A Fedele Lampertico

Giacomo Zanella

1868 Indice:Versi di Giacomo Zanella.djvu Poesie letteratura A Fedele Lampertico Intestazione 21 dicembre 2011 100% Poesie

Questo testo fa parte della raccolta Versi di Giacomo Zanella


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    Di pochi lustri io ti precorro, amico,
Nelle vie dell’età; ma quante usanze
Ch’erano in fiore ne’ miei primi tempi
Io non vidi cader! quanti costumi
5Che tu non conoscesti, o solo appresi
Hai dal labbro de’ vecchi! Or son fecondi,
Come secoli, gli anni. In opulenta
Culla e fra gli agi di città gentile
Tu le care del giorno aure bevesti;
10Io dentro picciol borgo, in erma valle
Cui fan le digradanti alpi corona,
Vissi oscuri i miei dì, finchè novenne
Alla città mi trasse il mio buon padre
A dibucciar la prima scorza. Il giorno
15Era de’ Morti. I flebili rintocchi
Della campana all’attristato core
Crescean tristezza. Mal celando il pianto,
Nell’usato cortil co’ vecchi amici
Sull’imbrunir venuti a salutarmi

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20Giocai l’ultima volta. Un cardellino,
Mio compagno d’esiglio, innanzi all’alba
Cantarellando mi destò: del mondo
Al paro conoscenti entrammo in via.

    Alle venture età, quando i nepoti
25L’avo a sera raccolga, e novellando
La cadente del sonno ala sospenda,
Di giganti epopea meravigliosa
Questo secol parrà, di cui la soglia
Tengono immani Bonaparte e Volta.
30Come rósa dagli anni eccelsa ròcca,
Quell’antico di servi e di signori
Edificio cadè. Sovra le piazze,
Di strana arbore all’ombra e fra le danze
Della folla beffarda, arser gli stemmi
35Che d’infiniti spazî il titolato
Sir dalla gente divideano. Il dritto
Si disconobbe delle prime fasce;
E partito egualmente a’ molti figli
Scese il censo paterno. I latifondi
40Che orante cenobita abbandonava
Alla randagia pecora, innaffiati
Dal libero sudor d’industri volghi
Lussureggiâr di varia mèsse; all’opra
Eran stimolo i figli e lo sgomento
45Del pubblico esattor. Regali vie
Alle città lontane agevolaro

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I fraterni commerci; e vie minori
All’urbane eleganze il varco apriro
Degli alpestri villaggi, ove a gran stento
50Con pettini e con nastri all’annua fiera
Si arrampicava il mulattier. Trascorse
Grido di guerra le solinghe valli
E gloria lusingò gli agresti cuori,
Quando scampato dalle lunghe pugne
55E altero di sue piaghe il contadino
Narrava a’ padri le vedute cose,
Saragozza, Stralsunda e miseranda
Voragine d’eroi la Beresina.
Insolito splendor d’arti rifulse,
60E ferree spole e leve onnipotenti
Al braccio umano allevïâr fatica,
Addoppiando il lavor. Su poderose
Ale di foco continenti e mari
Corse cupida industria: alla parola
65Diessi il volo del lampo; e convenuti
A banchetto comun da tutti i venti
Varî di volto e d’abito i mortali
La prima volta si gridâr fratelli.

    Barbogio vate che s’adagia al rezzo
70Dell’arcadiche selve e di Fileno
Per la bella Amarilli i lai ricanta,
Contro il secolo insorga; e dal tugurio
D’ingentilito contadin, che legge

