Virginia (Alfieri, 1946)/Atto secondo

Atto secondo

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ATTO SECONDO

SCENA PRIMA

Appio.

Appio, che fai? D’amor tu insano?... All’alto

desio di regno ignobil voglia accoppi
di donzella plebea?... Sí; poi ch’ell’osa
non s’arrendere ai preghi, a forza trarla
ai voler miei, parte or mi fia di regno.
Ma il popol può... Che temo? Delle leggi
la plebe stolta, oltre ogni creder, trema:
s’io delle leggi all’ombra a tanto crebbi,
anch’oggi schermo elle mi fieno; io posso,
e so crearle, struggerle, spiegarle.
Molt’arte vuolsi a impor perfetto il giogo;
ma, men ch’io n’ho. Piú lieve erami assai
conquider voi, feri patrizj, in cui
sol forza ha l’oro, e pria vien manco l’oro,
che in voi l’avara sete: io v’ho frattanto,
se non satolli, pieni: hovvi stromenti
fatti all’eccidio popolar, per ora:
spegnervi poscia, il dí verrá; poca opra
a chi v’ha oppressi, ed avviliti, e compri. —
Ma giá Virginia al tribunal si appressa;
seco è la madre, e Icilio, e immenso stuolo? —
Fero corteggio; e spaventevol forse,

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ad uom ch’Appio non fosse: ma, chi nato

si sente al regno, e regno vuole, o morte,
temer non sa, né sa cangiar sue voglie.


SCENA SECONDA

Appio, Icilio, Virginia, Numitoria, Popolo, Littori.

Appio Quai grida ascolto? Al rispettabil seggio

decemviral viensi cosí?
Popolo  Ti chiede
Roma giustizia.
Appio  Ed ai Romani io chieggo
rispetto, e modo. A popolar salvezza,
non men che freno a popolar licenza,
qui meco siede Astréa: tacitamente
queste impavide scuri, ond’io mi cingo,
vel dicon, parmi. E che? il poter sovrano,
che a me voi deste, or l’obbliate voi?
Di Roma in me la maestá riposta
tutta non è da voi? — Piacciavi dunque
in me, ven prego, rispettar voi stessi.
Numit. Appio, al cospetto tuo vedi una madre
misera, a cui la figlia unica vuolsi
torre da un empio; la mia figlia vera,
da me nudrita, al fianco mio cresciuta,
amor del padre, e mio. V’ha chi di schiava
l’osa tacciar: v’ha chi rapirla tenta,
strapparla dai mio seno. Il nuovo eccesso
fremer, tremare, inorridir fa Roma:
me di furor riempie... Eccola: è questa;
sola mia speme: in lei beltade è molta;
ma piú virtú. Roma i costumi nostri,
e i modi, sa: nulla è di schiavo in noi. —
Per me fia chiaro oggi un terribil dubbio:
di Roma intera io tel richieggo a nome;

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rispondi, Appio: son nostri i figli nostri?

Appio Scuso di madre i detti. A te rispondo,
e teco, a Roma intera. Ove son leggi,
tremar non dee chi leggi non infranse.
A te rapir la figlia tua, s’è tua,
si tenta indarno. Amor di parte nullo
in me si annida. Al tribunal non venne
uom finor, che costei schiava esser dica. —
Ma voi, chi sete? o vero, o finto, il padre
qual è della donzella?
Numit.  Appio, e nol sai?
Mirala ben: Virginia è il nome; il tragge
dal genitore a te ben noto, e a Roma,
ed ai nemici piú. Noi siam di plebe,
e cen pregiamo: la mia figlia nacque
libera, e tal morrá. Non dubbia prova
dello schietto suo nascere ti sia,
l’averla a se prescelta Icilio sposa.
Icilio Sappi, oltre ciò, ch’ella ad Icilio è cara
piú assai che vita, e quanto libertade.
Appio Per or, saper solo vogl’io, se nasce
libera, o no. L’esserti e sposa, e cara,
cangiar non può sua sorte. — I torvi sguardi,
i feroci di fiele aspersi detti,
che ponno in me? Quale ella sia, ben tosto
e Icilio, e Roma, giudicar mi udranno.


SCENA TERZA

Marco, Appio, Virginia, Numitoria, Icilio,

Popolo, Littori.

