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Nota
In quel gennaio cominciavo e in quel decembre avrei compito il mio quarantesimo anno. Tutte le giornate, dal gennaio al decembre, mi si consumavano nell'esercizio del magistero. Avevo veduta una sola volta, e di sfuggita, e distratto da altre debite cure, Roma. Sottili facevo le spese, come par giusto alla nostra madre Italia che povera e trita passi la vita di coloro che le educano e istruiscono gli altri figli, nostri minori fratelli. Ero di quelli che s'erano ritratti "a coltivare" (secondo altre parole del Proemio del CONVITO) "a coltivare la loro tristezza come un giardino solitario". Eppure, no: non ero di quelli; ché, in verità, non avrei cercato d'avere, per un mio proprio gusto, di quella tristezza e il fiore e il frutto! O inameni fiori! O frutti amarissimi! Chi vorrebbe essere l'ortolano e il giardiniere della morte? I frutti degli alberi nei cimiteri non si mangiano, ma si lasciano cadere. Non si dà alle bestie l'erba che nasce, così rigogliosa, così fiorita, nei camposanti; ma si brucia. Ora io coltivavo e coltivo quella tristezza per un qualche utile dei miei simili; per dire ad essi la parola che forse importa più di tutte le altre: che oltre i mali necessari della vita e che noi, quali possiamo appena attenuare, quali nemmeno attenuare, vi sono altri mali che sono i soli veri mali, e questi sì possiamo abolire con somma e pronta facilità. Come? Col contentarci. Ciò che piace, è sì il molto; ma il poco è ciò che appaga. Chi ha sete, crede che un'anfora non lo disseterebbe; e una coppa lo disseta. Ora ecco la sventura aggiunta del genere umano: l'assetato, perché crede che un'anfora non basti alla sua sete, sottrae agli altri assetati tutta l'anfora, di cui berrà una coppa sola. Peggio ancora: spezza l'anfora, perché, altri non beva, se egli non può bere. Peggio che mai: dopo aver bevuto esso, sperde per terra il liquore perché agli altri cresca la sete e l'odio. E infinitamente peggio: si uccidono tra loro, i sitibondi, perché non beva nessuno. Oh! bevete un po' per uno, stolidi, e poi fate di riempire la buona anfora per quelli che verranno!
 
Per questo, che io dico che la poca gioia che può aver l'uomo è nel poco, io sono, caro Adolfo, sincero. Mi fu dato di provare il pregio del poco, sì per essermi stato da altri rubato tutto, sì per avere io ricuperato, di quel poco, un pocolino. "Il pregio del poco" ho detto... Ma in verità che cosa si può pretender di più poco, che d'essere lasciato, fin che piaccia alla natura, con chi vi ha messo al mondo? Basta: parliamo d'altro. