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IX XI


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X.


Comprendevo questo, ma non mi avvantaggiavo.

Ero pronto ad accettare ora qualunque religione a condizione ch’essa non esigesse da me la menzogna della negazione diretta della ragione.

Mi misi a studiare il buddismo, l’islamismo sui loro libri, e soprattutto il cristianesimo tanto sui libri quanto sulle persone che mi circondavano.

Naturalmente mi diressi prima di tutto agli uomini credenti che mi stavan vicino, alle persone istruite, ai teologi ortodossi, ai monaci, ai teologi di una nuova scuola ed anche a quei neo-cristiani che confessano esser la salvezza nella fede, nella Redenzione. Io m’avvinsi a questi credenti, chiesi loro come credessero e in che vedessero il senso della vita.

Nonostante tutte le concessioni che facevo, tutte le discussioni che ascoltavo, non potevo accettare la religione di queste persone. Vedevo che ciò ch’essi facevano passare per fede, non era la spiegazione, ma l’oscuramento del [p. 62 modifica]senso della vita, e ch’essi stessi affermavano la loro fede non per rispondere a questo problema della vita, che m’aveva condotto alla religione, ma in vista di uno scopo qualunque che m’era estraneo. Ricordo il sentimento doloroso che m’ispirava il terrore di un ritorno all’antica disperazione, dopo la speranza che avevo sentita parecchie volte, in seguito ai miei rapporti con queste persone.

Più esse mi esponevano nei particolari le loro concezioni, e più vedevo chiaramente il loro errore, e sentivo svanir la mia speranza di trovar nella loro religione la spiegazione del senso della vita.

Ciò che mi respingeva non era il fatto che nell’esposizione della loro dottrina, esse associassero alle virtù cristiane, che m’erano sempre state care, mille cose inutili e irragionevoli. No; ciò che mi respingeva era il fatto che la vita di queste persone era simile alla mia, con la sola differenza che non corrispondeva ai principî che essi esponevano nelle loro dottrine.

Sentivo chiaramente che si ingannavano da sè, e che essi, come me, non vedevano nella vita altro senso che questo: vivere, accettando da essa tutto ciò ch’essa può dare. Vedevo questo, poichè, se essi le avessero dato il significato che distrugge la paura delle privazioni, delle sofferenze e della morte, non avrebbero avuto precisamente questa paura. Mentre questi credenti, come me vivevano in un’agiatezza, in un’abbondanza che cercavano di aumentare o di conservare, avevano paura delle privazioni, della sofferenza, della morte e, come tutti gl’increduli, vivevano soddisfacendo la carne, vivevano altrettanto male se non peggio degl’increduli.

[p. 63 modifica]Nessun ragionamento poteva convincermi della verità della loro fede. Avrebbero potuto convincermi soltanto degli atti i quali mi mostrassero che il loro senso della vita era tale da non far loro temere nè la malattia nè la morte, così terribili per me. Ma atti simili non si potevano vedere tra i diversi credenti della nostra società. Al contrario mi accadeva di incontrarne fra uomini increduli della mia classe, ma non mai fra quelli che eran tenuti per credenti.

Compresi che la fede di quelle persone non era quella ch’io cercavo, che la loro fede non era la fede, ma una delle consolazioni epicuree della vita.

Compresi che questa fede era buona, forse, se non come consolazione, almeno come distrazione per un Salomone che si fosse pentito sul letto di morte, ma che non varrebbe nulla per la gran massa dell’umanità, alla quale non è dato di divertirsi, godendo del lavoro altrui: ma è obbligata a lavorare per gli altri.

Perchè tutta l’umanità possa vivere, perchè continui la vita dandole un senso, questi miliardi di esseri devono concepire un’altra, reale significazione della fede. Non il fatto che io, con Salomone e Schopenhauer, non ci uccidiamo potrà convincermi dell’esistenza della fede, ma il fatto che questi miliardi di esseri hanno vissuto e vivono portando noi e Salomone sulle onde della vita.

