Iliade (Monti)/Libro VIII

Libro VIII

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Omero - Iliade (Antichità)
Traduzione dal greco di Vincenzo Monti (1825)
Libro VIII
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LIBRO OTTAVO


ARGOMENTO

Giove, dopo aver interdetto minacciosamente agli Dei di prender parte nella guerra di Troia, discende sul monte Ida a rimirare la battaglia. Da prima si combatte da ambe le parti con eguale fortuna. Giove, avendo pesato i fati de’ Troiani e de’ Greci, e prevalendo quello de’ Troiani, atterrisce i Greci con un fulmine. Dopo vari fatti, questi sono sconfitti. Giunone e Minerva, scese per soccorrerli, sono richiamate da Iride per comando di Giove. Consesso degli Dei. Rimproveri di Giove a Giunone: sue parole, e brusca risposta del Dio. La battaglia cessa al venire della notte. Parlata di Ettore ai Troiani. Per suo ordine si accendono dei fuochi nelle case della città, ed i vecchi ed i giovanetti vegliano alla custodia delle mura: i guerrieri accendono essi pure de’ fuochi e passano la notte fra i conviti nel campo e sotto le armi, onde impedire che i Greci non fuggano di soppiatto col favore delle tenebre.


G spiegava l’aurora il croceo velo
Sul volto della terra, e co’ Celesti
Su l’alto Olimpo il folgorante Giove
Tenea consiglio. Ei parla, e riverenti
Stansi gli Eterni ad ascoltar: M’udite5
Tutti, ed abbiate il mio voler palese;
E nessuno di voi nè Dio nè Diva
Di frangere s’ardisca il mio decreto,
Ma tutti insieme il secondate, ond’io
L’opra, che penso, a presto fin conduca.10

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Qualunque degli Dei vedrò furtivo
Partir dal cielo, e scendere a soccorso
De’ Troiani o de’ Greci, egli all’Olimpo
Di turpe piaga tornerassi offeso;
O l’afferrando di mia mano io stesso,15
Nel Tartaro remoto e tenebroso
Lo gitterò, voragine profonda
Che di bronzo ha la soglia e ferree porte,
E tanto in giù nell’Orco s’inabissa,
Quanto va lungi dalla terra il cielo.20
Allor saprà che degli Dei son io
Il più possente. E vuolsene la prova?
D’oro al cielo appendete una catena,
E tutti a questa v’attaccate, o Divi
E voi Dive, e traete. E non per questo25
Dal ciel trarrete in terra il sommo Giove,
Supremo senno, nè pur tutte oprando
Le vostre posse. Ma ben io, se il voglio,
La trarrò colla terra e il mar sospeso:
Indi alla vetta dell’immoto Olimpo30
Annoderò la gran catena, ed alto
Tutte da quella penderan le cose.
Cotanto il mio poter vince de’ numi
Le forze e de’ mortai. - Qui tacque, e tutti
Dal minaccioso ragionar percossi35
Ammutolîr gli Dei. Ruppe Minerva
Finalmente il silenzio, e così disse:
   Padre e re de’ Celesti, e noi pur anco
Sappiam che invitta è la tua gran possanza.
Ma nondimen de’ bellicosi Achei40
Pietà ne prende, che di fato iniquo
Son vicini a perir. Noi dalla pugna,
Se tu il comandi, ci terrem lontani;
Ma non vietar che di consiglio almeno

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Sien giovati gli Achivi, onde non tutti45
Cadan nell’ira tua disfatti e morti.
   Con un sorriso le rispose il sommo
De’ nembi adunator: Conforta il core,
Diletta figlia; favellai severo,
Ma vo’ teco esser mite. - E così detto,50
Gli orocriniti eripedi cavalli
Come vento veloci al carro aggioga:
Al divin corpo induce una lorica
Tutta d’auro, e alla man data una sferza
Pur d’auro intesta e di gentil lavoro,55
Monta il cocchio, e flagella a tutto corso
I corridori che volâr bramosi
Infra la terra e lo stellato Olimpo.
Tosto all’Ida, di belve e di rigosi
Fonti altrice, arrivò su l’ardua cima60
Del Gargaro, ove sacro a lui frondeggia
Un bosco, e fuma un odorato altare.
Qui degli uomini il padre e degli Dei
Rattenne e dal timon sciolse i cavalli,
E di nebbia gli avvolse. Indi s’assise65
Esultante di gloria in su la vetta,
Di là lo sguardo a Troia rivolgendo
Ed alle navi degli Achei, che preso
Per le tende alla presta un parco cibo
Armavansi. Ed all’armi anch’essi i Teucri70
Per la città correan; nè gli sgomenta
Il numero minor, chè per le spose
E pe’ figli a pugnar pronti li rende
Necessità. Spalancansi le porte:
Erompono pedoni e cavalieri75
Con immenso tumulto, e giunti a fronte,
Scudi a scudi, aste ad aste e petti a petti
Oppongono, e di targhe odi e d’usberghi

