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Verona illustrata/Parte terza/Capo primo

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Parte terza - Proemio Parte terza - Capo secondo
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CAPO PRIMO


NOTIZIE GENERALI




Sito.


La prima osservazione che dee fare in arrivando alle città più considerabili chi viaggia con animo d’acquistar cognizioni e sapere, si è sopra il sito e sopra la conformazion generale. Del sito di Verona così parlò Bastian Serlio, insigne Architetto Bolognese, nel terzo libro, dopo aver trattato dell’Arena: ed è ben di ragione, se i Romani fecero tai cose a Verona, perch’egli è il più bel sito d’Italia per mio parere, e di pianure, e di colli, e di monti, et anco di acque. Assai conforme a quello del Serlio fu il giudizio del Berni Poeta Fiorentino nel libro secondo, Canto primo dell’Orlando:

     Rapido fiume, che d’alpestra vena
          Impetuosamente a noi discendi,

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          E quella terra sovra ogn’altra amena
          Per mezo, a guisa di Meandro, fendi;
          Quella che di valor, d’ingegno è piena,
          Per cui tu con più lume, Italia, splendi,
          Di cui la fama in te chiara risuona,
          Eccelsa, grazïosa, alma Verona;
     Terra antica, gentil, madre e nutrice
          Di spirti, di virtù, di discipline;
          Sito che lieto fanno anzi felice
          L’amenissime valli e le colline,
          Onde ben a ragion giudica e dice
          Per questo, e per l’antiche tue ruine,
          Per la tua onda altiera che la parte,
          Quei che l’aguaglia alla città di Marte.

Nella premessa stampa apparisce la pianta della città, e il rigirar dell’Adige in essa, con la forma del recinto e positura dei tre Castelli, e col cenno dei colli che ha dietro, ed a quali sembra appoggiarsi. La falda, sopra la quale qualche parte di essa siede, può dirsi appunto l’ultimo termine da questa parte del lunghissimo giogo di monti che si spicca dall’Alpi separanti l’Italia dalla Germania; e il piano in cui la città si stende, vien però ad essere il principio di quell’ampissimo, che per lo spazio di oltra dugento miglia fino alla radice dell’Alpi di Francia continuando, forma la più fertile e popolata parte d’Italia.


Viste.


La lunga costa ornata in più luoghi di fabriche e di cipressi; il monticello di S. Pietro, che resta dentro gradatamente coperto dubitazioni; la piegatura delle adiacenti colline; la vaghezza del fiume, ch’è il maggior d’Italia [p. 13 modifica]dopo il Po, e cui per la chiarezza delle sue acque fu dato l’attributo d’ameno da Virgilio, e da Ennodio di splendidissimo; l’ampiezza ancora della città, e le varietà de’ suoi edifizj, vengono in molti luoghi a formar prospettive così nobili e così vaghe, che scene non si videro mai meglio ideate. Non lasci però il forastiero di goderle, ricercandole in parli opportune; qual sarebbe dal ponte della Pietra, dal bastion di Spagna, e in più altri luoghi, ma singolarmente sul ponte Nuovo, che può dirsi un incanto dell’occhio: parimente dalla collina, ove si domina ampiamente anche l’esterna pianura; come a dire dal Castello di S. Pietro, dall’alto del giardin Giusti, e da più altri siti, ne’ quali apparisce quanto propriamente cantasse il Fracastoro in quel Sonetto, ch’è nella raccolta del Domenichi:

     Tosca città, che su la riva amena
          D’Adige, a piè del sacro monte siedi,
          Donde fuor l’Alpi e le campagne vedi,
          Dentro gli Archi, il Teatro e l’ampia Arena.


Non è da tacere come la parte montuosa prossima alla città verso ponente e tramontana porta alquanti nomi de’ luoghi contigui a Gerusalemme: come Valdonica, cioè Vallisdominica; Calvario, ch’è il monte di S. Rocco, e compresi ora dentro le mura Nazaret e Betleme: monte Oliveto si disse ancora ov’è il Monastero della Trinità. Furon questi nomi imposti da que’ cittadini nostri che tornarono dalle guerre di Terra santa, nelle quali tanto si distinsero, e furono imposti per aver trovato che la situazione di questi è simile a [p. 14 modifica]quella di tali luoghi. Ne’ molti punti di bella vista è questo di singolare, che varian sempre del tutto, e si trovano in parti fra se opposte. Le case parimente che son sul fiume, per tutto il tratto interiore dal ponte delle Navi a quel della Pietra, e molte ancora su quella riva, cui resta aperta la campagna ed i monti, godono vaghissimi prospetti, e così alcune strade: ma troppo più, e troppo più belle sarebbero in queste le lontananze, se si avesse avuto a ciò qualche riguardo, così nella dirittura delle vie, come non permettendo d’impedirle e d’attraversarle con giunte ad arbitrio di ognuno a i casamenti fatte, e con terreno da pochi anni in qua villanamente ammontato in più luoghi. Abbonda la città di siti aperti, e in alcune parti di spaziose strade. Quella del Corso, per cui si fanno correre i Barbari, dalla porta del Palio alla Chiesa di Sant’Anastagia tira per diritto non meno di 1066 passi. Potrebbero alcune abbellirsi molto con levar poco, e con alcuna cura dell’uguaglianza nel fabricare. Gioverebbe grandemente ancora a render la città più comoda e più godibile il cercare miglior maestri in occasion di lastricare o di selciare, ed ammattonar le strade ne’ laterali; ma molto più il non lasciare in balia d’ognuno il guastarle affatto, e il renderle impraticabili col gettar terra da per tutto a piacere. Gran comodo e gran delizia recano, e assai maggiore arrecar potrebbono le fontane. La saviezza de’ nostri maggiori valendosi dell’opportunità d’un’abbondante e salubre fonte che scaturisce a un miglio dalla città, [p. 15 modifica]condusse dentro una buona parte dell’acqua, e la fece sgorgare in mezo della piazza, in fronte alla pescheria, e in altri luoghi, e ne fece parte a quasi tutte le case per un gran tratto. Tratta di ciò lo Statuto per più capitoli, e commette al Consiglio de’ Dodici, unito con altri dodici cittadini di quei che partecipano del benefizio, di eleggere ogni sei mesi due Soprastanti per invigilare, suggerendo anche i modi per rimediare a disordini, e per conservare tal popolar tesoro, che o per poca cura nel ristorare i cannoni e i condotti, o per iniquità di quei che fuori lo rubano, può facilmente patir disastro, e in gran parte smarrirsi.


Ampiezza.


Del circuito della città non si suol avere altra notizia che il grido volgare; ma di questa si è or fatta prendere esatta misura con la pertica, camminando su i terrapieni, lungo le mura per di dentro; senza computare i bastioni, nè il Castello di S. Felice, ma bensì i due tratti del fiume, ov’esso supplisce al recinto. Si è dunque trovato il giro di passi 6270. Essendo ogni passo di cinque piedi, e mille passi formando un miglio, se vi s’aggiunge il Castello cresce il recinto di sei miglia e mezo. La fama porta assai più secondo l’uso suo; ma essendosi per occasione del censimento misurata ultimamente anche la gran città di Milano, si è trovata di non maggiore estensione. [p. 16 modifica]


Clima.


La positura Geografica di questa città per diligentissime osservazioni si è trovata a gradi 45 e minuti 19 d’altezza di Polo, o sia di latitudine. Della longitudine non voglialo parlar per ora, avendo gl’interrompimenti e gli accidenti sopravvenuti impedita più volte l’osservazione che dovea farsi con gran canocchiale e con ottimo orologio a pendolo, dell’emersione del primo satellite di Giove, standone in attenzione nell’istesso tempo il Marchese Giovanni Poleni in Padova, il Dottore Eustachio Manfredi in Bologna, e Monsignor Bianchini in Roma; con che si accertava la longitudine interamente. Medilavasi altresì la costruzione d’un’esalta Meridiana coperta, indi la prolungazion di essa per tutto il distretto, da una parte sino al Po, dall’altra fin presso a Trento. La declinazione che fa qui la calamita, si trova ora venire a 14 gradi.


Popolazione.


Il numero dell’anime in questa città, computando anche i Monasterj e luoghi Pii, e compresi gli Ebrei, nel presente anno 1730, secolare dalla gran peste, di cui non sono ancora ristorati i danni, si è calcolato a quarantotto mila, ma senza i soldati. Vien pero ad essere la prima città dello Stato, succedendo Padova poco lontana dalle quaranta mila, indi Brescia che si dice arrivare alle trentacinque, benchè [p. 17 modifica]nell’Italia Sacra non le si dia che il numero di trenta mila. Poche città hanno nella popolazione provato maggior vicende della nostra; poichè ne’secoli anteriori e fin nel 1400 di troppo maggior numero e di mirabil frequenza si hanno riscontri: ma nel principio del 1500 scemò fieramente per la lunga guerra, e anche per contagio. Nel 1595 settanta mil’anime racconta che ci si trovavano Teodoro Monte nelle Livellazioni, benchè gli anni avanti mortalità avesse regnato, e penuria. L’istesso numero di settanta mila trovo registrato l’anno 1612 in una Relazione Ecclesiastica portata a Roma, nella qual però non tutte l’anime eran comprese. Ne’ susseguenti anni venne alquanto degradando, finchè la peste del 1630 tanti in pochi mesi ne rapì e ne distrusse, che non più di ventiseimila persone raccolse in registro, chi si adoprò due anni dopo nel rifacimento dell’estimo.


Genio.


