Tragedie (Alfieri, 1946), Volume I/Parere dell'autore sull'arte comica in Italia

Parere dell'autore sull'arte comica in Italia

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Parere dell'autore sull'arte comica in Italia
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PARERE DELL’AUTORE
SULL’ARTE COMICA IN ITALIA


Per far nascere teatro in Italia vorrebbero esser prima autori tragici e comici, poi attori, poi spettatori.

Gli autori sommi possono bensí essere impediti, ma non mai da nessun principe né accademia creati.

Quando ci saranno autori sommi, o supposto che ci siano, gli attori, ove non debbano contrastare colla fame, e recitare oggi il Brighella, e domani l’Alessandro, facilmente si formeranno a poco a poco da se, per semplice forza di natura; e senza verun altro principio della propria arte, fuorché di saper la loro parte a segno di far tutte le prove senza rammentatore; di dire adagio a segno di poter capire essi stessi, e riflettere a quel che dicono (mezzo infallibile per far capire e sentire gli uditori); ed in ultimo di saper parlare e pronunziare la lingua toscana; cosa, senza di cui ogni recita sará sempre ridicola. E, prescindendo da ogni disputa di primato d’idioma in Italia, è certo che le cose teatrali sono scritte, per quanto sa l’autore, sempre in lingua toscana; onde vogliono essere pronunziate in lingua e accento toscano. E se in Parigi un attore pronunziasse in un teatro una sola parola francese con accento provenzale o d’altra provincia, sarebbe fischiato, e non tollerato, quando anche fosse eccellente per la comica.

Gli spettatori pure si formeranno a poco a poco il gusto, e la loro critica diventerá acuta in proporzione che l’arte degli attori diventerá sottile ed esatta: e gli attori diventeranno sottili ed esatti, a misura che saranno educati, inciviliti, agiati, considerati, liberi, e d’alto animo; questo vuol dire, per prima base, non nati pezzenti, né della feccia della plebe.

Gli autori infine si perfezioneranno assai, quando, recitati da simili attori, potranno veder in teatro l’effetto per l’appunto d’ogni [p. 56 modifica] loro piú menoma avvertenza, e giudicare dall’effetto dove s’abbia a mutare, dove a togliere, dove ad aggiungere. E fra autori, attori, e spettatori, che tutti tre sanno e fanno il dover loro, presto si cammina d’accordo; e non solo ogni sillaba e punto, ma ogni piú sottile intenzione dell’autore ha e dimostra, per mezzo dell’attore, il suo effetto presso gli spettatori. Questi tre si danno la mano, e sono ad un tempo stesso tutti tre a vicenda cagione ed effetto della perfezione dell’arte.

Restringendo dunque in brevissime parole il tutto, dico, che quando ci saranno gli autori sommi, e si pagheranno moltissimo gli attori perché divengan tali, gli spettatori saran belli e fatti. Un attore, che dirá bene delle cose buone, si fará ascoltare per forza; e chi le avrá sentite per solo un anno continuo, non vorrá piú in appresso sentirne delle mediocri, né mal recitate; ma anzi sempre di bene in meglio, perfezionando il proprio criterio, l’uditore terrá a segno gli autori e gli attori.

Nascano dunque e scrivano egregiamente gli autori; dicano da principio gli attori francamente, con intelligenza (cioè adagio), e toscanamente; stiano in profondo silenzio gli spettatori: e il teatro è nato. Perfezionato, lo sará da se, purché i principj siano stati sani; e tutti i principj riduco ad un solo, di dire adagio (cioè con intelligenza) cose che meritano essere ascoltate. Il formare attori, volendo da essi queste qualitá, senza cui attore non v’ha, di sapere la parte, e dire adagio, esclude di valersi assolutamente di nessuno di quelli che si chiamano tali presentemente in Italia. Avvezzi all’opposto per l’appunto di quel che si richiede, non si piegherebbero mai a nessuna vera scuola. Giovani di onesta nascita, di sani costumi, e di sufficiente educazione, sarebbero il proprio; e si troverebbero, stante la scarsezza dei beni di fortuna, sia in Toscana, che altrove; ma meglio sempre toscani per la pronunzia. La difficoltá maggiore è nel trovar donne, perché di onesti parenti non consentono a mostrarsi in palco; ma quando il mestiere di attore fosse illustrato dalla opinione pubblica, e la splendida loro paga esimesse da ogni sospetto i loro costumi, si troverebbero anche le donne: e con esse un ottimo segreto per farle recitare a senso, e non cantare a verso a verso, come sogliono, sará di dar loro la parte scritta come se fosse in prosa. Non dico però che né in uno, né in due, né in pochi anni si avrebbe una ottima compagnia; ma si avrebbe tale da potersi ascoltare, e da quella farne nascere altra migliore, e via via venirne poi all’ottimo, a cui in nessuna cosa [p. 57 modifica] da nessun popolo si è venuto di slancio. Ci si arriva tardi o tosto, pigliando la strada vera, che è sempre una; ma se si travia, non si ritrova mai piú, fuorché riprincipiando da capo. Questo è lo stato presente dell’Italia teatrale.

