Filippo (Alfieri, 1946)/Atto terzo

Atto terzo

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ATTO TERZO

SCENA PRIMA

Carlo, Isabella.

Carlo Scusa, deh! scusa l’ardir mio novello:

s’io richieder ti fea breve udíenza
dalla tua Elvira in ora tarda e strana,
alta cagion mi vi stringea.
Isab.   Che vuoi?...
Perché a me non mi lasci? a che piú tormi,
la pace ch’io non ho?... Perché venn’io?
Carlo Deh! non sdegnarti; or or ti lascio; ahi sorte!
Ti lascio, e torno all’usato mio pianto.
Odimi. Or dianzi al genitor tu ardisti
quí favellare a favor mio: gran fallo
tu festi; a dirtel vengo; e al ciel deh piaccia,
ch’io sol n’abbia la pena! Ei di severa
pietá fea pompa; ed il perdon mi dava,
pegno in lui sempre di piú atroce sdegno.
Grave oltraggio al tiranno è un cor pietoso:
ottima tu, non tel pensavi allora;
a rimembrartel vengo: a dirti a un tempo,
che in lui foriera è d’ogni mal pietade.
Terror, che in me mai non conobbi io prima,
da quell’istante il cor m’invase: oh cielo!...
Non so: nuovo linguaggio ei mi tenea;

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mostrava affetto insolito. Deh! mai,

mai piú di me non gli parlare.
Isab.   Ei primo
menzion mi fea di te; quasi a risposta
ei mi sforzava: ma, placarsi appieno
parve a’ miei detti il suo furore. E or dianzi,
allor che appunto favellato ei t’ebbe,
teneramente di paterno amore
pianse, e laudotti in faccia mia. Ti è padre,
ti è padre in somma: e fia giammai ch’io creda,
ch’unico figlio, il genitor non l’ami?
L’ira ti accieca; un odio in lui supponi,
che allignar non vi può... Cagion son io,
misera me! che tu non l’ami.
Carlo   Oh donna!
mal ci conosci entrambi: è ver ch’io fremo,
ma pur, non l’odio: invido son di un bene,
ch’ei mi ha tolto, e nol merta; e il pregio raro,
no, non ne sente. Ah, fossi tu felice!
Men mi dorrei.
Isab.   Vedi: ai lamenti usati
torni, malgrado tuo. Prence, ti lascio.
Vivi securo omai, ch’ogni mio detto,
ogni mio cenno io peserò ben pria,
che di te m’oda favellar Filippo.
Temo anch’io,... ma piú il figlio assai, che il padre.


SCENA SECONDA

Carlo.

Oh nobil core! In diffidar mal dotta,

ove sei tratta?... Ma, chi vien?...

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SCENA TERZA

Gomez, Carlo.

Carlo   Che vuoi?

Gomez Aspetto il re: quí viene egli a momenti. —
Deh! prence, intanto entrar mi lascia a parte
della giusta letizia, onde ti colma
la racquistata alfin grazia del padre.
Per quanto io vaglio appresso lui, ti accerta,
per te sempre parlai; piú ancor son presto...


SCENA QUARTA

Gomez.

... Superbo molto;... ma, piú incauto assai.


SCENA QUINTA

Filippo, Leonardo, Perez, Gomez,

Consiglieri, Guardie.

Filippo Nessuno, olá, quí d’inoltrarsi ardisca. —

Pochi, ma giusti e fidi, oggi vi aduno
a insolito consiglio... Ognun mi ascolti. —
Ma, quale orror pria di parlar m’ingombra!
Qual gel mi scorre entro ogni vena! Il pianto
mi sta sul ciglio, e la debil mia voce,
quasi del core i sensi esprimer nieghi,
tremula ondeggia... E il debbo io pur? sí, il debbo;
la patria il vuol, non io. — Chi ’l crederia?
Accusatore oggi fra voi mi seggo;
giudice no, ch’esser nol posso: e, ov’io
accusator di cotal reo non fossi,
qual di voi lo ardiria? — Giá fremer veggio,

