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Vita – Capo V

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Vita di Francesco di Giorgio Martini - Capo 4 Vita di Francesco di Giorgio Martini - Capo 6

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CAPO V.

Fatto potestà di Port’Ercole, se ne esime col mezzo di Guidobaldo duca d’Urbino. I Sanesi lo vogliono architetto perito nell’affare di Chianciano. Informa la repubblica di alcuni moti di gente d’armi. Quei di Lucignano lo chiamano a munir la terra. Gian Galeazzo Visconti lo dimanda per averne il parere circa la cupola del duomo di Milano. Va in questa città ed a Pavia. Espone il suo giudizio, è rimunerato, e ritorna in patria.


Ma il grazioso favore de’ governanti non è noto che portasse per allora a Francesco altro frutto che di parole: infatti i vantaggi qui promessigli non s’incarnarono mai. Bene conveniva alla repubblica di aver al suo soldo in que’ tempi torbidissimi colui che era forse il miglior architetto militare di quei giorni; nè poco doveva in tali vertenze giovare a Francesco il favore del duca di Calabria uomo tremendo per armi e più ancora per inganni alle repubbliche toscane, ed autore in Siena della rivoluzione del 1480, pella quale i popolani e quelli del Monte de’ Nove cacciarono il Monte de’ Dodici coi gentiluomini (1): fors’anche le benefiche intenzioni de’ suoi concittadini furono impedite dal rovescio del nuovo governo, allorchè nel 1487 Pandolfo Petrucci con un pugno di oligarchi asservì la città dove era nato; fors’anche l’artista preferiva la quiete della quale godeva in corte di Urbino, epperciò, dissimulando un più alto motivo, quando la patria lo eleggeva in podestà di Porto Ercole, una tra le primarie terre del Sanese, rispondeva per lui Guidobaldo pregando quel reggimento non lo volesse privare d’un uomo che tanto gli premeva. Ecco la risposta per lui fatta dal Duca (2):

Magnifici domini fratres amatissimi.

«Maestro Francesco di Giorgio de lì, mio architector, mi fa intendere havere adviso di lì esser stato eletto potestà a Porto-hercule, et [p. 41 modifica]esser ricercato di venir a lo officio et perchè per molti lavori che Io facio secondo li suoi disegni, et anco per valermi di lui in molte mie occurrentie, la absentia sua mi saria molto dannosa. Prego le S. V. che voglino ad mia singular complacentia esser contente che lui possa mecter un suo sostituto, che lo farà di persona di cui si restarà bene servito, che tal piaxer lo riceverò facto in me proprio, offerendomi ali vostri beneplacidi».

Urbini X maji 1487.

Guido Ubaldui Dux Urbini Montisferetri ac durantis comes.

In questo tumultuoso periodo i copialettere della repubblica di Siena sono assai mancanti, non fu quindi trovata la risposta alla surriferita. Instava tuttavia la città per riaverlo, e nel n.° 3.° de’ registri leggesi: Die XXX julii 1487 Francisco Georgii architectori Urbini scriptum fuit: cum nuper decreverimus edificare arcem in terra nostra Casularum: in qua re summopere optamus judicium suum, idcirco placebit nobis si statim se conferet ad nos ut eam componat. erit nobis acceptissimum. Allora ci ritornò in patria, ed o si portasse a Casole a farvi il cassero, od a Chianciano a vedervi lo stato delle cose, si ha questa nota in data dell’8 ottobre 1487 (3). Francisco Georgii ita scriptum fuit: «Mandiamo proprio cavallaro acciò costì non perda più tempo, et con epso subito a noi ti conferisca, perchè abbiamo iudicato meglio abocha posserti del tucto informare, et così tu compiù perfectione potrai poi in opera mettere quanto da te desideriamo».

Se i suoi cittadini ne sollecitavano l’arrivo, era per spedirlo come architetto e commissario a trattare coll’architetto e commissario Fiorentino onde sedare le insorte vertenze tra i comuni di Chianciano e di Montepulciano per una casa fatta dai Montepulcianesi sul confine contestato; le quali vertenze tant’oltre procederono, che venuti i due popoli il giorno 25 maggio a giusta battaglia in novero di ottocento per parte, ne ebbero quei di Montepulciano la peggio, lasciandovi ventisei [p. 42 modifica]morti con Stefanino Doria genovese loro capo. Meschine baruffe, vergogna d’Italia, e che agli straziati altro non apportarono che il dileggio di tutti, ed è mirabile che neppur i prolissi diaristi del tempo, nè il Benci nella Storia di Montepulciano non ne faccian motto. Temevano però Sanesi e Fiorentini che il fuoco appiccato non causasse maggior incendio, e vi s’interpose Lorenzo il Magnifico, mandandovi il giureconsulto Antonio Malegonnelle assistito da un architetto, e dalla parte di Siena Francesco di Giorgio col celebre dottore Bartolommeo Sozzini. Leggesi nel citato copialettere n.° 112: Adì 10 ottobre Mandiamo l’architectore per disegnare il loco della lite. Egli vi andò, e si ha di suo pugno una lettera scritta da Chianciano 16 ottobre 1487, agli ufficiali di Balìa circa quegli affari, la quale io qui non unisco per essere di poca importanza (4).

