesso degli ospiti alla rete del MIT e relative condizioni d’uso.

L’accusa cerca anche di ottenere, dall’università, una sorta di “quantificazione dei danni” che Aaron avrebbe portato al loro sistema. Ma il MIT, su questo punto, è fermo: precisa all’accusa, e alle sue domande, che non sono quantificabili spese direttamente correlate alla risposta ad eventi causati da Aaron e che non vi erano state spese vive. L’accusa, a questo punto, insiste per avere almeno una stima del tempo impiegato da tutto il personale per contrastare le azioni di Swartz. In altre parole: si cerca di quantificare il costo orario di dipendenti del MIT, comunque pagati mensilmente, che però, a causa delle attività di Aaron, fossero stati costretti a dedicare il loro tempo lavorativo a fare altro.

Nonostante la posizione chiara di JSTOR e del MIT – nessuno dei due domandò esplicitamente un procedimento penale – l’accusa decise comunque di andare avanti. [p. 157 modifica]

Il MIT venne espressamente citato come una delle due vittime della condotta di Aaron Swartz (l’altra vittima è JSTOR).

Tra le accuse ad Aaron, vi è quella di aver violato la Sezione 18 del CFAA «accedendo alla rete del MIT senza autorizzazione» o «superando i limiti dell’accesso autorizzato». I danni al MIT e a JSTOR avrebbero superato i 5.000 dollari.

Da quel momento in poi, nonostante il contatto tra le parti processuali rimanga costante – così come il dialogo tra Aaron e i suoi legali – non resta altro da fare che attendere l’udienza del processo, dove si sarebbe deciso tutto. Colpevole o innocente.

L’autunno e l’inverno del 2012 passano così. La tensione in Aaron è in qualche modo soffocata e tenuta nascosta dal suo carattere e appare, all’esterno, poco visibile. Il ragazzo non vuole preoccupare le persone che ha attorno, né vuole domandare aiuto. Mostra sicurezza, ma questa vicenda lo ha stremato psicologicamente ed economicamente e l’inizio dell’anno nuovo si prospetta, per lui, denso di preoccupazioni.

La primavera del 2013 sarebbe stata, con ogni probabilità, quella della fissazione dell’udienza e dell’inizio del suo processo.