Marco. D’Appio all’eccelso tribunale innanzi

vengo, qual debbe un cittadin; seguaci
molti non traggo; e l’ampio stuol, che cinge
quí gli avversarj miei, giá non m’infonde

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timore al cor: prove, e ragioni adduco;

non grida, e forza, ed armi. Altro non ode
Appio, che il dritto; e del mio dritto prova
sia non lieve, l’aver primi costoro
rotto ogni uso di legge; e pria risposto,
che la domanda io fessi.
Appio  È ver; novello
questo proceder fu.
Icilio  Ma udiamo: narra;
questo tuo dritto esponi.
Marco  Ecco donzella,
che dal supposto genitor si noma:
in mia magion, d’una mia schiava è nata;
quindi, bambina, a me dalla materna
fraude sottratta, e a prezzo d’or venduta
a Numitoria, che nudrilla in vece
d’altra, onde orbata era rimasta. Il primo
colto all’inganno, era Virginio stesso;
ond’ei credeala, e crede ancor sua figlia.
Gente, cui è noto il prezzo, il tempo, il modo,
condotta ho meco; e son mia sola scorta.
Quant’io ti narro, ecco, a giurar son presti.
Numit. A giurar presti i mentitor son sempre.
Ciò che asserir romana madre ardisce,
(Romana sí, e plebea), creder dovrassi
men che i sozzi spergiuri di chi infame
traffico fanne? Almen, pria che costoro
giurin ciò che non è, per brevi istanti
deh! si ascolti una madre. Il popol tutto
all’affetto, al dolore, ai moti, ai detti,
giudicherá se madre vera io sono.
Appio Io giudicar quí deggio; e ognun tacersi. —
E quelli piú, che ad odio, o amore, od ira
servendo ognor, sol di ragion nemici,
van parteggiando; e intorbidata, e guasta
finor purtroppo han la giustizia in Roma.

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Icilio Giudizio è questo, e non si ascoltan parti?

Ciò che a null’uom si vieta, ad una madre
vietar vuoi tu?
Appio  Vuoi tu insegnarmi forse
a giudicar, perché tribuno fosti?
Io pur privato, qual tu sei, pietade
potria sentir, di madre e figlia al nome;
ma, in questo seggio non si ascolta affetto:
né al pianto quí, né alle minacce stolte,
ma sol dar fede alla ragion conviensi.
Del chieditor le prove pria, la madre
verace, o falsa, udire io deggio poscia.
Forza di legge ell’è:... ma voi la speme
non riponeste or nelle leggi; io ’l veggo.
Icilio Leggi udir sempre risuonar quí densi,
or ch’è di pochi, ogni voler quí legge?
Ma poiché addurle chi le rompe ardisce,
addur di legge anch’io vo’ gli usi; e dico
che della figlia giudicar non lice,
s’anco il padre non v’è.
Popolo  Ben dice: il padre
è necessario.
Marco  Non è conscio il padre,
vel dissi io già, della materna fraude.
Icilio. Ma della vostra io ’l sono; e, se non cessi
tu dall’impresa tosto, or tosto udrammi
Roma svelar gli empj maneggi vostri.
Appio Taci, Icilio. Che speri? in chi t’affidi?
Nel mormorar sedizioso forse
di pochi, e rei, che al tuo parlar fan plauso?
Folle, oh quanto t’inganni! A me sostegno
io son; sol io: l’amor ne’ tuoi fautori,
al par che l’odio, è inefficace e lieve. —
La plebe sí, ma non gli Icilj, estimo;
me il lor garrir non move; ira non temo,
e rie lusinghe di tal gente io sprezzo.

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Icilio Ben fai; sprezzar chi a te obbedisce dei.

Ma il dí, che andavi il favor nostro vano
tu mendicando; il dí, che te fingevi
umile per superbia; e per viltade
magnanimo; e incorrotto, e giusto, e pio
per empietá; quel dí, parlar t’udimmo
meno altero d’alquanto. A tutti noto,
Appio, omai sei: di rientrare, incauto,
in tua natura ti affrettasti troppo.
Tutte hai le parti di tiranno, e tutte
n’hai le virtú, tranne prudenza: e suole
pur de’ tuoi pari esser virtú primiera,
prudenza, base a tirannia nascente.
Popolo Troppo ei dice, ma vero.
Appio  Io quí credea
giudicar d’una schiava oggi, e non d’altro;
ma, ben mi avveggo, giudicar m’è forza
d’un temerario pria.
Icilio  D’una donzella
mia sposa il natal libero credea
quí sol difender io: di Roma i dritti,
di me, di tutti i cittadini miei,
felice me, se del mio sangue a costo
oggi a difender valgo!
Popolo  Oh forti detti!
Oh nobil cor! Romano egli è.
Appio  Littori,
accerchiate costui: sovra il suo capo
pendan sospese le mannaje vostre;
e ad ogni picciol moto...
Virg.a  Oh ciel! non mai,
non fia, no: scudo a lui son io: le scuri
si rivolgano in me: me traggan schiava
i tuoi littori: è poco il servir mio,
nulla il morir; purché sia illeso il prode,
il sol di Roma difensor...