Quindi in lettera diretta da’ Sanesi agli uomini di Chianciano, leggesi: «28 ottobre: Appresso abbiamo visto el modello fatto costì per Francesco di Giorgio». Ed in altra del 30 ottobre scritta dagli stessi agli Otto di pratica di Firenze: «Ali giorni passati mandammo per parte nostra lo architecto a Chianciano dove essendosi abocato co lo vostro a loco della lite, ed essendo ricerco dal nostro di fare el modello insieme, li rispose da le S. V. non haver tal commissione». Rispondevano gli Otto alla repubbbca di Siena (30 ottobre) dicendo essere fatto il loro modello, ossia mappa di Montepulciano, e volendo che la discussione fosse trattata in Firenze. Nè l’affare ebbe lì termine, chè in altra lettera di Antonio Giordani alla Balìa di Siena (18 dicembre 1493) dice esser egli andato sul luogo a studiar le ragioni. « [p. 43 modifica]Essendoci maestro Francesco di Giorgio, la venuta del quale è stata molto approposito, si cavalcò insieme con lui al Castelluccio ad rassettare el modello in quelle parti fusse di bisogno ec.».

Ancora durante la controversia de’ confini, trovasi in data del 1.° novembre 1487 del citato copialettere: Franciscus Georgii architector et Paulus Salvettus missi sunt commissarii ad partes maritime ob non nulla exequenda et habuerunt litteras commissionis et obedientie in forma consueta. Del Salvetti ingegnere, che queste ed altre opere condusse in Maremma, distese la vita il benemerito Romagnoli.

Dato termine a quanto allora maggiormente premeva, pare che Francesco tornasse presso il duca Guidobaldo, nel di cui consiglio appunto allora erasi proposto di atterrare alcuni piccioli e mal muniti castelli dello stato, e sostituirne altri capaci di miglior difesa (5): certo egli era in quello stato principiando l’anno 1489, come da lettera molto importante, scoperta dal Romagnoli, e stampata dal dottor Gaye al docum. CXXXV: «Come zelante della patria me parso dare notitia a vostre spectabilità, come venere a note a hore cinque fu dato aviso al S. D. (Signor Duca d’Urbino) chome a perugia si feva cierta radunata di giente darme e fantarie, e che ognora venieno più mortiprichando, e che questi vanno a chose fatte. Sonoci di poi altri avisi, alchuni dichano esare tratato con Città di castello perchè el papa (Innocenzo VIII) e Lorenzo (il Magnifico) desiderano fare e gienero (Franceschetto Cybo figlio d’Innocenzo, sposo di Maddalena figlia di Lorenzo) gran maestro, e darli qualche estato; il che sarebbe molto a suo proposito. Altri dichano esare per volere imbrigliare perugia, il che non è verisimile fesano lì la radunata, e che loro (i Baglioni) lo soportasero. Anche dichano di Siena; et questo lo va più a pelo che nissuna di queste altre, assegnandone più ragioni. E che mai e’ fiorentini ebbero meglio el modo a riuscirlo che adesso, massime trovando Siena in istrani termini, et per divertare da se, starebe tacito (6); [p. 44 modifica]e trovandosi Lorenzo fare e disporre del papa quello che vole, e choncrudono questo che Lorenzo à hogi più avisi lui degli stati d’Italia che nisuno altro potentato. Apreso darò acieno da gubio (darò cenno di Gubbio), dove questa note a dì 26 so arivato e fatto qui molte provvisioni sechrete; e questa matina è tornato miser giovani da spuleto, el quale è molto chosa del governatore; dicie chel governatore aspetava miser domenico doria e che voleva venire a perugia. come vostre spectabilità sano, adesso non è tempo da chanpegiare, ma poria esare qualche tratato. io mi chredo chel sia molto meglio lo esare gieloso che cornuto. e per esare informato apieno deltuto ho mandato a perugia e achastello, e sichondo lo cose suciedarano, ne darò aviso. So le spectabilità vostre saranno prudentissime a stare vigilanti; per bene che io stimo una chosa sì scoperta non sia nulla, pure el temere e provedere non si può erare, so io ho tediato le spectabilità vostre mi perdonarano, rachomandandomi sempre a quelle. In agobio a dì 28 di gianaio 1488.» (89 dell’anno comune).

D. V. S. Francesco di Giorgio.

(Direzione) «Agli spectabili hofitiagli di Balia della Mag. Ciptà di Siena.»

Io ho qui riportata molto volentieri questa lettera, la quale in linguaggio famigliare ci presenta le dubbietà della repubblica di Siena sospettosa dei potenti e mal fidi vicini; e chi la scrisse bene poteva chiamarsi zelante della patria, quantunque mi paia che Francesco compia qui le parti di buon cittadino ad un tempo e di celato oratore di Guidobaldo. In risposta, accenna il Romagnoli due inintelliggibili scritte, dalle quali solo si raccapezza che l’artista fu nel febbraio richiamato a Siena, e vennevi, ed ebbe carico d’ingegnere d’acque per deliberazione del collegio di Balìa (1488 tom. XXXIII, c. 89), colla quale fu decretato «che la fonte di Follonica colle ragioni appartenenti al Comune si donna a Francesco di Giorgio architetto»: ne furono operai Andrea Piccolomini e Nicolò Borghesi.

Intanto la rivoluzione operata in Siena dal concorso di tutti i Monti non poteva impedire che i pochi sbanditi non tentassero i castelli della [p. 45 modifica]campagna, sorprendendone anche qualcuno (7): gli abitanti rappresentavano perciò alla città il bisogno di munire le rocche loro per guardarle dai tentativi dei fuorusciti, ed a ciò si riferisce la seguente lettera degli uomini di Lucignano agli ufficiali della Balìa di Siena (8).

