Differenze tra le versioni di "Mantova e Urbino/1490-1501"

nessun oggetto della modifica
Stettero insieme tutto l’aprile, in una beata comunanza di aspirazioni e di occupazioni, ma ai primi di maggio Isabella doveva portarsi, per desiderio del marito, a Venezia passando per Ferrara<ref>Il Marchese era a Venezia in marzo e poi di nuovo in aprile, e là si occupava anche degli affari del Duca d’Urbino. Vedi in proposito la lettera d’Elisabetta, 26 aprile, da Mantova, che non è già diretta a lui, come sbadatamente pone il <small>FERRATO</small> nel pubblicarla (''Op. cit.'', pp. 82-83), ma al comun fratello Giovanni.</ref>, ed era suo interesse che il viaggio si compisse presto per prevenire l’andata del Moro e non sfigurare al confronto dello sfarzo della sorella Beatrice.<ref>Di ciò distesamente nelle nostre ''Relazioni con gli Sforza'', pagina 70 e segg.</ref> Il 4 maggio giungeva a Ferrara, noiata questa volta assai pel tempo poco favorevole, e per l’abbandono della dolce compagna. "Appena - le scriveva - me ritrovai in barca senza la sua dulcissima compagnia venni tanto bizarra, che non sapeva che volesse. Havendo per mio conforto aqua et vento sempre contrario... molte volte me agurai in camera de V.S. a giochare a ''scartino''"<ref>Copialett., L.III. Questo documento producemmo già nelle citate ''Relazioni'', p. 73m ''n''. 1. Che cosa veramente fosse lo ''scartino'', per cui le due dame avevano singolare predilezione, non sapremmo dire con sicurezza, benchè ci sorrida il pensiero che potesse essere qualcosa di simile all’attuale ''ècartè''. Certo era un giuoco favorito a Mantova in quel tempo. Da Padova, il 20 maggio ’93, la Marchesa ordina a Francesco Bagnacavallo "duo para de carte ''da scartino''" accusa al medesimo ricevuta il 1° dicembre di quell'anno (Copialett., L.<small>IV</small>). Il 7 settembre 1495 il Marchese, dal campo, chiede alla moglie di fargli avere "fino a due para de ''scartini'', a ciò possiamo passare el tempo cum mancho pensero". Il 9 luglio 1509 Tolomeo Spagnoli comunica da Mantova che la Marchesa "sta molto bene e si spassa il caldo dil dì "giocando a ''scartino''". Tali esempi si potrebbero moltiplicare. L'anonimo autore del ''Diario Ferrarese'', parlando di giuochi che costumavano in Ferrara nel dicembre 1499, scrive: "Si usa et costuma di giocare a carte molto, come a falsinelli, a rompha, a risuscitare li morti, ''a scartare'' et a mille diavolamenti". (<small>{{AutoreCitato|Ludovico Antonio Muratori|MURATORI}}</small>, ''Rerum Ital. Script.'', <small>XXV</small>, 376). Borso da Correggio, riferendo il 28 agosto '93 i giuochi cui prendeva parte Beatrice Sforza, dice: "L'esercitio nostro è questo. La matina si cavalca un poco, al dopo disinare, ''a scartino'', a resuscitar morti e imperiale fin a l'hora de dormire". (''Relazioni con gli Sforza'', p.84). Nel 1495 Ludovico il Moro pregava Ercole d'Este d'inviargli a volta di corriere 12 paia di ''scartini'' e due anni dopo si doleva col cardinale Ippolito, che don Alfonso non "li havesse mandato certe carte da ''scartino'' ch'el ge haveva promesso". (<small>VENTURI</small>, in ''Arch. stor. lombardo'', XII, 254). A Ferrara infatti ed a Mantova, l'industria delle carte da giuoco dipinte a mano era assai progredita nel secolo XV, e verso la fine di quel secolo e nel successivo a Ferrara facevansi anche molte carte impresse. Cfr. <small>CAMPORI</small>, ''Le carte da giuoco dipinte per gli Estensi'', pp. 11-12. Che lo ''scartino'' si giocasse con le ''carticelle'' e non coi ''naibi'' o ''trionfi'' (<small>CAMPORI</small>, ''op. cit.'', p.13 e <small>RENIER</small>, ''Tarocchi di M.M.Boiardo'', Modena, 1889, pp.7-8 e 9, ''n.'' 1) ci sembra quasi indubitabile. Isabella, del resto, si dilettava anche di giuochi meno innocenti dello ''scartino'', come il ''flusso''. Battista Guarino in certa sua lettera del 2 febbraio 1493 le dice: "Ma la V.S. farà pensiero di avere perso qualche posta a ''fluxo'', over a ''scartino''" (<small>LUZIO</small>, ''Precettori d'Isabella'', Ancona, 1887, p.22). Il 16 novembre 1502, Tolomeo Spagnoli scrive al Marchese: "La ill.