Trattato completo di agricoltura - Volume I/Coltivazione del gelso/8

Durata del gelso

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Coltivazione del gelso - 7 Coltivazione del gelso - 9
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durata del gelso.

§ 596. Il gelso ha una vita lunghissima anche nei climi settentrionali d’Italia, e se è ancora selvatico, può raggiungere una vita media di 300 anni. Nelle province di Brescia, Bergamo e Crema, il cui terreno è ricco di calce, vi sono alcune piante che contano più di 400 anni. Alla Sforzesca, esistono tuttora dei gelsi piantati nel tempo di Lodovico il Moro. In Grecia, in Dalmazia trovansi dei gelsi di una età maggiore.

Il gelso innestato invece ha una durata assai minore, e spesso non oltrepassa i 100 anni. Le cause del deperimento del gelso, e singolarmente della minor durata del gelso innestato sono:

§ 597. L’innesto che lo fornisce di rami che maggiormente soffrono intemperie, i guasti ed il taglio, perchè costituiti d’una fibra più tenera e porosa. I gelsi selvatici, oltre all’avere essi stessi una costituzione più robusta, devono in parte la loro maggior durata al pregiudizio che la loro foglia sia quasi nociva al baco da seta, per cui non vengono sfrondati che in caso di assoluta mancanza di altra foglia d’innesto.

§ 598. La sfrondatura eseguita ormai tutti gli anni. Noi vediamo infatti che i pochi gelsi vecchi che ci restano nei campi, furono allevati in que' tempi in cui l’educazione del baco da seta non era estesa come oggidì, e che per conseguente il gelso era ordinariamente abbandonato a sè, o sfrondato una volta ogni due o tre anni. La sfrondatura guasta inevitabilmente gli occhi, e lascia la pianta per 10 giorni circa senza organi respiratori e senza uno sfogo agli umori assorbiti dalle radici, soffrendone per conseguenza anche le radici. [p. 588 modifica]

Molti attribuiscono una grande importanza alla sfrondatura fatta presto o tardi, riguardo al mantenere o ridonare vigore alla pianta. Generalmente i giovani gelsi ed i deperenti si sfrondano pei primi, e si lasciano per ultimi i più vecchi o più vegeti. Questa cosa che a primo aspetto sembra essere assai ragionata, pure nella pratica non è sempre vera, ed eccone le ragioni. Non confondendo la possibilità di ottenere una maggior cacciata per l’anno seguente dai gelsi sfrondati presto, col vantaggio o col danno che loro si possa arrecare sfrondandoli presto o tardi, dirò, che almeno nel clima del centro della Valle del Po, spogliando il gelso anche nei primi dieci giorni di giugno, la pianta non soffre e forse si rinvigorisce. E per verità, consideriamo spregiudicatamente, e colla scorta delle cognizioni teoriche, che cosa possa avvenire nella vita d’un gelso sfrondato, per esempio quando le di lui nuove messe non abbiano che quattro o cinque foglie. Noi sappiamo, che, contemporaneamente e proporzionatamente alla vegetazione aerea, il gelso manderà nuove e tenerissime radicette e barboline; ora che avviene di queste parti sotterranee tosto che il gelso sia sfrondato? Tenere ancora, assai acquose e sottili, mancando il loro corrispondente organo respiratore, deperiranno, anzi moriranno alterandosi nel loro tessuto; e ciò tanto più che la temperatura del principio di primavera essendo bassa, singolarmente in un terreno di solito assai umido per le piogge, non permette al gelso di rinnovare le gemme e le foglie che entro uno spazio di 10 e sino 15 giorni, durante il qual tempo le prime radici marciscono, e la pianta rinnova lo sforzo per rimetterne delle altre. Quando all’incontro il gelso venga spogliato nel mese di giugno, le nuove radici hanno già acquistata una discreta grossezza e consistenza, e non possono soffrire così facilmente, poichè inoltre per la stagione più avanzata, entro sei od otto giorni la pianta si riveste di nuove foglie. Perciò scorgesi nella pratica che quei gelsi i quali a bella posta si sfrondano per gli ultimi, credendo di trascurarli, fanno bensì una cacciata più corta dopo il taglio, ma continuano a vivere e vegetare meglio degli altri, onde si dice che vivono per dispetto. Altro dunque è tagliar presto dopo la sfrondatura, ed altro è fare il taglio di primavera, perchè con questo taglio la nuova vegetazione che incomincia colla primavera non è guasta dalla sfrondatura, e le nuove radici non hanno a soffrire per questo motivo. Su questo proposito vorrei [p. 589 modifica]che gli intelligenti pratici osservassero e non ripetessero ciecamente anch’essi quel che sentono a dire.