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Un fiero cozzo, ed un fragor di pugna
Che rinforza più sempre. De’ cadenti80
L’urlo si mesce coll’orribil vanto
De’ vincitori, e il suol sangue correa.
   Dall’ora che le porte apre al mattino
Fino al merigge, d’ambedue le parti
Durò la strage con egual fortuna.85
Ma quando ascese a mezzo cielo il sole,
Alto spiegò l’onnipossente Iddio
L’auree bilance, e due diversi fati
Di sonnifera morte entro vi pose,
Il troiano e l’acheo. Le prese in mezzo,90
Le librò, sollevolle, e degli Achivi
Il fato dechinò, che traboccando
Percosse in terra, e balzò l’altro al cielo.
Tonò tremendo allor Giove dall’Ida,
E un infocato fulmine nel campo95
Avventò degli Achei, che stupefatti
A quella vista impallidîr di tema.
Nè Idomenéo nè il grande Agamennóne,
Nè gli Aiaci, ambedue lampi di Marte,
Fermi al lor posto rimaner fur osi.100
Solo il Gerenio, degli Achei tutela,
Nestore vi restò, ma suo mal grado,
Chè un destrier l’impedía, cui di saetta
D’Elena bella l’avvenente drudo
Nella fronte ferì laddove spunta105
Nel teschio de’ cavalli il primo crine,
Ed è letale il loco alle ferite.
Inalberossi il corridor trafitto,
Chè nel cerébro entrata era la freccia,
E dintorno alla rota per l’acuto110
Dolor si voltolando, in iscompiglio
Mettea gli altri cavalli. Or mentre il vecchio

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Gli si fa sopra colla daga, e tenta
Tagliarne le tirelle, ecco veloci
Fra la calca e il ferir de’ combattenti115
Sopraggiungere d’Ettore i destrieri,
Superbi di portar sì grande auriga.
E qui perduta il veglio avría la vita,
Se del rischio di lui non s’accorgea
L’invitto Dïomede. Un grido orrendo120
Di pugna eccitator mise l’eroe
Alla volta d’Ulisse: Ah dove immemore
Di tua stirpe divina, dove fuggi,
Astuto figlio di Laerte, e volgi,
Come un codardo della turba, il tergo?125
Bada che alcun le fuggitive spalle
Non ti giunga coll’asta. Agl’inimici
Volta la fronte, ed a salvar vien meco
Dal furor di quel fiero il vecchio amico.
   Quelle grida non ode, e ratto in salvo130
Fugge Ulisse alle navi. Allor rimasto
Solo il Tidíde, si sospinse in mezzo
Ai guerrier della fronte, avanti al cocchio
Di Nestore piantossi, e lui chiamando
Veloci gli drizzò queste parole:135
Troppo feroce gioventù nemica
Ti sta contra, o buon vecchio, e infermi troppo
Sono i tuoi polsi: hai grave d’anni il dorso,
Hai debole l’auriga e i corridori.
Monta il mio cocchio, e la virtù vedrai140
Dei cavalli di Troe, che dianzi io tolsi
D’Anchise al figlio, a maraviglia sperti
A fuggir ratti in campo e ad inseguire.
Lascia cotesti agli scudieri in cura,
Drizziam questi ne’ Teucri, e vegga Ettorre145
S’anco in mia man la lancia è furibonda.

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   Disse: nè il veglio ricusò l’invito.
Di Sténelo e del buon Eurimedonte,
Valorosi scudieri, egli al governo
Cesse le sue puledre, e tosto il cocchio150
Del Tidíde salito, in man si tolse
Le bellissime briglie, e col flagello
I corsieri percosse. In un baleno
Giunser d’Ettore a fronte, che diritto
Lor d’incontro venía con gran tempesta.155
Trasse la lancia Dïomede, e il colpo
Errò; ma su le poppe in mezzo al petto
Colpì l’auriga Enïopéo, figliuolo
Dell’inclito Tebéo. Cade il trafitto
Giù tra le rote colle briglie in pugno:160
S’arretrano i destrieri, e in quello stato
Perde ogni forza l’infelice, e spira.
   Del morto auriga addolorossi Ettorre,
E mesto di lasciar quivi il compagno
Nella polve disteso, un altro audace165
Alla guida del carro iva cercando:
Nè di rettor gran tempo ebber bisogno
I suoi destrieri, chè gli occorse all’uopo
L’animoso Archepólemo d’Ifíto,
Cui sul carro montar fa senza indugio,170
E gli abbandona nella man le briglie.
   Immensa strage allora e fatti orrendi
Fôran d’arme seguíti, e come agnelli
Stati in Ilio sarían racchiusi i Teucri,
Se de’ Celesti il padre e de’ mortali175
Tosto di ciò non s’accorgea. Tonando
Con gran fragore un fulmine rovente
Vibrò nel campo il nume, e il fece in terra
Guizzar di Dïomede innanzi al cocchio:
E subita n’uscía d’ardente zolfo180

