Storia delle arti del disegno presso gli antichi (vol. I)/Libro sesto - Capo II

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C a p o   II.


Altre parti e fregi del vestito — Le donne coprivansi il capo col velo... colla cuffia... e col cappello - Usavano i calzari — Aveano de’ fregi alla veste... e in elegante e varia maniera, se la adattavano — Usavano altri ornamenti... ai capelli... alle orecchie... e sulla fronte... e portavano de’ braccialetti.


Altre parti e fregi del vestito Ci resta ora a parlare di ciò con che gli antichi Greci, e singolarmente le donne, coprivansi le altre parti del corpo, e della maniera loro di adattarsi la veste, e di ornarsi.

Le donne coprivansi il capo col velo... §. 1. Comincieremo dalla testa, che generalmente scoperta portavano le donne, tranne il panno o velo, di cui, come si è detto, parte ne sollevavano sul capo, e parte ne adoperavano a coprirsi il volto medesimo, quale appunto vien rappresentata Giunone:

.... Illa sedet dejecta in lumina palla1.

§. 2. Usavano per la testa eziandio un velo particolare, ossia un piccol panno quadrangolare; quello probabilmente che diceasi θέριστρον da’ Greci, flammeum e rica da’ Latini, e questi davano tai nomi specialmente al velo delle vergini2, ma il nome più usitato presso i poeti è καλύπτρη 3; e tai veli, a cagione della finezza e trasparenza loro, ai ragnateli s’assomigliavano4. Gli antichi scrittori fanno sovente menzione de’ panni o veli distinti dalla veste, coi quali le donne soleano coprirsi il capo: cosi Apollonio parla del bianco velo che pendea dal capo di Medea:

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ἀμβροσίῳ δ´ ἐφύπερθε καρήατι βάλλε καλύπτρην
Ἀργυρέην5.

Sono pure simili veli mentovati in un greco epigramma6. Non saprei però decidere, se Elena ἀργεννῇσι καλυψαμένη ὀθόνῃσιν, ricoperta di veli bianchi7, ovvero ἑανῷ ἀργῆτι, di velo bianco8, siffatti veli portase; poiché, siccome rileviamo da Polluce9, i Greci medesimi de’ bassi tempi nemmen essi ben intesero il vero senso delle voci ἑανός e πέπλος da Omero e da altri poeti usate10. L’unico velo di quella maniera, che veggasi fra gli antichi monumenti di Roma, è qual bianco panno, onde ha coperto il capo Esione in un bel musaico della villa Albani11. Il color bianco sembra indicare un pannolino, che le donne asiatiche portar soleano, e che per la grandezza, pel colore, e per la forma rassomigliandosi ad uno sciugatojo, chiamavasi χειρόμακτρον12.

... colla cuffia... §. 3. Le donne d’età avanzata usavano certa maniera di cuffia, di cui si può prendere un’idea da quella statua del museo Capitolino, che mal a proposito credesi una Prefica, e in cui io ravviso piuttosto un’Ecuba, che alza lo sguardo, quasi in atto di rimirare il nipote suo Astianatte precipitato dalle mura di Troja. Porta una simile cuffia la figura d’una giovane Baccante su un gran vaso rotondo di marmo; e con somiglievole panno coperto hanno il capo una giovanile e bella maschera tragica nel palazzo Albani, un’altra simile [p. 425 modifica]maschera nel palazzo Lancellotti, e la Ninfa Oenone, prima amante di Paride, fu un basso-rilievo della villa Lodovisi.

... e col cappello. §. 4. Quando aveano ad esporsi al sole o ne’ viaggi portavano le donne un cappello tessalo, simile a’ cappelli di paglia poco men che piatti, che portar sogliono le contadine toscane e d’altri paesi: que’ cappelli erano generalmente bianchi, come rilevali da alcuni vasi dipinti13. Sofocle introduce con simile cappello Ismene la più giovane delle figlie d’Edipo, che il padre suo seguito avea da Tebe ad Atene14; e tal cappello, gettato però dietro agli omeri, porta un Amazzone a cavallo combattente contro due guerrieri fu un vaso dipinto della collezione del signor Mengs. Usavano inoltre il cappello le sacerdotesse di Cerere15; e in un gran vaso marmoreo nella villa Albani16 tienlo in capo Pallade, come cacciatrice; ben sapendosi che quella dea pur amava la caccia17. Quel che sulle Cariatidi ci sembra un canestro, non potrebb’egli essere una specie di cappello, usato in qualche distretto della Grecia? Le donne egiziane portano anche oggidì sul capo un non so che di somiglievole18.

