Differenze tra le versioni di "Divina Commedia/Inferno/Canto IX"

correzione apostrofi e capitoli
(correzione apostrofi e capitoli)
{{Qualità|avz=100%|data=18 maggio 2008|arg=Poemi}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=[[Divina Commedia/Inferno|Inferno]]<br />Canto nono|prec=../Canto VIII|succ=../Canto X}}
 
{{capitolo
''Canto nono, ove tratta e dimostra de la cittade c'hac’ha nome Dite, la qual si è nel sesto cerchio de l'infernol’inferno e vedesi messa la qualità de le pene de li eretici; e dichiara in questo canto {{AutoreCitato|Publio Virgilio Marone|Virgilio}} a Dante una questione, e rendelo sicuro dicendo sé esservi stato dentro altra fiata.''
|CapitoloPrecedente=Canto ottavo
|NomePaginaCapitoloPrecedente=../Canto VIII
|CapitoloSuccessivo=Canto decimo
|NomePaginaCapitoloSuccessivo=../Canto X
}}
''Canto nono, ove tratta e dimostra de la cittade c'ha nome Dite, la qual si è nel sesto cerchio de l'inferno e vedesi messa la qualità de le pene de li eretici; e dichiara in questo canto {{AutoreCitato|Publio Virgilio Marone|Virgilio}} a Dante una questione, e rendelo sicuro dicendo sé esservi stato dentro altra fiata.''
più tosto dentro il suo novo ristrinse. {{r|3}}
 
Attento si fermò com'uomcom’uom ch'ascoltach’ascolta;
ché l'occhiol’occhio nol potea menare a lunga
per l'aerel’aere nero e per la nebbia folta. {{r|6}}
 
"Pur a noi converrà vincer la punga",
cominciò el, "se non ... Tal ne s'offerses’offerse.
Oh quanto tarda a me ch'altrich’altri qui giunga!". {{r|9}}
 
I'I’ vidi ben sì com'eicom’ei ricoperse
lo cominciar con l'altrol’altro che poi venne,
che fur parole a le prime diverse; {{r|12}}
 
ma nondimen paura il suo dir dienne,
perch'ioperch’io traeva la parola tronca
forse a peggior sentenzia che non tenne. {{r|15}}
 
che sol per pena ha la speranza cionca?". {{r|18}}
 
Questa question fec'iofec’io; e quei "Di rado
incontra", mi rispuose, "che di noi
faccia il cammino alcun per qual io vado. {{r|21}}
 
Ver è ch'altrach’altra fïata qua giù fui,
congiurato da quella Eritón cruda
che richiamava l'ombrel’ombre a'a’ corpi sui. {{r|24}}
 
Di poco era di me la carne nuda,
ch'ellach’ella mi fece intrar dentr'adentr’a quel muro,
per trarne un spirto del cerchio di Giuda. {{r|27}}
 
Quell'èQuell’è 'l’l più basso loco e 'l’l più oscuro,
e 'l’l più lontan dal ciel che tutto gira:
ben so 'l’l cammin; però ti fa sicuro. {{r|30}}
 
Questa palude che 'l’l gran puzzo spira
cigne dintorno la città dolente,
u'u’ non potemo intrare omai sanz'irasanz’ira". {{r|33}}
 
E altro disse, ma non l'l’ ho a mente;
però che l'occhiol’occhio m'aveam’avea tutto tratto
ver'ver’ l'altal’alta torre a la cima rovente, {{r|36}}
 
dove in un punto furon dritte ratto
 
E quei, che ben conobbe le meschine
de la regina de l'etternol’etterno pianto,
"Guarda", mi disse, "le feroci Erine. {{r|45}}
 
Quest'èQuest’è Megera dal sinistro canto;
quella che piange dal destro è Aletto;
Tesifón è nel mezzo"; e tacque a tanto. {{r|48}}
 
Con l'unghiel’unghie si fendea ciascuna il petto;
battiensi a palme e gridavan sì alto,
ch'i'ch’i’ mi strinsi al poeta per sospetto. {{r|51}}
 
"Vegna Medusa: sì 'l’l farem di smalto",
dicevan tutte riguardando in giuso;
"mal non vengiammo in Tesëo l'assaltol’assalto". {{r|54}}
 
