Differenze tra le versioni di "Rime (Stampa)/Rime d'amore/CXCIII"

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{{Qualità|avz=75%|data=22 settembre 2009|arg=Poesie}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=[[Rime (Stampa)/Rime d'amore|Rime d'amore]]<br/><br/>CXCIII|prec=../CXCII|succ=../CXCIV}}
 
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<poem>
Se quel grave martìr che il cor m'affligem’afflige,
non temprasse talor cortese Amore,
già mi sarei di vita uscita fuore,
e varcato averei Cocito e Stige;
ma, perché quant'eiquant’ei più m'angem’ange e trafige,
tanto la gioia poi tempra l'ardorel’ardore,
tenendo sempre fra due, lassa, il core,
né al sì, né al no l'almal’alma s'affiges’affige.
Così d'ambrosiad’ambrosia vivo e di veleno,
né di vita o di morte sta sicura
l'animal’anima, ch'orch’or s'avivas’aviva ed or vien meno.
O strana, o nova, o insolita ventura,
o petto di dolor e noia pieno,
o diletto, o martìr, che poco dura!
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