Usavano i calzari... §. 5. Il piede delle figure muliebri ora in un’intera scarpa trovasi chiuso, or non ha che una suola19. Le scarpe veggonsi a molte figure delle pitture d’Ercolano, ove talora son gialle20, quali pur le avea Venere su una pittura delle Terme di Tito21, e quali pure le portavano i Persi22. Alcune statue muliebri, come la Niobe, hanno le scarpe intere larghe e piane in punta, le cui suole, legate al di sotto, [p. 426 modifica]sono sovente grofle un buon dito, e son talora di più d’una suola composte: talora erano ben cinque insieme cucite, e tante ne sono indicate per mezzo de’ tagli incavati nelle suole d’una bella Pallade nella villa Albani23, ove la suola tutta è grossa, due dita. Quadrisole24 chiamavansi quelle, che di quattro suole erano formate. E’ probabile, che per sì grosse suole gli antichi usassero il sughero, e perchè leggiero, e perchè l’umidità non riceve, come si usa anche oggidì da parecchi25. La suola venia sì al di sopra che al di sotto coperta da pelle, la quale formava un orlo sopra il legno tutto all’intorno, come vedesi in una piccola Pallade di bronzo nella villa Albani26. Son di questa maniera le suole d’una Pallade, maggiore del naturale nella villa Lodovisi, opera d’Antioco ateniese: son esse alte tre dita, ed hanno tutt’all’intorno un fregio a tre giri. Quando il piede era coperto da una semplice pelle superiormente allacciatavi con una coreggia (qual si vede nelle due statue di re traci prigionieri in Campidoglio27, e quale la portano anche oggidì i contadini fra Roma e Napoli) tali calzari allora chiamavansi ἁπλᾶς, e μονοπέλμα ὑποδήματα28. Gli antichi, sì uomini che donne, portavan eziandio certe suole di corda lavorata a rete, come le veggiamo nelle figure degli dei su un’ara della villa Albani29; e dicevansi ῥαίδια, voce che Polluce spiega, dicendo πολυέλικτον ὑπόδημα, cioè una scarpa a molti intrecci30. S’è trovata in Ercolano un’altra specie di scarpe di [p. 427 modifica]

corda, ove questa è disposta in molti lunghi giri: di corda era pure, e attaccata alla suola, la parte che copriva il calcagno. Il coturno era una suola di grossezze diverse, ma generalmente era alta quanto è larga la mano: è quefto un distintivo della Musa tragica31, la cui statua nella villa Borghese ha un coturno alto ben cinque pollici di palmo romano. Dal coturno teatrale distinguer si dee quel de’ cacciatori e de’ guerrieri, che è una specie di mezzo stivaletto, e che la maggior parte degli scrittori32 confondono con quello. Soleasi allacciare il coturno con una coreggia, la quale, partendo dalla metà della suola, veniva a fissarsi sul mezzo del piede superiormente; ma questa stringa trovasi di raro nelle figure di divinità femminili. Si scorge però essa al di sotto della suola, ove questa parte è visibile, ed è particolare ciò che narra Plinio delle suole nella sedente statua di Cornelia madre dei due Gracchi, le quali erano senza la mentovata stringa33. Osserverò qui che in nessun antico monumento le suole o le scarpe hanno sotto il tallone quell’aggiunta che noi chiamiamo tacco, fuorché nella figura muliebre d’una pittura d’Ercolano34, in cui le scarpe son rosse, e ’l tacco colla suola di color giallo35. Questi tacchi chiamavansi καττύματα, ed erano formati di pezzetti di cuojo insieme uniti36.

Aveano de’ fregi alla veste... §. 6. Parlando degli ornati muliebri, dobbiamo distinguere quell’ornarsi che sol consiste nella leggiadra maniera di disporre e gettare i panni, o i veli, e formarne le pieghe, dai fregi che ai panni medesimi intessuti sono, [p. 428 modifica]ricamati, o cucitivi sopra, e che con proprio nome chiamansi guarnizione del vestito.

§. 7. Sì la veste che il manto avean generalmente un fregio all’orlo tutt’all’intorno, detto da’ Greci πέζας κυκλὰς, o περιπόδιον, e dai Romani limbus. Il più comune era una lista di porpora, cui pur usavano negli abiti virili gli Etruschi37 e i Romani38; le donne però aveano all’orlo inferiore una o più liste a varj colori. Una sola ne avea la veste delle figure dipinte sulla tomba di C. Cestio: due di color giallo se ne veggono sulla velie d’una Musa nelle così dette nozze Aldobrandine: tre di color rosso con bianchi fiori intessutivi ne ha la Roma del palazzo Barberini, e per fin quattro alcune figure sulle pitture d’Ercolano, nel cui museo sta pure la mentovata statua marmorea di Diana d’antichissimo stile con simili liste sulla veste dipinte. Sebben generalmente un facile e presto lavoro fosse l’attaccare tal guarnizione all’orlo delle vesti, talora però il fregio era di molto studio ed arte, come ne fanno fede alcune pitture degli antichi vafi, ove con somma diligenza dipinte sono siffatte fimbrie. La guarnizione più gradita par che fosse il così detto meandro39. Di esso fa menzione un greco epigramma40; e così fregiati sono i lembi delle vesti non sol femminili, ma ben anche virili fu parecchie figure de’ bei vasi Hamiltoniani: ivi è fra le altre la figura mezzo ignuda d’un re sedente collo scettro in mano, intorno al cui manto gira un meandro; e consimile fregio ha la veste d’una figura etrusca in bronzo41. [p. 429 modifica]Le figure dipinte su i mentovati vasi hanno non solo al lembo inferiore della veste, ma eziandio sul petto per dinanzi ed ai fianchi dall’alto al basso la lista a varj fregi, or fatta a scacchi, ed or con arabeschi simili a tralci di viti. Su un vaso del console d’Inghilterra a Napoli, ove rappresentasi Arianna e Teseo42, scende a quella dal petto fino a’ piedi una striscia di color cupo interrotta da lineette orizzontali a foggia di aze. Il vestito muliebre era pur talora ornato di stelline intessutevi: tal abito portò Demetrio Poliorcete43, e così vestito era l’eroe Sosipoli su un antico quadro44.