«Magnifici et potentes Dni. Dni. Nri. singularissimi humili et devota recomend. premissa. Più volte abiamo scripto ad V. M. S. come essendo noi preparati di murare et fortificare questa vostra terra, quelli si degnino di mandare quà Francescho di Giorgio architettore per due dì, che ci dia il disegno in che modo abbiamo a fare; che per noi non siamo intelligenti a tale cose. non.... venuto, unde iterum preghiamo umilmente esse V. S. M. che si degnino mandarlo più presto se può; porochè sanno esso V. M. S. la natura de li populi che chome cominciano a indugiare una impresa el più della volte sabandona et semper nocuit mors differire parato. (Sic) raccomandandoci sempre a esse V. M. S. le quali Dio conservi in buono e felice stato. Ex terra vostra Lucignani Vallis Clane die XX mensis martii 1489».

C. M. D. V. filii et servitores

Priores et Comunis Lucignani.
Defensores


L’anno 1490 fu quello nel quale maggior onore e maggior fama tornasse a Francesco dal suo ingegno e dagli studi suoi: certo che nel cadere del decimoquinto secolo onoravasi l’Italia di una schiera di egregi architetti, quindi bella gloria si aggiunge al nome di Francesco di Giorgio dall’essere stato trascelto dal duca di Milano a dar suo giudizio circa la cuppola di quella maravigliosa cattedrale, lui successore in tal chiamata al Brunellesco, e precessore a Bramante, a Leonardo da Vinci, a Giulio Romano in un’opera alla direzione della quale sempre invitavansi i più preclari architetti di tutta Europa. [p. 46 modifica]

Era allora quel duomo condotto all’altezza maggiore delle navi, ed istante la costruzione della cupola (quale Tiburio chiamavano) temevano gli operai della fabbrica di avventurarvisi senza il previo consulto dei più famosi architetti: pertanto nell’adunanza del 13 aprile 1490, esposero che dopo di avere comunicato il loro desiderio agli ambasciatori ducali residenti in Roma, Napoli, Venezia e Firenze (9): Qui nobis rescripserunt in dictis partibus ullum invenisse ingeniarium idoneum et sussistentem ad ipsum tiburium perficiendum, vengono per ciò nella seguente determinazione (10): Quapropter predicti domini pluries inter eos habita matura consultatione, sumptisque opportunis informationibus de sufficientia, rectitudine, et experientia architectorum seu ingeniariorum hac in civitate et ducatu Mediolani comorantium, ipsorumque disputationibus auditis existimarunt magistrum Jo. Ant. Amadeum, et magistrum Jo. Jacobum Dulcebonum ceteris omnibus prevalere quos predictos architectos eligerunt et presentium tenore eligunt in architectos seu ingeniarios ad ipsum tiburium ecclesiamque perficiendum. Declarantes tum ac volentes quod ipsi ambo ingeniarii seu architecti eligant modelum eis prelaudabilius ex modelis in ipsa fabrica existentibus, quem reducant ad illam perfectionem prout corum prudentie videbitur. Injungentes ac deliberantes et presentium tenore ordinantes et deliberantes modelum ipsum videri et judicari debere cum ad perfectionem erit reductum vel ne per magistrum Franciscum de Georgiis de Urbino instantem in civitate Sene et per magistrum Lucam Florentinum istantem in civitatem Mantue, quos ex tenore presentium eligerunt et eligunt in judices et scrutatores perfectionis ipsius modeli.

Questa deliberazione dimostra come l’ingegno e le opere di Francesco [p. 47 modifica]fossero note ai Milanesi: bisogna quindi supporre che gli operai del duomo esponessero al Duca Gian Galeazzo la determinazione loro, alla quale egli diede assenso ed effetto con questa sua diretta Maqnificis dominis tamquam fratribus nostris charissimis dominis Prioribus gubernatoribus comunis capitaneo populi Senenarum (11).

Mag.ci Domini tamq. Fratres nostri char.mi Arbitramur M.tias V.ras non latere a maioribus nostris edem Divae Mariae in urbe nostra Mediolano dicatam, et amplitudine et eleganti structura memorandum, inchoalum fuisse, a qua cum nunquam cessatum sit, eo nunc perducta est, ut parum ab absolutione abesse videatur: tantumque ut fornix, seu quemadmodum vulgo dicitur tiburium extruatur restat, que quo plus ipsi templo dignitatis et ornamenti est allatura, eo et ceteris membris est difficilior, maius ingenii acumen desiderat. Hanc vero cum in presentia faciendam locare decreverimus, multique qui in architectura prestantes habentur, archetypum seu modellum ad nos attulerint; statuimus omnino ex aliis etiam locis architectos arcessere: quo et ex sententia magis et ex loci dignitate perfici possit: quare cum intellexerimus Magistrum Franciscum Georgium Urbinatem, in arte architectonica plurimum excellere, visum est de eo cum M.is vestris agere: quas hortamur et rogamus ut non solum ipsi magistro Francisco ad nos veniendi comeatum et facultatem dare, verum etiam jubere velint: cui si eius judicium in huiusmodi fornice deducenda ceteris prestantius censebit id negotium, quam libentissime dabitur: sic qui tractabitur ut numquam futurum sit ut eum huc venisse peniteat, hoc nobis ita gratum cadet, ut hoc tempore gratius nihil a vobis proficisci possit. Viglevani die xviii aprilis 1490.