L’indole de’ Veronesi è per lo più vivacissima, ed atta a riuscire in ogni cosa, ma con singolare eccellenza in ogni genere di studio e di lettere, cortese altresì e facile, e sommamente amica del forastiere, che ben tosto si ammette a famigliarità. Chi a dispetto di queste e di moli’altre ottime qualità vuol dirne alcun male, oppone, ma non credo con verità, che gran danni al publico ed al privato qui apportino alcune passioni, che ben sarebbero vergognose, cioè invidia, pigrizia e gola. [p. 18 modifica]Oppone ancora genio facile a litigare e ad ostinarsi nel contendere, e nimico della fatica e dell’operosità. Altri veramente potrebbe sospettare inclinazion nel popolo all’ozio e alla crapula, per settanta osterie che sono nella città non d’alloggio, ma di bagordo, finchè ci saranno le quali regnerà sempre il vizio in cambio dell’arti. Quinci poi quella sparutezza nel vestimento ordinario di molti della plebe, e quella improprietà d’alcun altro tanto diversa dalla pulitezza di più altre città principali d’Italia: altri la crederebbe povertà, quando è più tosto gola e poltroneria. Tutti i mestieri di fatica, benchè di non piccol guadagno, sono esercitati da’ forastieri. Molti artigiani hanno per regola di non lavorare tre o quattro dì continuati, e molti di dismettere alla giornata con gran prontezza, e per qualunque pretesto; però vien rimproverato che si lavori generalmente assai male, e che da pochi industria s’usi e fatica per riuscir con riputazione nel lor mestiere. Nè però è da credere che manchi in Verona chi in alcune arti con singolar lode si distingua: ma generalmente fino il negozio e la mercatura, perchè ricercano applicazione ed assiduità, non molto si coltivano da terrazzani, onde gran parte de’ più facoltosi negozianti d’altro paese ci venne, singolarmente dalle parli di Bergamo, e di Trento ancora; nell’opportunità del sito, e col favore de’ nostri prodotti, facilmente arricchiti, e da tenue principio con la fede, con la parsimonia e con la continuata attenzione e laboriosità in tale stato venuti. Nell’ordine nobile, per appigliarsi alla milizia, o [p. 19 modifica]per entrare nella carriera Ecclesiastica, l’innata pendenza alla disoccupazione, fa fingere e ricordar con applauso insuperabili opposizioni e difficoltà. Molto adattato all’inclinazione è parimente quel bizarro instituto che da poco più di due secoli fa venne prendendo piede, e del quale niuno è stato all’Italia più fatale, cioè che il vivere in ozio sia il primo requisito alla nobiltà. In molto diverso stato con massima diversa è venuta l’Inghilterra, dove un fratello va Lord nel Parlamento, l’altro nell’istesso tempo attende al negozio nel banco. Molto differente fu altresì lo stato di queste nostre città, quando reggendosi a popolo, non potea entrar ne’ Consigli chi non professava alcun esercizio, e non poteano entrarvi i Grandi, nè aver parte al governo, se non si matricolavano in qualche arte o professione; quasi non meritasse di partecipar della publica autorità, chi non mostrava di contribuir con l’opera sua qualche cosa alla società civile. Malamente in ciò è stato interpretato, e malamente ampliato l’uso, a cui venner ridotte le pruove di nobiltà nelle religioni Cavalleresche di Malta e di Santo Stefano. Cammina bene, che non s’impieghi in altro mestiere quella persona che assume obligo di profession militare; ma perchè gli altri di quella casa che occupazion non hanno, nè da publici affari, nè da reggimento di famiglia, e che non hanno apertura di prender servizio in guerra, o genio per farsi di Chiesa; perchè, dico, non potranno senza degrado di condizione impiegarsi nel traffico, o in arte ingegnosa, o in mestier di penna? Somma disgrazia [p. 20 modifica]a questo modo vien ad essere in più paesi di chi nasce Gentiluomo, quando insieme non nasca ricco, perchè d’uscire dalla miseria ogn’adito da se si chiude. In questa cilfà pare da qualche tempo con infinito pregiudizio non privato solamente, ma publico, si sdegni ancora lo studio legale, fonte in ogni tempo di supreme dignità e di grand’onori. La Medicina fu sempre qui esercitata, benchè con decoro, anche da persone nobili e di antiche famiglie: perchè mai dopo tanti secoli deve ora mutarsi l’idea, ed esser guardata qual mestier meeanico, serrando una delle pochissime vie che ci restino di passare da povertà a ricchezza? Quest’o7.io ambizioso è cagione e fonte di troppo maggior mali eli’ altri non crederebbe. Ma non essendo questo il luogo d’entrare in ciò, diremo solamente, come celebrandosi, e per verità non a torto, lo spirito de’ Veronesi, sarebbe da considerare come il vero spirilo è quello che non lascia star la persona senza operare, e senza specular cose utili, e senza occuparsi. A questa proprietà dee la nazion Franzese la sua gloria e la sua ricchezza. Ma poichè dell’indole che dà questo clima abbiarn favellato, aggiungeremo ancora, come molto gioviale e conversevole è il genio; per lo che regolate e continue conversazioni e ragunanze, e festeggiamenti e halli non mancano: il che ignorano certamente que’ stranieri nobili, che viaggiando per piacere trapassano senza fermarsi, e quelli ancora che fermandosi qualche tempo non v’intervengono: mentre non sono molle in nessuna parte le cillà ove Lauto numero di Dame si [p. 21 modifica]soglia vedere insieme, e dove maggior sia la facilità dell’accesso.


Abbondanza.


La città e il paese d’ogni cosa necessaria al vivere abbonda, e d’ogni genere di delizia non meno. Pane fa il territorio quanto basta, non tutto essendo magro o sassoso, e non pochi essendo in esso i terreni fertili e pingui; ma in oltre il prossimo Mantovano e il Ferrarese con le lor puglie di grano c’inondano. Ogni spezie di biada si ha in copia 5 ma il riso singolarmente fa qui di miglior qualità che in verun’altra parte, come più grosso, più bianco e più consistente e durevole. Bestiami e carni a sofficienza, così polli, colombi, uccellami d’ogni genere e salvaticine: negli uccellami perù è più abbondante il Bresciano ed il Bergamasco5 ed i sai valichi, eli’erano un de’ pregi particolari di questo paese, vanno mancando tutto giorno per la barbara distruzione de’ boschi. Olio si la nel paese quanto bastar potrebbe al bisogno, e quanto non si vede fuor di Toscana e delle parli più meridionali d’Italia. La sua qualità è ottima, e non inferiore a quella di venni altro, ove sia fallo con diligenza e di polpa, pregiudicando al suo credito l’industria non altrove praticala di trarne mollo anche da’ noccioli dell’ulive [p. 22 modifica]


Frutti.


Per frutti non so qual luogo in nissuna parie possa competere, o si riguardi la quantità e la varietà, o la squisitezza. Il forastiero che si abbatterà in propria stagione, non lasci di portarsi una mattina per tempo nella piazza dell’Erbe, ove gioconda veduta per questo conto gli si presenterà, da non potersi per avventura di leggieri sperare altrove. I nostri persici (pesche da’ Fiorentini) son famosi da per lutto, e ricercati da lontane parti, e di varie spezie; ma il sapore e dolcezza di quasi tutte le frutte, quando sien mature e nel loro buon essere, e scelte da chi n’abbia gusto, è tanto particolare, che le parti ancor più calde d’Italia, non che gli altri paesi troverebbero che invidiare: singolarmente fichi rari e melloni (poponi presso Toscani) fraglie, marostiche, verdacclii, pomi di varie spezie, sparagi, carciofi tli strana grandezza, marroni, tartufi! d’eccellente odore, e altre molte. Più spezie abbiamo ancora quali altrove non si veggono, come ulive varie da mangiare, delle quali fin Parigi annualmente si provede, le pere di Madama, le grandi e squisite da inverno e più altre nostrali, che dovrebbero far vilipendere ornai l’insipide straniere venute a occupar per moda il terreno; e la delicata uva garganica, e la inarzemina, che non è altrove sì dolce, e che senza dubbio è la nerissima che si solca conservare fino a tempi di Catullo (l. 1, c. 14. Asservanda nigerrimis delicatius uvis). Non [p. 23 modifica]mancano altresì agrumi, limoni, cedri, aranci e più altri di tal genere, che fanno in gran quantità, singolarmente sulle rive del nostro lago.


Vini.


Particolar dote è parimente del paese la varietà e preziosità dei vini. La balordaggine d’alcuni osti che si credono fare un regalo a’ forastieri con servirgli a tavola di vini dolci, fa credere a questi che tutti nel paese sien tali, quando all’incontro ne sono generalmente lontanissimi. La parte più bassa del territorio fa vini ottimi per pasteggiare, come leggeri, gustosi e passanti; quella di mezzo gli fa gagliardi e ruvidi; la superiore e la montuosa gli fanno eccellenti, e di vario gusto, e di cento maniere. Quello che si dice Santo, e che si trova dolce e non dolce, ed ha proprietà di non guastarsi mai in qualunque luogo si tenga, ha molta affinità col famoso vin di Toccai, per lo che accade spesso di là da Monti di vederselo presentare alle tavole con tal nome. La Valpulicella fa vino d’una grazia particolare, e sarebbe assai più rinomato se la maggior parte di esso non avesse del lascivo, a cagione del farsi con acqua per chi lo vuol dolce. Per altro e ne’ colli della detta valle, e in più altri, vini si posson fare non inferiori al Montepulciano, coronato Re degli altri dal Redi, e il paragone l’ha fatto più volte confessare a gl’increduli: l’istesso è singolarmente avvenuto del Famoso di Affi; e sarebbero certamente [p. 24 modifica]i vin Veronesi assai ricercati anche da lontane parti, se alquanto di cura e d’industria a questo fine, e per fargli noti, e per ispedirgli in vetro, e non in legno, si usasse. Non son per altro da vilipendere anche alcuni soavissimi vini dolci, e non inferiori alla Verdea di Firenze, che qui si fanno. È tanto grande in Europa la forza e la bizarria della moda, che arriva anche a trasformar la natura: però a certi paesi dove il clima alquanto più aspro non permette che regni il dolce, è riuscito di por tal sapore in tanto discredito e abbonimento , che converrebbe ora per accordar tutto mutar l’uso del parlare, e non dir più dolce per affetto e per lusinga, ma piuttosto amaro o simil cosa. Siccome però insoffribil sarebbe al comune delle persone di ber vin dolce a pasto e per trarsi la sete, come si fa in qualche parte dov’è guasto il palato dall’uso, così sarebbe strano che non avesse a esser grato il berne per delizia un bicchiere. Nelle provincie condannate al freddo, e che non furono gratificate dalla natura con la soavità de’ frutti, si vede per altro molto studiare il dolce, con sostituire a tal mancanza tanti lavorii zuccarosi nell’ultime mense: per lo che in Italia, alla quale non piace mai ciò ch’è suo, quasi rifiutando il dono, e rinunziando il privilegio da Dio conceduto, sembra ora sconvenire a grandezza l’imbandir frutti, coprendo in vece le tavole solamente di zuccaro in cento modi trasformato, che cattive e nocevoli qualità in se ritiene. [p. 25 modifica]


Pesce.