... e in elegante e varia maniera, se l’adattavano §. 8. Fra l’ornato, che consiste nella guarnizione, e l’ornato che risulta dalla maniera di disporre il vestito leggiadro, v’è quello stesso rapporto che s’osserva fra la bellezza e la grazia; e in fatti volgarmente grazia pur si chiama ed eleganza la maniera di ben adattarsi le vesti. Quella eleganza però non avea luogo propriamente se non nella sopravveste e nel manto o pallio, che a piacimento gettavansi or su una or su l’altra parte del corpo; laddove la tunica, e dalla veste superiore e dal cingolo stretta, venia sempre ad avere la stessa disposizione e le medesime pieghe. Quella altresì meglio al vestito degli antichi convenía che al nostro, il quale, in amendue i sessi generalmente stretto alla vita, non dà luogo a varie e belle maniere di panneggiamento.

§. 9. Essendo questo stato differente nelle diverse epoche dell’arte, dal ben divisarne i cangiamenti avremo in esso un argomento per distinguere gli stili e i tempi diversi. Diritte per lo più scendono, o poco curve almeno, le pieghe del vestito nelle più vetuste figure; ma prende abbaglio l’imperito scrittore45 che tali esser pretende tutte le pieghe degli antichi panneggiamenti; e non s’è avveduto che le pieghe [p. 430 modifica]delle figure da lui apportate in esempio, essendo nella sottoveste, necessariamente diritte esser doveano. Ne’ migliori tempi dell’arte studiavansi gli artisti d’introdurre nel panneggiamento della sopravveste e del manto tutta la varietà e l’eleganza possibile, e veniasi così a rappresentare il vestito, quale probabilmente portato s’era anche ne’ tempi antichissimi; ma l’arte allora non ancor sapeva imitare tutte le direzioni delle pieghe diversificate all’infinito. A questo grado di perfezione ben giunse ne’ tempi posteriori, e tutta la immaginabile varietà ed eleganza di panneggiamento vedesi con sorpresa eseguita, non solo nelle pitture e ne’ disegni, ma ne’ più duri, sassi, nel porfido stesso; onde quel moderno artista, che nel panneggiamento della Niobe trova una riprensibile monotonia, non dee certamente aver veduta quella figura, il cui vestito si annovera a ragione fra i più eleganti panneggiamenti di tutta l’antichità46. Talor però l’artista mirava a far vedere la bellezza del nudo, e non faceva allora nessuna pompa di panneggiamento; la qual cosa si osserva nelle figlie di Niobe, che han la veste attaccata alla vita, non iscorgendovisi pieghe, se non ove s’incava; o almeno nelle parti sollevate son esse leggerissime e basse, e sembran tirate soltanto, quanto era necessario per indicare il panno. E questo, a mio parere, è stato fatto assai giudiziosamente, poiché quando una parte del corpo è rilevata, e da essa cade dai due lati libero il panno, ivi non sono pieghe, le quali vanno solo a formarsi [p. 431 modifica]ov’è una cavità. Le moltiplici e spezzate pieghe, che sono sì ricercate nei panneggiamenti dalla maggior parte de moderni statuarj e pittori, non teneansi già in conto di bellezza presso gli antichi, i quali altronde ben sapeano far panneggiamenti variati ed eleganti, come vedesi nel manto del Laocoonte, e in un altro panno gettato sopra un vaso segnato col nome dell’artefice ΕΡΑΤΩΝ esistente nella villa Albani47.