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giá inorridir ciascun... Che fia poi, quando

di Carlo il nome profferir mi udrete?
Leon. L’unico figlio tuo?
Perez   Di che mai reo?...
Filippo Da un figlio ingrato a me la pace è tolta;
quella, che in sen di sua famiglia gode
ciascun di voi, piú assai di me felice.
Clemenza invano adoprai seco, invano
dolce rigore, ed a vicenda caldi
sproni a virtú: sordo agli esempj e ai preghi,
e vie piú sordo alle minacce, all’uno
l’altro delitto, e a’ rei delitti aggiugne
l’insano ardir; sí, ch’oggi ei giunge al colmo
d’ogni piú fero eccesso. Oggi, sí, mentre
non dubbie prove a lui novelle io dava
di mia troppa dolcezza, oggi ei mi dava
d’inaudita empietá l’ultime prove.
Appena l’astro apportator del giorno,
lucido testimon d’ogni opra mia,
gli altri miei regni a rischiarar sen giva,
che giá coll’ombre della notte, amiche
ai traditor, sorgea nel cor di Carlo
altro orribil pensiero. A far vendetta
dei perdonati falli ei muove il piede
ver le mie stanze tacito. La destra
d’un parricida acciaro armarsi egli osa.
A me da tergo ei giá si appressa. Il ferro
giá innalza; entro al paterno inerme fianco
giá quasi il vibra... Ecco, da opposta parte
inaspettatamente uscirne un grido:
«bada, Filippo, bada». Era Rodrigo,
che a me venía. Mi sento a un tempo un moto
come di colpo, che lambendo striscia:
volgo addietro lo sguardo; al pié mi veggo
nudo un ferro; nell’ombra incerta lungi
veggio in rapida fuga andarne il figlio. —

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Tutto narrai. Se v’ha tra voi chi il possa

d’altro fallo accusar; se v’ha chi vaglia
a discolparlo anche di questo, ah! parli
arditamente libero. V’inspiri
a tanto il cielo. Opra tremenda è questa;
ben libratela, o giudici: da voi
del figlio io chieggo,... e in un di me, sentenza.
Gomez ...Che ne domandi, o re? Tradir Filippo,
tradir noi stessi, il potrem noi? Ma in core
di un padre immerger potrem noi l’acciaro?
Deh! non ci trarre al fero passo.
Leon.   Il giorno
può sorger forse, o re, che udito il vero
troppo t’incresca; e a noi, che a te il dicemmo,
farlo tu vogli increscer anco.
Perez   Il vero
nuocer non de’. Chiesto n’è il ver; si dica.
Filippo Quí non vi ascolta il padre; il re quí v’ode.
Gomez Io parlerò dunque primiero; io primo
l’ira di un padre affronterò; che padre
tu sei pur sempre: e nel severo ad arte,
turbato piú che minaccevol volto,
ben ti si legge che se Carlo accusi,
tu il figlio assolvi: e annoverar del figlio
non vuoi, né sai, forse i delitti tutti. —
Patti in voce proporre ai ribellanti
Batavi, a Carlo un lieve error parea:
or ecco un foglio a lui sottratto; iniquo
foglio, dove ei patteggia in un la nostra
rovina e l’onta sua. Co’ Franchi egli osa
trattare ei, sí, cogli abborriti Franchi:
quí di Navarra, Catalogna, e d’altre
ricche provincie al trono ispano aggiunte
dal valor de’ nostri avi, indi serbate
da noi col sangue e sudor nostro, infame
quí leggerete un mercimonio farsi.

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Prezzo esecrando di esecrando ajuto