Or niente men che di vino ricca è Verona sopra ogni altra città non maritima d’ottimo pesce, e di varj generi. Il suo lago primieramente lo somministra eccellente e in gran copia: le trote vi si trovano fin di trenta e più libre: avanzate però dal carpione in delicatezza, che diede luogo alla vecchia favola di pascersi esso di oro: unicamente in questo lago si trova: può vedersi mirabilmente delineato nell’Istoria de’ pesci del Salviano. Le sardene, come da noi si dicono, son d’un sapore molto diverso da quelle d’altr’acque, e son più grandi; ma delicatissime quando non sono cresciute ancora, e si dicono scarabine. Lasciando dell’altre spezie, ottime sono altresì le grosse anguille. Buone trote e temali e piccoli storioncelli ed altri pesci si hanno dall’Adige non meno, e dalle fontane purissime di Montorio, che danno anche lamprede, e da’ piccoli fiumi delle Basse; lasciando che per la maggior parte dell’anno si ha pur quel di mare. A dispetto di tanta dovizia molto caro è il vivere in questa città, massimamente nelle cose alquanto più delicate. Colpa n’è in primo luogo l’avida ricerca; colpa ne sono ancora alcuni abusi, quali potranno facilmente levarsi quando si trovi chi del comun bene s’invaghisca, e per esso voglia adoprarsi. Gioverebbe spezialmente il levare, compensando forse con altra equivalenza, le introdotte distinzioni nel prezzo non praticate in altre città dello Stato, e dalle quali contra l’intenzione [p. 26 modifica]continuo disordine forza è che nasca: allora poi potrebbe darsi mano con più coraggio a costringere, per cagion d’esempio, i pescatori e le Comunità del lago all’ubbidienza delle leggi e degli Statuti (l. 1, c. 97), i quali non leggera pena impongono a chiunque, massimamente in tempo di Quaresima, porti altrove il pesce, e ingiungono con gran rigore al Capitan del lago, a’ Vicarii e a’ ministri tutti d’invigilar sopra il contrabando (l. 4, c.164). Strano è veramente che abbondino del nostro pesce talvolta Parma, Mantova, Brescia, Roveredo, Trento e altri luoghi, e ne scarseggi Verona.


Rettori.


Riposando questa città insieme con tutta l’antica Venezia sotto il dominio e tutela della Veneta Republica, unica discendenza rimasa in Italia della grandezza Romana e della libertà, viene secondo il savissimo instituto Veneto amministrata primamente non da uno ma da due scelti Patrizii, con nome comune di Rettori e di Rappresentanti, e col vecchio titolo particolare di Podestà all’uno e di Capitanio all’altro; quegli presiede al civile, questi al militare. L’uno e l’altro ha cancelleria separata: il lor Reggimento dura sedici mesi, nè però si cambiano unitamente, ma conforme incontra. Quanto al grado de’ Soggetti, l’ordine nella Republica correa in altri tempi diverso. Francesco Barbaro avea fatto Ambasciate, e sostenuti supremi impieghi quando venne Podestà a Verona, come si vede nella orazione in sua lode di Tobia dal [p. 27 modifica]Borgo. Antonio Donato, che fu Podestà nel 1480, era prima stato Ambasciadore in Francia ed a Roma, e si era segnalato nelle prime dignità militari come si ha nella Dedicatoria fattagli da Lodovico Cendrata della sua edizion di Gioseffo. Ambasciatore a Roma era parimente stato Francesco Diedo, il che s’impara dal proemio degli Statuti de’ mercanti. Giorgio Cornaro, cui nel 1532 Bernardino Piumazzi dedicò l’Opere d’Alberto Magno, da questo Reggimento passò a quel di Padova. Andrea Loredano venuto a questa Pretura nel 1557 era già stato Podestà di Brescia, e più volte Savio di Collegio ed Avvogadore: tanto si legge nell’Orazione recitata nel suo ingresso da Paolo Giuliari capo del Consiglio de’ Dodici. Pietro Cornaro ed Antonio Longo, Rettori di Verona nell’anno 1630, erano ambedue Senatori, come s’impara dalla Relazion del Contagio del Pona. Il Podestà solea fare ingresso portandosi accompagnato da Proveditori della città alla Chiesa di S. Zenone, indi al Duomo e di là in piazza al capitello, dove ricevea lo scettro, come parla il capitolo primo degli Statuti, cioè la bacchetta di comando, e quivi sedendo facea giurar publicamente a’ suoi dipendenti di far giustizia incorrotta e d’osservar lo Statuto. Conduce egli seco la sua Corte giudiziaria, che consiste in quattro assessori graduati del Dottorato, quali secondo l’uso antico, per maggior sicurezza da parzialità, debbon esser forastieri: uno si chiama Vicario, altro Giudice a i malefizj o sia al criminale, e due prendendo il nome dal Tribunale ove siedono, diconsi del Grifone e della Regina. [p. 28 modifica]Conduce ancora per publico servizio un Contestabile e due Militi, antichi nomi di quei che presedono a’ sergenti, ch’or diciamo sbirraglia. Due Nobili Veneti hanno custodia e cura della Cassa publica con nome di Camerlinghi: due altri risedono con nome di Castellani nel Vecchio e nel Castel S. Felice. La divozion naturale ed innata verso il nome Veneto, che ha sempre palesato questa città sopra tutte l’altre ne’ più scabrosi tempi, resta comprovata a bastanza dal grande e nobile stendardo, che di essa solamente fra tutte si vede ancora pendente nel mezo della Basilica di S. Marco a Venezia con queste parole: Verona fidelis anno MD XXI.


Consiglio.


Il corpo e il Comune della città, che secondo l’uso Romano si direbbe Republica Veronese, vien rappresentato dal Consiglio, che si raduna sempre con l’intervento e presidenza de’ Rettori. Questo fu già popolare, come in tutte l’altre città, e si ragunava sempre in numero di molte centinaia. Sotto il dominio Veneto si ridusse a numero limitato, e si compose di soli nobili. Sono in tutti 152, tra’ quali non possono aver luogo più di tre d’un casato, ma attualmente in offizio 122 solamente, dovendo ogn’anno restarne fuori trenta in circa, che si dicono essere in vacanza. Li 122 formano il Consiglio pieno, che si dice di tutto l’anno, e si convoca per creare i Consiglieri nuovi, e in occorrenza di gettar qualche imposizione, o d’altro grave [p. 29 modifica]affare: ma delli 122, cinquanta sono continuamente per un anno in ufizio, e gli altri 72 si dividono in sei Mute, ognuna delle quali a vicenda forma il Consiglio de’ Dodici, ed interviene insieme co’ cinquanta per lo spazio di due mesi. Ogn’anno poi si cambia, passando i cinquanta nelle mute, e quei delle mute ne i cinquanta, ed uscendone trenta, per rimpiazzare i quali si tolgon dentro li trenta ch’eran fuori, e si supplisce a i luoghi de’ morti, o di quelli che sono assenti per ragion di carica, con riceverne altrettanti di nuovi, riballottando nell’istesso tempo anche i vecchi che ritornano, quali però potrebbero restarne esclusi: con che si tiene ognuno in soggezione di continuar sempre a meritar la publica approvazione. Con tal ordine e regolazione niuno resta in Consiglio più di quattr’anni continui. Ogni muta ha tre Capi, che sono i più vecchi delli tre ordini, ne’ quali si dividono i Consiglieri, cioè graduati o sia dottori, titolati, e laici, che è quanto dire non dottori, nè titolati. Chi desidera essere ammesso in Consiglio dee prima presentarsi ad una delle cinque Compagnie, nelle quali privatamente si divide il numero, e dalli Reggenti di essa e da i voti della Compagnia essere approvato per idoneo e ricevuto; con che gli resta permesso di concorrere e di far pratica, cioè di ufiziare tutto il Consiglio.

Non può negarsi che non sia tutto questo saviamente ordinato, e però della sola città di Verona fra tutte le soggette meritò d’esser riferito e descritto nel corpo delle Republiche, stampato dagli Elzeviri, l’ordine del governo, [p. 30 modifica]tratto dal libro primo de’ nostri Statuti. Ma non può negarsi altresì, che molto più utile al Publico non riuscisse per più ragioni l’uso d’alcun’altra città dello Stato, dove ognuno di nobil condizione, ch’è in ciò, ed è stato una volta riconosciuto per non escluso da eccezione alcuna reale o personale, può sempre intervenire nelle occasioni importanti, e dove creda poter giovare al Publico con la sua voce. Sarebbe altresì desiderabile che nel ricevere i nuovi, e si avesse sempre considerazione allo splendor del casato, e all’onestà de’ costumi, ed alla cognizione e prudenza del pretendente: perchè dalla qualità delle persone che compongono questo numero dipende la sua riputazione, e tanto più che da esso si prendono d’ordinario i Soggetti per le cariche più importanti. Quelli, che per esser di famiglie anche senza questo illustri e distinte, non si curano d’entrare in Consiglio, nè pensano il danno che con ciò malamente inferiscono alla lor patria, nè che voglia dire in molte occasioni l’esser del numero che forma il sentimento publico. Gran merito però avrà sempre chi procurerà d’eccitare al concorso i più degni; e poichè si tiene che alcuni restino assolutamente esclusi dalla legge, qual toglie ogni publico ufizio a chiunque abbia debito col Publico, converrebbe avvertire, che intenzion di quella legge si fu di togliere a debitori la facoltà di chiedere, ma non alla città stessa quella di conferire, quando creda aver bisogno di tali Soggetti, e conosca però utile il dispensare. Si potrebbe pensare ancora quanto savio sia l’instituto di Padova, [p. 31 modifica]che ammette qualche volta di nuovo con lo sborso di ducati cinque mila quelle famiglie che il meritano; perchè da una parte ha con questo sempre in pronto il modo di supplire a qualche publica urgenza, o di dar mano a qualche impresa di comun giovamento e decoro, e dall’altra rende con ciò la dovuta e indispensabil giustizia a quelle Case che per ampiezza di facoltà e per altri titoli si son rese degne d’essere avanzate ed ammesse, e quali però dove tal uso non sia, senza alcun obligo al Publico si vengon poi, come necessariamente convien che avvenga, ponendo in tal grado da se.