Usavano le donne altri ornamenti... §. 10. Fra gli ornamenti muliebri, oltre quei che serviano, di guarnizione alla veste, annoverarsi denno quei del capo, delle braccia, e de’ piedi. Della capigliatura già abbiamo ... ai capelli... parlato ne’ Capi antecedenti, e poco altronde vi è da osservare sull’acconciatura de’ capelli nelle antiche figure greche, ove ben di rado son messi a ricci, e ove la chioma femminile è più semplice che quella degli uomini48. Nelle [p. 432 modifica]figure del più sublime stile i capelli son pettinati, lisci, e piani, se non che vi si veggono incavate alcune fine strisce serpeggianti: nelle fanciulle49 son essi annodati in cima del capo50, ovvero sulla nuca ravvolti intorno ad una specie di spillone51, che però nelle figure loro non è visibile, fuorché in una sola romana52 riferita da Montfaucon53. Con sì semplice acconciatura di capelli compariva sulla scena l'attrice principale della greca tragedia54.

§. 11. Talora nelle figure femminili greche, come nelle etrusche d’amendue i sessi, sono legati di dietro i capelli, e sotto il legame scendono in grandi ciocche parallele. Tale è la capigliatura nella mentovata Pallade della villa Albani, in una più piccola Pallade trasportata in Inghilterra, anzi in tutte generalmente le figure di quella dea, nelle Cariatidi della villa Negroni, nella Diana del museo Ercolanese, e in molte altre figure. Per tanto mal s’appone Gori, che pretende essere i capelli così legati un distintivo delle figure etrusche55.

[p. 433 modifica]§. 12. Le trecce ravvolte intorno al capo, quali Michelangelo le diede a due statue femminili sul mausoleo di Giulio II., non si vedono su nessun’antica statua. Si trovano bensì de’ capelli rimessi, ossia una specie di parrucca, su alcune teste di danne romane; e la statua di Lucilla, moglie di L. Vero, in Campidoglio56 ha la capigliatura scolpita in marmo nero, in guisa che staccarsi può dalla testa.

§. 13. I capelli son tinti di rosso in molte statue, come nella Diana del museo d’Ercolano, in una piccola Venere del museo medesimo alta tre palmi, che preme con ambe le mani la propria chioma bagnata, e in una statua muliebre vestita, nel cortile dello stesso museo, la quale ha una testa ideale. Indorati erano nella Venere de’ Medici, e nella testa d’un Apollo del museo Capitolino; e in una bella Pallade di marmo di grandezza naturale, fra le statue Ercolanesi a Portici, sì grosso n’era l’oro, che se ne poteano staccare le foglie.

§. 14. In alcune circostanze le donne recidevansi i crini57, come la madre di Teseo58, e una vecchia dipinta da Polignoto a Delfo59, il che forse nelle vedove indicare volea il loro interminabile dolore, come in Clitennestra e in Ecuba60. Lo stesso faceano i figli per la morte del padre loro61, e ciò sappiamo di Elettra e d’Oreste; anzi lo veggiamo nelle loro statue nella villa Lodovisi62. I mariti gelosi recideano la chioma alle donne loro, ora in punizione d’illeciti amoreggiamenti, ora per prevenirli, costrignendole così a non uscir di casa63.

[p. 434 modifica]§. 15. Su alcune monete e su qualche antica pittura vegliamo delle teste femminili, e talor anche divine, coperte d’una rete, la qual maniera è in uso anche oggidì in alcuni paesi dell’Italia e della Spagna. Di questa specie di cuffia chiamata da’ Greci κεκρύφαλος64 ho già parlato altrove65. Qualche volta s’attaccavano delle gemme alla fascia ond’aveano cinto il capo66.

.. alle orecchie... §. 16. Ebber gli orecchini alcune delle più antiche sta- tue, come la Venere di Prassitele: e dalle orecchie traforate argomentiamo che pur li avessero le figlie di Niobe, la Venere Medicea, la Leucotea, e una bella testa ideale di basalte verde nella villa Albani. Due sole figure in marmo però si sono fino a noi conservate coi pendenti di forma rotonda lavorati sullo stesso marmo, quali a un di presso veggonsi su una figura egiziana67. La prima è una delle due Cariatidi nella villa Negroni, l’altra è una Pallade che pria stava nel romitorio del card. Passionei presso i Camaldolesi sopra Frascati, e da alcuni anni è stata trasportata in Inghilterra. Hanno simili orecchini due busti di terra cotta alla casa di campagna del conte Fede nella villa d’Adriano. Apulejo fa pur menzione de’ pendenti che portavano i giovanetti68, e veggonsi questi ad Achille su un vaso di terra nella biblioteca Vaticana69. Platone eziandio parla nel suo testamento70 di orecchini d’oro, e Senofonte rimprovera Apollonide71 che per essi aveasi traforate le orecchie.

§. 17. Nè perchè io, parlando delle orecchie traforate e de’ pendenti nelle statue, non ho addotte ad esempio se non [p. 435 modifica]teste ideali o di dee, si creda che abbracci l’opinione del Buonarruoti72 secondo il quale alle fole figure divine tai fregi convengono. Io sento l’opposto, e addurronne in prova delle teste cavate dal vero in cui traforate sono le orecchie, le teste cioè d’Antonia moglie di Druso, di una Matidia nella villa Lodovisi, e di vecchia donna in un busto del museo Capitolino73.

