Trattato completo di agricoltura - Volume I/Del prato/5

Marcite, o prati perenni

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marcite.

§ 455. Le marcite sono quei prati stabili sui quali, scorrendo l’acqua d’inverno, e restando per tal modo impedito il gelo od il troppo raffreddamento della cotica, possono vegetare anche in tempi in cui le altre praterie giacciono inerti.

Di questi prati marci tori ne esistevano in Lombardia anche nel 1233, ma soltanto da circa cinquantanni furono ridotti a quella perfezione cui li vediamo giunti oggidì; con che, essendosi ottenuto di consumare una minor quantità d’acqua, si potè aumentarne l’estensione.

La loro formazione non differisce da quella dei prati stabili se non per la maggior esattezza di livellazione, tanto delle adacquatrici che delle ale, le quali devono avere una pendenza doppia, ed un terzo meno di larghezza; ben inteso che si darà una maggior pendenza ed una minor larghezza alle ale quando l’acqua non sia molto calda o facile a gelare. La miglior semente per la marcita è la lojessa e la pagliana perchè soffrono poco il freddo e crescono altissime. L’esposizione deve essere sempre quella di mezzogiorno, colle adacquatrici a doppia pendenza, i cui colatori, che devono essere più profondi, si riuniscono in un solo, il quale suddivide nuovamente le acque ad altre adacquatrici (fig. 131). Dove le colature riescono ancora calde si possono usare immediatamente come si usa pei prati stabili (fig. 130); ma quando si raffreddano molto nel passare sulle ale, abbisognerà, dopo d’averle riunite, farle scorrere per maggior tratto, onde abbiano tempo d’acquistare una temperatura alquanto maggiore.

Le migliori acque per la marcita sono quelle dei fontanili, usate più davvicino che si può; perchè appena uscite da terra, nell’inverno, conservano una temperatura maggiore [p. 442 modifica]dell’atmosferica. Poi vengono le acque dei grossi canali che scorrono lentamente e lungamente. Ma superiori a tutte sono le acque che attraversando le città, e trascinando gran copia d’immondizie, riescono ricchissime di materie azotate. Gli straordinari prodotti dei prati irrigati colla Vettabia ne sono una sensibilissima prova.

Perchè l’irrigazione sia più esatta devesi far in modo che le adacquatrici abbiano poche portate; potendo ogni salto che fa l’acqua da una portata ad un'altra essere causa di guasti e di deviazioni. Le bocchette che ricevono l’acqua dall'adacquatrice maestra devono essere munite d’incastro o di soglia, per limitare e misurare l’ingresso dell’acqua: serve però meglio la soglia dalla quale essa debordi, perchè non trattiene nè le foglie nè i rami che nell’autunno cadono nei cavi.

§ 456. Nell’autunno, verso la metà di ottobre, si spurgano le adacquatrici ed i colatori, lasciando un poco di terra presso gli argini per livellarli, gettando il resto sulle ale, oppure conducendolo a mucchi da mescolare col concime. In seguito si spande concime, lo si sminuzza, è poi s’incomincia ad introdurre l’acqua nell’adacquatrice più bassa e nella sua portata inferiore, se è di varie portate; si rimontano gli argini, e si passano le ale in modo che l’acqua dappertutto debordi e defluisca uniformemente; in seguito si passa a dar acqua ad altra adacquatrice superiore, od alla portata superiore, se è divisa in varie portate, limitando con usciaja o soglia, l’ingresso dell’acqua nell’altra adacquatrice o nella portata inferiore. In questo modo si procede mettendo sott’acqua la marcita, incominciando sempre dalla parte più bassa, per terminare colla più alta.

Nei primi giorni bisogna scarseggiare coll’acqua, perchè il prato è appena concimato, e perchè in allora imbevendosi poco farebbe troppa colatura. Nei giorni successivi poi la si aumenta, in ragione che si vede diminuire la colatura, e fin a tanto che rimanga in quantità stazionaria. Le bocchette che vengono dall’adacquatrice maestra, e quelle che mettono l’acqua da una portata all’altra dell’istessa adacquatrice, devono essere visitate due volte al giorno, perchè le foglie ed i pezzi di legno possono impedire il libero corso dell’acqua; come basta una semplice strada d’un sorcio per far deviare le acque e mettere all’asciutto un pezzo di marcita. Questa attenzione devesi usare principalmente quando gela, perchè [p. 443 modifica]la cotica che rimanesse scoperta, trovandosi inumidita, sarebbe facilmente sollevata con grave danno.

In questo modo alla fine di novembre od al principio di dicembre si può avere un taglio d’erba, e poi rimettendovi l’acqua, se ne potrà fare un altro tra la fine di febbrajo od il principio di marzo, dove però il clima non sia molto freddo e dove le acque si mantengano almeno a 3° o 4° sopra il gelo. In certi casi si possono usare come marcite anche i prati irrigatorj stabili che abbiano una buona livellazione ed un facile scolo.

Nei paesi un poco freddi, o dove l’acqua sia fredda per sua natura e facilmente possa gelare sul prato, non conviene la marcita jemale, ma sarà bene utilizzarla nell’autunno sin a tanto che incominci a gelare; ed in primavera appena che vedasi cessato il pericolo di forte gelo. In questa maniera si migliorerebbero le cotiche dei prati, perchè questa sorta d’irrigazione continua, ma non stagnante, è la più adatta allo sviluppo delle migliori erbe pratensi. Inoltre, l’erba cresciuta in autunno difenderebbe la cotica dal freddo, e marcendo servirebbe di concime; coll’irrigazione di primavera si avrebbe un taglio precoce verso la fine di marzo od al principio d’aprile, o per lo meno si aumenterebbe di un buon quarto il prodotto del prato. Molti usano di irrigare in questo modo alcuni prati nell’autunno; nell’inverno scaricano l’acqua altrove, e nella primavera la dispongono su d’altri prati.