<sup>ma</sup> M<sup>a</sup> ha convertito il tempo che ''la giocava a fluxo'' in vedere giocare a scacchi, ma lei non giocha mai, il che procede perchè la ne scià molto pocho". In seguito divenne valente anche in quel difficile giuoco, e meritò che il Vida le dedicasse il suo noto poema. Il ''flusso'' era giuoco assai rischioso; Stazio Gadio il 31 ottobre 1515 comunicava alla Marchesa che a Milano Lorenzo de' Medici (poscia duca d'Urbino) giuocando a ''flusso'' col re di Francia e con altri "in pochi giorni tirò circha 600 scudi". Il ''flusso'' è frequentissime volte nominato nei documenti e nelle opere a stampa del Rinascimento (Vedi ''Crusca'' sotto ''flusso'' e ''frussi''). ''Giuoco maladetto'' lo chiamano i ''Canti carnascialeschi''. Il confonderlo con la ''primiera'', che la Marchesa preferiva nell'età avanzata (ne abbiamo documenti del 1527 e 1538), non è giusto, quantunque vi fosse realmente una figura della ''primiera'' chiamata ''flusso''. Vedi su ciò specialmente il Commento al ''{{TestoCitato|Rime (Berni)/XIV. Capitolo della primiera|Capitolo sul giuoco della primiera}}'' del {{AutoreCitato|Francesco Berni|Berni}}, in <small>BERNI</small>, ''Rime, poesie latine lettere'', ediz. Virgili, Firenze, 1885, pp. 365 e 393. Ma in quello stesso tanto fortunato Commento il ''flusso'' è nominato, col ''trentuno'', come giuoco da donne, diverso dalla ''primiera'' (p. 377), sicchè crediamo poterne concludere che oltre alla menzionata figura della ''primiera'', il nome ''flusso'' significasse un altro giuoco, affatto distinto. Come appunto distinti indica i due giuochi l'<small>{{AutoreCitato|Pietro Aretino|ARETINO}}</small> nel ''Ragionamento del gioco'' (''Terza parte dei Ragionamenti'', Venezia, 1589, c.91''r'', 148''v'' e 149''r'', 161''r''); come distinti li nomina il <small>RABELAIS</small>, in ''Gargantua'', L.<small>I</small>, cap.22 (''flux'' e ''prime'') ed anche il <small>GARZONI</small>, ''Piazza universale'', Venezia, 1617, c. 244''r''. A Isabella piaceva anche di giuocare a ''nichino''. Giangiacomo Calandra informava Federico il 16 nov. 1516: "Gli exercitii de S. Ex. (''vostra madre'') sono le littere a le hore consuete, le solite orationi ed hore, et qualche volta spassa il tempo con gioco con questi S. et gentilhomini, et alle volte ''a nichino'' per spasso con questi gentilhomini, ecc". Di questo giuoco non ci riuscì di trovare indizio altrove. Sarebbe forse il giuoco ''à la nicuqe nocque'', che compare nel luogo menzionato del ''Gargantua''? In questo caso sarebbe giuoco di tavoliere.</ref>. Alla sua volta Elisabetta, angustiata per l'intemperie nella quale la Marchesa era incorsa, le scriveva con molto affetto il giorno medesimo (4 maggio) "affinchè - diceva - almeno, essendo priva de la dolce sua conversatione, lo intendere nova di quella me habi a dare alcuna recreatione, advisando V.S. che dall'ora quella si partì non mi son sentita troppo bene, et per li continuati cattivi tempi maj sono uscita di camera, dove senza V.S. mi pare essere mezza"<ref><small>FERRATO</small>, pp. 83-84. Egli stampa "mi pare esser mossa"!