...sulla fronte... §. 18. Le donne di qualità soleano portare eziandio certo fregio sulla fronte, formato di pietre preziose, simile in qualche maniera a quel ciuffetto di penne, detto volgarmente sultanino, che portano le donne oggidì74. Ha, fra le altre, quello fregio una Venere nel giardino del palazzo Farnese, il cui volto è cavato dal vero, e rappresenta una Marciana figlia d’una sorella di Trajano75. V'è nella villa Panfili un busto della medesima, che tien sulla fronte una mezza luna colle corna in su rivolte; e ciò può dar lume a ben intendere un passo di Stazio, ove Alcmena madre d’Ercole descrivesi colla chioma fregiata con tre lune:

. . . tergemina crinem circumdata luna76:

probabilmente per indicare le tre notti continuate, nelle quali Ercole fu conceputo.

... e portavano de’ braccialetti. §. 19. Erano i braccialetti un fregio delle braccia: aveano generalmente la figura d’un serpe, e talora erano un cordone terminato con due teste di serpente77; le quali pur soleano mettersi ai due capi del cingolo militare:

Baltheus, & gemini committunt ora, Dracones78.


Parecchi braccialetti d’oro di questa forma serbansi ne’ musei d’Ercolano e del collegio Romano. Quell’ornamento [p. 436 modifica]nelle figure ora sta nella parte superiore del braccio, come nelle due Ninfe dormenti del Vaticano, e della villa Medici, che perciò furon credute immagini di Cleopatra79, e questo è il braccialetto propriamente detto; ora cinge il polso presso la mano, come s’usa oggidì: una delle mentovate Cariatidi della villa Negroni ha in tal luogo un braccialetto a quattro cerchi. Chiamavasi questo περικάρπια da καρπός, che significa l’osso del polso, ovvero ἐπικάρπιοι ὄφεις80, per distinguerlo da quello, che cingeva la superior parte del braccio, e diceasi περιβραχιόνιος ὄφις81. Alle Baccanti talora in vece de’ braccialetti, veggonsi attorcigliati al braccio de’ serpenti, che ne hanno la forma82. Vi sono anche de’ braccialetti consistenti in una semplice fascia, e questi diceansi στρεπτοὶ83.

§. 20. Usavano a portare i braccialetti anche i Generali romani, allorché trionfavano nella capitale84. Tal fregio però non hanno né Tito né Marc’Aurelio rappresentati su i loro cocchi trionfali85, o perchè allora fosse cessata talusanza, o perché credessero tal ornamento disdicevole fu un pubblico monumento alla maestà delle persone e del luogo.

§. 21. Aveano il loro fregio anche le gambe, ed era un anello sopra la caviglia, o una fascia, propria principalmente alle Baccanti86. Or più or men cerchi ha quest’anello, e cinque ne ha in due Vittorie su un vaso di terra nel museo del signor Mengs. Simili anelli portan anche oggidì le donne ne’ paesi orientali8788.

