Un romanzo/III

III

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III.

Egli entrò finalmente.

Giulia le balzò incontro, poi retrocesse, e giungendo le mani in atto di meraviglia e d’ammirazione esclamò giuliva:

— Come ti sei fatto bello!

Vestiva un abito completo, bizzarro, nuovo apposta per la circostanza — un elegante abito da viaggio color verde cupo, calzoni stretti, quali vi volevano per le sue gambe scultorie — cappello alla calabrese, verde anch’esso, alto, a larghe tese, sotto cui scompariva la sua pallida fronte.

Non si vedevano che gli occhi oblunghi, azzurri, fosforescenti come due stelle solitarie in una buja nòtte — e sotto i suoi piccoli baffi biondi — così piccoli, così biondi, così provocanti, che nessuna donna li aveva mai guardati impunemente.

Abbracciò la sposina. [p. 23 modifica]

— Mi sono fatto aspettare? disse.

— Oh!... no. Metto il cappello?

Nell’esitazione della prima frase, nella impazienza della seconda trapelava tutto l’amore di Giulia nella sua immacolata innocenza, nel suo ingenuo entusiasmo.

Il vecchio tutore sorrise.

Olimpio guardò le ore al suo magnifico rèmontoir d’oro, ultimo modello, e:

— C’è tempo.

Si lasciò cadere in una poltrona. Non aveva, oh ma proprio niente, l’aria di un novello sposo. La sua solita indifferenza, la sua dolcezza noncurante, la sua posa d’uomo che non si aspetta nulla di nuovo perchè ha già visto tutto quanto c’è di nuovo sotto il sole — scettico e annojato — dotato della potenza fatale di infiammare gli altri restando di ghiaccio, quale contrasto gli formava colla giovane compagna de’ suoi giorni!

Negli occhi infantili di Giulia ch’ella non aveva ancora imparato ad abbassare — in quegli occhi sempre aperti e curiosi si rifletteva come in uno specchio ogni palpito del suo vergine cuore; l’amore li attraversava colle sue scintille, la timidezza vi spargeva le sue penombre. Mille desideri indistinti, sussulti senza nome, guizzi improvvisi colorivano tratto tratto le sue guance [p. 24 modifica] delicate. La tranquillità non era in lei — ma Giulia non avrebbe saputo il perchè delle tante emozioni che l’agitavano — le distingueva forse? — le comprendeva? — sapeva ella discernere i fremiti del sangue e quelli del pensiero?

— No — tutto era nebbia e vapore nel suo essere morale — piccolo mondo non ancora uscito dal caos — aurora che si dibatte colle ultime tenebre.

Ella era felice, divinamente felice.

Pienamente? — No.

Il suo tenero cuore tremava come un uccelletto spaventato che s’aquatta e presentisce la procella.

Ella era felice, ma aveva paura della sua felicità.

— Un uomo, jeri sera, s’è gettato dal Duomo; disse Olimpio nel ricevere il caffè dalle mani del tutore.

— Poveretto! fece Giulia.

— Si sa il motivo? domandò il tutore.

— Si suppone amore — aveva ventotto anni.

— Amore! mormorò la fanciulla — e la poesia di una passione incompresa ombreggiava già di tristezza il suo volto.

— O debiti: soggiunge Olimpio. Sorrise, accese un sigaro, e disse ch’era tempo di partire.

Giulia volò nella sua cameretta — per l’ultima volta — ma non vi pensò in quel momento.

La cameriera le mise in testa un cappellino con una [p. 25 modifica] lunga piuma nera; le cinse il piccolo velo grigio; le diede i guanti di pelle di daino, la borsetta e: Buon viaggio, signorina!

La carrozza aspettava alla porta.

Giulia si gettò nell’angolo a destra pallida, commossa.

— Addio, tutore.

Una lagrima le spuntò sulle palpebra.

La cameriera correva affannata; aveva dimenticato la boccetta dell’aceto igienico — un grazioso ninnolo di cristallo e di cuojo.

— Grazie! disse Giulia.

Non potè aggiungere altro; il pianto la soffocava.

— Diavolo! fece Olimpio chiudendo lo sportello. Spero bene che quando arriveremo alla stazione non scenderai cogli occhi rossi.

E disse questo con accento dolce, pacato, come usava parlando con qualunque persona.

Giulia gli strinse una mano.

— Sentimentalismo da collegiale! — continuò Olimpio. È convenuto che una donna quando si marita deve spargere una certa quantità di lagrime — per il decoro — ma ora siamo soli, non c’è più motivo di piangere. Suppongo che non ti cuocerà molto l’abbandono del tutore, del tuo vecchio tutore che rubava la tua dote. [p. 26 modifica]

— Oh!... interruppe Giulietta scandalizzata.

— Sì, gioja, Diecimila lire almeno — è una inezia — lo so — noi non saremo meno ricchi per questo; ma ho piacere tu sappia che quel tutore è un briccone. Suvvia dunque, sta allegra. Hai fame? Hai freddo? — no? — benissimo. Di questo passo andremo a Venezia, la celeste Venezia.

E si abbandonò con noncuranza sui cuscini della carrozza.

Nessuno, a dir vero, nemmeno i più intimi amici di Olimpio, potevano vantarsi di conoscerlo appieno e rendersi ragione delie sue stravaganze.

Era buono? era crudele?