prestato al figlio incontro al padre, andranne
parte sí grande di cotanto regno
dei Franchi preda; e impunemente oppressa
sará poi l’altra dal fallace figlio
di un re, il cui senno, il cui valor potria
regger sol, non che parte, intero il mondo.
Ecco qual sorte a noi sovrasta. — Ah! cari,
e necessarj, e sacri, i giorni tuoi
ci sono, o re; ma necessaria, e sacra
non men la gloria dello ispano impero.
Del re, dei padre insidíar la vita,
misfatto orrendo: ma il tradire a un tempo
il proprio onor, vender la patria, (soffri
ch’io ’l dica) orrendo è forse al pari. Il primo
puoi perdonar, che spetta a te: ma, l’altro?...
E perdonarlo anco tu puoi: — ma, dove
aggiunto io ’l veggo a sí inauditi eccessi,
che pronunziare altro poss’io, che morte?
Perez Morte! Che ascolto?
Filippo   Oh ciel!...
Leon.   Chi ’l crederebbe,
ch’io pur potessi agli esecrati nomi
di parricida, traditor, ribelle,
aggiungern’altri? E ne riman pur uno,
troppo esecrabil piú; tal ch’uom non l’osa
profferir quasi.
Filippo   Ed è?
Leon.   Del giusto cielo
disprezzator sacrilego mendace. —
Onnipossente Iddio, di me tuo vile
ma fido servo espressamente or sciogli
tu la verace lingua. È giunto il giorno,
l’ora, il momento è giunto, in cui d’un solo
folgoreggiante tuo sguardo tremendo
chi lungamente insuperbí ne atterri.

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Me sorger fai, me difensore dell’alta

tua maestade offesa: a me tu spiri
nel caldo petto un sovrumano ardire;
ardir pari alla causa. — O della terra
tu re, pel labbro mio ciò che a te dice
il Re dei re, pien di terrore, ascolta.
Il prence, quegli, ch’io tant’empio estimo,
che nomar figlio del mio re non l’oso;
il prence orridi spregj, onde non meno
che i ministri del cielo, il ciel si oltraggia,
dalla impura sua bocca ei mai non resta
di versar, mai. Le rie profane grida
perfino al tempio ardimentose innalza:
biasma il culto degli avi; applaude al nuovo;
e, s’egli regna un dí, vedremo a terra
i sacri altari, e calpestar nel limo
dal sacrilego piè quanto or d’incensi,
e di voti onoriam: vedrem... Che dico? —
Se tanto pur la fulminante spada
di Dio tardasse, io nol vedrò; vedrallo
chi pria morir non ardirá. Non io
vedrò strappare il sacro vel, che al volgo
adombra il ver, ch’ei non intende, e crede:
né il tribunal, che in terra raffigura
la giustizia del cielo, e a noi piú mite
la rende poscia, andar vedrò sossopra,
come ei giurava; il tribunal, che illesa
pura la fede, ad onta altrui, ci serba.
Sperda il ciel l’empio voto: invan lo speri
l’orrido inferno. — Al Re sovrano innalza,
Filippo, il guardo: onori, impero, vita,
tutto hai da lui; tutto ei può tor: se offeso
egli è, ti è figlio l’offensore? In lui,
in lui sta scritta la fatal sentenza:
leggila; e omai non la indugiar... Ritorce
le sue vendette in chi le sturba, il cielo.

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Perez Liberi sensi a rio servaggio in seno

lieve il trovar non è: libero sempre
non è il pensier liberamente espresso,
e talor anco la viltá si veste
di finta audacia. — Odimi, o re; vedrai
qual sia il libero dir: m’odi, e ben altro
ardir vedrai. — Supposto è il foglio; e troppo
discordi son tra lor le accuse. O il prence
di propria mano al parricidio infame
si appresta; e allor co’ Batavi ribelli
a che l’inetto patteggiar? dei Franchi
a che i soccorsi? a che con lor diviso
il paterno retaggio? a che smembrato
il proprio regno? — Ma, se pur piú mite
far con questi empj mezzi a se il destino
ei spera, allora il parricidio orrendo
perché tentar? perché cosí tentarlo?
Imprender tanto, e rimanersi a mezzo;
vinto, da che? — S’ei lo tentò in tal guisa,
piú che colpevol, forsennato io ’l tengo.
Ei sapea, che in difesa dei re sempre
(anco odiandoli) a gara veglian quelli,
che da lor traggon lustro, oro, e possanza.
Tu il figlio hai visto, che fuggiasi? ah! forse
visto non l’hai, fuorché con gli occhi altrui.
Ei venga; ei s’oda; ei sue ragion ne adduca.
Ch’ei non t’insidia i giorni, io ’l giuro intanto.
Sovra il mio capo il giuro; ove non basti,
su l’onor mio; di cui né il re, né il cielo,
arbitri d’ogni cosa, arbitri sono. —
Or, che dirò della empietade, ond’osa
pietá mentita, in suon di santo sdegno,
incolparlo? Dirò... Che val ch’io dica,
che sotto un velo sagrosanto ognora,
religíon chiamato, havvi tal gente
che rei disegni ammanta; indi, con arte,

