Trattato completo di agricoltura - Volume I/Del prato/7

Rinnovamento dei prati vecchi

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rinnovamento dei prati vecchi.

§ 460. Spesso i prati col lungo andar del tempo, non essendo mai concimati con letame minuto, od anche perchè falciati troppo alti, riducono la cotica così alta e spugnosa che la loro nutrizione diviene difficile; scompajono le erbe più gentili e migliori, e soltanto vi possono resistere quelle più legnose e di minor conto.

Altre volte invece, o perchè il terreno sia troppo argilloso [p. 446 modifica]ed umido, o perchè siansi trascurati gii spurghi dei canali di scolo, l’acqua stagnando nelle parti più basse, il terreno difficilmente asciuga, ed il prato va mano mano coprendosi di muschio, di giunchi e di piante palustri, diminuendo in quantità e qualità di prodotto.

Quando la cotica sia troppo porosa è facile il rendere la fertilità al prato, collo spandervi e coprirlo di buona terra, mista anche a poca quantità di concime; questa terra, penetrando nei vuoti della cotica, prepara un nuovo terreno alla futura vegetazione, ed il vecchio ceppo delle erbe già profondo, col marcire, serve come d’ingrasso. Se poi la qualità delle erbe si fosse molto deteriorata converrà seminarvi dapprima buone sementi da prato e bulla di fieno, che nasceranno nella terra che si pone di sopra.

Se all’incontro il prato è deteriorato per mancanza di scolo o per la naturale soverchia umidità, si potrà rimediarvi immediatamente coll’aprire dei colatori, col rialzarne le depressioni con buona terra, col regolare ad intervalli più lunghi le irrigazioni, e col levare le piante che portassero troppa ombra.

Quando però il muschio che ricopre il prato fosse molto alto, e che non si potesse levare col rastrello, ma che il prato d’altronde fosse buono, sarà bene in autunno spandervi buon concime, semente d’erbe pratensi, e ricoprire il tutto con uno strato di due o tre centimetri di terra, spianando in seguito perfettamente con un rastrello. In questa maniera alla primavera sorgono le erbe seminate, ed anche quelle del prato, con una vigoria incredibile, perchè il muschio, la cotica sottoposta ed il concime decomponendosi forniscono una sorgente continua di sostanze utili alla vegetazione. Fatta questa operazione, non si dovrà irrigare se non dopo il primo taglio, perchè altrimenti l’acqua solcherebbe la terra e deformerebbe la superficie troppo mobile del prato; dopo il primo taglio invece la terra si trova già molto più sodata sul terreno, e trattenuta dagli steli e dalle radici dell’erba. Con questa operazione si risparmia il concime per tre anni, e si ha un raccolto abbondantissimo e perfetto, perchè le erbe palustri scompajono, non trovando più le circostanze favorevoli al loro sviluppo.

Anche i prati dei terreni sciolti e sabbiosi, se loro si trascurano gli scoli, possono presentare gli stessi effetti dei prati a terreno umido ed argilloso, e si useranno loro le stesse [p. 447 modifica]cure; fuorchè se ai prati argillosi si potrà mescolare un poco di sabbia alla terra che vi si spande, in quelli sabbiosi converrà invece abbondare colla terra argillosa.

Lungo i fiumi per avere del limo o del fango onde ricoprire i prati ghiajosi, si può fare una buca in qualche parte alta dell’alveo, la quale per mezzo di un rigagnolo comunichi col filone dell’acqua. Così, allorchè il fiume cresce e s’intorbida, trasportando parti terrose leggiere, l’acqua passa pel rigagnolo e va nella buca, ove trovandosi stagnante, deposita quelle materie, che, dopo l’abbassamento delle acque, si trasportano sul prato.

Quando un prato sia soverchiamente deperito, che sia difficile l’accomodarne la livellazione, o che le erbe cattive che presero il posto delle buone siano troppe e difficili a distruggersi, e che per soprappiù la sua disposizione fosse poco conforme alle regole che vi ho date, allora conviene romperlo e metterlo ad altre coltivazioni, almeno per due o tre anni, perchè altrimenti non compenserebbe la spesa di riduzione. Le coltivazioni che si possono far succedere con maggior profitto sono: il lino invernengo, il melgone ed il pomo di terra nel primo anno, nel secondo si può ripetere il melgone, nel terzo si può coltivare a frumento, od a segale, i quali ultimi cereali, se si coltivassero nei primi due anni, verserebbero per abbondanza di foglie e darebbero uno scarsissimo raccolto di grani. Così quel terreno che non produceva come prato, può dare per tre anni consecutivi abbondanti raccolti senza concime. Nell’autunno, o nell’inverno del terzo anno, sino alla primavera del quarto, si fanno i lavori per la nuova riduzione a prato.