</ref>. A Ferrara Isabella assisteva frattanto alle nozze della figliuola di Ludovico Uberti, che si maritava in casa Strozzi<ref>"M.Tito [Strozzi] se fece grande honore de representatione, apparati et feste", scrive il 10 maggio alla Duchessa (Copialett., <small>L.</small>III). E' noto come Tito Vespasiano Strozzi, che fu giudicato il miglior poeta latino di Ferrara al suo tempo, fosse in rapporti cordialissimi con gli Estensi, dai quali ottenne segnalati favori. Vedasi ora la diligente biografia che ne scrisse <small>R. ALBRECHT</small>, ''Tito Vesp. Strozza'', Leipzig, 1891. La sposa era Simona degli Uberti, e lo sposo Guido, figlio di Tito Vespasiano. Cfr. <small>LITTA</small>, ''Famiglie'', Strozzi di Firenze, tav. <small>V.</small></ref>, nella quale occasione Ercole Strozzi fece rappresentare una sua commedia<ref>Al marito, 10 maggio: "Dopo disnar fu representata una comedia novamente composta per M. Hercule Strozo, cum certe moresche in mezo, che fu veramente de gran piacer, et ritrovosseli el S. mio patre cum gran populo". (Copialett., <small>L.</small> III). Questa commedia, di cui non s'ha altra notizia, registra anche il <small>D'ANCONA</small>, ''Origini del teatro'', <small>II</small>, 131, ''n.''3, il quale per altro prende equivoco nel credere che fosse rappresentata pel Moro, che allora non era peranco a Ferrara. Tito Strozzi era particolarmente amico (come il suo signore) degli spettacoli scenici, onde un suo congiunto ebbe a dire: "fu ancora splendido e magnifico in fare spettaculi comici nella sua propria abitazione, con apparati e conviti regi, e presente il signor Duca e tutto il populo di Ferrara: per il che si vide quanto fosse liberale". <small>{{AutoreCitato|Lorenzo Strozzi|LOR. STROZZI}}</small>, ''Vite degli uomini illustri della Casa Strozzi'', ediz. P.Stromboli, Firenze, 1892, pp. 59-60.</ref>. Il 15 maggio era a Venezia, ove si trattenne solo quattro o cinque giorni, uggita dagli interminabili ricevimenti ufficiali, che non permettevano alla sua giovinezza espansiva e vivace la libertà che avrebbe voluta<ref>Per questo viaggio vedi le ''Relazioni con gli Sforza'', pp. 73-77.</ref>. Benedetto Capilupo informava di tutto la Duchessa, la quale, continuando ad annoiarsi sola a Mantova (il Marchese stava a Marmirolo, d'onde veniva solo qualche volta a trovarla) diceva col suo adorabile garbo alla cognata: "spesso mi ritrovo in fra dui gran desiderii, uno che continuo voria intendere quella ritrovarsi in triomphi et letitie et in li meriti onori; l'altro che voria continuo potermi godere la dulcissima conversatione sua, et quella ritornasse a reintegrare la separata nostra conversatione, senza la quale io confesso non sapere pigliare alcuno compìto piasere, et altro non desidero che essere cum V.S.: quale prego voglia far bono ritorno et accellerato quanto sia possibile, chè ho dispiasere questi caldi ve diano molestia, et desidero veniate in le comodità et che che possiamo godere insieme"<ref>18 maggio '93. <small>FERRATO</small>, p. 85.</ref>. S'imaginerà quindi di leggieri la gioia dell'eccellente Duchessa quando ricevette dalla quasi sorella una lettera da Vicenza, del 23 maggio, in cui la invitava ad andarle incontro a Porto Mantovano "a ciò che de compagnia godiamo quello aere bono et stiamo in consolatione a rendere conto l'una a l'altra de quanto c'è occorso doppo siamo state separate". La Duchessa attendevala infatti il 27 e le due dame si fermarono nel palazzo di Porto, "per fugire lo cativo aere del castello"<ref>Copialett., <small>L.</small>III; alla Duchessa e al marito, 28 maggio.</ref>.