Note

  1. Val. Flacc. Argon. lib. 1. vers. 132.
  2. Scalig. Appendix ad Conject. in Varr. de Ling. lat. lib. 4. pag. 182. [ Il flammeo era di color sanguigno, e serviva alle spose per il giorno delle nozze. Plinio lib. 21. cap. 8. sect. 22., Scoliaste di Giovenale Sat. 6. v. 224. La rica era anche un velo del capo, ma serviva forse in occasione di mestizia. Vedasi il Pitisco Lex. Antiq. Rom. V. Rica.
  3. Æsch. Suppl. v. 128., Q. Calab. Troja expugn. lib. 14. vers. 45.
  4. Eurip. Androm. v. 830., Epigr. græc. in Kust. not. ad Suid. V. Κεκρύφαλος.
  5. Argon. lib. 3. vers. 833:
    [Et capiti unguentato supernjicit velum
    Candidum.
  6. Anthol. lib. 7. num. 10. vers. 5.
  7. Hom. Iliad. lib. 3. vers. 141.
  8. Idem ibid. vers. 419.
  9. Onom. lib. 7. cap. 13. segm. 51.
  10. Clemente Alessandrino Pædag. lib. 2. cap. 10. pag. 238. in fine parla dell’usanza comune a’ suoi tempi di portare il velo di color di porpora; e rosso e difatti il velo di una donna nella Tavola delle pitture d’Ercolano, che cita Winkelmann nella nota seguente. Forse le sole donne oneste solevano portarlo calato fin sotto gli occhi, come si raccoglie da Aristeneto lib. 2. epist. 18. pag. 265.
  11. Monum. ant. ined. num. 66. [ Winkelmann nella spiegazione di questo numero Par. I. cap. 25. pag. 91. aggiugne: „ Peraltro nelle pitture del museo Ercolanese Tom. iI. Tav. 23. trovansi delle figure femminili con un simil velo; e così sembra esser quello di Giunone in un medaglione di Giulia Salonina presso Venuti Num. Vat. Alb. max. mod. Tab. 86. n. 3.
  12. Athen. Deipnos. lìb. 9. c. ult. p. 410. E.
  13. Dempst. De Etruria reg. Tab. 32.
  14. Sophocl. Œdip. Colon. vers. 306.
  15. Tertull. de Pall. cap. 4. num. 8. pag. 69. la confonde colla scarpa d’una suola.
  16. Monum. ant. ined. num. 65.
  17. Callim. Hymn. Pallad. vers. 91., Stat. Thebaid. lib. 2. vers. 243., Aristid. Orat. Min. Tom. 1. pag. 14.
  18. Belon Observ. liv. 2. ch. 35. [ Non dice altro se non che portano un velo in capo, che loro scende su gli occhi.
  19. Ora la scarpa è chiusa davanti, e aperta dietro a modo delle nostre pianelle, o pantufole; come si vede nelle Pitture d’Ercolano Tom. 1. Tav.23.; e si chiamava crepida dagli antichi Greci, e Romani per il rumore, che fa nel camminare. Lens liv. 2. chap. 2.
  20. Tom. IV. Tav. 42 pag. 199.
  21. Bart. Pitt. ant. Tav. 6.
  22. Æsch. Pers. vers. 662.
  23. Che sta nel casino.
  24. Archel. Disput. pag. 23.
  25. Tale usanza presso gli antichi si rileva principalmente da un passo del poeta Alesside riferito da Clemente Alessandrino Pædag. l. 3. cap. 2. pag. 256. princ., e di Ateneo Deipnos. lib. 13. cap. 3.pag. 568. B.; e vi si dice, che solevano portarlo per comparire più grandi. Plinio lib. 16. cap. 8. sect. 13. scrive, che le donne solevano portarlo d’inverno: in hiberno fœminarum calceatu: forse per ripararsi meglio dall’umido, e dal fango. Da Polluce Onom. lib.7. c. 22. segm. 92. rileviamo, che i Tirreni portavano la suola di legno alta quattro dita, coi lacci dorati, perchè eran del genere dei sandali; e che Fidia ne calzò Minerva. Il signor abate Visconti Museo Pio-Clementino Tom. I. p. 51. crede che possano esser di questo genere i calzari della Urania dello stesso Museo rappresentata nella Tav. 26.
  26. Vedi a quella della Tavola XIII.
  27. Vedine la figura nel Tomo iI.
  28. Casaub. Not. in Æn. Tact. cap. 32. oper. Polybii Tom. iI. pag. 1778.
  29. Monum. ant. ined. num. 6.
  30. Οnom. lib. 7. cap. 21. segm. 93.
  31. Monum. ant. ined. Part. IV. cap. 9. §. 1. pag. 248.
  32. Scalig. Poet. lib. 1. c. 13., Pitt. d’Erc. Tom. I Tav. 4. num. 10, p. 18., & Tav. 35 num. 22.pag. 186.
  33. lib. 34. cap. 6. sect. 14.
  34. Si vede alto su di altri monumenti, e specialmente alle figure della Giunone Lanuvina, colle scarpe repande, nelle monete, e tra le altre nel rovescio di una della famiglia Procilia presso Begero Thes. Brandeburg. Tom.I. pag. 580.
  35. Pitt. d’Erc. Tom. IV. Tav.43.
  36. Schol. Aristoph. Equit. vers. 317.
  37. Buonarr. ad Dempst. Etrur. §. 33. p. 60.
  38. Poiché la porpora era in tanto credito presso quelli popoli, presso i Greci, ed altri, e tanto universale presso di loro era l’uso di portare gli abiti, o almeno ornarli di strisce, di questo colore, come a lungo osserva il Rubenio De re vestiaria; non potrebbe dirsi con maggior fondamento, che Pindaro Olimp. Ode 6. Antistr. 5. vers. 4. queste volesse alludere quando chiamò Cerere φοινικόπεζα non già alli piedi, che alle di lei figure si tingessero di rosso, come spiega Winkelmann sopra pag. 22. princ.; o al colore di alcuni prodotti, che raccoglievansi nella campagna, e si ponessero ai piedi di quelle, come intenderebbe Gautier nelle note alla sua traduzione di quello passo?
  39. Chiamato oggidì da noi lavoro alla greca.
  40. Anthol. lib. 6. cap. 8. epigr. 17., & 18.
  41. Buonarr. Osserv. istor. sopra alc. medagl. pag. 93.
  42. Monum ant. ined. num. 99.
  43. Athen. Deipos. lib. 12. cap. 9. p. 535.
  44. Paus. lib. 6. cap. 25. pag. 517. [E ne vestiva talvolta anche Nerone, come attesta Suetonio nella di lui vita cap. 25.
  45. Perrault Parall. Tom. I. sec. dial. p. 124.
  46. Falconet Reflex. sur la sculpt. Œuvr, Tom. I. pag. 51. [ Il signor Huber ha tolta dalla sua traduzione, non so perchè, questa critica di Falconet. Questi se ne difende nelle sue Observ. sur la statue de M. Aurel. cit. Tom. I. Pag. 235. col dire, che ha parlato loc. cit. della famiglia di Niobe, non di Niobe stessa: ed è vero. Il signor Lens Le Costume, ec. liv. 2. chap. 1.pag. 53. ha creduto di dover espressamente riprovare il panneggiamento di questa al pari di quello delle altre figure dello stesso gruppo, per timore, che il giudizio di Winkelmann in questo luogo non faccia prendere un concetto svantaggiosissimo degli antichi riguardo al panneggiare. Noi diremo, che questa pretensione del signor Lens nel biasimare il panneggiamento di quella statua è troppo avanzata; come si crede troppo eccessiva la lode, che ne fa monsignor Fabroni nella Dissertazione su tutte queste flatue pag. 12., ove amplificando il sentimento di Winkelmann, lo chiama di un gusto, e d’una intelligenza unica. Egli poi si è fidato dello stesso Winkelmann nel ripetere la critica dì Falconet.
  47. Descript. des pierr. grav. du Cab. de Stosch, cl. 2. sect. 13. n. 959. pag. 167.
  48. Se crediamo ad Ovidio non era certamente semplice nè uniforme l’acconciatura de’ capelli predo le donne romane de’ giorni suoi. Ognuna, dic’egli, dando insegnamenti d’amore, scelga quella moda che è più confacente al suo volto. Una in due li divida sulla fronte, l’altra ivi dalle tempie li sollevi, onde libere veggansi le orecchie: questa si lasci cader sugli omeri lo sparso crine: quella stretto lo annodi, come Diana cacciatrice ec. Ecco i suoi medesimi versi de Arte am. lib. 3. vers. 135. segg.:

    Nec genus ornatus unum est: quod quamque decebit,
    Eligat; & speculum consulat ante suum.
    Longa probat facies capitis discrimina puri:
    Sic erat ornatis Laodamia comis.
    Exiguum summa nodum sibi fronte relinqui,
    Ut pateant aures, ora rotanda volunt.
    Alterius crines humero jactentur utroque.
    Talis es assumpta, Phœbe canore, lyra.
    Altera succincta, religetur more Dianæ;
    Ut solet, attonitas cum petit illa feras.
    Huic decet inflatos laxe jacuisse capillos:
    Illa sit astrictis impedienda comis.
    Hanc decet ornari testudine Cyllenea,
    Sustineat similes fluctibus illa sinus.
    Sed neque ramosa numerabis in ilice frondes,
    Nec quot apes Hyble, nec quot in Alpe feræ;
    Nec mihi tot positus numero comprendere fas est;
    Adjicit ornatus proximi quæque dies.
    Et neglecta decet multas coma sæpe jacere:
    Hesternam credas; illa repexa modo est.
    Ars casum simulet . . . . . . . . . .
    . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
    Fœmina canitiem germanis inficit herbis;
    Et melior vero quæritur arte color.
    Fœmina procedit densissima crinibus emptis,
    Proque suis alios efficit ære suos.
    Nec rubor est emisse palam . . . . . .