"Volgiti 'n’n dietro e tien lo viso chiuso;
ché se 'l’l Gorgón si mostra e tu 'l’l vedessi,
nulla sarebbe di tornar mai suso". {{r|57}}
 
Così disse 'l’l maestro; ed elli stessi
mi volse, e non si tenne a le mie mani,
che con le sue ancor non mi chiudessi. {{r|60}}
 
E già venìa su per le torbide onde
un fracasso d'und’un suon, pien di spavento,
per cui tremavano amendue le sponde, {{r|66}}
 
non altrimenti fatto che d'und’un vento
impetüoso per li avversi ardori,
che fier la selva e sanz'alcunsanz’alcun rattento {{r|69}}
 
li rami schianta, abbatte e porta fori;
 
Come le rane innanzi a la nimica
biscia per l'acqual’acqua si dileguan tutte,
fin ch'ach’a la terra ciascuna s'abbicas’abbica, {{r|78}}
 
vid'iovid’io più di mille anime distrutte
fuggir così dinanzi ad un ch'alch’al passo
passava Stige con le piante asciutte. {{r|81}}
 
Dal volto rimovea quell'aerequell’aere grasso,
menando la sinistra innanzi spesso;
e sol di quell'angosciaquell’angoscia parea lasso. {{r|84}}
 
Ben m'accorsim’accorsi ch'ellich’elli era da ciel messo,
e volsimi al maestro; e quei fé segno
ch'i'ch’i’ stessi queto ed inchinassi ad esso. {{r|87}}
 
Ahi quanto mi parea pien di disdegno!
Venne a la porta e con una verghetta
l'apersel’aperse, che non v'ebbev’ebbe alcun ritegno. {{r|90}}
 
"O cacciati del ciel, gente dispetta",
cominciò elli in su l'orribill’orribil soglia,
"ond'estaond’esta oltracotanza in voi s'allettas’alletta? {{r|93}}
 
Perché recalcitrate a quella voglia
a cui non puote il fin mai esser mozzo,
e che più volte v'v’ ha cresciuta doglia? {{r|96}}
 
Che giova ne le fata dar di cozzo?
Cerbero vostro, se ben vi ricorda,
ne porta ancor pelato il mento e 'l’l gozzo". {{r|99}}
 
Poi si rivolse per la strada lorda,
e non fé motto a noi, ma fé sembiante
d'omod’omo cui altra cura stringa e morda {{r|102}}
 
che quella di colui che li è davante;
e noi movemmo i piedi inver'inver’ la terra,
sicuri appresso le parole sante. {{r|105}}
 
Dentro li 'ntrammo’ntrammo sanz'alcunasanz’alcuna guerra;
e io, ch'aveach’avea di riguardar disio
la condizion che tal fortezza serra, {{r|108}}
 
com'iocom’io fui dentro, l'occhiol’occhio intorno invio:
e veggio ad ogne man grande campagna,
piena di duolo e di tormento rio. {{r|111}}
 
Sì come ad Arli, ove Rodano stagna,
com'acom’a Pola, presso del Carnaro
ch'Italiach’Italia chiude e suoi termini bagna, {{r|114}}
 
fanno i sepulcri tutt'iltutt’il loco varo,
così facevan quivi d'ogned’ogne parte,
salvo che 'l’l modo v'erav’era più amaro; {{r|117}}
 
ché tra li avelli fiamme erano sparte,
per le quali eran sì del tutto accesi,
che ferro più non chiede verun'arteverun’arte. {{r|120}}
 
Tutti li lor coperchi eran sospesi,
e fuor n'uscivann’uscivan sì duri lamenti,
che ben parean di miseri e d'offesid’offesi. {{r|123}}
 
E io: "Maestro, quai son quelle genti
che, seppellite dentro da quell'archequell’arche,
si fan sentir coi sospiri dolenti?". {{r|126}}
 
E quelli a me: "Qui son li eresïarche
con lor seguaci, d'ogned’ogne setta, e molto
più che non credi son le tombe carche. {{r|129}}
 
Simile qui con simile è sepolto,
e i monimenti son più e men caldi".
E poi ch'ach’a la man destra si fu vòlto, {{r|132}}
 
passammo tra i martìri e li alti spaldi.
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