Trattato completo di agricoltura - Volume II/Piante annuali leguminose, oleifere e tessili/13

Dell’Arachide

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del ricino.

§ 817. Il ricino è una pianta che dall’America del sud e dell’Africa fu portata da 50 anni circa nella Spagna, poi in Italia e nel mezzodì della Francia. Le varietà di questo genere di pianta sono molte, ma in Europa non si coltiva che il ricino comune (ricinus communis), essendo quello che fornisce una maggior quantità di olio, assai adoperato nella medicina come purgativo.

Nel nostro clima però la coltivazione del ricino riesce poco profittevole, poichè non può portare a maturanza un tal numero di semi che fornisca tant’olio da compensare le spese.

Il ricino vuole un terreno sciolto, ricco d’alcali, ben lavorato e concimato abbondantemente. Si semina quando la temperatura media in primavera sia giunta a +12,5, all’epoca del melgone, e quando il timore delle brine sia cessato, che altrimenti la pianta germogliata perirebbe. Si pongono due o tre grani in ogni buco, fatto col foraterra, o meglio colla zappa, nel terreno già previamente lavorato e concimato, alla profondità di circa 0m,08, ed alla distanza di 0m,80 circa per ogni parte. Nate le piante, non se ne lascia che una sola per ceppo, sempre la meglio vegnente; si zappa di frequente per tener mondo il terreno dalle cattive erbe, e per mantenerlo soffice, e meglio capace di ricevere il calor solare, senza perdere affatto l’umidità; se l’estate corre troppo asciutto, si dovrebbe irrigare.

Nei paesi caldi meglio riesce seminato in autunno, poichè più presto comincia a portar semi nell’estate seguente; e nei temperati si potrebbe seminare nel verno sopra letti caldi, come si fa pel tabacco, trapiantando in primavera, quando non sono più a temersi le brine. [p. 73 modifica]

Siccome questa pianta cresce e ramifica continuamente finche la temperatura lo permette, così il raccolto non si fa contemporaneamente, ma piuttosto mano mano che maturano i semi. Quando poi la temperatura non è sufficiente a maturare i semi, si tagliano le cime che portano gli ultimi fiori e semi, e si ripongono al coperto, in luogo soleggiato a maturare forzatamente, ottenendosi però con tal mezzo dei grani non affatto maturi, scarsi di olio, il quale riesce pure di qualità inferiore.

In seguito si svelgono gli steli, i quali se sono robusti possono servire come combustibile, o si adoperano come lettiera nelle stalle, tagliandoli a pezzi come si usa co’ fusti del melgone.

Il prodotto d’una piantagione di ricino è di circa 700 chilogrammi di semi all’ettaro, i quali oggidì hanno il valore di franchi 35 circa per ogni quintale, mentre una volta, all’epoca delle guerre napoleoniche, il prezzo era di franchi 150, per il che allora potendo considerarsi come un buon prodotto, se n’era diffusa la coltivazione, mentre oggidì chiaramente non conviene per la grande quantità di seme che ci viene d’America.

I semi di ricino forniscono il 40 per % di olio, ed il 60 per % di tortello, il quale allo stato normale contiene il 7 per % d’azoto.

Nel germe del grano vi ha un principio acre venefico che, se rimane nel tortello, impedisce che questo venga usato per l’alimentazione del bestiame, usandosi soltanto qual concime, che si vuole per ciò appunto utile anche a distruggere i sorci di terra.

Nel 1854, dietro le clamorose asserzioni d’oltremonte, speravasi che il ricino potesse divenire utilissimo per un altro e più importante prodotto. Erasi introdotto il Bombix Cinthia proveniente dal Bengala, il quale nutrendosi dell’abbondante fogliame di questa pianta, faceva credere di sostituir il di lei bozzolo a quello del Bombix Mori o bigatto. Ma anche in questa cosa, come in molte altre di simile provenienza, ne venne il disinganno. Il bozzolo è forato ad una delle estremità, e non si può filare coi metodi comuni; il filo di color grigio fosco, poco lucente, e più grossolano, non si ottiene che coi mezzi adoperati per lavorare le così dette struse, il che, come ognuno sa, fornisce un filo, il quale può ben essere filato finissimo, ma che è ben lungi dall’avere quei caratteri e quelle proprietà che costituiscono il pregio della seta.