Durò tuttto il giorno quel dolce sodalizio. Ai primi di luglio la Marchesa dovette tornare a Ferrara presso la madre che la bramava, e vi stette fino al 10 d'agosto. Dalla corrispondenza d'allora noi trasceglieremo quest'affettuosa letterina di Isabella:
 
 
Ill<sup>me</sup> D<sup>ne</sup> Ducisse Urbini,
S<sup>r</sup> Laurentius de Medicis.</div>
 
Le ragioni politiche per cui in quell'anno il Gonzaga stimò opportuno rivolgersi a quei Medici nemici a Piero s'intendono facilmente (vedi <small>LITTA</small>, ''Famiglie'', Medici, tav. <small>XII</small>, e <small>{{AutoreCitato|Gino Capponi|CAPPONI}}</small>, ''{{TestoCitato|Storia della Repubblica di Firenze}}'', <small>III</small>, 4 e 39). Giovanni de' Medici (il futuro padre di Giovanni da le Bande Nere), delegato dal fratello, veniva a Mantova alla fine di febbraio (Vedi lettera di Lorenzo 23 febbraio '94). Il 2 marzo Isabella comunicava al marito: "El mag.<sup>co</sup> Johanne di Medici è venuto questa mattina quà a disnar: l'ho facto allogiare in corte et .... dopo disnare è venuto a visitarme, io l'ho acarezato et factoli vedere la camera et Triumphi .... et anche la nostra puttina" (Copialett. L:<small>IV.</small>). I ''Trionfi'' sono naturalmente quelli del Mantegna. Quanto al "ritratto al naturale della città di Parigi", nominato nella lettera di Lorenzo, sarà agevole vedervi uno di quei disegni topografici, di cui i Gonzaga amavano tanto ornare le pareti dei loro palazzi (cfr. <small>LUZIO</small>, in ''Archivio storico dell'arte'', <small>I</small>, 276 e segg.). Per avere il disegno di Parigi nel 1497 il Marchese si rivolse a Giovanni Bellini (<small>LUZIO</small>, ibid., p.277). Anche Isabella, molto più tardi (nel 1523) desiderava disegni di Costantinopoli e del Cairo. <small>BERTOLOTTI</small>, ''Architett., ingegn. e matemat. in relaz. coi Gonzaga'', Genova, 1889, p. 28; estratto dal ''Giornale Linguistico''.</ref>; ma avrebbe di gran lunga preferito un maschio<ref>Vedi nel lib. <small>IV</small> del copialettere d'Isabella le lettere alla sorella ed al padre, 1 e 2 gennaio '94. Nella prima dice "L'haverà inteso como ho parturito una putta, la quale insieme cum mi sta bene, avenga che la non sia stata secondo el mio desiderio. Pur doppo cussì è piaciuto a Dio l'haverò cara". Maggiore fu il suo dispiacere allorchè il 13 luglio 1496 partorì una seconda femmina, nella quale rinnovò il nome della madre del marito, Margherita (v. copialettere, lib.<small>VI</small>). Il Marchese quella volta mostrò prendersela con più spirito della moglie, poichè rallegrandosi il 29 luglio del parto felice, aggiungeva: "Nè accade che per essere stata femmina noi nè altri ne restino freddi, però che se mai patre si chiamò contento di figlia, noi se chiamiamo et di questa et de l'altra, sperando che N.S. Dio, como ne ha concesso de le femine, ne darà ancora de li maschi, et noi siamo ben acti a posserne fare". La piccola Margherita, ciò nonostante, pensò meglio di volarsene al cielo la notte che precedette il 23 settembre, ond'è che i genealogisti ignorarono affatto la sua esistenza. Il buon Capilupo la lodava molto, e il 21 luglio, scrivendo al Marchese, dicevagli: "questa putina ... è nasciuta più bella che non fece la ill<sup>ma</sup> M<sup>a</sup> Eleonora et ha qualche similitudine di V.Ex.". Leonora cominciava già ad invidiarla e sfoggiava, con compiacenza dei circostanti, il suo spirito infantile.</ref>. Nonostante i dolori morali sopravvenuti negli ultimi tempi della gravidanza, il parto riuscì felice se non agevole,
 
{{Sezione note}}
Utente anonimo