Differenze tra le versioni di "Divina Commedia/Paradiso/Canto X"

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{{Qualità|avz=75%|data=13 febbraio 2008|arg=Poemi}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=[[Divina Commedia/Paradiso|Paradiso]]<br /><br />Canto decimo|prec=../Canto IX|succ=../Canto XI}}
 
{{capitolo
''Canto X, nel quale santo Tommaso d'Aquinod’Aquino de l'ordinel’ordine de'de’ Frati Predicatori parla nel cielo del Sole; e qui comincia la quarta parte.''
|CapitoloPrecedente=Canto nono
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}}
''Canto X, nel quale santo Tommaso d'Aquino de l'ordine de' Frati Predicatori parla nel cielo del Sole; e qui comincia la quarta parte.''
 
<poem>
Guardando nel suo Figlio con l'Amorel’Amore
che l'unol’uno e l'altrol’altro etternalmente spira,
lo primo e ineffabile Valore {{r|3}}
 
quanto per mente e per loco si gira
con tant'tant’ ordine fé, ch'esserch’esser non puote
sanza gustar di lui chi ciò rimira. {{r|6}}
 
Leva dunque, lettore, a l'altel’alte rote
meco la vista, dritto a quella parte
dove l'unl’un moto e l'altrol’altro si percuote; {{r|9}}
 
e lì comincia a vagheggiar ne l'artel’arte
di quel maestro che dentro a sé l'amal’ama,
tanto che mai da lei l'occhiol’occhio non parte. {{r|12}}
 
Vedi come da indi si dirama
l'oblicol’oblico cerchio che i pianeti porta,
per sodisfare al mondo che li chiama. {{r|15}}
 
 
e se dal dritto più o men lontano
fosse 'l’l partire, assai sarebbe manco
e giù e sù de l'ordinel’ordine mondano. {{r|21}}
 
Or ti riman, lettor, sovra 'l’l tuo banco,
dietro pensando a ciò che si preliba,
s'essers’esser vuoi lieto assai prima che stanco. {{r|24}}
 
Messo t'hot’ho innanzi: omai per te ti ciba;
ché a sé torce tutta la mia cura
quella materia ond'ond’ io son fatto scriba. {{r|27}}
 
Lo ministro maggior de la natura,
con quella parte che sù si rammenta
congiunto, si girava per le spire
in che più tosto ognora s'appresentas’appresenta; {{r|33}}
 
e io era con lui; ma del salire
non m'accors'm’accors’ io, se non com'com’ uom s'accorges’accorge,
anzi 'l’l primo pensier, del suo venire. {{r|36}}
 
È Bëatrice quella che sì scorge
di bene in meglio, sì subitamente
che l'attol’atto suo per tempo non si sporge. {{r|39}}
 
Quant'Quant’ esser convenia da sé lucente
quel ch'erach’era dentro al sol dov'dov’ io entra'mientra’mi,
non per color, ma per lume parvente! {{r|42}}
 
Perch'Perch’ io lo 'ngegno’ngegno e l'artel’arte e l'usol’uso chiami,
sì nol direi che mai s'imaginasses’imaginasse;
ma creder puossi e di veder si brami. {{r|45}}
 
 
Tal era quivi la quarta famiglia
de l'altol’alto Padre, che sempre la sazia,
mostrando come spira e come figlia. {{r|51}}
 
E Bëatrice cominciò: «Ringrazia,
ringrazia il Sol de li angeli, ch'ach’a questo
sensibil t'hat’ha levato per sua grazia». {{r|54}}
 
Cor di mortal non fu mai sì digesto
a divozione e a rendersi a Dio
con tutto 'l’l suo gradir cotanto presto, {{r|57}}
 
come a quelle parole mi fec'fec’ io;
e sì tutto 'l’l mio amore in lui si mise,
che Bëatrice eclissò ne l'obliol’oblio. {{r|60}}
 
Non le dispiacque; ma sì se ne rise,
 
così cinger la figlia di Latona
vedem talvolta, quando l'aerel’aere è pregno,
sì che ritenga il fil che fa la zona. {{r|69}}
 
Ne la corte del cielo, ond'ond’ io rivegno,
si trovan molte gioie care e belle
tanto che non si posson trar del regno; {{r|72}}
 
e 'l’l canto di quei lumi era di quelle;
chi non s'impennas’impenna sì che là sù voli,
dal muto aspetti quindi le novelle. {{r|75}}
 