Cariche.


Il Consiglio de’ Cinquanta co’ Dodici di Muta fa tutte le cariche più considerabili intrinseche ed estrinseche, eleggendo a voti. Ottiene chi n’ha più, purchè passi la metà delle balle. Si mandano a partito quelli che dimandano, quando ve ne sia, ma è in podestà d’ognuno il propor chi gli pare; il che chiamasi mettere in scrutinio: e chi è proposto debb’esser ballottato, benchè fosse contra sua voglia. Al Consiglio spetta parimente il far leggi, o sia decreti, che si dicon Parti, o per correggere abusi che andasser nascendo, o per regolare il buon ordine di più altri corpi della città, e alcuni publici pagamenti, e l’esazione delle gravezze, e l’amministrazion delle rendite. Si eleggono adunque in primo luogo il Vicario della Casa de’ Mercanti e due Proveditori; l’ingresso [p. 32 modifica]delle quali dignità si fa solennemente, andando la maggior parte della nobiltà alla casa degli eletti per complimentarli, e accompagnarli a Palazzo: la qual funzione, ch’è sommamente necessaria e al publico decoro importante, potrebbe anche farsi talvolta nella Sala del Conglio o in altro luogo, per non privarsi d’alcun Soggetto valevole che non avesse per avventura abitazione proporzionata a tal ricevimento. Questi tre durano in ufizio sei mesi, termine per verità troppo angusto e ristretto. Il Vicario presiede alle arti, e giudica tutte le cause di mercatura in qualunque somma. L’appellazione va a’ Rettori uniti, quali confermando, la lite è consumata. Ha il suo Foro separato, e quattro Assessori dell’ordine mercantile, tre con nome di Consoli ed uno di Cavaliere (dall’antico Miles), ufizio del quale si è d’inquirire nella qualità e giusta condizione delle merci. Sono eletti anch’essi dal Consiglio insieme col suo Notaro detto Stabile, che roga le sentenze e gli atti; ma sono per la consultiva solamente, e senza voto. Alli due Proveditori è raccomandato il maneggio degli affari principali che vanno occorrendo: l’uno si dice deputato al Negozio, l’altro alla Cassa. Hanno essi facoltà di convocare anche fuor de’ tempi soliti il Consiglio; qual facoltà però l’ha parimente ogni Capo di muta. I Capi di Muta possono altresì portar Parti, che vuol dir proporre al Consiglio decreti, e così possono i Conservatori delle leggi quando si trattasse d’intromettere alcun atto de’ Dodici, con cui avessero ecceduta la podestà loro contra le leggi: intromettere è [p. 33 modifica]l’antico intermittere o sia intercedere; cioè impedir l’esecuzione, ed accusare a superior tribunale o Magistrato alcuna terminazion del Minore ch’era principalmente funzion de’ Tribuni. Per lo più però si portano le Parti dal Proveditore al negozio, e l’ordine in ciò è tale. Si propone la materia al Consiglio de’ Dodici, quali con la presenza del Podestà spesso si ragunano: quivi preconsultando, dicesi da ciascheduno il suo parere in voce, e poi si manda la determinazione a partito. Vinta che sia per la maggior parte de’ voti, un altro giorno si strida nel Consiglio de’ cinquanta; cioè a dire si legge dal Sottocancelliere, affinchè ognuno sappia di che si debba trattare la prima volta, e possa informarsi e pensarvi. Il giorno destinato va il Proveditore in luogo eminente, e adduce gli argomenti che possono indurre i Consiglieri a venir nella sua opinione, e a far accettare la sua proposta. Dopo di lui sale nell’istesso luogo il Contradittore, niuna parte potendosi prendere senza che sia da chi è deputato a ciò contradetta. Ufizio di questo è di ricercare quanto può addursi in contrario, e di mettere in vista le opposizioni che si posson fare. Dopo di che torna il Proveditore, e procura di risolverle e di confermare quanto pretende. Nè si vieta a gli altri del numero l’andar a dire l’opinion sua. Finalmente si ballotta, e vince il maggior numero de’ voti, in queste occasioni bell’adito si presenta per chi è felice nell’esporre, e gran saggi si son goduti più volte, o di naturale o di studiata eloquenza.

Molt’altri ufizj si creano dal Consiglio. Due [p. 34 modifica]Cavalieri di comune, che si chiamavan già Procuratori, comesi vede nello Statuto (l. 4, c. 1), ed hanno cura della grascia, attendendo a impedire ogni fraude che da’ venditori del pane, del vino, dell’olio, delle carni, de’ salumi d’ogni genere, e in fine di qualunque sorte di comestibili potesse esser fatta. Ad essi spetta altresì di badare in questa parte alla sanità e pulitezza, castigando, a cagion d’esempio, chi recasse frutti non maturi, overo esponesse, quasi leggiadre merci, fetenti e succidi formaggi e salumi, e altre lordure. Si creano altresì Deputati, Presidenti e ministri con varj nomi per regolare ed amministrare quanto spetta alle publiche gravezze, all’estimo, alla sanità, all’arte della seta, al Monte di pietà, a gli ospitali e luoghi pii, all’Anfiteatro, alle fabriche publiche, al Ghetto, e a più altre inspezioni; e non meno alla cura dell’Adige, per tenere a freno il qual fiume, ed assicurare a forza d’argini e di lavori il paese inferiore, niente meno di dodici in quattordici mila ducati si spendono ogn’anno. A’ Presidenti dell’Arena è raccomandata la preservazione della più bella gemma di questa città, spezial cura richiedendosi per difenderla da’ continui e deplorabil danni che vi fa chi l’abita, e parimente dalle pazze operazioni che vi soglion fare i muratori, quando metton mano a risarcirla. Il Monte in quest’ultimi tempi ha girato dugento trentasei mila ducati per anno di soli imprestiti a chi impegna. Era altre volte ricchissimo di depositi, e sarebbe per più ragioni necessario che sempre il fosse. Vien retto da una Sessione di quindici, [p. 35 modifica]nove de’ quali del numero del Consiglio, tre degl’interessali e tre mercanti. L’Ospitale di S. Giacomo, deputato altre volte a i leprosi, e parimente governato da una Sessione, ha buona rendita che s’impiega a disposizione de’ Proveditori della Sanità. Tornerebbe assai bene il ridurre questi due corpi ed amministrazioni in una: siccome ancora ottimo consiglio sarebbe il sopprimere affatto varj piccoli Ospitali scaduti, e a pochi noti, formandone con metter insieme quell’avanzo di rendite un solo che fosse d’uso e di giovamento, overo applicandole a quello della Pietà, che sì gran quantità di gente mantiene, o a quello della Misericordia, o ad alcuno de’ luoghi Pii. Nel secolo del 1400 eravi ancora un Magistrato di dieci Savj della guerra, come si vede in molti documenti, alcun de’ quali riferito nell’Italia Sacra dall’Ughelli. Manca un ufizio particolare sopra gl’incendj, da’ quali così gravi e memorabil danni ha patito Verona più volte. Triumviri presedevano a questo in Roma, e il Prefetto de’ Vigili con sette Coorti: ci vorrebbero in oltre Deputati in ogni contrada, de’ quali fosse spezial peso l’accorrer prontamente con uomini a ciò tenuti, e tra questi alcun Capomastro. Non dovrebbesi anche permettere di cuocer pane nel frequentato della città, e gioverebbe qualche volta l’inquirire e castigar severamente, come anche secondo le leggi (D. lib. 1, t. 15) dee farsi, chi ne fu cagion prima; già che per lo più non da disgrazia nacquero sì orribil mali, ma o da negligenza, o da ubriachezza. Deformità rimane ancora per un incendio nel cuor della città, [p. 36 modifica]che con molto utile del Principe e comodo de’ particolari, potrebbe facilmente emendarsi rifabricando, e convertendo in magazini e botteghe tutto il tratto che riman vacuo presso il Palazzo. Oltre i mali del fuoco, si vorrebbe ancora cercar di prevenire per quanto è possibile quelli dell’acque, maraviglia essendo che non sia stato suggerito ancora di riparare lungo il tratto della Beverara, dopo aver veduto più volte, come sormontando quivi il fiume nelle piene, allaga tanta parte della città.

Manca altresì con deplorabil danno un ufizio speziale per la cura delle strade, alla quale in ogni ben regolala città Soggetti del maggior conto si eleggono, dipendendone principalmente il decoro e il comodo de’ cittadini. Si anderà Verona certamente, a dispetto del suo bel sito e de’ suoi nobili edifizj, deformando sempre più, e rendendo ogni giorno più incomoda e più disagiata, finche durerà l’incredibile abuso di lasciare in pieno arbitrio d’ognuno il gettar materiali e il portar terra sulle strade, facendo monte ov’era piano, interrompendo le vedute, e rendendo il cammino impraticabil l’inverno per fango, e insoffribil l’estate per polvere. E noto a chiunque ha qualche lume di cognizione, come il maggior danno a cui col corso de’ secoli sien le città nel materiale sottoposte, è quello dell’alzarsi le strade, con pregiudizio delle abitazioni e degli edifizj, che ne vengono a rimaner sepolti o imperfetti: ma dove si permetta alla generazion pessima de’ carrettieri di rovesciar la terra dove lor piace, non si richieggon secoli, ma bastan pochi anni. [p. 37 modifica]Lasciando il danno delle muraglie e delle stanze, un piede che si alzi il piano avanti casa ben architettata e di giuste proporzioni, basta a farle perder gran parte di sua bellezza: e con tutto ciò non manca tutto giorno chi con mirabil cecità si faccia ammontar dinanzi il terreno. chee diremo delle supellettili distrutte in più luoghi dalla gran polvere, e che del danno che ne risente il letto dell’Adige, nel qual le pioggie tanta materia però portano dalla città? L’eccesso a’ nostri giorni è arrivato a termine, che fin le piazze o campi adiacenti al Corso, e ch’erano al pian di esso, ne son divenuti poggi; nè si perdona alle strade con publica spesa e autorità selciate; taluna nel cuor della città se n’è posta in disuso dalle carrozze, e qualche altra frequentatissima si riguarda come in viaggio i cattivi passi. Così permettesi a gli Spezzapietra, lavorando in vie frequentate, di far montagna a lor piacere dov’era pianura. Si crederebbe tutto ciò impossibile ad avvenire in luogo non deserto, ma abitato, mentre fin nelle terre e nelle Castella o è ordinato di portare fuor delle porte il terren che si cava, o sono assegnati e prescritti in parti remote e disabitate i siti ove distribuir si debba. Nè si creda già che trasandassero i prudenti avi nostri tale attenzione; poichè all’incontro in niun’altra città fu proveduto a tal disordine con maggior forza. Avean obbligo i Giurati delle contrade d’invigilare e di dare avviso. Veggasi nel libro quarto de’ nostri Statuti il Capitolo 25, 26 e 54, ne quali sotto gravi pone pecuniarie, oltre al rimettere in pristino, si vieta espressamente il [p. 38 modifica]buttar lena o qualunque materiale per le strade; si decreta che due volte l’anno, una l’inverno, una l’estate, debban tutte ripulirsi e purgarsi da fango e da sassi; e si ordina che due Deputati debbansi scegliere all’entrar d’ogni muta in Consiglio, i quali debbano circuir la città, e osservare i danni che nelle strade avvenissero.

