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A Parteneide (versi sciolti)

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In morte di Carlo Imbottati (versi sciolti) Urania (poemetto)
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A PARTENEIDE.


E tu credesti che la vista sola
     Di tua casta bellezza innamorarmi
     Potente non saria, che anco del suono
     Di tua dolce parola il cor mi tenti,
     5Vergine Dea? Col tuo secondo duca1
     Te vidi io prima, e de le sacre danze
     O dimentica o schiva; e pur sì franco,
     Sì numeroso il portamento e tanto
     Di rosea luce ti fioriva il volto,
     10Che Diva io ti conobbi, e t’adorai.
     Ed ei sì lieto ti ridea, sì lieta
     D’amor primiero ti porgea la destra,
     Di sì fidata compagnia, che primo
     Giurato avrei che per trovarti ei l’erta
     15Superasse de l’Alpe, ei le tempeste
     Affrontasse del Tuna, e tremebondo
     Da la mobil Vertigo, e da l’ardente
     Confusion battuto, in sul petroso
     Orlo giacesse. Entro il mio cor fean lite
     20Quegli avversarj che van sempre insieme,

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     Riverenza ed Amor: ma pur sì pio
     Aprivi il riso, e non so che di noto
     Mi splendea de’ tuoi guardi, che Amor vinse,
     E m’appressai securo. E quel cortese,
     25Di cui cara l’immago ed onorata
     Sarammi infin che la purpurea vita
     M’irrigherà le vene, a me rivolto,
     Con gentil piglio la tua man levando,
     Fea d’offrirmela cenno. Ond’io più baldo
     30La man ti stesi; ma tremò la mano
     E il cor: chè tutto in su la fronte allora
     Vidi il dio sfolgorarti, e tosto in mente
     Chi sei mi corse, ed in che pura ed alta
     Aria nutrita, ed a che scorte avvezza.

35Mesto allor la tua vista abbandonai;
     Ma l’inquïeto immaginar, che sempre
     Benchè d’alto caduto in alto aspira,
     Sovra l’aspro sentiero a vol si mosse
     Del tuo vïaggio, e a te fidato, al sommo
     40Stette de l’Alpe, e si librò securo
     Sovra i vestigi e i desidèri umani.
     Poi riverito il tuo celeste nido,
     Di pensiero in pensier, di monte in monte,
     Seguitando il desìo, vêr la mia sacra
     45Terra drizzai le penne, ed i cognati
     Rèti giganti valicando, alfine
     Vidi l’Orobia valle. Ivi un portento
     Al mio guardar s’offerse: una indistinta
     Aeria forma or si movea qual pura
     50Nuvoletta d’argento, ed or di neve
     Fiocco parea che un bel cespuglio vesta.
     Ma pur l’immagin bella e fuggitiva
     Tanto con l’occhio seguitai, che vera
     Alfin m’apparve, a te simile alquanto,
     55Vergin nè tocca nè veduta ancora,
     E d’immortal concepimento anch’ella.
     Non tenea scettro, non cingea corona

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     Se non di fiori; e sol di questi vaga,
     Fra i color mille, onde splendea distinta
     60La verdissima piaggia, or la vïola,
     Or la rosa sceglieva, or l’amaranto,
     Tal che Matelda rimembrar mi féo,
     Qual la vide il divin nostro Poeta
     Ne l’alta selva da lui sol calcata.
     65Ed ecco alfin, del mio venire accorta,
     Volger le luci al pellegrin parea
     Piene di maraviglia, e la rosata
     Faccia levando, mi parea guardarlo,
     E sorridere a lui come si suole
     70Ad aspettato. E quando io de la diva
     Bellezza innebrïato e del gentile
     Atto, con l’ali de la mente a lei
     Appressarmi tentai, se udir potessi
     Come in cielo si parla, affaticate
     75Caddero l’ali de la mente, e al guardo
     Tacque la bella visïon. Ma sempre
     Da quel momento la memoria al core
     Di lei ragiona. E quando in sul mattino
     Leve lo spirto dal sopor si scioglie
     80(Allor per l’aria de’ pensier celesti
     Libero ei vola, e da le basse voglie
     De la vita mortal quasi il divide
     Un deserto d’obblio), sempre in quell’ora,
     Più che mai bella, quella eterea Virgo
     85Mi vien dinnanzi. Or d’oro e d’onor vani
     Nessun mi parli; un solo amor mi regge,
     Sola una cura: degli Orobi dorsi
     Rivisitar l’asprezza, e questa Diva,
     Deh! mel consenta! accompagnar primiero
     90Per le italiche ville pellegrina.
     Che se l’evento il mio sperar pareggia,
     Se nè la vita nè l’ardir mi falla,
     Forse, più ardito condottier già fatto,
     Ti piglierò per mano; e come valgo,
     95Maraviglia gentile alla mia sacra

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Italia io mostrerotti, a quella augusta
D’uomini Madre e d’intelletti, augusta
Di memorie nutrice e di speranze.2

1807.

Note

  1. Il Fauriel, che avea tradotto in prosa francese il poema idillico in dodici canti, e in tedesco, del danese Baggesen, «Parthénäis». La traduzione fu pubblicata solo più tardi nel 1810.
  2. Postilla del Manzoni sulla copia autografa mandata al Fauriel:
    «Quando ai due illustri amici [il Baggosen ed il Fauriel] non pajano
    affatto cattivi, mi studierò di farli ancor men cattivi, avendo già notate vario coso da levarsi, o pensatene alcune che si potrebbero più
    opportunamente aggiungere». Sulla copia scrisse: «non corretto». Cfr. A. De Gubernatis, Il Manzoni ed il Fauriel, 2ª ediz., Roma, 1880, p. 40 ss.