Se una tragedia o commedia degna d’esser ben recitata si volesse vedere in palco meno straziata del solito, direi agli attori qualunque siano: Leggetela prima e capitela; poi studiatela, poi recitatela a me; e non siate frattanto solleciti di nessuna cosa al mondo fuorché della parte vostra: posato sempre il principio che costoro possano per la loro educazione e circostanze ben capire e sentire quel che diranno. Io ascolto la prima prova, senza rammentatore affatto; me la recitano a senso, adagio, e con buona pronunzia. Costoro non sono però buoni attori; ma son giá tali, che l’Italia finora non ha neppure idea di simili. Biasimo molte cose, e sento la seconda prova: ne biasimo molte altre piú; e successivamente sento e biasimo la terza, e la quarta, e la decima. Costoro non combattuti dalla necessitá, pieni di una certa emulazione fra loro, stimolati anco dalla vergogna, dopo dieci prove han fatto la parte talmente propria, han detto cosí adagio, e hanno perciò avuto talmente campo a riflettere a quel che dicono, che a poco a poco son venuti a segno di dirlo assai meglio. Finalmente vanno in palco, e son certamente ascoltati, perché recitano, e non cantano: sanno ottimamente la parte, e ne son pieni, perché la sanno. Una cosa che dicono bene, apre gli occhi agli spettatori su cento altre che dicono male; e lodandoli di quella, non possono a meno di non biasimarli di quest’altre. L’attore riflette dopo al piú o meno effetto ottenuto; ragiona, combina, varia, riprova; e cosí in capo di dieci recite, l’attore e lo spettatore si sono migliorati l’un l’altro, e ciascuno ha imparato un poco piú l’arte sua; e cosí pure l’autore, che fra gli spettatori standosi, deve aver visto tante piú cose che niuno degli altri. Ecco il teatro che vola alla perfezione: scuola viva per gli autori, emulazione fra gli attori, dispute e arrotamento d’ingegno fra gli uditori. S’impara il valor delle parole quando elle sono ben poste dallo scrittore, e ben recitate dall’attore; si esaminano i pensieri, si riflette, si ragiona, si giudica.

Ma il credere che in nessun’altra maniera si possa principiare quest’impresa, è errore. Son da venti anni, che i nostri comici, smettendo le magíe, gli Arlecchini, e i Brighelli, si son creduti entrare in riga di attori: ma hanno recitato delle composizioni [p. 58 modifica] deboli, lunghe, snervate; o delle traduzioni simili, le quali neppure però hanno avuto quell’effetto di cui erano suscettibili stante la bontá dell’originale, che potea pur far perdonare la prolissitá e fiacchezza della traduzione. Costoro non hanno mai neppure per ombra contentato nessuna persona di senso e di gusto: da prima perché non seppero mai bene la parte loro; perché cantarono i versi, e non li recitarono (se pure quei versi erano recitabili non cantando); perché non capirono per lo piú la metá di quel che cantarono, poi perché da ineducati come erano faceano mille cose indecenti in teatro, cioè di boccheggiare se avevano a morire, di contorcersi e sfigurarsi se aveano ad esprimere qualche passione che non sentivano; perché avean fatto due o tre sole prove, e male, in vece di dieci esatte che bisognavano; perché avidi solamente di guadagno, e a ciò sforzati dalla loro miseria, han pensato solamente a far guadagno, e non a far bene; perché chi gli ha diretti, o non sapeva, o non voleva, o non poteva, o bestemmiandoli non vedeva l’ora di liberarsi da cosí indocili, ignoranti, e presuntuosi scolari; perché hanno recitato oggi la tragedia nuova con impegno, come essi dicono, ma la sera prima una commediaccia, e la sera dopo una tragediaccia; perché, perché, etc., e ne infilzerei dei perché piú di mille. Ma ognuno li sa; e a ridurli tutti in uno, dico, che non v’è stato finora in Italia neppure principio di vera arte comica, perché nessun’arte si sa da chi con molto amore e calore non l’impara; e nessuno la impara se non v’è chi col ben giudicarne la insegni; e nessuno la insegna se non v’è cosa che meriti d’essere l’oggetto di quell’arte. Niuno al certo potrebbe dirigere e insegnare la egregia scultura dove non si potesse avere nessuna materia nobile e soda da far delle statue: cosí non c’è arte di recita in Italia finora, perché non vi sono tragedie, né commedie eccellenti. Quando elle ci siano, non può essere molto lontano il nascimento dell’arte di recitarle; perché le cose degne d’essere ben dette, si faranno per forza dir bene, tosto che a lettura saranno intese, gustate, e sentite; e tosto che il tedio dei presenti eunuchi che tiranneggiano le nostre scene, richiamerá al teatro gl’italiani per pascer la mente, ed innalzar l’animo, in vece di satollare l’orecchio, e fra la mollezza e l’ozio seppellire l’ingegno.