Joannes Galeaz Maria Sfortia
Vicecomes Dux Mediolani etc.

B. Chalcus.

La magnificenza di Gian Galeazzo e le cure de’ fabbricieri del duomo erano mirabilmente secondate dallo zelo de’ cittadini milanesi. Certo che per invitar Luca Fancelli avrà il Duca scritta lettera di egual tenore al Gonzaga di Mantova, a me però non fu dato trovarla: ho trovato bensì (12), [p. 48 modifica]che adunati in consiglio gli operai del duomo il 19 aprile per la chiamata de’ due architetti, il prete Franchino de’ Gaffori, uomo da Cesare Cesariano lodatissiino per la sua eccellenza nella musica, offrissi spontaneo di andar a Mantova a torre il Fancelli: questi però, non so da qual motivo impedito, non si mosse; preterea (segue il documento) eligerunt mngistrum Caradossium de....(13) qui similiter se obtulit ut transferat (sic) ad magistrum franciscum de georgio in civitate Sene, quem sotiet in civitate mediolani pro adimplendo ordinationem iis superioribus diebus facta in domibus residentie R.mi d. archiepiscopi mediolani.

In calce alla lettera di Gian Galeazzo è notato che ricevella il comune di Siena il 10 maggio; gli fu risposto colla seguente che porta in testa xv maji 1490. Mediolani Duci scriptum est, nella quale è notevole la cura che dimostrano i Sanesi ripetendo alla patria loro l’architetto che il Duca ed i Milanesi avevano creduto urbinate; forse questi così avevano scritto per la lunga dimora di Francesco in Urbino, fors’anche i Feltreschi fatto lo avevano cittadino nel loro stato (14). Tanta est enim V. Ill. D. multis probata argumentis erga nos benivolentia, ut non modo ei aliquod denegare phas esse non arbitremur: verum si quid gratum facere contigerit nobis, nostris inservire comodis jure videremur, qua propter vestris acceptis literis, que magnam semper nobis afferunt jucunditatem, illico Franciscum haud Urbinatem, vero Senensem, concivem nostrum dilectum, nostraeque etatis optimum architectum, accersi jussimus; cui ut V. I. D. e vestigiis adeat, et illi haud secus ac nobis ipsis obtemperet, imperavimus: quem vestro desiderio facturum satis non du bitamus.

Nec nobis dubium est V. I. D., ut ipsa suis literis pollicetur, magnam liberalitatem experietur. Cuius architecti virtutem, et si per se ipsam comenderemus, pro ea tamen, qua cives nostros complectimur charitate, V. I. D. summopere commendamus. Sed quum multa inchoata reliquit ac nobis quoque eius architectonica ars quottidie usui evenit, [p. 49 modifica]V. I. D. plurimum oramus ut virum ad nos, peracto opere, remittere dignetur: qnod sui acumine celeritateque ingenii ipsum brevi, quoad suum erit, vobis effectum daturum credimus. Sed nihil hoc est enim prae nostri gratificandi animi desiderio: quum quidem quanti V. I. D. faciamus semperque fecerimus, quantive nos ab eq fieri intellexerimus, nos ipsi testes sumus. Quam ob rem tantum ejus erga nos affectum summamque benivolentiam nulla unquam poterit dolere vetustas. Cui, quae praestare possimus, ea semper cum libenter tum etiam perjucunde efficiemus: quod eorum est quorum spectata et benivolentia ac vera devotio, quam erga V. I. D. semper habebimus, cui in primum, statum hunc nostrum plurimum comendamus.

Prima di questa lettera, un’altra ne avevano avuta gli operai del duomo da Giovannantonio da Gessate ito a Siena a tôrne l’architetto, ed ordinavangli un albergo in città (15)..... Praeterea lectis literis per Io. ant. de Glassate emanatis a civitate Sene ordinatum est qnod loquatur (?) Franc. de Glasiati fratrem dicti Io. Ant. exortando eum ut velit hospitari magistrum franciscum de georgiis venturum mediolani, unam dicto io. ant. in sumtis predicte fabrice. Et quando noluerit ipsum hospitare querat hospitare ad aliquem hospitium honorabile.

Corrente ancora il maggio arrivò in Milano Francesco, e consultò dell’opera della cupola, come dal seguente atto (16): In domibus residentie infrascripti archiepiscopi mediolani, auditis magistro francisco de georgiis ingeniario dominationis Senarum, magistro Io. ant. amadeo, joh.jacobo Dulcebono et nonnullis aliis ingeniariis supra tractatum tiburii perficiendi inter eos maxima facta fuit consultatio, tandem, nulla facta fuit deliberatio. Tennesi il giorno stesso un nuovo congresso presenti l’arcivescovo ed il consiglio della ven. fabbrica, i quali vocare fecerunt magistrum franciscum de georgiis ingeniarium dominationis Senarum. Tandem post multa dicta, proposita et ventilata circa tiburium perficiendum interrogatus fuit ipse magister franciscus si hospitium domini [p. 50 modifica]johannis de glassate est ei gratum, vel ne. Qui magister frunciscus responsum dedit non solum ei esse gratum sed gratissimum. Qua responsione sic habita, exortarunt magistrum franciscum ad bene considerandum, eumque ad perfectionem operis tiburii rogarunt. Predicti domini deputati habito coloquio cum dicto magistro francisco qui letanter retulit de societate ipsius domini joh. ant. contentari etc. (determinarono)... salarium dictarum expensarum quas ipse dominus jo. ant. facit magistro francisco et ejus famulo a die quo tetigit mediolanum etc. e fu di pagare a Giovannantonio due lire al giorno durante la dimora in Milano dell’architetto.