          Le leggi son; ma chi pou mano ad esse?

Non era per certo nè pur lecito di disfare in certo luogo, e ridurre in coltura un delizioso e piano e pulito passeggio, supplendo poi alla necessità della via publica con sì tristo cambio; come non dovrebb’essere il far affogare nella polvere, e abissar nella mota gli abitatori tutti di così nobil città. Mirabil cosa per altro è, ch’abbiano a volervi comminatorie o leggi, perchè un cittadino per vilissima avarizia di risparmiar poche lire, abbia cuore di deformare e d’avvilire in tal modo la patria sua, senza offesa della carità verso il prossimo, e con tanto pregiudizio anche del di lei decoro, e del credito del suo governo presso forastieri.


Altre cariche.


Tornando alle cariche della città, ci sono ancora le estrinseche, elette parimente dal Consiglio: principal tra queste è quella di Capitano del lago di Garda, che risiede a Malsesine: dura tre anni, ed ha giurisdizione sul lago tutto fino a ogni riva, facendo invigilare con barche armate, perchè non siano estratti grani dallo Stato con danno, e facendo venire [p. 39 modifica]all’ubbidienza ogni naviglio di mercanzia per li diritti publici. Faceasi altre volle anche un Capitano ad vetita, che invigilava per tutto il territorio. Tien secondo luogo il Podestà di Peschiera con suo Cancelliere e Cavaliero: in altri tempi si faceano anche li Podestà di Riva, d’Ostiglia, di Legnago, di Cologna, della Badia e di Lonato, come si può vedere dal proemio de’ nostri Statuti. Eleggesi parimente il Nunzio al Principe, che risiede sempre in Venezia. Si mandano ancora Vicarii per giudicare in ventidue villaggi, ne’ quali il Publico ha giurisdizione: questi si eleggono dal Consiglio di tutto l’anno, com’anche il Podestà di Peschiera. Gelosa incombenza dovrebbe anch’essere l’ufizio in oggi assai trasandato de’ Giudici de’ Dugali, del quale per 46 Capitoli tratta il quinto libro degli Statuti: molti e rilevanti disturbi si schiverebbero, se l’esercizio di questa carica, e de’ subordinati ad essa, continuasse nel suo vigore, nella sua attenzione e nella sua autorità; poichè ne dipendeva la cura dell’acque in tutto il distretto, e de’ piccoli fiumi, e de’ torrenti, e degli argini, e de’ ponti, e delle chiaviche, e del tener netti i canali, e del non permetter novità, che possa pregiudicare al corso dell’acque, a gli alvei e alle strade, costringendo le comunità, o chiunque altro a quei lavori che di tempo in tempo son necessarj, e condannando chi delinque. [p. 40 modifica]


Collegio.


Altri corpi di molta considerazione son nella città; tra quali è da annoverar prima il Collegio de’ Giudici, altre volte detto degli Avvocati, che si compone di Giuristi graduali del Dottorato, e ristretto a nobili di condizione. Questo fu anche assegnato dal Principe per Giudice definitivo alla città di Cataro in luogo delle supreme Quarantie di Venezia, e con molto risparmio di spesa se ne vagliono alcune volte que’ cittadini. Da questo Collegio furono in altri tempi richiesti Soggetti più volte da varie parti per controversie grandi e per ufizj supremi. Per dar qualche notizia de’ tribunali e dell’ordine de’ giudizj, diremo prima come Verona si fece già da gran tempo le proprie leggi, compilate ne’ cinque libri degli Statuti. Il Dominio Veneto, che seguendo l’orme del Romano, protegge sempre il gius civile, definito da Caio Giurisconsulto per quello ch’ogni, città si costituisce (lib. 9 de iust et iu.), ha confermato gli Statuti delle città, ed ha permesso a ognuna di viver con le sue leggi, che si stimava aulicamente il più bel pregio che un popolo potesse avere; e però applaudendo a dominazion così dolce il Proemio de’ nostri Statuti, affermò con infinita gloria del nome Veneto, goder noi vera libertà per la podestà di ragunar Senato, di crear Magistrati, di far leggi, e di governar la città e le cose publiche, rimanendo a’ Veneti Senatori il travaglio, i pericoli e la spesa. [p. 41 modifica]Ma così bel privilegio vien tutto giorno mortalmente offeso da’ cittadini stessi, quali per ogni minimo interesse, dove credano esser loro più favorevole altro Statuto, vilmente rinegano il proprio, e in onta anche della legge degli Inquisitori in Terraferma del 1674, secondo la quale non si vuol ch’abbia luogo il Veneto, se non in quelle contese nelle quali non si trovi proveduto dal Veronese, ora voglion l’uno ed or l’altro, e pretendon talvolta di sostener con quello un contratto stipulato secondo questo, e abbandonando la propria legge, conformata già da i Maggiori a’ costumi ed alle proprietà del paese, impugnano la mente del Principe, che ordinò dovere terminar qui la maggior parte delle cause, e trovan modo di tirar sempre l’avversario, anche talvolta in cause di piccola somma, ove quegli non abbia forza di proseguire. Qui ben quadra il detto, non è male nella città, che i cittadini stessi non si facciano.


Giudicatura.


Via ordinaria dunque e primo grado de’ Giudizii debb’essere qui il Palazzo grande, che si dicea Palazzo del Comune, dove siedono sette Giudici in altrettanti tribunali: cioè il Vicario del Podestà, con due altri della Corte forastiera, e quattro deputati dal sopradetto Collegio, ed eletti del suo numero. Innanzi a questi, o si chiede deputazione, con che si spedisce la causa arringando, o si chiede commissione, con che il Giudice fa sentenza [p. 42 modifica]dopo vedute le carte, ma senza addur motivi. Si può altresì dimandare il Consiglio del Savio, o sia del Giurisperito, con che il Giudice rimette a un del Collegio nominato dalle Parti, o tra i nominali sortito; il quale con maturo esame, e dopo informazioni ed allegazioni forma il suo parere, e lo stende legalmente co’ motivi e con le autorità, concedendosi dopo il primo Consultore il secondo, concordando i quali segue sentenza. Apparisce nello Statuto, come al Giurisperito commetteva bene spesso le cause il Podestà ancora, o dava ordine al suo Vicario di commetterle; e confermando il secondo, s’intendea deciso: ma discordando, si rimetteva a tre altri del Collegio, ne’ quali ancora se fosse nata discrepanza, decideva il Podestà col suo voto, nè appellazione alcuna era più permessa. Al presente ancora l’appellazione da’ Giudici va al Podestà, ovvero, quando si trattasse di Comunità, o di certe persone, al Capitano, e talvolta ad ambedue uniti: riuscendo la lor sentenza conforme alla prima, la causa è consumata, e passa in cosa giudicata. Or perchè resti con sommo credito del suo corpo, e decoro della professimi Legale, e benefizio publico, abbracciato spesso questo modo di procedere, due cose dee procurare il Collegio: l’una di mantenersi in possesso l’esser composto di Soggetti veramente dotti e gravi; l’altra di rimediare alle lunghezze che contra l’espressa ordinazione e prescrizione degli Statuti, e ancora Inquisitoriale del 1674, vi sono state incontrate talvolta. Dall’ordine fin qui esposto debbono eccettuarsi [p. 43 modifica]le liti fra congiunti, nelle quali comanda lo Statuto che le parti si compromettano, eleggendo Arbitri; i quali in ristretto termine di tempo, e senza strepito di giudizio, in giorni feriali e non feriali, sommariamente ogni cosa debbano stabilire, e decidere inappellabilmente; talchè da giudizio Arbitrale tra’ parenti niuna spezie di richiamo possa aver luogo. Anche questa santa, e per la qualità de’ contrasti che fra più stretti congiunti avvengono, necessaria legge, trova ora la privata malizia modo di deludere, anzi di render nociva e pregiudiziale, trasportando, per l’esclusione degli altri Giudici più facilmente, non senza infinita confusione delle famiglie, l’appellazion delle Arbitrali, contra la mente sovrana, e a dispetto d’ogni legge.


Consolato.


Singolare è il privilegio di questa città per l’imperio mero e gius del gladio, cioè piena giurisdizione anche nel Criminale. La giudicatura nei debiti spetta però al Consolato, del quale non senza errore fu scritto nel corpo delle Republiche, che conosce de civilibus quaestionibus. Questo Magistrato pare fosse già di otto, come di otto si conserva ancora in Firenze: almeno così vien indicato nel Dialogo manoscritto De furibus, composto dugent1 anni fa da Lodovico Nogarola, in cui tocca dell’antica autorità degli otto Consoli, e dice, confessi una cum clarissimo Praetore de hominum vita ac morte cognoscunt, ac statuunt. Or da gran [p. 44 modifica]tempo a gli otto Consoli eletti dal Consiglio, quattro de’ quali debbon essere Dottori Collegiati, si aggiungono i quattro Giudici forastieri. Il Podestà presiede, ma non ha voto se non in caso che i pareri fossero ugualmente divisi, nel qual caso decide col suo. Le denunzie, o querele si portano al Malefizio, dove siedono sempre sei Notari, deputati d’anno in anno dal lor Collegio. Altro modo di procedere è per Delegazione, cioè quando in gravissimi casi ed atroci il supremo Consiglio de’ Dieci delega da Venezia il fatto alla Corte, facendosi allora la sentenza dalli due Rappresentanti e dalli quattro Assessori.