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alla celeste la privata causa

frammischiando, si attenta anco ministra
farla d’inganni orribili, e di sangue?
Chi omai nol sa? — Dirò ben io, che il prence,
giovine ognor d’umano core e d’alti
sensi mostrossi; all’avvenente aspetto
conformi sensi; e che speranza ei dolce
crescea del padre, dai piú teneri anni:
e tu il dicevi, e tel credea ciascuno.
Io ’l credo ancora: perch’uom mai non giunse
di cotanta empietade a un tratto al colmo.
Dirò, che ai tanti replicati oltraggi
null’altro ei mai che pazíenza oppose,
silenzio, ossequio, e pianto. — È ver, che il pianto
anco è delitto spesso; havvi chi tragge
dall’altrui pianto l’ira... Ah! tu sei padre;
non adirarten, ma al suo pianger piangi;
ch’ei reo non è, ben infelice è molto. —
Ma, se pur mille volte anche piú reo,
che ognun quí ’l grida, ei fosse; a morte il figlio
mai condannar nol può, né il debbe un padre.
Filippo ...Pietade al fine in un di voi ritrovo,
e pietà seguo. Ah! padre io sono; e ai moti
di padre io cedo. Il regno mio, me stesso,
tutto abbandono all’arbitra suprema
imperscrutabil volontá del cielo.
Dell’ire forse di lassú ministro
Carlo esser debbe in me: pera il mio regno,
pera Filippo pria, ma il figlio viva;
lo assolvo io giá.
Gomez   Tu delle leggi adunque
maggior ti fai? Perché appellarci? Solo
tu ben puoi romper senza noi le leggi.
Assolvi, assolvi; ma, se un dí funesta
la pietá poi ti fosse...
Perez   In ver, funesta

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fia la pietá; ché assai novella io veggio

sorger pietade... Ma, qual sia l’evento,
non è consiglio questo, ov’io sedermi
ardisca omai: mi è cara ancor la fama,
la vita no. Ch’io non bagnai mie mani
nell’innocente sangue, il sappia il mondo:
quí rimanga chi ’l vuole. — Al cielo io pure
miei voti innalzo: al ciel palese appieno
è il ver... Ma che dich’io? soltanto al cielo?...
S’io volgo intento a me dattorno il guardo,
non vegg’io che ciascuno appien sa il vero?
Che il tace ognuno? e che l’udirlo, e il dirlo,
quí da gran tempo è capital delitto?
Filippo A chi favelli tu?
Perez   Di Carlo al padre...
Filippo Ed al tuo re.
Leon.   Tu sei di Carlo il padre:
e chi ’l dolor di un disperato padre
non vede in te? Ma, tu sei padre ancora
de’ tuoi sudditi; e in pregio hann’essi il nome
di figli tuoi, quanto in non cale ei l’abbia.
Sol uno è il prence; innumerabil stuolo
son essi; ei salvo, altri in periglio resta;
colpevol ei, gli altri innocenti tutti:
fra il salvar uno, o tutti, incerto stai?
Filippo In cor lo stile a replicati colpi
non mi s’immerga omai; cessate: ah! forza
piú di udirvi non ho. Fuor del mio aspetto
nuovo consiglio or si raduni; ed anco
i sacerdoti segganvi, in cui muti
sono i mondani affetti: il ver rifulga
per loro mezzo; e sol si ascolti il vero. —
Itene dunque, e sentenziate. Al dritto
nuocer potrebbe or mia presenza troppo;...
o troppo forse a mia virtú costarne.

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SCENA SESTA

Filippo.

...Oh!... quanti sono i traditori? audace

Perez fia tanto? Penetrato ei forse
il cor mi avesse?... Ah! no... Ma pur, quai sensi!
Quale orgoglio bollente! — Alma sí fatta,
nasce ov’io regno? — e dov’io regno, ha vita?