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Una terribil vampa. Spaventati
Costernansi i destrier, scappan di mano
A Nestore le briglie; onde al Tidíde
Rivoltosi tremante: Ah piega, ei grida,
Piega indietro i cavalli, o Dïomede,185
Fuggiam: nol vedi? contro noi combatte
Giove irato, e a costui tutto dar vuole
Di presente l’onor della battaglia.
Darallo, se gli piace, un’altra volta
A noi pur: ma di Giove oltrapossente190
Il supremo voler forza non pate.
   Tutto ben parli, o vecchio, gli rispose
L’imperturbato eroe; ma il cor mi crucia
La dolorosa idea ch’Ettore un giorno
Fra’ Troiani dirà gonfio d’orgoglio:195
Io fugai Dïomede, io lo costrinsi
A scampar nelle navi. - Ei questo vanto
Menerà certo, e a me si fenda allora
Sotto i piedi la terra, e mi divori.
   E Nestore ripiglia: Ah che dicesti,200
Valoroso Tidíde? E quando avvegna
Che un codardo, un imbelle Ettor ti chiami,
I Troiani non già sel crederanno,
Nè le troiane spose, a cui nell’atra
Polve stendesti i floridi mariti.205
   Disse; e addietro girò tosto i cavalli
Tra la calca fuggendo. Ettore e i Teucri
Con urli orrendi li seguiro, e un nembo
Piovean su lor d’acerbi strali, ed alto
Gridar s’udiva de’ Troiani il duce:210
I cavalieri argivi, o Dïomede,
E di seggio e di tazze e di vivande
Te finora onorâr su gli altri a mensa;
Ma deriso or n’andrai, che un cor palesi

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Di femminetta. Via di qua, fanciulla;215
Non salirai tu, no, fin ch’io respiro,
D’Ilio le torri, nè trarrai cattive
Le nostre mogli nelle navi, e morto
Per la mia destra giacerai tu pria.
   Stettesi in forse a quel parlar l’eroe220
Di dar volta ai cavalli, e d’affrontarlo.
Ben tre volte nel core e nella mente
Gliene corse il desío, tre volte Giove
Rimormorò dall’Ida, e fe’ securi
Della vittoria con quel segno i Teucri.225
Con orribile grido Ettore allora
Animando le schiere: O Licii, o Dardani,
O Troiani, dicea, prodi compagni,
Mostratevi valenti, e fuor mettete
Le generose forze. Io non m’inganno,230
Giove è propizio; di vittoria a noi
E d’esizio a’ nemici ei diede il segno.
Stolti! che questo alzâr debile muro,
Troppo al nostro valor frale ritegno.
Quella lor fossa varcheran d’un salto235
I miei cavalli; e quando emerso a vista
Io sarò delle navi, allor le faci
Ministrarmi qualcun si risovvegna,
Ond’io que’ legni incenda, e fra le vampe
Sbalorditi dal fumo i Greci uccida.240
   Poi conforta i destrieri, e sì lor parla:
Xanto, Podargo, Etón, Lampo divino,
Mercè del largo cibo or mi rendete,
Che dell’illustre Eezïon la figlia
Andromaca vi porge, il dolce io dico245
Frumento, e l’alma di Lïeo bevanda,
Ch’ella a voi mesce desïosi, a voi
Pria che a me stesso che pur suo mi vanto

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Giovine sposo. Or via, volate; andiamo
Alla conquista del nestóreo scudo250
Di cui va il grido al cielo, e tutto il dice
D’auro perfetto, e d’auro anco la guiggia.
Poi di dosso trarremo a Dïomede
L’usbergo, esimia di Vulcan fatica.
Se cotal preda ne rïesce, io spero255
Che ratti i Greci su le navi in questa
Notte medesma salperan dal lido.
   Del superbo parlar forte sdegnossi
L’augusta Giuno, e s’agitò sul trono
Sì che scosso tremonne il vasto Olimpo.260
Quindi rivolte le parole al grande
Dio Nettunno, sì disse: E sarà vero,
Possente Enosigéo, che degli Argivi
A pietà non ti mova la ruina!
Pur son essi che in Elice ed in Ege265
Récanti offerte grazïose e molte.
E perchè dunque non vorrai tu loro
La vittoria bramar? Certo se quanti
Siam difensori degli Achivi in cielo
Vorrem de’ Teucri rintuzzar l’orgoglio270
E al Tonante far forza, egli soletto
E sconsolato sederà su l’Ida.
   Oh! che mai parli, temeraria Giuno?
Le rispose sdegnoso il re Nettunno:
Non sia, no mai, che col saturnio Giove275
A cozzar ne sospinga il nostro ardire;
Rammenta ch’egli è onnipossente, e taci.
   Mentre seguían tra lor queste parole,
Quanto intervallo dalle navi al muro
La fossa comprendea, tutto era denso280
Di cavalli, di cocchi e di guerrieri
Ivi dal fiero Ettór serrati e chiusi,

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Che simigliante al rapido Gradivo
Infurïava col favor di Giove.
E ben le navi avría messe in faville,285
Se l’alma Giuno in cor d’Agamennóne
Il pensier non ponea di girne attorno
Ratto egli stesso a incoraggiar gli Achivi.
Per le tende egli dunque e per le navi
Sollecito correa, raccolto il grande290
Purpureo manto nel robusto pugno:
E cotal su la negra capitana
D’Ulisse si fermò, che vasta il mezzo
Dell’armata tenea, donde distinta
D’ogni parte mandar potea la voce295
Fin d’Aiace e d’Achille al padiglione,
Che l’eguali lor prore ai lati estremi,
Nel valor delle braccia ambo securi,
Avean dedotte all’arenoso lido.
Di là fec’egli rimbombar sul campo300
Quest’alto grido: Svergognati Achivi,
Vitupéri nell’opre e sol d’aspetto
Maravigliosi! dove dunque andaro
Gli alteri vanti che menammo un giorno
Di prodezza e di forza? In Lenno queste305
Fur le vostre burbanze allor che l’epa
V’empiean le polpe de’ giovenchi uccisi,
E le ricolme tazze inghirlandate
Si venían tracannando, e si dicea
Che un sol per cento e per dugento Teucri,310
Un sol Greco valea nella battaglia.
Ed or tutti ne fuga un solo Ettorre,
Che ben tosto farà di queste navi
Cenere e fumo. O Giove padre, e quale
Altro mai re di tanti danni afflitto,315
Di tanto disonor carco volesti?

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Pur io so ben, che quando a questo lido
Il perverso destin mi conducea,
Giammai veruno de’ tuoi santi altari
Navigando lasciai sprezzato indietro;320
Ma l’adipe a te sempre e i miglior fianchi
De’ giovenchi abbruciai sovra ciascuno,
Bramoso d’atterrar l’iliache mura.
Deh almen n’adempi questo voto, almeno
Danne, o Giove, uno scampo colla fuga,325
Nè per le mani del crudel Troiano
Consentir degli Achivi un tanto scempio.
   Così dicea piangendo. Ebbe pietade
Di sue lagrime il nume, e ad accennargli
Che non tutto il suo campo andría disfatto,330
Il più sicuro de’ volanti augurio
Un’aquila spedì che negli unghioni
Tolto al covil della veloce madre
Un cerbiatto stringendo, accanto all’ara,
Ove l’ostie svenar solean gli Achivi335
Al fatidico Giove, dall’artiglio
Cader lasciò la palpitante preda.
   Gli Achei veduto il sacro augel, cui spinto
Conobbero da Giove, ad affrontarsi
Più coraggiosi ritornâr co’ Teucri,340
E rinfrescâr la pugna. Allor nessuno
Pria del Tidíde fra cotanti Argivi
Vanto si diede d’agitar pel campo
I veloci corsieri, ed oltre il fosso
Cacciarli ed azzuffarsi. Egli primiero345
Anzi a tutti si spinse, e a prima giunta
Agelao di Fradmon tolse di mezzo
Uom troiano. Costui piegáti in fuga
I suoi destrieri avea. Coll’asta il tergo
Gli raggiunse il Tidíde, gliela fisse350

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Tra gli omeri, e passar la fece al petto.
Cadde Agelao dal carro, e cupamente
L’armi sovr’esso rintonâr. Secondo
Agamennón si mosse, indi il fratello,
Indi gli Aiaci impetuosi, e poi355
Idomenéo con esso il suo scudiero
Merïon che di Marte avea l’aspetto;
Poi d’Evemon l’illustre figlio Eurípilo,
Ed ultimo giungea Teucro del curvo
Elastic’arco tenditor famoso.360
D’Aiace Telamónio egli locossi
Dietro lo scudo, e dello scudo Aiace
Gli antepose la mole. Ivi securo
L’eroe guatava intorno, e quando avea
Saettato nel denso un inimico,365
Quegli cadendo perdea l’alma, e questi,
Come fanciullo della madre al manto,
Ricovrava al fratel che alla grand’ombra
Dello splendido scudo il proteggea.
Or dall’egregio arcier chi de’ Troiani370
Fu primo ucciso? Primamente Orsíloco,
Indi Ormeno e Ofeleste: a questi aggiunse
Detore e Cromio, e per divin sembiante
Licofonte lodato, e Amopaone
Poliemoníde, e Melanippo, tutti375
L’un dopo l’altro nella polve stesi.
Gioiva il re de’ regi Agamennóne
Mirandolo dall’arco vigoroso
Lanciar la morte fra’ nemici, e a lui
Vicin venuto soffermossi, e disse:380
   Diletto capo Telamónio Teucro,
Siegui l’arco a scoccar, porta, se puoi,
A’ Dánai un raggio di salute, e onora
Il tuo buon padre Telamon che un giorno

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Ti raccolse fanciullo, e benchè frutto385
Di non giusto imeneo, pur con pietoso
Tenero affetto in sua magion ti crebbe.
Or tu fa ch’egli salga in alta fama,
Sebben lontano. Ti prometto io poi
(E sacra tieni la promessa mia)390
Che se Giove e Minerva mi daranno
D’Ilio il conquisto, tu primier t’avrai
Il premio, dopo me, de’ forti onore,
Ed in tua man porrollo io stesso, un tripode,
O due cavalli ad un bel cocchio aggiunti,395
O di vaghe sembianze una fanciulla
Che teco il letto e l’amor tuo divida.
   E Teucro gli rispose: Illustre Atride,
A che mi sproni, per me stesso assai
Già fervido e corrente? Io non rimango400
Di far qui tutto il mio poter. Dal punto
Che verso la città li respingemmo,
Mi sto coll’arco ad aspettar costoro,
E li trafiggo. E già ben otto acuti
Dardi dal nervo liberai, che tutti405
Profondamente si ficcâr nel corpo
Di giovani guerrieri, e non ancora
Ferir m’è dato questo can rabbioso.
   Disse; e di nuovo fe’ volar dall’arco
Contr’Ettore uno strale. Al colpo tutta410
Ei l’anima diresse, e nondimeno
Fallì la freccia, chè l’accolse in petto
Di Prïamo un valente esimio figlio
Gorgizïon, cui d’Esima condotta
Partorì la gentil Castïanira,415
Che una Diva parea nella persona.
Come carco talor del proprio frutto,
E di troppa rugiada a primavera

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Il papaver nell’orto il capo abbassa,
Così la testa dell’elmo gravata420
Su la spalla chinò quell’infelice.
E Teucro dalla corda ecco sprigiona
Alla volta d’Ettorre altra saetta,
Più che mai del suo sangue sitibondo.
E pur di nuovo uscì lo strale in fallo,425
Che Apollo il devïò, ma colse al petto
D’Ettór l’audace bellicoso auriga
Archepólemo presso alla mammella.
Cadde ei rovescio giù dal cocchio, addietro
Si piegaro i cavalli, e quivi a lui430
Il cor ghiacciossi, e l’anima si sciolse.
  Di quella morte gravemente afflitto
Il teucro duce, e di lasciar costretto,
Mal suo grado, l’amico, a Cebrïone
Di lui fratello che il seguía, fe’ cenno435
Di dar mano alle briglie. Ad obbedirlo
Cebrïon non fu lento; ed ei d’un salto
Dallo splendido cocchio al suol disceso
Con terribile grido un sasso afferra,
A Teucro s’addirizza, e di ferirlo440
L’infiammava il desío. Teucro in quel punto
Traeva un altro doloroso telo
Dalla faretra, e lo ponea sul nervo.
Mentre alla spalla lo ritragge in fretta,
E l’inimico adocchia, il sopraggiunge445
Crollando l’elmo Ettorre, e dove il collo
S’innesta al petto ed è letale il sito,
Coll’aspro sasso il coglie, e rotto il nervo
Gl’intorpidisce il braccio. Dalle dita
L’arco gli fugge, e sul ginocchio ei casca.450
   Il caduto fratello in abbandono
Aiace non lasciò, ma ratto accorse,

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E col proteso scudo il ricopría,
Finchè lo si recâr sovra le spalle
Due suoi cari compagni, Mecistéo455
D’Echío figliuolo, e il nobile Alastorre,
E alle navi il portâr che gravemente
Sospirava e gemea. Ne’ Teucri allora
Di nuovo suscitò l’Olimpio Giove
Tal forza e lena, che al profondo fosso460
Dirittamente ricacciâr gli Achei.
Iva Ettorre alla testa, e dalle truci
Sue pupille mettea lampi e paura.
Qual fiero alano che ne’ presti piedi
Confidando, un cinghial da tergo assalta,465
Od un lïone, e al suo voltarsi attento
Or le cluni gli addenta, ora la coscia;
Così gli Achivi insegue Ettorre, e sempre
Uccidendo il postremo li disperde.
Ma poichè l’alto fosso ed il palizzo470
Ebber varcato i fuggitivi, e molti
Il troiano valor n’avea già spenti,
Giunti alle navi si fermaro, e insieme
Mettendosi coraggio, e a tutti i numi
Sollevando le man spingea ciascuno475
Con alta voce le preghiere al cielo.
Signor del campo d’ogni parte intanto
Agitava i destrieri il grande Ettorre
Di bel crine superbi, e rotar bieco
Le luci si vedea come il Gorgóne,480
O come Marte che nel sangue esulta.
Impietosita degli Achei la bianca
Giuno a Minerva si rivolse, e disse:
   Invitta figlia dell’Egíoco Giove,
Dunque, ohimè! non vorremo aver più nullo485
Pensier de’ Greci già cadenti, almeno