Come saperlo sotto un volto che portava perennemente la maschera del motteggio! Quando parlava da senno? — quando celiava? Si deve credere a quello che ha detto jeri o a quello che dirà oggi? — le due cose sono in perfetta contraddizione — e il contegno d’Olimpio non va sempre d’accordo colle sue parole.

Piaceva — ecco tutto.

Si subiva il suo ascendente senza discuterlo.

Giulia lo trovava un po’ originale... ma tanto simpatico ! Le sue teorie non avevano senso comune, ma i suoi occhi erano così eloquenti!

Alla stazione quattro o cinque suoi amici lo [p. 27 modifica] aspettavano. Egli presentò loro gravemente la sposa inchinandosi con cerimonia.

Giulietta arrossiva nel sentirsi chiamare madama; si trovava imbarazzata e non sapeva cosa rispondere.

Olimpio la fece salire in un vagone di prima classe e si trattenne indietro cogli amici finchè la locomotiva fischiando diede l’ordine della partenza.

Certo, per la fanciulla che lascia il padre, la madre, le dolci carezze della famiglia, gli affettuosi ricordi della casa ove è nata, questo momento di partire con uno straniero per paesi nuovi — per una vita sconosciuta — per un avvenire misterioso — ella che vide piangere i genitori e sospirare tacitamente la madre nell’abbracciarla — sì, lo comprendo, deve essere un momento molto triste.

Ma Giulia, prima di conoscere Olimpio, non aveva avuto che affezioni secondarie.

Sorpassata l’emozione del distacco, non vi pensò più. Seduta di fronte al suo bellissimo sposo, estatica a contemplarlo (e tanto più che egli non la guardava quasi mai o lo faceva con occhio indifferente e distratto), sussultando se il suo piede irrequieto le sfiorava il lembo della gonna, pallida d’emozione se i loro ginocchi s’incontravano — e ciò accade così sovente è così involontariamente in un vagone! — Giulia non si occupava nè del suo flemmatico vicino che leggeva il [p. 28 modifica] Morning-Post sbirciandola di sottecchi, nè della grossa signora bergamasca che sbuffava or alleno or all’altro sportello ventolandosi colle falde del suo salta-in-barca, e nemmeno — ah no, lettrici sentimentali — nemmeno del panorama che prima l’Adda ed il Brembo, poi l’Adige, solcando colle loro acque d’argento facevano verdeggiare al tepido sole di marzo.

Giulia non guardò Bergamo, che ridente e festosa, adagiata sui colli, in mezzo alle rose sembra una sirena ammaliatrice posta là per adescare i viaggiatori; — non si curò di Brescia la forte; — non chiese di visitare Verona, l’antica, la romantica Verona, patria di Romeo e ispiratrice al genio di Shakespeare.

Giulia non pensava che ad Olimpio, non guardava che Olimpio.

Dal canto suo, Olimpio, visto che sul vagone stava scritto a fumare arrotolò tranquillamente un paquitos fra le sue dita aristocratiche.

Passato Mestre, sul lungo ponte della laguna, Giulia mise fuori per la prima volta la sua testina e domandò a bassa voce:

— È Venezia?

Olimpio accennò col capo di sì.

Dalla stazione all’albergo — e l’albergo era l'Hotel Belle-vue — si attraversa quel sogno incantevole che è il canal-grande co’ suoi palazzi di granito fra due cieli azzurri — il mare e il firmamento. [p. 29 modifica]

Giulia provò un fremito di voluttà abbandonandosi sui cuscini della gondola.

— Ahi come è bello.

— Che cosa? fece Olimpio reprimendo civilmente uno sbadiglio.

— Tutto. Mi sento così felice!

— Davvero?

E in questo davvero c’erano tre quarti di sorpresa misti a un quarto di compassione.

La sala terrena dell’Hôtel Belle-vue, ove alle sei precise i commensali si radunano a tavola rotonda, è una sala piccola, malinconica e fredda; il pavimento scivola sotto i piedi che non producono alcun rumore nemmeno se calzati di scarpe a doppia suola. C era allora un cameriere magro, giallo e compassato, che avrebbe fatto scappare la fame a un medico condotto.

Olimpio mangiò pochissimo.

Giulia nulla di nulla.

— Conducimi a fare un giro sulla piazza di S. Marco; si soffoca qui.

Passeggiarono; presero il caffè da Florian; guardarono distrattamente le Procuratie, l’orologio, la colonna della piazzetta, i cavalli di bronzo, il palazzo del Doge.

— Se andassimo un po’ in gondola?...

— Fa troppo umido sulla laguna. [p. 30 modifica]

Giulia si guardò bene dall’insistere.

Tornarono sotto i portici. Erano fermati davanti a una bottega da orefice, quando una figura alta di donna passò loro rapidamente a canto.

— La conosci? domandò Giulia voltandosi a guardarla.

— Io? — no — quale idea! rispose Olimpio con naturalezza.

— M’era sembrato ch’ella ti salutasse.

— Imaginazione.

Passeggiarono ancora.

— Sei stanca? disse Olimpio.

— Un poco.

— Dobbiamo andare all’albergo?

Nel salire la scala Giulia lesse sulla tabella dei viaggiatori: «Monsieur Olympe et madame son épouse.»

Sorrise e fece prestamente due o tre gradini mormorando: son épouse, son épouse.