§ 599. La potatura mal fatta, con ferri poco taglienti, o non consentanea alla forza del gelso, ed alla stagione, per cui o troppo si snerva con soverchio numero di rami, o troppo si concentra e si addensa l’umore, quando si riduca a pochi e corti rami. Vedesi perciò in quest’ultimo caso fendersi pel lungo la corteccia del tronco, o dei grossi rami, dalla parte ove maggiormente batte il sole, e colarne quell’umore assorbito, che pei momento non trova uno sfogo nè pei rami nè per le foglie della pianta. A questo proposito parlerò della impagliatura. Generalmente si ritiene che l’impagliatura venga eseguita per difendere dal gelo il tronco dei gelso, epperò vedesi non di rado il contadino affaccendato nel ricoprirlo di paglia verso la fine di agosto. Or bene questo è un errore grossissimo. L’impagliatura del tronco deve essere fatta allo scopo di ripararlo dai forti raggi solari, nel momento che essendo sfrondato non può difendersi coll’ombra de’ propri rami. In questo frattempo l’afflusso degli umori che non trovano uno sfogo, come si è detto, si raduna tra la corteccia ed il legno, e quando arriva il sole a percuotere fortemente il tronco, come avviene dal lato di Mezzogiorno, questi umori, pel caldo, si dilatano, distendono la corteccia e la fendono procurandosi per tal modo uno sfogo alla loro sovrabbondanza in confronto delle parti per le quàli possono distendersi. Noi vediamo infatti queste screpolature longitudinali lungo il tronco dal lato di Mezzodì nei gelsi di 10 a 20 anni, perchè sono quelli che hanno maggior vigore, e che dopo la sfrondatura per le radici assorbono gran quantità di umore; e questo fatto tanto meglio si rileva, quando siasi praticato un generoso taglio estivo. Per ciò dunque si pensò di difendere dai raggi solari il tronco del gelso per mezzo della impagliatura, finchè la di lui scorza sia divenuta grossa e consistente al punto da non essere così facilmente passata dal calore solare. E questa impagliatura, ripeto, non è fatta per difendere dal freddo, perchè anche nelle parti più settentrionali dell’Italia la mancanza di temperatura toglierà la convenienza della coltivazione del gelso, ma la temperatura jemale non giunge mai a tanto da farne perire il tronco, soffrendonè tutt’al più una maggiore o minore porzione della recente cacciata; che anzi l’impagliatura, durante l’inverno, dovrebbe essere levata allo scopo di non lasciare un oggetto che trattenga l’umidità delle nebbie, delle [p. 590 modifica]piogge e nelle nevi, che geli e disgeli in contatto colla pianta, o che serva di rifugio a molti insetti, i quali in primavera escono dall’impagliatura a guastarne i teneri germogli.

Ma ritornando al primo argomento, dirò inoltre che il gelso soffre perchè la sfrondatura e la potatura d’estate non permettendo alle nuove cacciate di maturare il legno della cima, questo si altera per le prime intemperie della stagione autunnale avanzata, ed in seguitò certamente non esercita una benefica influenza sul resto della pianta al momento che gli umori, prendendo una direzione opposta, si portano verso le radici.

§ 600. La cattiva coltura del terreno, per cui lavorandolo colla vanga o coll’aratro si tagliano, si rompono e si guastano le radici del gelso, e specialmente le superficiali, che sono quelle che ogni anno la pianta manda verso la superficie del suolo, perchè ivi più abbondanti sono i principj nutritivi, e perchè l’aria, l’umidità ed il calore meglio vi esercitano la loro azione. Egli è poi un fatto che dove s’introdusse la vanga, e dove il colono per ottenere abbondanza di cereali, vanga profondamente anche in vicinanza dei gelsi, vedesi la terra voltata all’insù piena di tenere radici, e che per ciò le piantagioni deperiscono assai più presto, che non dove si continua ad usare l’aratro, il quale istrumento lavora più superficiale, e poi non taglia le radici, ma piuttosto le piega e trascina alquanto insù od ingiù secondo la sua direzione. Nelle corti poi, nelle piazze ed in tutti i luoghi insomma ove sotto la pianta non si smuove il terreno, troviamo i gelsi più vegeti e più antichi, sebbene in molti casi non vi concorra nè la buona qualità del terreno, nè l’eventuale concorso di sostanze concimanti.

§ 601. Alcune coltivazioni, che allungando troppo le loro radici sottraggono parte di nutrimento a quelle del gelso, come la medica, il trifoglio, ecc.; altre che crescendo troppo folte impediscono che il calore penetri molto sotterra, come accade nei gelsi che crescono nei prati; ed altre che lo lasciano troppo allo scoperto durante i calori d’estate, quali sono le coltivazioni del frumento, orzo, segale, lino, ecc.