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Nell’estremo lor punto? Eccoli tutti
L’empio lor fato a consumar vicini
Per l’impeto d’un sol, del fiero Ettorre
Che in suo furore intollerando omai490
Passa ogni modo, e ne fa troppe offese!
   A cui la Diva dalle glauche luci
Minerva rispondea: Certo perduta
Avría costui la furia e l’alma ancora,
A giacer posto nella patria terra495
Dal valor degli Achei; ma quel mio padre
Di sdegnosi pensier calda ha la mente,
Sempre avverso, e de’ miei forti disegni
Acerbo correttor; nè si rimembra
Quante volte servar gli seppi il figlio500
Dai duri d’Euristéo comandi oppresso.
Ei lagrimava lamentoso al cielo,
E me dal cielo allora ad aïtarlo,
Giove spediva. Ma se il cor prudente
Detto m’avesse le presenti cose,505
Quando alle ferree porte il suo tiranno
L’invïò dell’Averno a trar dal negro
Erebo il can dell’abborrito Pluto,
Ei, no, scampato non avría di Stige
La profonda fiumana. Or m’odia il padre,510
E di Teti adempir cerca le brame,
Che lusinghiera gli baciò il ginocchio,
E accarezzògli colla destra il mento,
D’onorar supplicandolo il Pelíde
Delle cittadi atterrator. Ma tempo,515
Sì, verrà tempo che la sua diletta
Glaucópide a chiamarmi egli ritorni.
Or tu vanne, ed il carro m’apparecchia
Co’ veloci cornipedi, chè tosto
Io ne vo dentro alle paterne stanze,520

[p. 201 modifica]

E dell'armi mi vesto per la pugna.
Vedrem se questo Ettór, che sì superbo
Crolla il cimiero, riderà quand’io
Nel folto apparirò della battaglia.
Qualcun per certo de’ Troiani ancora525
Presso le navi achee satolli e pingui
Di sue polpe farà cani ed augelli.
   Disse; nè Giuno ricusò, ma corse
Ai divini cavalli, e d’auree barde
In fretta li guarnía, Giuno la figlia530
Del gran Saturno, veneranda Diva.
   D’altra parte Minerva il rabescato
Suo bellissimo peplo, delle stesse
Immortali sue dita opra stupenda,
Sul pavimento dell’Egíoco padre535
Lasciò cader diffuso; ed indossando
Del nimbifero Giove il grande usbergo,
Tutta s’armava a lagrimosa pugna.
Sul rilucente cocchio indi salita
Impugnò la pesante e poderosa540
Gran lancia, ond’ella, allor che monta in ira,
Di forte genitor figlia tremenda,
Le schiere degli eroi rovescia e doma.
Stimolava Giunon velocemente
Colla sferza i destrieri, e tosto fûro545
Alle celesti soglie, a cui custodi
Vegliano l’Ore che il maggior de’ cieli
Hanno in cura e l’Olimpo, onde sgombrarlo
O circondarlo della sacra nube.
Cigolando s’aprîr per sè medesme550
L’eteree porte, e docili al flagello
Spinser per queste i corridor le Dive.
   Come Giove dal Gárgaro le vide,
Forte sdegnossi, ed Iri a sè chiamando

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Ali-dorata Dea, Vola, le disse,555
Iri veloce, le rivolgi indietro,
E lor divieta il venir oltre meco
Ad inegual cimento. Io lo protesto,
E il fatto seguirà le mie parole,
Io loro fiaccherò sotto la biga560
I corridori, e dall’infranto cocchio
Balzerò le superbe, e delle piaghe
Che loro impresse lascerà il mio telo,
Nè pur due lustri salderanno il solco.
Saprà Minerva allor qual sia stoltezza565
Il cimentarsi col suo padre in guerra.
Quanto a Giunon, m’è forza esser con ella
Meno irato: gli è questo il suo costume
Di sempre attraversarmi ogni disegno.
   Disse; ed Iri a portar l’alto messaggio570
Mosse veloce al par delle procelle;
Ed ascesa dall’Ida al grande Olimpo
Di molti gioghi altero, e su le soglie
Incontrate le Dee, sì le rattenne,
E lor di Giove le parole espose:575
   Dove correte? Che furore è questo?
Sostate il piè, chè il dar soccorso ai Greci
Nol vi consente Giove. Le minacce
Dell’alto figlio di Saturno udite,
Che fian messe ad effetto. Ei sotto il carro580
Storpieravvi i destrieri, e dall’infranto
Carro voi stesse balzerà, nè dieci
Anni le piaghe salderan che impresse
Lasceravvi il suo telo; e tu, Minerva,
Allor saprai qual sia demenza il farti585
Al tuo padre nemica. Nè con Giuno,
Sempre usata a turbargli ogni disegno,
Tanto s’adira, ei no, quanto con teco,

