Trattato completo di agricoltura - Volume II/Dell'Albicocco

Dell'Albicocco

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Del Pesco Del Pruno
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dell’albicocco.

§ 912. L’albicocco (armeniaca vulgaris, fig. 250), detto anche meliaco, è pianta che dall’Armenia venne diffusa nell’Europa; fiorisce in marzo e matura tra la fine di giugno ed il principio di luglio. Anche l’albicocco conta alcune varietà distinte pel maggiore o minore volume, o per la diversa epoca di maturanza. La precoce fioritura di questa pianta fa sì che, dove siano possibili le brine dopo la metà di marzo, non la si può coltivare all’aperto, ma è necessario disporla a spalliera.

La moltiplicazione dell'albicocco si fa per semi; avvertendo che molte delle varietà più distinte si riproducono [p. 210 modifica]semplicemente per tal mezzo; molte però esigono l’innesto ad occhio dormiente od a spacco, fatto sulle pianticelle da seme o sul pruno: meglio è usare pianticelle d’albicocco, avendosi con ciò frutti migliori. Per la semina si preparano stratificati i nocciuoli entro recipienti o vasi contenenti terra umida, e mantenuta tale, non bagnandola di troppo. La stratificazione dei nocciuoli deve farsi subito dopo che il frutto venne staccato maturo dalla pianta, privandolo previamente dalla polpa. Il recipiente che contiene questi nocciuoli si lascia all’aperto sino al principio di primavera, onde rimanga esposto alle vicende atmosferiche; e solo si ripara quando si temessero geli troppo forti.

In primavera si passa alla semina, giacchè i nocciuoli avranno di già germogliato, e si avrà cura di non guastarne il germoglio o la radicetta nel momento che si tolgono dal vaso. In seguito tanto si possono piantare in vivajo, come al posto. Le varietà più resistenti e che conservano le loro qualità anche riprodotte da seme, è meglio piantarle al posto, nello stesso modo indicato col mandorlo, e quelle che esigono l’innesto sarà meglio piantarle in vivajo, colle norme indicate pel pesco; così vengono trasportate l’anno seguente all’innesto. Anche dove l’albicocco andasse soggetto alle tarde brine, e che non si potesse coltivare all’aperto, sarà meglio allevarlo nel vivajo, innestarlo e poi piantarlo presso i muri per disporlo alla spalliera; e poi preservarlo dalle brine coi mezzi indicati al § 883. L’albicocco nel campo aperto esige minori cure, almeno per quanto si riferisce al taglio. Ciononpertanto ritarda maggiormente a dar frutto che non lo faccia la spalliera: all’aperto crescendo liberamente nei primi anni, forma rami vigorosi [p. 211 modifica]non comincia a fruttificare se non quando abbia rallentata la vigoria di vegetazione. Nella spalliera invece questa vigoria vien presto moderata dal taglio jemale e soprattutto dal taglio verde; ma quest’artifìcio medesimo di moderare annualmente la vegetazione, è pur causa che ogni anno la pianta tende a mettere i proprj rami in relazione della quantità delle radici, e per conseguenza a vegetare vigorosamente. Epperò se all’aperto, una volta che da se stessa col tempo siasi moderata la vegetazione legnosa, la pianta s'arricchisce di gemme da frutto, nella spalliera invece le gemme da legno per la loro tendenza a prendere un rigoglioso sviluppo, chiamano a se la massima parte dell’umore, a scapito, e talvolta anche a totale deperimento delle gemme da fiore.

Nell’albicocco, i fiori sorgono sui rami da legno dell’anno antecedente, ed anche su certi dardi o rimessiticci, pure dell’anno antecedente, che si allungano ben poco ogni anno, mettendo altri dardi o rimessiticci laterali; e ben di rado veri germogli da legno. Nella spalliera adunque il coltivatore deve aver di mira la conservazione di questi rametti; la quale conservazione però, tende a far sorgere rami succhioni altrove, ed a far allungare di troppo gli altri rami che portano gemme da fiore e da legno.