Attendevano allora i cittadini di Pavia alla erezione della nuova cattedrale, opera tutta bella di quel caro stile del quattrocento, ed architettata da un Cristoforo Rocchi uomo degno di molta rinomanza, eppure mal noto in patria e sconosciuto agli strani: sapevano che era in Milano l’architetto di Siena, lo chiamarono a consultare della loro fabbrica, vollero con esso lui l’uomo che più onorava la corte degli Sforza, Leonardo da Vinci. Andaronvi sul principiar di giugno i due ingegneri cum sociis et cum famulis suis et cum equis, e furono alloggiati e trattati a pubbliche spese (17). I documenti riferiti dal M.se Malaspina non dicono altro di Leonardo; parlano bensì de’ consulti tenuti dal nostro Francesco, e com’egli facesse contenti que’ deputati e quali doni ne ottenesse. Item magistro Francisco Senensi ingeniario pro eius mercede adventus sui a civitate Mediolani ad hanc civitatem Papiae pro consulendo circa praesentem fabricam et modellum ipsius fabricae tam pro laborerio jam facto, quam pro in futurum fiendo et ad partecipandum cum magistro Christophoro ingeniario hujus fabricae ducatos octo a testono sibi donatos liberaliter per magistros dominos deputatos officio ipsius fabricae in summa lib. XXXVI § 8.

Poco si trattenne Francesco in Pavia, e ritornato a Milano attese a perfezionare il modello della cupola ed esporre i precetti per la sua costruzione, i quali io qui volentieri sottometto, siccome documento [p. 51 modifica]della perspicacia e diligenza sua (18). Precede una intestazione in lingua latina (19), quindi leggesi:

mccccLxxxx die xxvii junii.


«Ogi la Ex.tia de lo Ill.mo Sig.re Ludovico (20) essendo a la presentia de sua Ill.ma Sig.ria il mag.r consciglio segreto et li domini fabriceri de la fabrica del domo de Milano et molti magistri ingegnieri ha per conclusione de la fabrica del tiburio desso domo ordinato che magistro francisco di giorgi di Siena sia cum m.ro Iohantonio amadeo et m.ro Iohiacobo Dolzebono electi per ingignieri de la dicta fabrica ad proponere et ordinare tute le parte necessarie a constituire il dicto tiburio, quale sia bello honorevole, et eterno, se le cose del mondo se possono fare eterne. Et ad questo havesse ad essere presente Ambrogio ferraro comissario de li lavorerij. Et per exeguire tale ordine et conclusione esso magistro francisco insieme cum li predicti de acordo hanno ordinato se debia fare tale fabrica nel modo et forma infra».

«Primo voltare sopra larcho acuto uno archo tondo di marmoro, de tuto sexto, impostato neli pilastri dela medesima groseza che è l agudo, la quale groseza è onze vii. uno altro archo acanto a questo et unito de la medesima circumferentia et groseza da la banda di fora coligato con il dicto et impostato neli dicti pilastri ad ciò se possa fare li corridori sopra il fermo et non in area».

«Item nele extremitade deli angoli sopra li pilastri dove vene il [p. 52 modifica]partimento de l’octavo debiano essere facti tuti de coligatione de prede de marmoro cioè a modo de chiaue sotto et sopra, et da banda habiano pirastrature a mò de code de rondene che coligano luna et laltra con alquanta retondità, ad modo de arco, ad ciò il pexo venga sopra li pilloni et non dia carico a li fianchi como melio parerà per il modello».

«Item che a più perfectione delopera sopra la quadratura de quatro archi che vengono sopra li piloni, sopra li quali ha ad passare il tiburio debiano essere chiauate tutte quatro le face circularmente inchiuse sopra la groseza de li archi, et che sopra il mezo et dricto de li piloni se metano chiaue che assendano per recta linea alalteza de le coligatione de le dicte chiaue et se coligano cum quelle».

«Item se meta chiaue transverse daluna extremitade de langolo all’altra pigliando le chiaue che uano circulando dove fa il partimento de l’octavo, et da questo se metano due altre chiaue per piano, et sopra la extremitade de langolo, vadeno a trovare quelle del dritto di piloni cum le quale se coligaranno».

«Item se metano per ciascheduno archo due chiaue una da mano dextra et laltra da la sinistra le quale sieno ligate in mezo alle chiaue transuerse che vengono a la summitate de l arco, et vengano inclinate et se ligano a la chiaue del pilono dritto, passando per quella se colliga il primo pilono de le magiore naue et vadeno ad finire per li rinforti ad quelli pilloni delle seconde naue, et queste siano facte con loro perni et pampi siue ranelle et chiauelle secundo ricerca simile lavorerio, le quale tute chiaue siano di ferro et di groseza de onze 1 ½ in ogni lado, et quando se metano siano per forza con loro chignoli tirati».

«Item sopra a la circonferentia deli archi, dove è ditto la coligatione de le chiaue, se debia metere il muro in piano et inchiudere ne la sua groseza le chiaue si como gira il quadro et anche l’octavo et che il dicto muro venga alto insine doue serà il culmale del tecto de le magiore naue, ad ciò non habia a ocupare li recinti o altri ornamenti».