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Appio  Si svelga

costei dal fianco suo. Terribil trama
quí si nasconde, e sta in periglio Roma.
Icilio Per me, per lei, questo è un pugnal, se forza
fatta ci viene: a noi, fin ch’io respiro,
uom non s’accosti.
Popolo  Ei nulla teme!
Icilio  A trarla
di quí, t’è forza uccidere me pria. —
Romani, udite la terribil trama,
che quí s’asconde: udite in qual periglio
sta Roma, udite; indi su gli occhi vostri
me trucidar lasciate. Arde d’infame
amor quest’Appio per Virginia...
Popolo  Oh ardire!
Icilio Tentò sedurla; usò minacce, e preghi;
e perfin oro offrille; ultimo oltraggio,
che all’abbietta virtú fa il vizio in trono.
Ma di patrizio sangue ella non era,
onde a prezzo ei non l’ebbe. Or di rapirla
tenta; e la fraude ad accertar, vi basti
dell’assertore il nome. Omai pe’ figli
tremate, o padri; e piú tremate assai
per le mogli, o mariti. — Or, che vi resta
a perder piú? la mal secura vita.
E a che piú vita; ove l’onor, la prole,
la patria, il cor, la libertá v’è tolta?
Popolo Per noi, pe’ figli, o libertade, o morte.
Appio Menzogna è questa...
Popolo  O libertade, o morte.
Numit. O generosa plebe, il furor tuo
sospendi alquanto. Ah! tolga il ciel, che nata
di questo fianco sia cagion fatale
di sparger rivi di romano sangue.
Io chieggo solo, e in nome vostro il chieggo,
che Virginio s’aspetti. A lui dinanzi,

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ed a voi tutti, discolpar saprommi

della mentita non soffribil taccia.
Appio Cessate omai, cessate, o ch’io di legge
esecutor severo, or or vi mostro
quant’ella può. Voi vi accingete a impresa
vana omai, vana; e le insolenti grida,
a giustízia ottener d’uopo non fanno,
come a sturbarla inefficaci sono.
Icilio mente, e il proverò. — Costui,
d’ogni tumulto, d’ogni rissa il capo,
gran tempo è giá che il civil sangue anela.
Tribuno vostro, era di voi nemico,
come di noi. Distrugger prima i padri,
ingannar poi la plebe, e in vil servaggio
ridurci tutti, era il pensier suo fello:
quindi è sua rabbia in noi. Fidar vi piacque
in man de’ Dieci il fren dell’egra e afflitta
cittá: me, quanto io son voi stessi feste;
voi, di fatale empia discordia stanchi.
Rinasce appena or la bramata pace;
e a un cenno, a un motto del peggior di Roma,
a turbarla degg’io presti vedervi?
Popolo È ver; giudice egli è: ma udiam, quel prode
che gli risponda.
Icilio  È ver, giudice il feste,
legislator; ma giá compiuto è l’anno;
giudice poscia ei vi si fea per fraude;
or, per forza, tiranno. Ei noma pace
la universal viltade: atro di morte
sopor quest’è, non pace. A rivi scorre
nel campo nostro il cittadino sangue:
e chi sel beve? è l’oste forse? — Il prode
misero Siccio, ei, che nomar nel campo
osò la prisca libertá, non cadde
trafitto in pugna simulata a tergo,
dal traditor decemviral coltello?

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Appio Siccio ribelle, ivi...