Infatti, se nelle piante con frutto a nocciuolo, come nel pesco, nell’albicocco e nel pruno, le quali portano frutti soltanto una volta sui rami d’un anno, specialmente quando siano disposte a spalliera, si lasciassero crescere liberamente i rami (fig. 251), avverrebbe che nell’anno seguente non si avrebbe che un prolungamento della parte A, presentandosi come la figura 252; le gemme della parte inferiore andrebbero perdute, ed il ramo continuerebbe ad allungarsi [p. 212 modifica]fruttificando soltanto sull’estremità, e l’assieme della pianta prenderebbe una forma poco regolare e troppo estesa. Se invece il ramo della figura 251 si tagli in A, i fiori a e b fruttificano, e nel medesimo tempo l'umore trattenuto in basso fa sviluppare la gemma da legno d, la quale produrrebbe un nuovo ramo da frutto come lo rappresenta la figura 253. Allora il ramo da frutto B è troncato in a, ed il nuovo ramo da frutto A vien tagliato in b per ottenere i medesimi risultati. Sul ramo conservato poi non si mantiene che un sol germoglio d (fig. 251) allo scopo di facilitare la successiva sostituzione di nuovi rami. Se si volessero conservare tutti i germogli avrebbesi certamente una confusione.

Queste norme che sono indispensabili alla formazione e conservazione della spalliera, riescono parimenti utili all’albicocco allevato all’aperto, onde non si spogli soverchiamente di rami fruttiferi in basso, ed anche per mantenergli una certa qual regolarità di forma, ed avere un egual prodotto di frutti ed una meno estesa e lontana prelezione di ombra.

Cionondimeno l’albicocco, ed in ispecial modo quello che fu maggiormente regolato col taglio, dopo 20 anni circa comincia a deperire, facendosi sempre più lento il corso degli umori lungo i rami che intristiscono per non poter sviluppare comodamente le gemme legnose. La corteccia s’indurisce, geme gomma dai tagli recenti e vecchi, e la circolazione riesce sempre più difficile. Le diramazioni superiori deperiscono, e soltanto nella parte più bassa e centrale sorgono dei rami succhioni. Allora è bene ringiovanire la pianta, tagliando le parti intristite, e rifacendo la pianta coi detti rami succhioni.

Il raccolto delle albicocche si fa nello stesso modo di quello delle pesche. Non possono conservarsi fresche, ma si fanno essiccare dividendole in due e levandone il nocciuolo. Coll’essiccamento l’albicocco perde 5/6 del proprio peso.

La malattia più comune all’albicocco è la gomma. [p. 213 modifica]

del pruno.

§ 913. Il pruno (prunus domestica, fig. 254), è una pianta originaria dell’Asia. In Europa, le qualità migliori, seguono il clima della vite, ed alcune, indigene forse dei nostri climi temperati, vivono anche sin quasi al 50° di lat. N. Nell’Italia il pruno resiste all’aperto anche nella parte settentrionale, arrivando fino ai 400 circa metri d’altezza. Fiorisce quando la temperatura media sia di +10° circa, e matura il frutto con una massima soltanto di +18°. Nella parte settentrionale dell’Italia la fioritura avviene verso la metà d’aprile, per il che, meno frequentemente che non succeda al pesco ed albicocco, i fiori del pruno vanno perduti per le brine. Ove comincia a soffrire all’aperto, si può ancora coltivare in spalliera presso i muri. Io non so come in Italia non siasi estesa la coltivazione d’una pianta che arreca tanto utile in altri paesi anche meno temperati del nostro. Senza parlare dell’immenso profitto che ne trae la Francia meridionale dalla vendita delle prugne essiccate, tutti sanno che pure la Svizzera commercia di simil frutto, sebbene in quel clima non maturi abbastanza per esser consumato fresco: colà alcune varietà più resistenti, quasi indigene, danno delle prugne che coll’essiccamento perdono il sapor acre acerbo, e prendono un sapor dolce, non però paragonabile a quello dell’abbondante polpa zuccherina che riscontrasi nelle prugne dei climi caldi.

Le migliori prugne contengono 0,71 d’acqua, 0,27 di sostanza carnosa, e 0,02 di noeciuolo. Secche, quali si trovano nel commercio, contengono ancor il 13 per % d’acqua e 6,7 per % di zuccaro. La pura polpa secca dà 0,93 per % d’azoto, press’a poco come il fico, per il che vedesi quanto nutritivo riesca questo frutto. Le prugne di quei climi ove