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Invereconda audace Dea, che ardisci
Contra il Tonante sollevar la lancia.590
   Disse, e ratta sparì la messaggiera.
Ed a Minerva allor con questi accenti
Giuno si volse: Ohimè! più non si parli,
Figlia di Giove, di pugnar con esso
Per cagion de’ mortali: io nol consento.595
Di loro altri si muoia, altri si viva,
Come piace alla sorte; e Giove intanto,
Come dispon suo senno e sua giustizia,
Fra i Troiani e gli Achei tempri il destino.
   Sì dicendo la Dea ritorse indietro600
I criniti destrieri, e l’Ore ancelle
Li distaccâr dal giogo, e li legaro
Ai nettarei presepi, ed il bel cocchio
Appoggiaro alla lucida parete.
Si raccolser le Dive in aureo seggio605
Con gli altri Dei confuse; e Giove intanto
Dal Gárgaro all’Olimpo i corridori
E le fulgide ruote alto spingea.
Giunto alle case de’ Celesti, a lui
Sciolse i corsieri l’inclito Nettunno,610
Rimesse il cocchio, e lo coprì d’un velo.
Giove sul trono si compose, e tutto
Tremò sotto il suo piè l’immenso Olimpo.
   Ma Minerva e Giunon sole in disparte
Sedean, nè motto nè dimanda a Giove615
Ardían veruna indirizzar. S’avvide
De’ lor pensieri il nume, e così disse:
   Perchè sì meste, o voi Minerva e Giuno?
E’ non si par che molto affaticate
V’abbia finor la glorïosa pugna620
In esizio de’ Teucri, a cui sì grave
Odio poneste. E v’è di mente uscito

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Che invitto è il braccio mio? che quanti ha numi
Il ciel, cangiare il mio voler non ponno?
A voi bensì le delicate membra625
Prese un freddo tremor pria che la guerra
Pur contemplaste, e della guerra i duri
Esperimenti. Io vel dichiaro (e fôra
Già seguíto l’effetto) che percosse
Dalla folgore mia, no, non v’avrebbe630
Il vostro cocchio ricondotte al cielo,
Albergo degli Eterni. - Il Dio sì disse,
E in secreto fremean Minerva e Giuno
Sedendosi vicine, ed ai Troiani
Meditando nel cor alte sciagure.635
Stette muta Minerva, e contra il padre
L’acerbo che l’ardea sdegno represse;
Ma sciolto all’ira il fren Giuno rispose:
   Tremendissimo Giove, e che dicesti?
Ben anco a noi la tua possanza invitta640
È manifesta; ma pietà ne prende
Dei dannati a perir miseri Achei.
Noi certo l’armi lascerem, se questo
È il tuo strano voler; ma nondimeno
Qualche ai Greci daremo util consiglio,645
Onde non tutti il tuo furor li spegna.
   E Giove replicò: Più fiero ancora
Vedrai dimani, se t’aggrada, o moglie,
L’onnipotente di Saturno figlio
Dell’esercito achéo struggere il fiore.650
Perocchè dalla pugna il forte Ettorre
Non pria desisterà, che finalmente
L’ozïosa si svegli ira d’Achille
Il dì che in gran periglio appo le navi
Combatterassi per Patróclo ucciso.655
Tal de’ fati è il voler, nè de’ tuoi sdegni

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Sollecito son io, no, s’anco ai muti
Della terra e del mar confini estremi
Andar ti piaccia, nel rimoto esiglio
Di Giapeto e Saturno, che nel cupo660
Tartaro chiusi nè il superno raggio
Del Sole, nè di vento aura ricrea;
No, se tant’oltre pure il tuo dispetto
Vagabonda ti porti, io non ti curo,
Poichè d’ogni pudor possasti il segno.665
   Tacque; nè Giuno osò pure d’un detto
Fargli risposta. In grembo al mar frattanto
La splendida cadea lampa del Sole
L’atra notte traendo su la terra.
Della luce l’occaso i Teucri afflisse,670
Ma pregata più volte e sospirata
Sovraggiunse agli Achei l’ombra notturna.
Fuor del campo navale Ettore allora
I Troiani ritrasse in su la riva
Del rapido Scamandro, ed in pianura675
Da’ cadaveri sgombra a parlamento
Chiamolli; ed essi dismontâr dai cocchi,
E affollati dintorno al gran guerriero
Cura di Giove, a sue parole attenti
Porgean gli orecchi. Una grand’asta in pugno680
Di ben undici cubiti sostiene:
Tutta di bronzo folgora la punta,
E d’oro un cerchio le discorre intorno.
Appoggiato su questa, così disse:
   Dardani, Teucri, Collegati, udite:685
Io poc’anzi sperai ch’arse le navi
E distrutti gli Argivi a Troia avremmo
Fatto ritorno. Ma sì bella speme
Ne rapîr le tenébre invidïose,
Che inopportune sul cruento lido690