  49. Paus. lib. 1. cap. 20. pag. 638. lin. 27., lib. 10. cap. 25. pag. 862.
  50. In una rarissima moneta d’argento della città di Taranto siede Taras, figliuolo di Nettuno, su un cavallo, come suol essere rappresentato nella maggior parte delle monete. Il particolare lì è, ch’egli ha i capelli legati in un nodo in cima al capo alla foggia delle fanciulle; onde ne farebbe dubbioso il sesso, se l’artista non l’avesse chiaramente indicato al proprio luogo. Sotto il cavallo v’è un’antica maschera tragica. [ Winkelmann voleva dire, che Taras siede sul delfino, come si vede in tutte le monete presso il Padre Magnan Miscell. num. Tom. I. Tab. 38-42., col suo nome TAPAS intorno, o sotto. Vedi anche Matteo Egizio Spiegaz. di alc. medaglie di Taranto, nei suoi opuscoli, pag. 12., Mazochi in Reg. Hercul. Mus. æn. Tab. comm. Par. I. cap. 4. sect. 5. pag. 99. Un uomo a cavallo si vede nell’altra parte della moneta. In tutte quelle, che porta il lodato Magnan non si vede la forma dei capelli annodati, né in quella, che porta Mazochi l. cit. pag. 113 ., nè in altre, che io abbia osservate: forse sarà per difetto del disegno se v’era in qualcuna.
  51. Paus. lib. 1. cap. 22. pag. 51. lin. 31.
  52. Ant. expl. Suppl. Tom. iiI. apres la pl. 4. [ Si vede anche ad una testa della galleria Granducale, riportata in rame dal sig. canonico Guasco Delle Ornatrici, ec. §. 15. pag. 48., ove dà varie forme di quelli spilloni.
  53. S’osservi però non esser quello un ago destinato a comporre il crini, acus discriminalis, come quel celebre antiquario pretende. [ Di quello ne discorre difusamente il lodato sig. canonico Guasco loc. cit. §. 16. pag. 94. segg., e ne dà le figure.
  54. Scalig. Poet. lib. 1. cap. 14.
  55. Mus. Etrusc. Tom. I. Tab. 35. p. 101. [ Il Gori in quello luogo spiegando la figura etrusca citata sopra pag. 428. in fine, che ha i capelli sciolti, non legati nella forma, che dice qui Winkelmann, e stesi poi in lunghe ciocche parallele sulle spalle, tosati in fine, e disposti in elegante maniera, scrive che in quello modo non si trovano nelle figure greche.
  56. Mus. Capit. Tom. iiI. Tav. 9.
  57. Plutarco Quæst. Rom. oper. Tom. iI. pag. 267. A. dà per regola generale, che presso i Greci nelle calamità le donne si recidevano i capelli, e gli uomini se li lasciavano crescere; e che presso i Romani si faceva l’opposto. Scrive Ateneo lib. 12. cap. 3. p. 524. F. che fra i Greci per fare ingiuria a qualcuno gli si tagliavano i capelli, come alli schiavi.
  58. Paus. lib. 10. cap. 25. pag. 861. lin. 14.
  59. Ib. c. 26. p. 864., Eurip. Phoen. v. 375.
  60. Idem Iphig. Aul. vers. 1438., Troad.; vers. 279., 480., Helen. v. 1093., 1134., 1240
  61. Idem Electr. vers. 108., 148., 241., 335., Epigr. gr. ap. Orvil. Anim. in Charit. pag. 365.
  62. Vedi Tom. iI. lib. XI. c. iI. §. 28 segg.
  63. Anthol, lib. 7. num. 29. edit. 1600. pag. 586.
  64. Polluce Onom. lib. 7. c. 33. segm. 192., Anthol. lib. 7. num. 10. v. 7., Suida V. Κεκρύφαλος
  65. Descript. du Cab. de Stosch, cl. 4. sect. 1. num. 47. pag. 417.
  66. Anthol lib. 7. num. 14. v. 2.)
  67. Pocoke’s Descript. &c. vol. I. p. 211.
  68. De hab. doctr. Plat. phil. oper. Tom. iI. pag. 576.
  69. Monum. ant. ined. num. 131.
  70. Diog. Laert. lib. 3. segm. 42. Tom. I. pag. 188.
  71. Idem. lib. 2. segm. 50. pag. 111.
  72. Osservaz. sopra alc. framm. di vetri ant. Tab. 21. ec. pag. 154.
  73. Gli orecchini di forma rotonda si vedono a una statua in marmo di certa Gioconda presso Montfaucon Antiq. expliq. Suppl. Tom. iiI. après la pl. 11.
  74. Una specie di quello può vedersi presso il Borioni Coll. Antiq. Tab. 66., ripetuta dal sig. can. Guasco Delle Ornatrici, ec. pag. 104.
  75. Voleva dire, Matidia figlia di Marciana sorella di Trajano.
  76. Stat. Theb. lib. 6. vers. 288.
  77. Vedili alla Pastofora nella Tavola VII.
  78. Valer. Flacc. Argonaut. lib. 3. v. 190.
  79. Vedi Tom. iI. lib. XI. cap. iI. §. 6.
  80. Philostr. Epist. 40. Tom. iI. pag. 931. [ Monile anguiforme.
  81. Brachiale anguiforme.
  82. Monum. ant. ined. Vol. iI. Part. iI. cap. 33. §. 6. pag. 213.
  83. Strepti. Polluce Onom. lib. 5. cap. 16. segm. 98.
  84. Zonara Annal. lib. 7. c. 21. p. 352. D.
  85. Riportati dal Bartoli Admir. Antiq. Rom. Tab. 8. e 34.
  86. Anthol. lib. 6. cap. 5. n. 4. [ Ai tempi di Clemente Alessandrino l'uso ne era comune a tutte le donne, come egli fa capire nel Pædag. lib. 2. c. 11. p. 244. Vedi sopra pag. 105. n. c. ove si è parlato delle donne egiziane.
  87. Hunt. Diss. on the proverb. of Salom. pag. 13.
  88. Portavano anche l’anello in dito uomini, e donne; e i Romani erano arrivati a segno di portarne a tutte le dita, e molti per dito. Vedi Pitisco Lex. Antiq. Rom. V. Annulus, Longo, Kirchmanno, ed altri, che ne hanno scritti trattati.