«Item sopra dicto muro et piano, recinti, o cornixe ossiano imbasamenti, sopra li quali se moua la imposta de la volta del dicto [p. 53 modifica]tiburio, cioè de la volta piramidale a la quale volta in apparientia dreto et sopra comenzando dal possamento de dieta, si agiunga dirictura de mura de alleza braza 12, nel quale aprirano le finestre, non impediendo però la volta, sopra la quale dirictura de muro vano le cornixe con loro altri ornamenti, et apparerà la volta impostarse, nel quale loco serà un’altra coligatione de chiaue che vegniaranno da luno torresino alaltro, che nascheno sopra li piloni li quali se fano per rinforti et ornamenti, neli quali toresini nascerano duy archi ornati andando da essi a le extremitade de li anguli, che parteno lontano et passeno per lo mezo de dicti archi et groseza de li muri; seranno coperti et di grande forteza. Nientedimeno la dicta volta serà impostata bassa et in suso il vivo, et questo si fa ad ciò che il caricho possa (sic) sopra il dricto de li piloni, et perchè habia resistere il pondo de se stesso et de tutte lo superfitie di lanterne, fiorimenti et altri ornamenti».

«Item nela dicta volta se faziano li botazi cerchulari, li quali ascendano a la sumitate de tuta la volta, la quale serà perpendiculare braza 28 in suoi soriami (sic), senza alcuna apritudine overo vano in mezzo de essa».

«Item che ala sumitade de li dicti botazi so buttano archi tra luno botazo al altro, sopra li quali archi se harà a metere lo bassamento de la dicta lanterna».

«Item de fare li ornamenti, lanterna, et fiorimenti conformi alordine de lo hedifitio et resto de la chiesa».

«Item dal piano tereno a la sumitade de la volta del tiburio sia braza 112».

«Item che ne li anchuli del octavo doue andaveno missi li doctori de marmoro, non si metano per non disordinare le ligature et per non guastare le croste, ma si metarano essi doctori daramo dorato, quali non farano mancho bello videre, et in dicto loco se facia recinti o feste intagliate de aramo a martello di poco relevo, et metesse perni et chiaue de ferro dove se habiano atachare dicte figure.

Ludovicus archiepiscopus mediolani.
Jo. bapt. ferrus vich. archie.palis m.li

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Philipus de calvis ordinarius decretorum doctor.
Paulus de rajnoldis ordinarius.
Io.hes mendosius ordinarius.

Io francisco di giorgi da Sena in fede de le cose sopradicte ho soto scripto de mia propria man al mese et dì soprascripto».

Seguono le segnature di Ambrogio de’ Ferrari deputato ducale, e di tredici fabbricieri, senza quelle di verun altro architetto.

Poco dopo, fosse compiuto il suo incarico, o foss’egli cliiamato dalla signoria di Siena, attese Francesco a ritornare in patria: chiesta pertanto licenza, gli fu concessa, onorandolo ancora di ricchi doni, come dal seguente documento (21).

In domibus residentie infrascripti R.mi in X.po patris domini archie.pi m.li, et existentibus congregatis infrascriptis Reverend. Ven.bis et sp.bilis dominis regim. venerabilis fabrice eclesie maioris m.li deputatis causa tractandi deliberandive quid peragendum sit circha remunerationem fiendam magistro francisco de georgiis Ill. dominationis Senarum ingeniario dig.mo Qui attendens modellum ad perficiendum tiburium predicte maioris eclesie fecisse, et nonnulla documenta circa ipsum tiburium perficiendum inscriptis dimisisse, licentiam ad ejus patriam se transfferendi requisivit. Demum post multa dicta, proposita et allata intretos (inter totos?) vocibus collectis per R.um d. archiepiscopum deliberatum et ordinatum fuit ipsum magistrum franciscum remunerari debere et eidem pro ejus benemeritis dari debere florenos centum reni. ultra indumentum eidem fiendum sete, et indumentum eius famuli more mediolani fiendum et expensas victus ei factas et fiendas usque ad ejus patriam.

Questi sono gli atti della dimora di Francesco in Milano: uno scritto circa la cupola e la guglia maggiore colle guglie minori laterali fu edito dal Della-Valle, ma non so d’onde l’abbia tratto. Questi ed il Romagnoli per poco non attribuiscono a lui tutte le opere che in quella cattedrale sollevansi dal tetto della gran navata, segnatamente la chiocciola per la quale si ascende alla lanterna, opera certa dell’Omodeo che scolpivvi il proprio rifratto: d’altronde è chiaro che l’architetto senese, [p. 55 modifica]come quello di Strasburgo, non furono chiamati per l’incremento o per la bellezza dell’edifizio, ma a dar consigli circa la migliore e più solida costruzione della cupola, la quale ceteris nembris est difficilior, maius ingenium desiderat, come scrisse il Duca nella sopracitata lettera alla signoria di Siena. Anzi il solo consiglio che Francesco avesse dato che si riferisse alla decorazione della cupola, non fu seguito: dico dei quattro dottori messi a bassorilievo ne’ peducci, i quali furono fatti di marmo, non di rame dorato come egli aveva consigliato per iscritto. Del rimanente, che fossero mandati ad effetto i suoi pareri circa le parti costruttorie, lo ricavo e dalle dimensioni da lui fissate e dalla distribuzione di parecchie parti, che sono a modo suo, non parlando de’ tagli delle pietre e delle concatenazioni di esso, poichè le son cose invisibili; solo gli anzidetti dottori infissi ne’ peducci, alterarono, almeno nella crosta esterna, il taglio delle pietre di quella rilevantissima parte, la quale con maggior giudizio ed intelligenza di costruzione era stata compresa dal nostro architetto. Ebbe esecutore de’ lasciati precetti due fra i migliori architetti che vivessero allora in Lombardia, l’Omodeo ed il Dolcebono, i quali e dal proprio valore, e dagl’incagli necessariamente sorgenti in pratica, avranno preso a luogo consiglio per accordare in tanta opera le difficoltà impreviste colla strada tracciata loro dall’ingegnere di Siena. Anzi, un discorso disteso circa lo stesso oggetto dal Bramante, e conservato nello stesso archivio, ricorda la leggerezza della cupola, dandone lode all’Omodeo (22). Ma non è vero, siccome fu scritto da qualcheduno, che Francesco assistesse nella costruzione i due prenominati architetti.