Anche a questo proposito mi pare che esista un pregiudizio nella pratica della zappatura estiva intorno ai gelsi posti jn campagna. Questa zappatura si fa dopo il taglio del frumento, o d’un cereale estivo, per un metro circa intorno ai gelsi, ancorchè abbiano raggiunta l’età di 50 anni e più. [p. 591 modifica]

A parer mio, questa operazione il più delle volte può dirsi inutile, ed alcune volte anche dannosa. Se il più delle volte riuscirà inutile pei gelsi che abbiano più di 10 anni d’impianto, perchè le loro radici più piccole saranno ad una distanza maggiore di un metro; immaginatevi poi che vantaggio potrebbero riceverne quelle d’un gelso di 30 o di 50 anni.

Alcune volte sarà anche dannosa, perchè se è profonda, si tagliano le migliori radici superficiali, ese è superficiale e che si limiti a togliere e sradicare le stoppie; non si farà altro, e specialmente nei paesi caldi ed asciutti, che lasciar un maggior adito ai cocenti raggi del sole, i quali asciugheranno la terra più presto che se vi si fossero lasciate le stoppie, e quindi il gelso, per una minore umidità, dovrà rallentare la propria vegetazione. Ma osserviamo il fatto, e confrontiamo fra di loro due linee di gelsi (moronate), all’una delle quali siasi fatta la semplice zappatura, od anche un’aratura pel lungo dei due lati, ed all’altra invece cui, alla zappatura od all’aratura, siasi in seguito seminato qualche cosa sul terreno smosso, come sarebbe miglio, panico, fagiuoli, ecc., anche senza concime. Quale credete voi che vi si presenterà più vegeta di queste due moronate? Io vi rispondo che quella a coltura coperta avrà una vegetazione di gran lunga più rigogliosa di quella a coltura scoperta. Eppure alcuni proprietarj impediscono che si semini o si pianti cosa alcuna nella coltura o zappatura estiva dei gelsi, dicendo che loro si toglie nutrimento; ma non riflettono che dove il paese è asciutto, i raggi solari troppo forti sottraggono assai più d’una coltivazione di fagiuoli o di miglio, o che per lo meno, asciugando e riscaldando di troppo il terreno, impediscono che questo nutrimento si converta a beneficio del gelso.

La zappatura o la coltura del gelso adunque non sarà utile che dove il clima fosse freddo ed umido, e che fosse circondato da coltivazioni a radice troppo profonda, e dove queste coltivazioni ombreggiassero iiterreno per quasi tutto l’anno.

§ 602. Oltre a queste cause di deperimento, che possono dirsi generali e quasi naturali; altre ve ne hanno che possono condurre il gelso ad un più pronto deperimento, e sono:

Il terreno poco profondo, o mancante dei necessari principj, per cui il gelso, dopo pochi anni, volendo estendere le proprie radici in cerca di nutrimento, o ne resta impedito o non ne trova.

Un eccesso di nutrimento, combinato costantemente ad un abbondante taglio d’estate, per il che, non essendovi uno [p. 592 modifica]sfogo sufficiente agli umori, talvolta il gelso muore come apopletico; oppure essendo costretto ogni anno a fendere la propria corteccia per liberarsi da questa eccedenza, avviene che a poco a poco il legno rimasto allo scoperto si guasta, marcisce, si consuma, per cui spesso la pianta non è sostenuta che dalla corteccia indurita, mentre la vera parte legnosa è scomparsa affatto, lasciandone vuoto l’interno.

Le ripetute contrarie vicende meteoriche. Le brine che a primavera avanzata fermano e distruggono l’incipiente vegetazione; le soverchie siccità estive; i forti geli jemali preceduti da grande umidità, o seguiti da rapidi e saltuarj aumenti di temperatura. La grandine che per più volte in un anno, o per più anni consecutivi colga, distrugga o guasti anche soltanto le tenere cacciate dopo il taglio estivo.

Il contatto di radici guaste d’altro gelso, per cui vedesi nelle piantagioni, e singolarmente in quelle alquanto fitte, che se muore un gelso, l’anno seguente intristisce il vicino od i vicini, morendo essi pure, quasi sempre entro il 3.° o 4.° anno, quantunque dapprima si mostrassero assai vegeti; e questo disastro procede tant’oltre da guastare o da far perire entro pochi anni estesissime piantagioni. A voi che già conoscete la teoria della decomposizione de’ corpi organici, e l’azione de’ fermenti, è inutile dirvi che questo fatto fa parte e si spiega con quelle cognizioni che già avete su tale proposito; ma piuttosto vorrei che facendo attenzione a questo fatto, poteste avere una prova di più della verità di quanto vi esposi.