Allora cominciai ad avvicinarmi ai credenti fra gli uomini poveri, semplici, ignoranti, pellegrini, monaci, settarî, contadini. La religione di questa gente era cristiana quanto quella dei pretesi credenti della nostra società. Molte superstizioni erano pure frammiste alle verità cristiane, con la differenza che le superstizioni dei [p. 64 modifica]credenti della nostra società erano per loro assolutamente inutili, non importavano alla loro vita, erano solo una specie di divertimento epicureo, mentre le superstizioni dei credenti che appartenevano al popolo lavoratore erano così intimamente legate alla loro vita che non era possibile immaginarsela senza queste superstizioni. Esse erano le condizioni stesse di questa vita. Tutta la vita dei credenti della nostra classe era in opposizione con la loro fede, mentre tutta la vita dei credenti che appartenevano al popolo era la conferma di questo senso della vita dato dalla fede.

Mi misi dunque a studiare la vita e la fede di questi uomini.

Più li osservavo e più ero convinto ch’essi possedessero la fede vera, che questa fede fosse loro necessaria, che essa sola desse loro il senso e la possibilità della vita. Contrariamente a ciò che vedevo nel nostro ambiente, dove la vita è possibile senza la fede, dove uno solo su mille si confessa credente, fra di loro v’era forse un solo incredulo contro migliaia di credenti. Contrariamente a ciò che vedevo nel nostro ambiente, dove tutta l’esistenza trascorre nell’ozio, nei piaceri e nella scontentezza della vita, vedevo che tutta la vita di quegli uomini trascorreva in un duro lavoro, e che pure essi erano contenti di vivere.

Contrariamente agli uomini della nostra società che lottavano e protestavano contro la sorte, per causa delle privazioni e delle sofferenze, gli altri accettavano la malattia e il dolore senza stupirsene, senza ribellarsi, ma con una fiducia ferma e tranquilla che tutto ciò fosse bene. Contrariamente al fatto che più siamo intelligenti e meno comprendiamo il senso della [p. 65 modifica]vita e vediamo un’ironia crudele nella necessità delle sofferenze e della morte, questi uomini vivono, soffrono, vedono avvicinarsi la morte con tranquillità, e il più sovente con gioia. Mentre la morte calma, senza terrore nè disperazione, è, nel nostro ambiente, un’eccezione rarissima, la morte inquieta, rabbiosa, ribelle è un’eccezione rarissima nel popolo. E v’è una innumerevole quantità di questi uomini i quali, privati di tutto ciò che per noi e per Salomone fu l’unico bene della terra, conoscono cionostante la maggior felicità.

Allargai il campo delle mie osservazioni. Esaminai la vita delle masse d’uomini scomparsi e quella dei miei contemporanei.

Vidi degli uomini che avevano compreso il senso della vita, che sapevano vivere e morire. Non ne vidi due, tre, dieci, ma delle centinaia, delle migliaia, dei milioni. Tutti, infinitamente diversi per costumi, intelligenza, istruzione, condizione, tutti conoscevano il senso della vita e della morte, lavoravano tranquillamente, sopportavano le privazioni e le sofferenze, e vivevano e morivano, vedendo in tutto ciò la felicità, non la vanità. Ed amai questi uomini. Più penetravo nella loro vita, tanto in quella dei vivi che in quella dei morti, che conoscevo per mezzo di letture e di racconti, più li amavo e più mi diveniva facile la vita.

Vissi così due anni, durante i quali si compì in me quella trasformazione che si preparava da molto tempo e il cui germe era stato sempre nella mia anima.

Accadde che non soltanto la vita della nostra società, dei ricchi, dei sapienti, mi disgustò, ma anche ch’essa perdette ogni senso per me. Le nostre azioni, i nostri ragionamenti, le nostre [p. 66 modifica]scienze, le nostre arti, tutto questo mi apparve sotto una nuova luce. Compresi che tutte queste cose non erano che passatempi ai quali non bisogna cercare un senso. E la vita del popolo lavoratore, di tutta l’umanità che sostiene la vita, mi si presentò nel suo vero significato. Compresi ch’era la vita stessa e che il senso attribuito a questa vita era la verità. E l’accettai.