Quanto cara ed apprezzata fosse stata l’opera di Francesco, lo testificano, oltre i ricchi doni, le due seguenti lettere colle quali il Duca e gli operai del duomo spiegano la riconoscenza loro alla signoria di Siena e ne encomiano l’ingegnere: sono desse scritte quand’egli accomiatossi da Milano. Due sono le lettere del Duca, ed assai simili: una [p. 56 modifica]fu stampata dal Gaye al documento CXXIX, l’altra inedita, è la qui sottoposta (23).

Magnifici domini tumquam fratres nostri charissimi. Fuit apud nos nobilis et praestans architectus Franciscus Georgii civis vester quem ad visendum templum nostrum Mediolani excellentissimum venire desideravimus: ut in magna eminentissimae structurae difficultate quid unus inter multorum judicia sentiret haberemus. Vidit rem igitur Franciscus et quantum in ipso fuit tam prudenter consuluit ut ejus inventa et ingenium nobis vehementer probentur: nec non taceamus accessisse plurimum vestris erga nos meritis: qui talis viri copiam tam benigne officioseque fecistis. Quo nomine gratias etiam agimus non mdgares: et commendatum vobis hominem, non propria solum virtute: sed nostra etiam causa volumus: cujus industriam et ab omnibus magni faciundam putamus. Reliquum est ut nos nostraque vestris commodis prompta parataque semper fore putetis. Papie die 7 Iulii 1490.

Ioannes Galeaz Maria Sfortia.
Vicecomes Dux Mediolani etc.

(Direzione) Mag.cis Dominis tamquam fratribus nostris char.mis Dominis Prioribus Gubernatoribus comunis et Capitaneo Populi Senarum.

Due sono pur anche, con lievissime differenze, le lettere degli operai della ven. fabbrica, delle quali una basti (24).

Non nos fefellit opinio Ill. domini si prius amare ceperimus, quam nosce virum omni laude dignum franciscum Georgii concivem vestrum. Is, intercedente apud dominationes vestras Ill.mo principe nostro, pro firmando tuburio hujusce admirandi templi, quod per retroacta tempora variantibus hominum ingeniis diversimode ceptum et demolitum est, ad nos jussu vestro venit: et visis videndis in magno civium et architector: numero qui vacati erant, ita ornate et modeste disseruit, ut quod impossibile quodammodo videbatur, omnia explanavit: ut jam securi sumus propitiante gloriosissima Virgine Maria cujus auspiciis tam preclaro operi initium datum est, constanti animo ad perfectionem cum securitate [p. 57 modifica]perduci posse, quod nil gratius nilve jocundius prelibato principi nostro, et huic populo effici posset: et non immerito ut tam admirandum templum, quod cum omni antiquitate comparari potest, ex tuburii varietate imperfectum existeret: quare non quas debemus sed possumus dominationibus vestris gratias habemus, quod liberaliter ad nos misseritis praeclarum hoc ingenium, ad cujus arbitrium, precedentibus evidentissimis rationibus suis, tante rei ambiguitas demandata est: cujus consilium sequuturi sumus, eumque ad dominationes vestras remittimus: et si eum condignis premiis non donavimus, quem ad modum ingenii magnitudo requirebat, equo animo ferat, quia immaculata virgo meliores fructus sibi allatura est: quod reliquum est, dominationibus vestris nos perpetuo comendatos facimus: essetque singularis gratiae posse aliquid efficere quod gratum esset eisdem dominationibus vestris. Valete. Ex Campo sancto prefati sacri templi maioris mediolani. die octava iulii 1490.

E. D. V. Deputati regimini fabrice antedicti sacri templi.

Direzione: Ill. d.nis honoran. d.nis prioribus Gubernatq. comunis et capitaneo populi Sen.