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All’accolta famiglia util volume,
75Gridi fuggiasca l’innocenza antica.
Dolce ricordo a lui sian le pareti
Fuligginose e borëa che fischia
Dal balcon non difeso. A mezzanotte
Dentate strigi e lemuri danzanti
80Sulle brage sopite; e gemebonde
Per le scale cadenti e sotto gli usci
L’alme de’ morti ispirino la musa
Che deplora scomparsa un’altra volta
Di Saturno l’età. Che se la fame,
85Quando l’angusto campicel negava
L’annua raccolta e di straniere mèssi
Per l’inospiti vie speme non era,
I coloni nel verno a centinaia
Implacata mietea; se fiero morbo
90Non circoscritto da salubri leggi
Nella vorace fossa tuttoquanto
Addensava il contado, avventurosi
Pur ei chiami que’ dì, perchè di tele
Americane non fasciava il fianco
95La leggiadra villana, e mattutina
Bevanda ad essa la fumante tazza
Dell’arabo legume ancor non era.
Pianga gli agi cresciuti: de’ misfatti,
Onde il secolo è reo, ricchezza incolpi;
100E madre di virtù, sola maestra
D’aureo costume povertà saluti.

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    O mio candido amico, o delle fonti
Onde sgorga ricchezza e si comparte,
Sagace scrutator, più volte intesa
105La rettorica nenia avrai di gufi
Avversi al sole. Veneranda, augusta
È povertà, se al focolar si assida
D’operoso mortal che lotta indarno
Contro i colpi d’indomita fortuna.
110Ma se d’ignavia e d’ignoranza è figlia;
Se la man che il Signor fece al lavoro,
Altri supplice tenda al passaggero;
O finchè gli anni arridono e le forze,
Pago del vitto giornalier, non curi
115L’egra vecchiaia provveder di schermi;
Sommo de’ guai che attristano la vita,
È povertà che con ferro e con foco,
Come sozzo mortifero serpente,
Fugar conviene. Allor che l’abituro
120Dell’artigiano io visito e le stanze
Nitide veggo; ripulite sedie
E vasellami; d’odorata persa
O di semplice timo i davanzali
Veggo fioriti, di virtù mi sembra
125Dolce un profumo errar per la ridente
Magion che la fatica orna e consacra.
Ma qual d’affetti gentilezza? o quale
Dignità di pensier dentro l’immonde
Umide cave del disagio? Il lezzo,

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130Che le membra contamina, s’apprende
Allo spirto invilito; e non de’ figli
Che onorati si allevino e gentili,
Punge i sordidi padri alcuna cura.
Lode all’età che migliorando il vitto
135E la veste e l’albergo all’umil volgo,
L’alme ancor ne migliora; e fra le gioie
Di cheto casalingo paradiso
Gl’insegna abbominar bische e taverne.

    I ritegni sparîr. Rotta la nebbia
140D’antichi errori, e di dottrine e d’arti
Fatto adulto e possente al suo meriggio
L’uman pensiero glorïoso ascende.
Or tanta luce di scoperte e tanta
Fiamma di brame indefinite, immense
145All’uom largite non avrebbe Iddio,
Se del pan che matura il patrio solco,
E del vestir che la vellosa groppa
Di domestica agnella gli consente,
Dirsi pago dovea. Sir del creato,
150Come sotto ogni ciel, dall’Orse algenti
All’adusto Equator trova sua stanza,
Nè salute gli scema o vigoría;
Così da quante terre e quanti mari
L’occhio esplora del sol, tributi accoglie.
155Nel suo tetto regal, cui fanno lieto
Turcheschi drappi ed anglici cristalli,

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Bello veder di giapponese argilla
Sugli orli rosseggiar fiore cresciuto
Della Plata sul margo; e tremolante
160Sovra il crin delle nuore e delle figlie
Candida piuma che agitò le sabbie
D’africano deserto. A me sgomento
Opulenza non dà che guiderdone
È d’industria e saper: l’invida io temo
165Losca ignoranza che squallore ed ozio
Copre col manto di virtù celeste;
Tetro, deforme, sciaurato mostro
Contro cui colla penna e più coll’opra
Tu, generoso delle plebi amico,
170Sì frequenti e gagliardi i colpi assesti.