Differenze tra le versioni di "Satire (Persio)/Note/Alla Satira V"

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Orazio rade volte adempisce nelle sue satire quell’ottimo precetto suo: ''denique sit, quod vis, simplex dumtaxat et unum''. Perciocché qual materia ei prenda a trattare, poco dopo te l’abbandona, e la piú parte delle sue satire non è che una bella ed elegante congerie di nudi e sconnessi insegnamenti morali alla maniera di [[Autore:Teognide|Teognide]] e di [[Autore:Focilide|Focillide]]. Persio assai altrimenti. Tu nol vedi mai dimenticarsi della sua tesi, né mai digredirne che per rinforzarla. Conserva costantemente il metodo filosofico, e procede di prova in prova, per modo che le sue satire (salvo la prima d’argomento tutto rettorico) sono, ciascuna nel loro genere, un breve trattato di ragionata e pretta morale, scevra di quei miscugli eterogenei, che viziano la semplicità del soggetto. Non mi è nascoso, che molti anzi che biasimare trovano bello in Orazio questo stesso disordine filosofico, bello l’abbandono del suo primo proposito. Comunque sia, il ''simplex dumtaxat et unum'' nelle sue satire non si trova; e convien confessarlo, le leggi tornano inefficaci quando il primo a violarle è lo stesso legislatore. Lungi dal venire nella dura sentenza del Casaubono e dello Scaligero, che piú tocchi dalla forza che dalla grazia dell’espressione, piú ammiratori d’una certa metodica gravità vestita di splendido colorito, che sensitivi alla venustà dello stile e all’urbanità de’ concetti pospongono Orazio a Persio e a Giovenale, io mi sarò contento di porre per massima questa lode di Persio, di aver esso il primo nobilitata la satira, vestendola di Socratico paludamento, e di aver parlato della virtú non come cinico ed incoerente aretologo che morde il vizio per passatempo, ma come gravissimo Sofo che tende seriamente all’emendazione del vizio, meno sollecito di brillare che d’istruire. Egli ha spogliata la satira di quell’odiosa idea che seco porta il suo nome, sollevandola al nobilissimo officio di amica della virtú, e di rigida persecutrice del vizio solo; laddove Orazio coll’arme acutissima del ridicolo mette qualche volta in timore la virtú stessa, e le toglie la confidenza di se medesima per quei difetti, che inseparabill dalla mortal condizione accompagnano anche i caratteri piú generosi. Il ridicolo non risparmia le stesse qualità piú eccellenti; e Socrate, il piú virtuoso tra gli uomini, diventa oggetto di riso sotto la sferza del buffone [[Autore:Aristofane|Aristofane]]. Si ha delle armi contro l’arroganza, contro la calunnia, contra l’insulto, ma nessuna contra il ridicolo. Coneludo che al tribunale d’Orazio verun difetto è sicuro; e l’umana virtú, che mai n’è disgiunta, sta continuamente in sospetto di se medesima. Al tribunale di Persio non trema che il vizio.
 
Ciò dunque che cercasi da’ sapienti nello scrittore filosofo, indignazione col delitto, orgoglio colla fortuna, contumelia coll’ambizione, acrimonia colle turpi passioni, ciò tutto si è adempito da Persio rigorosamente, e la sua filosofia a petto dell’Oraziana è una vereconda matrona accanto ad una frizzante ed amabile cortigiana. E queste sono le precipue discrepanze che parmi di ravvisare fra il sistema morale de’ due satirici di cui parliamo. Quanto allo stile: castità di lingua, grazia di narrazione, attico sale, ed una certa inimitabile leggiadría che si diffonde perennemente per tutte le membra del suo discorso, sono le virtú eminenti e sentite dello stile Oraziano nel didascalico. Persio è grandemente al dissotto di tutte queste prerogative, ma piú acre, piú rapido, piú unito. Orazio disegna con grandissima accuratezza, e non trascura un capello. Persio tira il pennello alla maniera del Caravaggio, e ti presenta una testa con un tratto di linea. A queste dissimiglianze aggiungi l’altra dell’artificio poetico. L’esametro d’Orazio somiglia bene spesso piú al numero della prosa, che a quello d’un linguaggio soggetto a certe regole d’armonia. Questo troppo sprezzamento di verso a Persio non piacque punto, ed egli benché perpetuo imitatore d’Orazio, preferí un genere di verseggiare piú armonico, piú rotondo, e sovente cosí magnifico che si accosta alla maestà virgiliana. Ben so che questo per alcuni è difetto, prescrivendosi che il verso didascalico debba serpeggiare per terra. Ed io amo ancor io di vederlo qualche volta per terra, ma non cosí spesso, né in forma di rettile, né stramazzato, né privo di tutta poetica fisonomia. Chi piú tenue di [[Autore:{{AutoreCitato|Publio Virgilio Marone|Virgilio]]}} nelle [[{{TestoCitato|Georgiche]]}}, e chi piú molle, piú fluido, piú sonante nel tempo stesso? E pazienza ai versi zoppi nel didascalico: ma nell’eroico? e senza effetto, senza bisogno, senza ragione? Un cotale mi voleva un giorno persuadere dell’armonia imitativa di quel pentametro [[Autore:gaio Valerio Catullo|Catulliano]]: ''Troja virum, et virtutum omnium acerba cinis''. Io corsi a cercare una corda per legarlo e tradurlo nell’ospedale.
 