Corpo molto considerabile ed onorato compongono ancora i Notai, ufizio di tanta gelosia e di tanta conseguenza, e che in questa città si esercitò anche da nobili, quando non si credeva che la nobiltà consistesse in vivere senza far nulla: anzi per antichi Privilegi di tal Collegio si dichiara che tal esercizio non deroghi alla nobil nascita. Formano questi un Consiglio, da cui si deputano tutti quelli che debbono assistere a’ diversi tribunali ed a’ varj ufizj. Minor facilità ci vorrebbe al presente nell’ammetter tanti a sì fatto impiego, e mollo lodevol sarebbe il dar mano a quella preservazione degli Atti ed a quella assicurazione di essi che in tutte le città si pratica. Era altresì in Verona un celebre ed illustre Collegio di Medici, quale per certe ragioni dopo molte arringhe pro e contra, e dopo lungo dibattimento, dal Consiglio della città restò venticinqu’anni sono, forse non senza molto danno, soppresso. [p. 45 modifica]


Vescovo.


Passando ora a considerar l’Ecclesiastico, il nostro Pastore è suffraganeo del Patriarca d’Aquileia, insieme con quel di Trento, di Padova e di molt’altre città: ma questa Chiesa fu sempre per ogni conto molto distinta. Nell’undecimo secolo il Vescovo Brunone fece istanza a Gregorio settimo, perchè gli rinovasse l’onore del pallio Arcivescovale conceduto già a’ suoi antecessori. Leggesi a piè del Registro dell’Epistole di detto Pontefice, com’ei veramente acconsentì. Corrispondente all’onor del pallio fu il decreto fatto nell’anno 104O in un Concilio di Pavia, nel quale intervenne l’Imperadore Enrico col Patriarca d’Aquileia e coll’Arcivescovo di Milano, come può vedersi nell’Ughelli. Fu decretato adunque in conseguenza degli antichi titoli, e dell’esame sopra ciò fatto, che nella Diocesi Aquileiese prima sede dopo la Patriarcale chiamar si dovesse quella di Verona; in effetto di che al Vescovo Veronese fu posta alla dritta del Patriarca una sedia. Tanto vide in Roma il Cardinal Cornaro Camerlingo registrato per antica mano in un codice di Canoni presso il Cardinal Sirleto, e tanto fece nel 1583 autenticamente e solennemente trascrivere. Confermasi da ciò ampiamente il possesso goduto già da1 nostri Prelati degli onori Arcivescovali, accordati qualche volta anche a’ non Metropolitani, come può vedersi tra gli altri negli Annali del Coinzio (t. 7, p. 372). Taluno crederebbe soscritto [p. 46 modifica]in virtù di essi il Vescovo di Verona dopo gli Arcivescovi, e avanti tutti i Vescovi in un Concilio di Ravenna dell’anno 877. Essendo ne’ tempi bassi la dignità Ecclesiastica provenuta per lo più dalla preminenza civile, è credibile che al Pastor nostro tal onore si attribuisse per esser Verona nel nono e decimo secolo stata capo di Marca, cioè Capitale di tutta la provincia. Il titolo di Principe fu anche dato al Vescovo Teobaldo in Diploma di Federigo I dell’anno 1154, come ho riscontrato nell’originale fedelmente in questa parte espresso nell’Ughelli, benchè con molti errori in altre (p. 795 ). A render per altro illustre e venerabile questa Sede, basterebbe la memoria di Santo Zenone, che verso la fine del quarto secolo Cristiano la occupò. Non pochi famosi Soggetti la riempierono anche ne’ prossimi secoli, e singolarmente gl’insigni Letterati Bernardo Navagero, e Agostin Valiero Cardinali, e Luigi Lippomano, e Matteo Giberti, cui da Clemente settimo fu conferito, per fin che fosse Vescovo di Verona, il grado e la indipendenza e podestà di Legato a latere e di Legato nato. A due nipoti di Papa, Condulmiero e Micheli, fu altresì data nel quindicesimo secolo questa Mitra; all’accettare i quali, come ancora Marco Cornaro dopo di essi, ripugnò la città acremente per più anni, come si può veder nel Panvinio e nelfllghelli, temendo che per esser Cardinali non facessero qui residenza. Gode attualmente il nostro Prelato per feudo amplissimo, con esenzion piena, e con mero e misto imperio, giurisdizione in [p. 47 modifica]Monteforte, Bovolone e Pol. La sua Diocesi per ampiezza ha poche uguali; poichè oltre al Veronese, ch’è grandissimo territorio, ha sotto di se non poca parte, e grosse e nobili terre comprende del Trentino, del Mantovano, della Riviera di Salò e del Bresciano, procedendo fin quasi a dieci miglia da Brescia. La rendita era tale, che ne’ libri della Camera di Roma fu considerata in uguaglianza con la pinguissima del Vescovado di Padova; ma da qualche tempo per deterioramento ne i beni è non poco scemata.


Capitolo.


Molto distinto tra gli altri Capitoli e di spezial dignità è parimente per più ragioni quello de’ nostri Canonici della Cattedrale. Ventuna son le prebende, delle quali dieci son Sacerdotali, quattro per Diaconi e quattro per Suddiaconi. Non meno di 170 Ecclesiastici serviamo ed ufiziavano la Chiesa cent’anni sono, avendone fatta menzione il Pona nel Contagio (lib. 2); come la fece ancora di 400 Benefizj vacati in que’ pochi mesi, e conferiti dal Vicario generale Cozza, e tra essi cento venti con cura d’anime, molti de’ quali rendeano oltre a 1500 scudi, e taluno 3000. Al presente la dispersion delle rendite e degli assegnamenti, e le disgrazie avvenute hanno assai scemato il numero alla Cattedrale, ed hanno ridotto a pochissimo le rendite di molti Benefizj. I Canonici nel Coro non cantano, e intervengon solamente a Matutino, Messa e [p. 48 modifica]Vespero, supplendo nell’altre ore Mansionari e Capellani. Godono nel dir Messa l’uso del Canone: ebbero già anche la Bugia. Possedeva il Capitolo in altri tempi più terre, e gode ancora privilegi singolari e giurisdizioni: giudica anche criminalmente quelli del suo corpo, e i subordinati e i coloni, e per le cause loro elegge un de’ Giudici di Collegio, che siede in Palazzo. Gode in oltre tali Ecclesiastiche giurisdizioni, che vien ad essere Ordinario di più Chiese parochiali e d’Oratorii, e delle Monache di S. Michele in Campagna; e in detti luoghi e Chiese, che si posson vedere annoverate dal Moscardo nel libro quinto, ed una delle quali è nel Padovano, fa le sue visite ed esercita il suo diritto. Dà altresì le bolle ne’ suoi Benefizj, e raccomanda, benchè da qualche tempo più non presenti. Con esempio unico nella Cristianità è in possesso da più secoli d’essere immediatamente sottoposto al Metropolitano.


Congregazione.


Altro corpo Ecclesiastico molto cospicuo si forma dalla Congregazione del Clero intrinseco, che comprende tutti i Parochi di città, ed ha sotto di se due Chiese, nelle quali pur dà le Bolle, e gode anche temporali giurisdizioni. Avea parte dopo il Capitolo nelle elezioni Canoniche de i Vescovi, come può vedersi in quella di Bonincontro del 1295, di cui si son conservati gli Atti (v. Ughel. c. 856); ne’ quali appare ancora, come il Clero [p. 49 modifica]diocesano formava un’altra Congregazione, che votava dopo quella dell’urbano. Le Chiese di città erano altre volte provedute di molto onorevol rendita; ma ora, benchè rimangano su l’istesso piede nell’aggravio, son venute in gran parte quasi al niente, per essersi andati disperdendo i livelli; il che più disordini forza è che produca nell’Ecclesiastica disciplina. Nè questo danno suppliscono più i lasci, o legati de’ cittadini, quali da gran tempo non più alle Parochie, nè a luoghi Pii, nè a Ospitali, ma soglionsi solamente disporre a favor de Regolari. Tra le Abazie commendate insigne sopra tutte è quella di S. Zenone, passata in commenda nel principio del 1400. Detratta la mensa de i Monaci, quando i beni siano ben diretti, e l’entrate corrano a giusto prezzo, si calcola la rendita dell’Abate a ducati quindicimila. Possiede più giurisdizioni temporali e spirituali, e tien però Cancelliere, e ne’ suoi Benefizj di città e fuori ha la presentazione e la nomina. Le cause civili de’ suoi son giudicate dal Commissario da lui deputato, e l’appellazione va a’ Rettori uniti. Pingui Abazie sono ancora tra l’altre quello di Santa Maria della Ghiaia, e della Trinità. Il Monastero di Santa Maria in organo, or tenuto dagli Olivetani, e quello ancora di San Nazario tenuto da Monaci neri, hanno giurisdizione sopra alcune Chiese e Parochie, e danno le bolle a gli esaminati e giudicati degni dal Vescovo. Tanto i Benefizj di città quanto quelli del territorio per giustizia naturale e per volontà del Principe, a bastanza [p. 50 modifica]dichiarata nella raccomandazione benignamente promessa per quelli che si conferiscono a Roma, come appare nella prima Bolla d’oro del Doge Michele Steno al capitolo ottavo, e ancora per decreti Pontificii indicati nell’Italia Sacra, si debbon conferire a Veronesi (t. 5, p. 1003). Il Clero per l’amministrazione ordinaria ed economica vien rappresentato da quattro Sindici; un Canonico, un Arciprete di città, un Arciprete di fuori ed un Monaco.


Estimo.