§ 603. Finalmente tutti i gelsi poco vegeti o deperenti, male esposti o piantati in luoghi troppo umidi o troppo secchi, si coprono di muffe e di licheni, e talvolta anche di funghi, i quali non sono altro che un indizio di alterazione della corteccia ed anche del legno. Queste muffe e questi licheni impediscono la traspirazione della corteccia, e così più presto conducono la pianta al deperimento; ed il voler togliere queste vegetazioni parassite di dosso a gelso, il più delle volte riesce senza effetto, perchè sussiste la causa, ossia il poco vigore della pianta, e l’alterazione incominciata delle sue parti. Epperò il più delle volte vi si rimedia col procurare al gelso maggior vigoria di vegetazione per mezzo di appropriati concimi, col risparmiargli la sfrondatura per qualche anno, e coll’adattarvi un ben inteso taglio di primavera. Ed un altra causa per cui un gelso può deperire avanti tempo è quella degli insetti, e specialmente dei topi campagnuoli, i quali rosicano [p. 593 modifica]volentieri la scorza delle radici che hanno un sugo denso dolciastro.

§ 604. Per ultimo dirò che la vita, ossia la durata proficua del gelso è tanto più breve, quanto più larga sarà la foglia della varietà innestata, perchè di solito è indizio di fibra assai porosa e poco resistente; come deperirà relativamente più presto quanta minor estensione potrà occupare colle radici; quanto più sarà potato largamente ogni anno; quanto più profondo sarà il lavoro del terreno presso il suo tronco, o quanto più profonde radici metteranno le annuali coltivazioni che gli sottostanno; quanto maggiore sarà l’umidità, o l’incostanza delle vicende atmosferiche; e quanto meno profondo e buono sarà il terreno nel quale è posto a vegetare.

§ 605. Fra gli agricoltori è opinione che dove sia morto un gelso più non ve ne possa allignare un altro, perchè non vivrebbe tutt’al più che 5 o 6 anni. Questo condurrebbe alla triste conseguenza che dopo un centinajo d’anni circa non vi sarebbe più un pezzo di terra nel quale piantare un gelso con speranza di buona riuscita. Nella pratica invero si osserva questo fatto, cioè che, rimettendo immediatamente un nuovo gelso al posto di uno che sia morto, riesce difficilmente, oppur muore anch’esso dopo pochi anni.

Per giudicare della giustezza di questa opinione importa indagare le cause probabili. E, prima di tutto, se al posto preciso dove morì un gelso se ne ponga un altro, le radici di questo incontreranno sicuramente parte delle radici guaste di quello che perì, e delle quali non si liberò affatto il terreno.

Inoltre è chiaro che dove morì un gelso, dopo d’avervi vegetato per buon spazio di tempo, il terreno sarà di già spoglio di quei principj inorganici necessarj anche ad un altro gelso, e che soltanto dopo molti anni possono nuovamente rinvenirsi in condizione assimilabile, per il lento decomporsi meccanico e chimico delle particelle terrose. Così, quando noi avremo trovato il modo di opporci all’influenza dannosa delle radici guaste, e di restituire al terreno quei principj che gli furono levati dal gelso morto, avremo anche trovato come un gelso possa benissimo allignare dove ne sia morto un altro.

Per ottenere tale intento, se il terreno è sgombro da coltivazioni, in agosto si leva il gelso morto, cavando nell’egual tempo la fuoppa, ed avvertendo soprattutto di mondar la terra [p. 594 modifica]cavata da ogni minima porzione di radice morta o guasta che vi si trovasse. La fuoppa sarà tanto più larga quanto più il gelso morto era vecchio, onde purgare una maggior quantità di terreno dalle parti guaste, e lasciar tempo al resto di bonificarsi avanti che le radici del nuovo gelso escano dalla buca. La terra cavata la si spande all’intorno non molto ammonticchiata, e la fuoppa la si lascia aperta per alcuni giorni, acciò il sole, l’aria e le piogge, facendo sentire la loro influenza al terreno, meglio lo dispongano a subire le necessarie modificazioni chimiche. Passati questi giorni vi si conduce una certa quantità di calce viva in polvere, che si va mescolando alla terra cavata, otturando la fuoppa. Nel dicembre si riapre la buca nella giusta larghezza, e nel cavar la terra le si procura una più eguale mescolanza colla calce. In primavera si passa poi all’impianto, concimando abbondantemente con frantumi di legna, e con la debita proporzione di concime animale.

Con questo metodo vi assicuro non solo che un gelso potrà vivere dove un altro sia morto, ma che anzi vi potrà prosperare. La calce viva frammista alla terra esercita nel terreno varj benefici effetti: essa dapprima distrugge le muffe vegetali, e per conseguenza annienta l’azione delle radici guaste; agisce sull’argilla del terreno facilitando l’assimilazione della potassa; e finalmente rifornisce il terreno di quella calce che gli fu levata dal gelso morto, per farla concorrere nella costituzione del legno del nuovo gelso. Perchè poi questo metodo riesca più sicuramente, si dovrebbe differire l’impianto un anno dopo aver ricolmato la buca con terra e calce.