  1. Sismondi, Histoire des Républiques Italiennes, cap. 87.
  2. Arch. delle Riform., filza 54. Gaye, documento CXIX.
  3. Filza n.° 112. Cf. Gaye in calce al docum. CXIX. Circa la fortezza di Casole, aveva già egli avuta una più antica ordinanza, trovandosi sin dal 1481 (Riform. di Balìa, tomo 22, c. 62) che Franciscus Georgii è invitato a visitarne e munirne il cassero.
  4. Vedasi presso il Gaye, vol. I, n.° CXX, e quindi più correttamente nella prefazione al volume suo II, pag. IX. Darò invece, come inedita, la seguente scritta dai Fiorentini ai Sanesi (Riform., filza LV). Magnifici domini fratres socii et amici nostri carissimi: «Lo architectore nostro parte domattina senza mancho per essere subito col vostro per fare la opera del disegno. La prorogatione del compromesso non possiamo fare noi come sanno le S. V. ma bisogna la facciano Montepulcianesi: et però habbiamo scripto loro et aspecteremone la risposta, la quale come haremo, significheremo allo S. V. ad cio che la prorogatione si faccia hinc inde in quel modo che si conviene. In somma noi siamo parati non mancare in cosa alcuna dal canto nostro per lo assecto di questa controversia». Ex Palatio Flor. die XVI Octobris 1487. Octoviri Pratice Reipublice Florentine.
  5. Baldi, Vita di Guidobaldo I duca d’Urbino, libro III, pag. 97.
  6. Seguo la lezione del Gaye: il Romagnoli legge massime trovandosi ora in istrani termini. Forse il nostro Francesco intende qui di Nicolò e Paolo Vitelli che signoreggiavano Città di castello con assenso e mala voglia dei Papi; pronti sempre i Vitelli a spogliar gli amici nonchè ad abbandonarli nel rischio.
  7. Così nel 1489 la fortezza di Montaùtolo fu sorpresa da una banda di Corsi, e Castelnuovo della Berardenga dai fuorusciti sanesi: ambedue i castelli furono però ripresi dalla Signoria. Malavolti, parte III, libro VI.
  8. Arch. delle Riform., filza 57. Gaye, doc. CXXVI. Veramente qui sono gli uomini di Lucignano di Val di Chiana, che a spese loro vogliono murare la terra, e ciò deve far supporre alterazione nelle convenzioni del 1440, accennate dal sig. Repetti (Dizion. geog. ec. della Toscana) per le quali erano stati dai sanesi fatti esenti dai risarcimenti delle mura loro castellane.
  9. Bella ed onorata gloria ora questa di Firenze che ad essa ricorresse chi voleva un ottimo architetto: già detto aveva Federigo d’Urbino che prima di conoscere Luciano di Laurana aveva cercato in Toscana dove è la fontana delli architettori; e non molto dopo aggiungeva Luca Paciolo, che chi oggi vol fabricare in Italia e fare subito recorreno a Firenze per architecti.
  10. Archivio della Fabbrica del Duomo di Milano. Liber rubeus detto Liber tertius, f.o 200. Questi libri contengono le copie sincrone degli atti, giacchè gli originali sono smarriti. Io ne devo la comunicazione alla gentilezza del Conte Ambrogio Nava amministratore della ven. fabbrica di quella cattedrale.
  11. Arch. delle Riform., filza 57, n.° 206. Gaye, docum. CXXVII.
  12. Archivi del Duomo di Milano. Liber rubeus, f.o 201.
  13. Lacuna nel testo: leggasi de Papia, ed intendasi di Caradosso Foppa scultore: apparisce poi elle in vece sua vi sia andato Giovanni Antonio da Gessate.
  14. Arch. delle Riform., copialettere n.° 117. Gaye, docum. CXXVIII.
  15. Liber rubeus, f.o 205 (1490 die iovis XX mensis maii). Era questo Giovannantonio uomo pratico in tali uffizi, inviato già nel 1481 dal Duca ad avere a Strasburgo uno degli ingegneri di quel tempio (Cicognara, St. della Scultura, lib. II, cap. 6).
  16. Liher rubeus, f.o 206 (1490 die lune ultimo maii).
  17. Registri originali de’ conti negli archivi della fabbrica di Pavia, in data del 21 giugno 1490, riportati a pag. 10 e nota XI delle Memorie storiche della cattedrale di Pavia del marchese Malaspina. Milano 1816.
  18. Liber rubeus, f.o 133. Il primo articolo di questo documento sino alle parole et forma infra, fu inserito dal Franchetti a pag. 17 della sua Storia e descrizione del Duomo di Milano, 1821; ne diede un saggio anche il Della Valle nelle Lettere Sanesi, dicendolo estratto da quanto pubblicò Pietrantonio Frigerio (Distinto ragguaglio dell’ottava maraviglia del mondo ec. Milano 1739, 8.° di pag. 214). Io in questo libro del Frigerio non ho trovato documenti di sorta alcuna, nè forse avrei pur notato l’equivoco del Della Valle qualora altri ancora non vi avesse attinta tale notizia.
  19. Dicesi in essa che per la testudine. Duo prestantissimi in architectura viri evocati fuerunt: quapropter cum et architectorum nostrorum et magistri Francisci Georgii Urbinatis deliberatione que nuper facta est ea demum sententia emerserit, quae quod ceteris quae hactenus prolatae sunt etc. In questo documento segue il consiglio, malgrado la rimostranza dei Sanesi, a chiamar Francesco urbinate: argomento di usanza invecchiata, non di verità.
  20. Lodovico il Moro reggente del ducato di Milano pel nipote Gian Galeazzo, poichè a lui competono quei titoli anzi che all’arcivescovo Lodovico Arcimboldi.
  21. Liber rubeus, f.o 208 v.o
  22. Oltre le numerose guide di Milano, ed altri scrittori che appositamente illustraronne il Duomo, vedansi specialmente la citata descrizione del Franchetti con 30 tavole, e quella pubblicata nel 1823 dall’Artaria con 65 tavole.
  23. Archivi delle Riform. di Siena, filza LVII, n.° 236. Hanno ambedue la stessa data; suppongo che una fosse inviata alla Signoria, l’altra la presentasse lo stesso Cecco. Vi è segnato che fu presentata die XV iulii 1490.
  24. Arch. cit., filza cit. Gaye Docum. CXXX.