L’Estimo universale, cioè il calcolo delle fortune e degli averi di ciascheduno, si computa con assegnare una lira per 290 ducati di rendita, in ragion del 4 per 100. Ascende il totale della città a lire 3150. Altre lire 600 rilevano i beni acquistati e posseduti in questo distretto da Veneziani, trasportati però quasi tutti all’estimo della città di Venezia. Quello del Clero per transazioni seguite e per oneste ragioni vien considerato nella somma d’altre lire 560. Vi è inoltre il mercantile fondato sul capitale che ciascheduno ha in giro, assegnandosi un soldo per ducati 240. Questo è stato computato variamente secondo i tempi. L’estimo del territorio rileva soldi 3000, compresi però li 226 di Legnago, ch’or paga separatamente. Concorre con la città alle gravezze del Clero, il territorio e la negoziazione, ma non al Sussidio il Clero, come sottoposto talvolta al suo particolare. Li trasportati a fuochi Veneti restauo sempre tenuti alla [p. 51 modifica]dadia de’ Penelli, cioè al riparo dell’Adige, e altresì a quella delle Lance. A motivo di tali trasportamenti monta in oggi il credito della città a ducali 58000. Delle lire 3150 un numero di 250 suole andar difettivo ne’ pagamenti, con irremissibil debito di conscienza, e con ingiustissimo accrescimento all’altre d’aggravio. Il Comune della città, fuor d’imposte e cose straordinarie, non ha che lire 45000 d’entrata.

Ricava il Dominio di qua ogn’anno ducati 30500 per gravezze di città; 39000 per gravezze di territorio; 60500 per Campatico o Tansa; 247000 per dazj, che si deliberano qui in particolare, 110000 in circa per dazj, che si deliberano a Venezia in comune. Computate altre piccole partite, ascende la somma a ducati effettivi cinquecento mila, che son cento mila doppie di Spagna. Ma aggiungendo l’importare di ciò che vien pagato separatamente a Venezia per li molti beni posseduti da Veneti in Veronese, il sussidio del Clero quando accade, il possesso temporale de’ Beneficj, le liti ed altro, si può computare che un anno per l’altro cinquanta in sessanta mila altri ducati vadano da questa provincia alla Dominante.


Lana.


Passeremo ora ad osservazioni di commerzio, non ultima inspezione della Politica, che sanamente intesa altro non è che arte di render felice una città o uno Stato, come l’Economia di render felice una famiglia. Con queste [p. 52 modifica]osservazioni, esposta già innanzi la condizion del paese per ciò che spetta al vitto umano, notizia verremo a darne anche in ciò che riguarda il vestito: e poichè ogni vestimento o è di lana, o di seta, o di lino, la lana prenderemo a considerar prima. Questa città nel lanifizio avanzò già tutte l’altre, e derivò da esso la sua ricchezza, della quale gran testimonio abbiam tra gli altri in Raterio, Vescovo nostro del secol decimo. Ne’ tempi Scaligeri fioriva singolarmente cotal lavoro, e però più memorie si trovano di gran numero di robe, cioè vesti lunghe, donate da que’ Principi a’ forastieri. Più leggi furon però promulgate, che si posson vedere nel terzo libro degli Statuti, quali proibiscono con severe pene l’estrazion di lana in qualunque quantità, e con qualunque pretesto, ben essendosi conosciuto che il benefizio del paese non veniva dal venderla, ma dal lavorarla; e vietano parimente il trasportar pecore da questo territorio, poche o molte che siano, nè per vendita, nè per donazione, nè per dare in società. Tre sorti di panni lani si fabricavano in que’ tempi: grosso e da strapazzo, che si chiamava da navigare; sottile che serviva per calze; e fino, che si chiamava trelizza, di grandissima durata, come d’assai più corpo degl’introdotti modernamente. Continuò nel secolo del 1400 il fiorir di quest’arie, e celebrasi però Verona dal Biondo, da Panfilo Sasso, dal Panteo e da più altri: presentava il Publico della città come preziose merci i suoi panni, quando volea regalar qualche Personaggio, come nel 1439 praticò con [p. 53 modifica]Francesco Sforza, di che fa memoria Giorgio Lazise. Cominciò poi sì fatta manifattura a scemare, e finalmente andò quasi a terra, parte per essersi ridotti a perniziosa coltura que’ terreni che servivano a nodrir le mandre, e parte per essersi l’Italia invaghita de’ sottili e delicati panni stranieri. Non si è però intermesso mai del tutto, e in quest’ultimi anni per merito principalmente d’alcuni industriosi ed onorati mercanti si è ripigliata con fervore applicazione così giovevole; per lo che essendosi ben tosto acquistato credito in fatto di calze ordinarie, sopra cento mila paia se ne manda fuori, e panni assai lodati si fabricano, e con lana straniera e con nostrana. Delle calze resterebbe qui anche tutto il valor della tinta, se la bizarria di gran parte delle donne, che le vuol cremise, non facesse uscire intorno a venticinque mila ducati l’anno per tal colore. Dovrebbe promuoversi e agevolarsi con ogni studio il lanifizio di nuovo, poichè la lana nostra, spezialmente delle parti di Cerea e adiacenti, è pur ancora delle migliori e delle più fine che in qualsisia paese provengano; e potrebbesi di molto aumentare il bestiame, levando certi disordini, e facilitar di molto il lavoro, provedendo che le maestranze non dovessero esser sì care, onde i prezzi della merce debbano poi ributtare i compratori; mentre costa ora più un operario qui, che cinque in Inghilterra ne’ luoghi ove si lavora. Sul Bergamasco, benchè non abbia lana, pur con quella di Puglia si fa grandissima quantità di panni, perchè si lavora in campagna, e con gran [p. 54 modifica]risparmio di spesa; e già il benefizio del Principe è sempre grandissimo per li dazj delle pecore, del sale, del purgo, del follo e della spedizione; lasciando l’aumento del popolo, ch’è il punto più importante.

Converrebbe ancora usare attenzion grande e singolar cura, perchè i panni riuscissero di tutta perfezione. Le lane di Spagna che si adoprano in Inghilterra, rendono i loro panni finissimi. Di esse qualche provisione fa anche l’Italia, che non s’accorge d’averne assai più vicina altra non inferior miniera in Barberia1. In Verona non solamente il poco panno che con quelle, ma il molto che con le nostrane più scelte si fabrica, di morbidezza poco o nulla cede, e solamente in una qualità suol rimaner inferiore, ma che troppo importa; cioè nella forza, nella consistenza, nell’incartatura. Mancherebbero in ciò anche i panni Inglesi, se di lana Spagnuola puramente si costruissero; ma in essi tiene ugual luogo la lana del paese, che per esser rigida e dura gli rende forti benchè sottili, e però non si lascia uscir mai dal regno a qualunque patto. Qui bisogna intendere che tal qualità proviene alle lane Inglesi dal non tenere i bestiami nelle stalle l’inverno, ma lasciargli sempre all’aprico, il che si permette da quel clima: poichè dunque il caldo et umido delle stalle rende la lana molle, flaccida e di poca forza, bisognerebbe proveder qui che almeno vi si tenessero il meno [p. 55 modifica]che sia possibile, e non assai più del bisogno, come vien fatto per crescerle di peso. Bisognerebbe ancora supplire con maggior follo, dove all’incontro se ne suol dare men del giusto, perchè il panno assai follando si scorta. L’acqua limpidissima di Montorio, si crede abbia poche uguali, essendo mirabile per render perfetto il panno in ogni conto, ma bisogna saper far uso di tal tesoro, così vicino alla città concedutoci dalla natura. Il valersi de’ suoi prodotti è certamente di molto maggior benefizio, che non è il comperar gli altrui; e poichè lo Stato d’ottime lane in più parti abbonda, maraviglioso acquisto sarebbe il ridurne i lavori a tal perfezione, che non dovesse uscir più tant’oro per sì fatta merce. Che se in panni di tutta finezza non si potessero uguagliare alcune fabriche straniere, prudenza vorrebbe che per le maggior gale si supplisse co’ veluti, quali son pur nativi del terren nostro, e si vorrebbero da tutti i facoltosi a peso d’oro, se ci venissero da remote parti, e non fossero cosa nostra.


Seta.