Poi, sì cantando, quelli ardenti soli
si fuor girati intorno a noi tre volte,
come stelle vicine a'a’ fermi poli, {{r|78}}
 
donne mi parver, non da ballo sciolte,
ma che s'arrestins’arrestin tacite, ascoltando
fin che le nove note hanno ricolte. {{r|81}}
 
E dentro a l'unl’un senti'senti’ cominciar: «Quando
lo raggio de la grazia, onde s'accendes’accende
verace amore e che poi cresce amando, {{r|84}}
 
multiplicato in te tanto resplende,
che ti conduce su per quella scala
u'u’ sanza risalir nessun discende; {{r|87}}
 
qual ti negasse il vin de la sua fiala
per la tua sete, in libertà non fora
se non com'com’ acqua ch'alch’al mar non si cala. {{r|90}}
 
Tu vuo'vuo’ saper di quai piante s'infioras’infiora
questa ghirlanda che 'ntorno’ntorno vagheggia
la bella donna ch'alch’al ciel t'avvalorat’avvalora. {{r|93}}
 
Io fui de li agni de la santa greggia
che Domenico mena per cammino
u'u’ ben s'impinguas’impingua se non si vaneggia. {{r|96}}
 
Questi che m'èm’è a destra più vicino,
frate e maestro fummi, ed esso Alberto
è di Cologna, e io Thomas d'Aquinod’Aquino. {{r|99}}
 
Se sì di tutti li altri esser vuo'vuo’ certo,
di retro al mio parlar ten vien col viso
girando su per lo beato serto. {{r|102}}
 
Quell'Quell’ altro fiammeggiare esce del riso
di Grazïan, che l'unol’uno e l'altrol’altro foro
aiutò sì che piace in paradiso. {{r|105}}
 
L'altroL’altro ch'appressoch’appresso addorna il nostro coro,
quel Pietro fu che con la poverella
offerse a Santa Chiesa suo tesoro. {{r|108}}
 
La quinta luce, ch'èch’è tra noi più bella,
spira di tale amor, che tutto 'l’l mondo
là giù ne gola di saper novella: {{r|111}}
 
entro v'èv’è l'altal’alta mente u'u’ sì profondo
saver fu messo, che, se 'l’l vero è vero,
a veder tanto non surse il secondo. {{r|114}}
 
Appresso vedi il lume di quel cero
che giù in carne più a dentro vide
l'angelical’angelica natura e 'l’l ministero. {{r|117}}
 
Ne l'altral’altra piccioletta luce ride
quello avvocato de'de’ tempi cristiani
del cui latino Augustin si provide. {{r|120}}
 
Or se tu l'occhiol’occhio de la mente trani
di luce in luce dietro a le mie lode,
già de l'ottaval’ottava con sete rimani. {{r|123}}
 
Per vedere ogne ben dentro vi gode
l'animal’anima santa che 'l’l mondo fallace
fa manifesto a chi di lei ben ode. {{r|126}}
 
Lo corpo ond'ond’ ella fu cacciata giace
giuso in Cieldauro; ed essa da martiro
e da essilio venne a questa pace. {{r|129}}
 
Vedi oltre fiammeggiar l'ardentel’ardente spiro
d'Isidorod’Isidoro, di Beda e di Riccardo,
che a considerar fu più che viro. {{r|132}}
 
Questi onde a me ritorna il tuo riguardo,
è 'l’l lume d'unod’uno spirto che 'n’n pensieri
gravi a morir li parve venir tardo: {{r|135}}
 
 
Indi, come orologio che ne chiami
ne l'oral’ora che la sposa di Dio surge
a mattinar lo sposo perché l'amil’ami, {{r|141}}
 
che l'unal’una parte e l'altral’altra tira e urge,
tin tin sonando con sì dolce nota,
che 'l’l ben disposto spirto d'amord’amor turge; {{r|144}}
 
così vid'vid’ ïo la gloriosa rota
muoversi e render voce a voce in tempra
e in dolcezza ch'esserch’esser non pò nota {{r|147}}
 
se non colà dove gioir s'insempras’insempra.
</poem>
 
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