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Salvâr le navi e i paurosi Achei.
Obbediamo alle negre ombre nemiche,
Apparecchiam le cene. Ognun dal temo
Sciolga i cavalli, e liberal sia loro
Di largo cibo. Di voi parte intanto695
Alla città si affretti, e pingui agnelle
E giovenchi n’adduca, e di Lïeo
E di Cerere il frutto almo e gradito.
Sian di secche boscaglie anco raccolte
Abbondanti cataste, e si cosparga,700
Finchè regna la notte e l’alba arriva,
Tutto di fuochi il campo e il ciel di luce,
Onde dell’ombre nel silenzio i Greci
Non prendano del mar su l’ampio dorso
Taciturni la fuga; o i legni almeno705
Non salgano tranquilli, e la partenza
Senza terror non sia; ma nell’imbarco
O di lancia piagato o di saetta
Vada più d’uno alle paterne case
A curar la ferita, e rechi ai figli710
L’orror de’ Teucri, e così loro insegni
A non tentarli con funesta guerra.
Voi cari a Giove diligenti araldi,
Per la città frattanto ite, e bandite
Che i canuti vegliardi, e i giovinetti715
A cui le guance il primo pelo infiora,
Custodiscan le mura in su gli spaldi
Dagli Dei fabbricati. Entro le case
Allumino gran fuoco anco le donne,
E stazïon vi sia di sentinelle,720
Onde, sendo noi lungi, ostile insidia
Nell’inerme città non s’introduca.
Quanto or dico s’adémpia, e non fia vano,
Magnanimi compagni, il mio consiglio.

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Dirò dimani ciò che far ne resta.725
Spero ben io, se Giove e gli altri Eterni
Avrem propizi, di cacciarne lungi
Cotesti cani da funesto fato
Qua su le prore addutti. Or per la notte
Custodiamo noi stessi. Al primo raggio730
Del nuovo giorno in tutto punto armati
Desteremo sul lido acre conflitto;
Vedrem se Dïomede, questo forte
Figliuolo di Tidéo, respingerammi
Dalle navi alle mura, o s’io coll’asta735
Saprò passargli il fianco, e via portarne
Le sanguinose spoglie. Egli dimani
Manifesto farà se sua prodezza
Tal sia che possa di mia lancia il duro
Assalto sostener. Ma se fallace740
Non è mia speme, ei giacerà tra’ primi
Spento con molti de’ compagni intorno,
Ei sì, dimani, all’apparir del Sole.
Così immortal foss’io, nè mai vecchiezza
Vïolasse i miei giorni, ed onorato745
Foss’io del par che Pallade ed Apollo,
Come fatale ai Greci è il dì futuro.
   Tal fu d’Ettorre il favellar superbo,
E gli fêr plauso i Teucri. Immantinente
Sciolsero dal timone i polverosi750
Destrier sudati, e colle briglie al carro
Gli annodò ciascheduno. Indi menaro
Pecore e buoi dalla cittade in fretta.
Altri vien carco di nettareo vino,
Altri di cibo cereale; ed altri755
Cataste aduna di virgulti e tronchi.
Rapían l’odor delle vivande i venti
Da tutto il campo, e lo spargeano al cielo.

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Ed essi gonfi di baldanza, e in torme
Belliche assisi dispendean la notte,760
Tutta empiendo di fuochi la campagna.
   Siccome quando in ciel tersa è la Luna,
E tremole e vezzose a lei dintorno
Sfavillano le stelle, allor che l’aria
È senza vento, ed allo sguardo tutte765
Si scuoprono le torri e le foreste
E le cime de’ monti; immenso e puro
L’etra si spande, gli astri tutto il volto
Rivelano ridenti, e in cor ne gode
L’attonito pastor: tali al vederli,770
E altrettanti apparían de’ Teucri i fuochi
Tra le navi e del Xanto le correnti
Sotto il muro di Troia. Erano mille
Che di gran fiamma interrompeano il campo,
E cinquanta guerrieri a ciascheduno775
Sedeansi al lume delle vampe ardenti.
Presso i carri frattanto orzo ed avena
I cavalli pascevano, aspettando
Che dal bel trono suo l’Alba sorgesse.