Siamo già entrati nella seta, ch’è il secondo genere de’ vestimenti. A questa nel cader della lana si rivolse l’applicazione de’ Veronesi, e vi riuscì con tanto frutto, che la gran quantità d’un così prezioso prodotto si è resa da gran tempo il primo sangue di questo corpo civile; poichè per cinque, sei e fino a settecento mila ducati di denaro forastiero si può [p. 56 modifica]tirar con la seta annualmente in Verona. In nissun paese fanno i gelsi, detti anche mori da Toscani, e da noi morari, più facilmente di quel che facciano in gran parte dell’ampio territorio nostro, e in nissuna parte si coltivano con tanta cura e con tanta pulitezza. Grand’errore da poco in qua si è solamente introdotto di tagliare i vecchi, un de’ quali dava più foglia di dieci giovani, e d’assai miglior qualità e vigore, e tanto più che piantati i nuovi, ove ne fossero degli altri prima, non ci fanno. Così il mettergli troppo spessi e folti, come or si fa, quasi fosse albero che non ingrandisse, facilita il rischio di perderne un’intera fila, s’alcun ne muore; poichè le radici del morto in piedi son venefiche a gli altri, e ove si tocchino, portan contagio. Il venirne ora piantata gran quantità in paesi dove il terreno poco volontieri gli porta, e dove però la foglia non riesce dell’istessa virtù, guasta le faccende a noi senza accomodar le loro. La seta d’ordinario non si tira qui sottile, o reale come suol chiamarsi, ma di più fili e grossa, per altri usi che di far drappi. Suol farsi di tre maniere, l’una delle quali si chiama cucire, perchè serve a tal fine; altra mezana, e si adopra per guarnizioni, cordoni e simili; altra si dice pelo, e serve di fondo ne’ lavori fini, e a misura della sua qualità, vale ancora per ogni sorte di drapperie. Lo spaccio maggiore delle due prime spezie si fa a Lipsia e a Vienna. Ma siccome ciò che rende popolati e ricchi gli Stati non tanto sono i prodotti, quanto le manifatture, così piccolo verrà sempre ad essere il benefizio del nascer [p. 57 modifica]qui la seta, rispetto a quello che ne potrebbe trarre con farne uso. Qual danno rechi l’uscir delle sete greze, come noi usiam dire, cioè roze, può rilevarsi prima, perchè le operazioni che vanno fatte intorno alla seta prima che sia ridotta a potersi porre in opera ed in telaio, non importan meno di cinque lire di spesa intorno a ogni libra, con che per ogni cento mila libre di seta ch’esca non lavorata, mezo milion di lire perde la città, che si spanderebbero nel minuto popolo, cioè in que pochi che fanno ricchi i ricchi, mentre consumano quelle grasce, quali per altro nulla monta di ricavare in copia da suoi terreni: nè dee temersi danno dall’abbondanza, perchè non avviene ne’ prodotti di commerzio come in quei di consumo. Se si racchiude in una città più vino o grano di quel che al suo popolo si richiegga, avvilisce tale spezie per certo; ma non è così in quelle che si hanno da spacciar fuori, e il prezzo delle quali dipende dall’esterne commissioni. Gioverebbe non poco il supplicare alle nostre sete lavorate l’esenzioni concedute già alle più fine, che qui si dicono orsoio; e parimente il procurare che partissero di qua anche tinte, come già soleano, rimettendo in credito tal arte, il degradamento della quale non già all’acque, che son le stesse di cinquant’anni fa, ma vuol imputarsi alla fraude in qualche tempo usata, e alla negligenza. Compimento e perfezion del tutto, e prima necessità in fatto di commerzio, sarà sempre l’onestà e la fede, e la sincerità e la discretezza de’ negozianti tanto verso i suoi proprj, quanto verso gli [p. 58 modifica]stranieri; e così nella compra delle lane e delle sete, come nel pagamento delle mercedi, ragion volendo che ognuno possa viver dell’arte sua. E poichè di limosine non si suol mancare a gli oziosi, abbiasi per certo che carità assai più meritoria sarebbe quella di mostrarsi talvolta alquanto più liberali e discreti verso que’ poveri mestieri co’ quali altri s’ingegna di campare in qualche modo operando la vita. Ma può aversi il finora detto per nulla, se si considera il benefizio che tirar potrebbe la nostra città da questo suo frutto, quando la seta non preparata solamente, ma in gran parte almeno ne uscisse in opera e in drappi. Frutterebbe cento quel ch’or frutta venti, e con grandissimo aumento anche del publico erario, crescerebbe subito la popolazione incredibilmente. Tante migliaia di persone concorse da non gran tempo a formare in poca distanza nuove città, e che col lavorare le nostre sete sussistono, ne posson far testimonio. Que’ nostri lavoranti, che per fraudolenza, o per pigrizia e scioperatezza screditano qui le manifatture e farli, dovrebbero severamente punirsi. Poca seta si fa ora sottile ed alta a più fini lavori; ma questo dipende dall’arbitrio di chi la fa tirare, e dallo sceglier le galete, (bozzoli a Firenze) e dalla diligenza e perizia delle maestre, potendo per altro in più parti del territorio farsi lucide e fine a piacere. Gli strumenti e ordigni che vanno in giro per torcere, detti in Lombardia Filatorii, furono inventati da acqua a Bologna, per lavorar le seti sottili con uguaglianza e con poca spesa. Se ne [p. 59 modifica]potrebbe comodamente costruir da acqua a Montorio: e ci sarebbe fors’anche modo di derivar dall’Adige a tal fine un canale. Se regnasse applicazione ed industria generalmente in Italia, non ci sarebbe paese al mondo più popolato, nè più ricco; e non le tornerebbe in miseria quella felicità di clima e quella abbondanza, che secondo natura dovrebbe far la sua forza e la sua frequenza.

Si posson mettere tra le cose che dà il paese, e di cui si provedon gli altri, il vischio da uccellare, alquante terre da colori, la verde, ec. e più sorti di pietre e di marmi: ma di questi troppo più si ricaverebbe, se contra la mente publica non se ne difficoltasse con gravami il taglio ne’ monti, e non se ne atterrisse la ricerca in vece di animarla. Generalmente parlando, utile suol riuscire a gli Stati l’aggravar ciò che entra, perchè questo è tanto denaro che esce, non ciò che esce, perchè questo è tanto denaro che entra. Molto proficui furono ancora in altri tempi il vino ed il riso: maraviglia è, che per trasportar questo in Olanda non si pensasse a metter per sozietà nave mercantile in mare.


Transito.


Esposto ciò che dà a questa città il suo terreno, toccheremo ora ciò che le dà la situazione. Del negozio che si fa tra una gran parie dell’Italia e della Germania, Bolgiano è il centro, Verona la scala. Facendo però qui capo col benefizio del fiume le merci anche di [p. 60 modifica]Fiandra e d’Inghilterra, che non vanno per mare, vien ad essere un porto di mare in terra. Il transito adunque è un de’ principali fonti della dovizia, ed un gran capo di rendita all’erario publico; e per esso quantità di facoltosi Speditori ha sempre mantenuto qui il lustro della negoziazione; bellissima spezie di negozio essendo questa, che si fa senza capitale e senza rischio, e che dà tanta facilità d’entrare in commerzio. Sarà sempre non men di publico che di privato interesse il cercar con ogni industria di mantenersi così bel provento, e con allettare, e con facilitare, e sopra tutto con prender pensiero delle strade con tanto danno neglette. Dalla frequenza del passaggio e dall’ubertà de i prodotti nacque l’esser Verona in altri tempi stata piazza di cambio non meno de’ principali emporii. Osservansi però nelle membrane de i Consigli vecchi, quando le arti intervenivano e le professioni, non pochi Campsores, ritenuta l’antichissima voce, mentre il verbo campso per cambiare si usò fin da Ennio. Quindi è che si fecero qui Statuti di mercatura (quali abbiam tuttavia alle stampe) forse innanzi d’ogn’altro paese, e sono stati richiesti alle volte da lontane parti. Però tribunale, e Consoli, e Podestà, e Casa de’ Mercanti fu qui da sì gran tempo; e le sentenze del Podestà e Consoli in fatto di mercatura non si appellavano, ma dal Podestà della città si faceano eseguire2. [p. 61 modifica]La negoziazione facea corpo, e nel principio del 1200 possedea certo luogo presso la Madia, e tenea guardie e Presidio nella torre di Rovigo, come si ha dall’antico Statuto ultimamente stampato (cap. 24, 113, 278). La Fiera franca, che si facea a S. Zeno, contribuiva grandemente al fiorir del commerzio. Dopo la peste del 1630, per ripopolare e far rifiorir la città, furono instituite subito quattro Fiere all’anno di cambio: ora se ne fanno due di merci con meza esenzione, a Maggio e a Novembre. Assai gioverebbe il metter pace tra le diverse condizion di mercanti, affinchè non cercassero di danneggiarsi quelli che spediscono all’ingrosso, e che vendono a ritaglio, quelli che trafficano su i prodotti del paese, e che su le merci straniere, ma si unissero tutti con onestà nel benefizio comune. Grande e importante capo di negozio è anche il legname, formandosi in questa città i fontici, che lo ricevono dalle parti di Trento, ed a molte città lo trasmettono: particolare è la facilità ed il modo che si tien qui per segarlo a forza d’acqua. Ci si raguna ancora, e ci si lavora quantità di rame, che poi si dispensa.

Inspezion principale pel ben essere d’una città dovendosi considerar quella di procurar per quanto è possibile che di nulla manchi, e men che può sia costretta a mandar fuori del suo denaro, molto caso dovrebbe qui farsi della penuria, che per la povertà va crescendo, di legno, e dell’incredibil somma che passa però ogn’anno su quel di Trento. Mirabile è tal penuria in città che ha 80 miglia di territorio, [p. 62 modifica]e che ha tante montagne, e che non solamente da fuoco, ma potrebbe avere legnami da fabrica a suo piacere. A questo ci ha ridotto la pazzia del coltivar tutto, benchè inutilmente, e il tagliare i boschi, e il disertare i monti, che ognuno si è preso arbitrio di fare. Ma sarebbe sopportabile il danno di doversi proveder di legnami e da fuoco e da opera sul Trentino, se continuasse almeno ciò che nel passato fu in uso, e che si legge nella Storia di Trento del Mariani a carte 140, dove parla delle selve di vai Rendena: e tutto questo legname ordinariamente si converte in vino per concambio. Questa è la natural legge, che l’un vicino dia, e dall’altro prenda, secondo ciò di che l’uno scarseggia ed abbonda l’altro. Ma poichè ora al nostro vino in quelle parti, per artifizio d’alcuni particolari molto nocivo a quel paese medesimo, resta chiuso l’adito e dato esilio, e poichè da ciò tanto danno torna a gran tratto del territorio nostro, ragion vorrebbe che a qualche provedimento si ponesse mano, per obligare a qualche spezie di cambio, e a ragguagliar la partita. Chi crederebbe ancora, che oltre a quaranta mila ducati vadano annualmente alle parti di Reggio per porci, che ne vengono, quando niun paese è più atto di questo a quercie e a roveri, e niun altro n’ebbe già in maggior copia? Potrebbesi almeno obligare i paesi, che gli mandano, a prender da noi, per cagion d’esempio, una tal quantità delle nostre manifatture di lana. Ma in somma basta svegliarsi, ed esser operosi, e non abbandonare il negozio appunto quando le facoltà [p. 63 modifica]acquistate danno modo di attendervi con più riputazione, e castigar severamente i fallimenti colpevoli, e fermare il credito con la puntualità e con la fede; e que’ mezi finalmente porre in opera che possono ritornare la città nostra nello stato in cui par che fosse, quando Poeta Toscano anonimo in Canzone diretta a Mastin della Scala (Ms. Saib. 570) così parlò nel commiato:

          Vanne a Verona, città ricca e nobile,
          Donna e Reina delle terre Italiche.







Note

  1. Quella di Barberia e ottima per materassi e altri usi, ma per panni non serve. Infatti la prenderebbero i Franzesi.....
  2. Vedi la Diss. premessa all’Istoria della città di Parigi. La città consistea nel corpo de’ Mercanti, ec. Perciò la prima carica della città si chiama Prevosto de’ Mercanti.