Se da Orazio s’impara a beffarsi del vizio, da Persio ad amar la virtú, da Giovenale impareremo a sdegnarci contra il delitto: e di lui adesso dirò, poiché nell’argomento, a cui posi mano, mi parrebbe fallo il tacerne.
<poem>[[Divina Commedia/Inferno/Canto XXVIII|Sotto l’usbergo del sentirsi pura]],</poem> si compiace a queste magnanime indignazioni, ed ama di veder il vizio fremere e impallidire sotto il flagello. ''Nocet bonis qui parcit pessimis'', dice Seneca; e cessa di esser buono, aggiunge [[autore:Plutarco|Plutarco]], chi transige coll’uomo perverso. Considerando ie abbominazioni del secolo di Giovenale, è follia il desiderare nelle sue satire l’urbanità che distinse quelle di Orazio. Un imperadore Romano, l’arbitro della terra, che per le stanze cesaree si diverte a dar la caccia alle mosche, egli è spettacolo certamente degno di riso. Ma come si pensa che mentre Domiziano trastullasi con le mosche, si strascina al patibolo l’innocenza; che dalle segrete accuse d’un delatore dipende la vita e l’onore de’ cittadini; che le sostanze de’ vivi e de’ morti s’ingoiano dal fisco imperiale onde saziare l’avidità del soldato; che l’unica strada di non perire è il mestier del bardassa, del ruffiano, dell’adultero, della spia, come, io dico, il pensiero si arresta su queste scene d’orrore, la facezia muore sul labbro, e le ridenti immagini, i lepori, gli scherzi sono un insulto alla comune calamità. Il rimanersi insensibile e indifferente nel lutto pubblico, e dar opera allo studio senza mescolarvi gl’interessi del cuore non è privilegio che degl’ingegni unicamente consecrati alle scienze positive; i quali battendo una strada separata ed intatta dalle grandi burrasche delle passioni, reputano pensiero perduto ed inutile tutto quello che non è calcolo. Immersi profondamente nel contemplare le leggi del mondo fisico, poco assai li perturba lo strepito del mondo morale; e sia Caligola o Marc’Aurelio che governa l’imperio, ciò nulla monta per un Geometra, purché lo si lasci descrivere delle curve. Siracusa va tutta a ferro ed a fuoco, e Archimede si sta a tirar linee sulla polvere. Lo scrittore al contrario, che intende alla meditazione de’ morali fenomeni, non si commove punto de’ fisici. Corre un domestico ad avvisare [[Autore:Pierre Corneille|Pier Cornelio]] che la casa s’incendia; e ''discorretene con mia moglie'', gli risponde il poeta senza muoversi dallo scrittoio.
 
Giovenale si compone, gli è vero, alcuna volta alla beffa: ma la sua buffoneria leva la pelle; è un riso che ti morde, e ti strazia. Fa conto di veder Diogene che sacrifica alle Grazie col bastone alla mano e maledicendo chi passa. Giovenale si avventa si fiero ai malvagi con cui se la piglla, che trucida di compagnia, ed infilza nel medesimo strale chiunque gli si para davanti contaminato di qualche vizio. Cosi ne’ suoi versi non frizzo, non parola, per cosi dire, che tutta non grondi di vivo sangue. Il suo stile è rovente, il suo pennello non disegna che grandi scelleratezze: egli considera la virtú come cosa morta del tutto, e pare ch’ei si reputi rimasto vivo egli solo per vendicarla. Ma v’è un punto di vista sotto il quale egli merita una peculiare attenzione. La poesía ha divinizzato sovente, pur troppo la tirannía. Giovenale ha espiato questo delitto: egli ha saldato con la ragione il debito contratto da {{AutoreCitato|Publio Virgilio Marone|Virgilio}} ed Orazio.
 
Lo spirito umano che cerca irrequieto la novità, e si piace del paradosso, si è esercitato piú volte nel panegirico dei mali che affiiggono l’umanità. Non v’ha disastro oggimai né morale né fisico, che in tanta libidine di stravaganze non abbia trovato il suo lodatore. Si è deificata l’ignoranza, la pazzia, l’infedeltà. Sono state magnificamente encomiate la febbre, la guerra, la pestilenza; e acutissimi ingegni si sono seriamente occupati nel dimostrare analiticamente l’utilità delle pubbliche disavventure. Se ascoltiamo gli apologisti del lusso veruna cosa è piú necessaria alla prosperità degli stati. Egli fa fiorire le arti, egli è l’anima del commercio, ei mette in circolo la ricchezza per tutte le classi de’ cittadini; il lusso in somma è la vita delle nazioni. Non è del mio istituto l’esaminare la solidità di questi principi; ma Giovenale che ci ha lasciata una viva e calda pittura delle orribili profusioni e scialacqui de’ suoi tempi infelici guardava certamente il lusso di altr’occhio che quello di Mandeville. Altronde il lusso di Domiziano e de’ potenti suoi schiavi, tutto sangue del popolo, e vicenda perpetua delle piú nefande libidini, era ben altro che il lusso predicato da Stevart e da Hume, lusso circoscritto dalle leggi del pudore e dai sociali riguardi e dal rispetto dell’opinione. Perciò il dimandare nel caso di Giovenale moderazione di bile e atticismo di modi, egli è un pretendere ne’ lupanari della Suburra o nelle cene d’Atreo le Grazie d’Anacreonte.
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