Se il prato è in terreno torboso, ma che però non sia paludoso, produrrà poca erba e cattiva. Per sanare questo prato, abbisogna abbruciare la cotica levandola dal prato a strato più grosso che si può, per togliere insieme anche una buona porzione di torba, e disporla a guisa di tanti fornelli. Tale operazione si farebbe in autunno, e si lascerebbero asciugare questi fornelli sino alla fine d’inverno od al principio di primavera, in una delle quali epoche, colto il momento che siano ben asciutti, si appicca loro il fuoco. In seguito si spande pel terreno la cenere, la terra ed i vegetali carbonizzati. Poi si ara una o due volte, e si dispone il prato con una pendenza piuttosto forte, ad ale non troppo larghe, praticandovi colatori molto profondi e che abbiano una pendenza tale da smaltire facilmente le colature. [p. 448 modifica]

Se però il terreno fosse leggermente torboso, basterà concimarlo abbondantemente con gesso, con ceneri e calce in polvere, mista a sabbia. Ma se oltre all’essere torboso, fosse anche un poco paludoso, quando il clima lo permetta, sarà meglio ridurlo a risaja; e se sarà freddo, a bosco di ceppate d’onizzo.

Se una prateria, quantunque dia una buon erba, consuma tropp’acqua, a scapito del prodotto; se da un prato a cattiva disposizione si vuol ottenere un prato ben disposto; oppure se vuolsi ridurre un prato stabile a marcita, senza romperlo e senza perdere il vantaggio della cotica già formata di vere erbe pratensi, si usa scoticare il prato, ossia levare la cotica col badile, riporla in mucchi, ed in seguito aggiustare il terreno nei modi più convenienti, riapplicandovela ossia coprendolo nuovamente colla cotica stata levata.

Una maniera facile per levare le cotiche, è quella di tagliarle con qualche strumento in tanti quadratali non più larghi di 3 decimetri ai 4. Perciò si adatta un ronchetto o falcino ricurvo ad un bastone che serva a tirarlo col becco rivolto all’ingiù, mentre con altro bastone piantato in senso opposto all’indietro si tien fisso il falcino nella cotica (fig. 133). 133. Con questo istrumento si fanno dapprima tanti tagli longitudinali distanti l’uno dall’altro 3 o 4 decimetri, indi se ne praticano altrettanti trasversali, egualmente distanti. Così la cotica del prato vien divisa in tanti quadratelli regolari, che facilmente si possono levare col badile unitamente ad un’oncia [p. 449 modifica]circa di terra (0m,05). Questi quadratelli si ammucchiano regolarmente in luogo ove non impediscano il lavoro del terreno. Così aggiustata la prima porzione, si ricopre subito colle cotiche, e si procede a scoticarne un’altra e ad aggiustarla, e così di seguito, finche tutto il prato sia riaccomodato.

Disposto il terreno, si cavano le adacquatrici ed i colatori; ed introdottavi l’acqua, col badile si finisce d’appianare la superficie, di consolidarvi le cotiche, regolando i cigli delle adacquatrici e le ale.

Questa operazione, che sembra dispendiosa, compensa abbondantemente la spesa, poichè fatta d’autunno, d’inverno od al principio di primavera, non ci fa perdere neppur un taglio; e quando si voglia averne un maggior vantaggio, si deve concimare con letame grosso il terreno prima di ricoprirlo colle cotiche. I pratici poi sanno che un prato nuovo, seminato a lojessa, trefoglio e fiorume o buia di fieno, per quattro, cinque anni ed anche più, secondo le cure e la qualità del terreno, continua a dare un foraggio grosso, poco odoroso, e poco sostanzioso, e che le vere erbe pratensi, o le migliori, succedono lentamente un poco per anno, mano mano che scompajono le prime. Inoltre il bestiame tanto da lavoro quanto da latte si mantiene meglio e dà un prodotto migliore coll’erba o col fieno delle praterie vecchie, che non con quello delle nuove. Egli è perciò che importa assaissimo il conservare la cotica dei prati vecchi, quando si voglia migliorare la loro disposizione.