Icilio  Che narro io stragi?
Son note giá. Sangue per anco in Roma
sparso non han; ma a larga mano l’oro,
che orribil prezzo fia di sangue poscia.
Chi pensa e parla qual romano il debbe,
nemico oggi è di Roma. Alle donzelle
sposo, e parenti, e libertade, e fama,
tutto si toglie. Or, che aspettate? Il duro,
il peggior d’ogni morte orribil giogo
imposto a voi da voi; che d’uom vi lascia
il volto appena, e il non dovuto nome;
perché da voi non cade infranto a terra?
Sete Romani voi? romane grida
odo ben; ma romane opre non veggio.
Sangue v’è d’uopo ad eccitarvi? Io leggo
giá del tiranno in volto il fero cenno
di morte. Or via, satelliti di sangue,
vostre scuri che fanno? È questo il capo,
Appio, quest’è, che tronco, o a Roma torre
debbe, o per sempre render libertade.
Fin che sul busto ei sta, trema; lo udrai
libertade gridare, armi, vendetta.
Se Roma in se Romani altri non serra,
a Tarquinio novel novello Bruto,
vivo o morto, son io. Mira, io non fuggo,
non mi arretro, non tremo: eccomi...
Virg.a  Oh cielo!
Appio deh! frena l’ira: entro al suo sangue
non por le mani: odi che il popol freme,
né il soffrirá. Troppo importante vita
minacci tu: me fa perir; fia il danno
minore a Roma, e a te...
Icilio  Che fai? tu preghi?
E un Appio preghi? In faccia a Roma, in faccia
a me? Se m’ami, a non temere impara:
e se d’amor prova ti debbo io prima

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dar quí, la vita, in don tu la ricevi,

da Romana qual sei, d’Icilio sposa.
Numit. Oh terribil momento! Appio, ten prego
un’altra volta ancor; Virginio torni,
e s’aspetti, e s’ascolti.
Popolo  Appio, deh! torni
Virginio; il vogliam tutti...
Appio  Io piú di tutti,
presente io ’l voglio; ei lo sará: nel foro
tutti vi aspetto al nuovo dí. — Costui
di morte reo, per or non danno a morte;
creder potreste ch’io di lui temessi:
per ora ei viva, e al gran giudicio assista;
se il vuole, in armi; e voi con esso, in armi.
Dar pria sentenza della schiava udrete,
e di lui poscia. A veder quí v’invito,
che in sua virtú securo Appio non trema.
Marco Ma vuol la legge, che appo me frattanto
resti la dubbia schiava.
Icilio  Infame tetto
di venduto cliente asíl sarebbe
d’onesta vergin mai? Legge non havvi
iniqua tanto; o, se pur v’ha, si rompa.
Marco Mallevador chi fia della donzella?
Popolo Mallevador noi tutti.
Icilio  Ed io con loro.
Andiam: vedranne il nuovo sol quí tutti,
certi di noi, di nostre spose, o estinti.


SCENA QUARTA

Appio, Marco.

Appio — Icilio ell’ama? E sposa n’è? — Piú forte,

piú immutabil sto quindi in mio proposto.
Va, temerario, or nella plebe affida,
mentr’io...

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Marco  La plebe a ribellar piú pronta,

piú accesa mai vedesti?
Appio  Altro non vidi,
fuor che Virginia; e mia sará. — Ch’io tremi,
vuoi dirmi forse? e ad Appio osi tu dirlo?
Chi la plebe temesse, arbitro fora
d’essa giammai? Temporeggiar nel primo,
e prevenire il suo furor secondo;
sempre impavido aspetto; amaramente
brevi lusinghe a minacciosi detti
irle mescendo: ecco i gran mezzi, ond’io
son ciò ch’io sono; e piú ch’uom mai quí fosse
farommi.
Marco  Invano, finché Icilio vive,
gli atterrisci, o seduci. In lui, nel suo
caldo parlar, nel tribunizio ardire
trovan, membrando i loro prischi dritti,
esca possente a non estinto foco,
che nei petti giá liberi ribolle.
Appio Fin ch’altro a far mi resta, Icilio viva.
Di sofferenza giova anco talvolta
far pompa: Icilio viva, e il popol vegga,
che poco ei può contr’Appio. In odio, e sprezzo
cangiar vedrai dalla volubil plebe
il suo timido amor: d’Icilio a danno
torneran l’armi sue; di sua rovina
primo stromento fia la plebe stessa.
Marco Ma, il tornar di Virginio, oh quanto aggiunge
ardimento alla plebe, a Icilio forza!...
Appio Ma, il tornar di Virginio;... e che?... tu il credi? —
Vieni, e saprai, come, ottenuto il tempo,
non manca ad Appio a ben usarlo ingegno.