Differenze tra le versioni di "Agricoltura biologica: le fondamenta nella scienza, o le radici nella superstizione?"

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| Nome e cognome dell'autore =Antonio Saltini
| Titolo =Agricoltura biologica: le fondamenta nella scienza, o le radici nella superstizione?
| Iniziale del titolo =A
| Anno di pubblicazione =2002
| Eventuale secondo anno di pubblicazione =
| Lingua originale del testo =
| Nome e cognome del traduttore =
Da propugnatori di un’agricoltura che rinunci ai mezzi della chimica e riduca le dimensioni dei mezzi meccanici, i fautori del nuovo credo agronomico diverranno, nello spazio di pochi anni, non meno intransigenti antagonisti dell’impiego delle sementi costituite dalla genetica, prima, più confusamente, di quelle ottenute mediante le metodologie tradizionali di incrocio e selezione, poi, più categoricamente, di quelle ottenute mediante i procedimenti della microbiologia molecolare, quindi con l’intervento diretto sul patrimonio genetico, un intervento in cui i cultori dell’agricoltura alternativa denunceranno il pericolo più grave per l’integrità fisica dell’umanità. Mentre, peraltro, le prove dei danni dell’impiego della chimica in agricoltura sono palesi, riconosciute dagli studiosi di qualunque ispirazione, e la scienza agronomica è impegnata a contenerne gli effetti nocivi, seppure nella consapevolezza che la società umana richiede una quantità di derrate alimentare che sarebbe impensabile produrre senza sussidi chimici, a provare i pericoli delle sementi selezionate dalla nuova genetica gli oppositori continueranno ad immaginare gli argomenti più fantasiosi, privi del supporto di qualunque prova sperimentale.
 
Dalla constatazione che i mezzi chimici e meccanici impiegati, con intensità crescente, dalla conclusione del secondo conflitto mondiale per accrescere le produzioni, determinano effetti dannosi sugli equilibri naturali, l’emergere, quindi, di due atteggiamenti contrapposti: da una parte il proposito di approfondire gli studi chimici e biologici affinché l’impiego agrario dei mezzi della chimica si realizzi senza produrre conseguenze nocive sull’ambiente, dall’altro la pretesa di proscrivere, con un bando categorico e incondizionato, l’impiego di qualunque molecola di sintesi in qualsiasi fase della produzione agricola. Mentre, peraltro, l’accoglimento degli imperativi di tutela delle risorse naturali non costituisce, per il contesto delle scienze agrarie, che l’adeguamento delle conoscenze tradizionali ad istanze nuove, quindi l’aggiornamento di una concezione della produzione agricola che dalle origini, nel Settecento, non ha cessato di rinnovare, di fronte a stimoli e scoperte nuove, il proprio ordito, il rigetto incondizionato della chimica impone a chi lo propugna l’onere di giustificare il rifiuto con argomenti di dignità scientifica, contrapponendo alla scienza agronomica ortodossa una dottrina alternativa. Per avanzare le proprie pretese come istanze scientifiche, e non come mere suggestioni d’opinione, il nuovo movimento è costretto a cimentarsi sul terreno teorico, un’esigenza che si impegna a soddisfare, nel corso degli anni Settanta, un novero numeroso di maestri, le cui ipotesi, in radicale dissonanza, rifrangono il movimento per un’agricoltura alternativa in una pluralità di scuole, che la passione dispiegata nel sostegno della propria dottrina, non di rado fondata su argomenti metascientificimeta scientifici, rende più proprio definire con il termine di sette.
 
 
==Processo alla chimica: i capi d’accusa==
 
Se il rigetto della chimica che accomuna gli alfieri delle agricolture “alternative” non costituisce, generalmente, che espressione di un orrore incapace, per la mancanza di competenze scientifiche, di articolarsi in argomentazioni quantitative, propone l’eccezione più significativa il volume con cui offre il proprio contributo alla fondazione della nuova agricoltura Claude Aubert, un agronomo dalle significative esperienze applicative, critico di notevole acume di tutta la pubblicistica chimica nella sfera agraria, autore di un volume, ''L’agriculture biologique'', cui la lucidità espositiva ha assicurato il successo testimoniato dalla pluralità delle edizioni.
 
A differenza dei proclami contro la chimica della maggioranza dei paladini di un’agricoltura nuova, comunemente meri saggi di retorica antiscientifica, il volume di Aubert propone contro la chimica un’autentica arringa, articolata in capi d’accusa consistenti ciascuno di una serie di argomentazioni fondate sui risultati di ricerche operate nei laboratori di un novero cospicuo di paesi. Nell’ordine, dopo un’introduzione sulla qualità biologica degli alimenti, il primo dei capitoli di quell’arringa raccoglie gli elementi di colpa a carico di antiparassitari, insetticidi e diserbanti, il secondo quelli a carico dei fertilizzanti, il terzo quelli a carico delle creature della nuova genetica vegetale, sementi di piante annuali e varietà di specie frutticole, e quelli a carico degli animali modificati dalle moderne metodologie di selezione.
 
Nel primo di quei capitoli l’agronomo francese illustra i risultati di una ricerca condotta, nel proprio paese, sulla presenza di residui degli insetticidi della famiglia dei clorurati organici, quindi il dD.dT.tT. e le molecole similari, nel latte delle mucche e in quello delle donne, risultati senza dubbio inquietanti, siccome il latte umano sarebbe risultato contaminato da un tenore di d.d.t. quarantacinque volte maggiore di quello reperito nel latte vaccino, da percentuali maggiori a quelle degli animali, nonostante l’inferiorità dei valori assoluti, di tutte le altre molecole della famiglia.
 
L’esito dell’indagine, oggi privo di interesse per la proscrizione, da un terzo di secolo, dell’impiego, nelle campagne europee, dei clorurati organici, avrebbe imposto di individuare la ragione per la quale sarebbe risultata maggiore la quantità di insetticidi nel latte delle donne, che ingeriscono cibi trattati con insetticidi solo indirettamente, che in quello delle mucche, alimentate con prodotti vegetali trattati direttamente: anziché ricercare, però, una spiegazione, dal risultato Aubert desume l’impossibilità di qualsiasi spiegazione plausibile. L’opzione rivela un proposito sottile: postulare quell’impossibilità equivale, infatti, a proclamare l’incapacità della chimica di seguire le traslocazioni degli insetticidi nella successione delle trasformazioni biologiche, un’incapacità, che, fosse irrefragabilmente dimostrata, imporrebbe, per cogenza scientifica, il bando di ogni molecola antiparassitaria. Fondato su dati analitici ineccepibili, il sillogismo contro la chimica è acuto e suadente, un sofisma dall’indiscutibile potere persuasivo.
Una vescica di cervo ripiena di certi fiori sarebbe il più funzionale accumulatore di influssi cosmici, un’efficacia analoga presenterebbe un cranio di bovino ricolmo di certe cortecce. Interrati in autunno, gli accumulatori astrali di Steiner raccoglierebbero, durante l’inverno, il periodo di stasi della vita, benefici raggi cosmici, che l’agricoltore potrebbe distribuire nei suoi campi estraendo dal suolo, in primavera, i resti animali interrati e cospargendo sui campi il prezioso putridume, tanto meno costoso, in tempi di rincari quotidiani del greggio, del solfato di ammonio o del perfosfato di calcio.
 
Per soddisfare esigenze diverse delle piante l’agricoltore potrebbe raccogliere i raggi stellari in una tinozza d’acqua pura in cui dovrà versare, al lume delle stelle, sabbia, il più inerte dei minerali, anch’essa tanto meno costosa dell’urea e del nitrato di calcio, agitando con un ramaiolo acconcio. La mescolanza di acqua e polvere di stelle manifesterebbe sulle piante i poteri più straordinari. I procedimenti escogitati dal veggente germanico per accrescere, dirigendovi il flusso degli astri, la fecondità della terra, non si esauriscono nelle procedure menzionate: le pratiche menzionate impongono, peraltro, l’obbedienza all’invito degli antichi saggi: ''Sed de hoc satis, ne plus debito in re obscena laboremus.''
 
Steiner non era agronomo, era un maestro di occultismo avventuratosi sul terreno agrario per soddisfare la curiosità di alcuni adepti impegnati in attività agricole. I postulati della sua dottrina sarebbero stati coordinati ad autentiche conoscenze agronomiche da un discepolo dalle competenze più pertinenti, Ehrenfried Pfeiffer, una vasta esperienza di conduzione di aziende agrarie su entrambe le sponde dell’Atlantico, che in un libro baciato da un successo scintillante e duraturo, La fecondità della terra, avrebbe integrato la dottrina del maestro componendovi due elementi ugualmente significativi, il primo di carattere etico e storico, il secondo di carattere più propriamente scientifico.
==Rifondare la filosofia dell’Occidente==
 
Nella storia dei tentativi di definire fondamenta scientifiche originali sulle quali costruire l’edificio di una nuova agricoltura fissa una data significativa la pubblicazione del volume che Miguel Altieri propone, nel 1987, negli Stati Uniti, con il titolo di ''Agroecology'', che un editore padovano traduce, nel 1991, presentandolo, con le parole altisonanti del curatore, come “la bibbia e il manuale della nuova agricoltura”, due titoli che il testo vanterebbe siccome della nuova agricoltura proporrebbe, secondo il medesimo curatore, “i fondamenti scientifici e filosofici”.
 
Per assicurare il conseguimento di obiettivi tanto ambiziosi l’autore ha affidato i due capitoli iniziali ad una studiosa di letteratura agronomica, Susanna Hecht, e ad un cultore di studi epistemologici, Richard Norgaard, che negli stessi capitoli si producono in quello che, nella composita, e solitamente ripetitiva, letteratura sull’agricoltura “alternativa”, deve probabilmente considerarsi lo sforzo più impegnativo di fondare filosoficamente i cardini dottrinali delle procedure di cui Artieri auspica la sostituzione alle pratiche dell’agricoltura tradizionale dell’Occidente.
Avesse letto i capolavori della disciplina di cui si proclama cultrice, le opere agronomiche del Cinquecento, del Seicento e del Settecento, inglesi, italiane, tedesche, Susanna Hecht non avrebbe sostenuto la necessità di creare una scienza nuova per comprendere nella considerazione dell’agronomia i fattori economici e sociali che l’agronomia occidentale avrebbe sempre trascurato. Tutti gli alfieri della disciplina, dal fondatore dell’agronomia occidentale, il latino Columella, di cui non si può pretendere la conoscenza da parte di una studiosa americana, ai successori, Agostino Gallo, Olivier de Serres, Arthur Young, Albrecht Thaer e Adrien de Gasparin, hanno dedicato alle considerazioni sociali ed economiche un’attenzione non inferiore a quella rivolta ai fenomeni biologici. Nei decenni più recenti, nel contesto complessivo degli studi agrari l’economia è stata separata dall’agronomia, senza dubbio per quell’esigenza di distinguere le sfere di indagine che è, abbiamo annotato, peculiarità precipua della scienza occidentale, ma che conoscenze diverse siano disposte in tomi differenti non consente di supporre che chi ha scritto il manuale di agronomia non abbia letto quello di economia agraria. Altieri reputa la lettura di sei libri impegno sovrumano? Vuole tutta la scienza compendiata in un volume unico? Legga gli agronomi dell’Ottocento: sarà incantato dalla loro poliedricità. Non proclami la necessità di fondare una nuova scienza perché non ha il tempo per leggere sei libri. E per i propri problemi epistemologici cerchi persona più competente del professor Norgaard: qualunque bibliotecario competente gli offrirà un aiuto più pertinente.
 
Seppure abbia affidato ai due collaboratori il compito di fissare i postulati essenziali, filosofici e storici, della scienza che intende fondare, l’alfieredell’Agroecologial’alfiere dell’Agroecologia non manca, nei capitoli che stila personalmente, di aggiungere, agli argomenti che dimostrerebbero l’urgenza di edificare la nuova disciplina, ragioni ulteriori, ragioni più specificamente agronomiche. Addita la più significativa nella constatazione dell’insuccesso che sarebbe seguito al trapianto delle pratiche dell’agronomia occidentale nei continenti dalle tradizioni diverse. Dovunque fosse stata trapiantata, l’agronomia occidentale non avrebbe prodotto che indebitamento dei contadini e sottoalimentazione.
 
L’asserzione suscita un appunto, il rilievo dell’arbitrarietà di denunciare il fallimento dell’agronomia occidentale nei continenti estranei alla civiltà europea senza considerare che Asia, Africa e America meridionale non hanno adottato, nell’ultimo secolo, solo l’agronomia europea, ma l’intero contesto della scienza dell’Occidente, quindi la medicina europea, con il suo potere di ridurre drasticamente, con vaccini e antibiotici, la mortalità umana, in specie quella infantile, la fisica e l’elettronica, quindi le fondamenta teoriche per produrre automobili e televisori, e la chimica, quindi la tecnologia per produrre fertilizzanti e materie plastiche. E con la scienza europea le società asiatiche, africane, latinoamericane, hanno adottato ragioni e parametri di vita europei, primo tra gli altri il ripudio dell’agricoltura di autoconsumo, e l’impulso alla produzione di grandi quantità di derrate per alimentare i mercati delle città, dilatatesi senza misura proprio a ragione dell’adeguamento ai moduli economici occidentali.
Trasformata da impegno etico di tutela degli equilibri tra l’uomo e le risorse agrarie in ordinaria attività produttiva, condotta da una pluralità di operatori per ricavarne, come tutti gli imprenditori, contributi pubblici e i più elevati guadagni possibili, senza rinnegare i principi cardinali, in primo luogo il bando della chimica, l’agricoltura alternativa ha rigettato le istanze teoriche, ha rinunciato ad elaborare una dottrina da contrapporre alle teorie agronomiche classiche, si è immersa nei problemi della tecnica produttiva.
 
I quali sono tutt’altro che semplici. Avvicinare le produzioni dell’agricoltura alternativa, realizzate senza antiparassitari, anticrittogamici e diserbanti, alle rese produttive dell’agricoltura ortodossa non è impegno agevole: è solo grazie ad estrema perizia che il divario può essere ridotto. Se ridurlo risultasse tecnicamente troppo arduo, la tentazione degli adepti conquistati alla nuova pratica dai sussidi pubblici ad impiegare, surrettiziamente, gli strumenti della chimica, diverrebbe irresistibile. E, si deve sottolineare, il sotterfugio sarebbe di identificazione impossibile: i fertilizzanti, e molte delle molecole antiparassitarie più moderne, non lasciano traccia, ed è arduo supporre che gli organismi di certificazione, che suggellano la produzione “biologica” con uno-due sopraluoghisopralluoghi annuali, traendo il proprio utile dal numero delle aziende cui rilasciano i propri attestati, sarebbero interessati a scoprire le frodi.
Per scongiurare il pericolo che l’intero ordito dell’agricoltura alternativa, ormai florido sistema economico, sia pervaso dalla tara della frode, i suoi alfieri debbono assicurare agli adepti la disponibilità di pratiche sicure, che applicate con meticolosità producano risultati non troppo remoti da quelli dell’agricoltura ortodossa, dai quali deve separarli un divario che possa essere compensato dalle sovvenzioni e dal più elevato prezzo di vendita dei prodotti. Ma risolvere, senza l’impiego di fertilizzanti, insetticidi, anticrittogamici e diserbanti, tutti i problemi tecnici nelle sfere diverse della produzione agricola non è obiettivo agevole: alla soluzione dei cento quesiti in cui l’imperativo si rifrange nella molteplicità delle colture e degli allevamenti la seconda generazione degli alfieri dell’agricoltura alternativa ha dedicato tutte le proprie energie.
 
Conclusa la rassegna degli alfieri della nuova agricoltura protesi a fondare la metodologia che propugnano su originali fondamenta filosofiche, una pretesa i cui coloriti risultati hanno suggerito, sensatamente, il ripudio di ogni ambizione teorica e l’adesione al più pratico credo tecnicistico, una considerazione particolare ed una riflessione conclusiva sono dovute ad un testo redatto secondo un’ispirazione radicalmente diversa, il proposito di comporre l’inventario più completo delle esperienze di agricoltura eterodossa per di verificare il contributo che ciascuna può prestare a definire il quadro dell’agricoltura del futuro, di cui lo stesso testo mira a delineare i caratteri generali, raccogliendo le cento esperienze che considera entro una cornice scientifica unitaria.
 
E’ il volume ''Alternative agriculture'' del National Research Council'' degli Stati Uniti, un consesso scientifico di prestigio internazionale che ha affidato l’indagine delle metodologie agronomiche estranee ai canoni ordinari ad un comitato di agronomi, genetisti, biologi ed economisti, che nel 1989 hanno enucleato, nell’ampio volume, l’inventario delle esperienze innovative identificate su tutto il territorio dell’Unione. Hanno definito quelle esperienze esempi di “agricoltura alternativa”, un termine scelto rifiutando, significativamente, quelli più ambiziosi di “agricoltura biologica”, “biodinamica”, di “agroecologia”, una scelta in cui è trasparente il rigetto di opzioni filosofiche che trascendano il terreno agronomico. Escluse, peraltro, pretese filosofiche, il lavoro del comitato del National Research Council rivela intenti di sintesi dalle palesi ambizioni scientifiche: al pragmatismo filosofico si compone la lucidità dei propositi conoscitivi.
 
Negli ultimi tre quarti di secolo l’agricoltura americana ha conseguito, riconoscono i membri del comitato, traguardi straordinari di produttività, ma quei traguardi non sono stati realizzati senza costi, che debbono identificarsi nell’inquinamento delle falde freatiche provocato da fertilizzanti e antiparassitari, nei rischi alla salute di chi esegue i trattamenti antiparassitari e di chi consumi prodotti trattati impropriamente, nel ricorso sistematico e parvasivopervasivo ai farmaci negli allevamenti, un ricorso che può condurre alla creazione di ceppi batterici resistenti, potenzialmente nocivi non solo agli animali ma anche all’uomo Di fronte alle conseguenze nocive delle pratiche moderne vi sono agricoltori che hanno reagito cercando di evitare, o di limitare, l’impiego di fertilizzanti e antiparassitari nei propri campi e nei propri frutteti, di antibiotici nelle proprie stalle. Quelle esperienze hanno raggiunto un numero tanto consistente da imporre un’analisi che verifichi quali contributi esse possano prestare, generalizzandone le pratiche, al superamento dei problemi creati dalla tecnologia agraria moderna.
 
Le motivazioni ideali che sospingono i tentativi di agricoltura alternativa compongono la gamma più varia: tra i protagonisti alcuni mirano all’esclusione dei prodotti della chimica, altri ne operano riduzioni di entità diversa, qualcuno si propone di preservare le peculiarità del suolo, qualcuno di ridurre gli sprechi energetici. Il comitato non si è interessato delle motivazioni, ha effettuato la verifica dell’efficacia produttiva delle scelte aziendali, ha mirato ad illustrare, nel rapporto, soluzioni tecniche che si siano rivelate funzionali, in ambienti geografici differenti, per colture diverse, in contesti aziendali peculiari. Operando il proprio inventario ha verificato che gli agricoltori che impiegano tecniche “alternative” rivelano spesso un’abilità superiore a quella media, e grazie a quell’abilità realizzano risparmi, e ottengono produzioni tali da ricavarne redditi eccellenti, la misura decisiva della funzionalità di una pratica agronomica, il metro che impone di considerare le aziende che la applicano aziende protese al futuro.
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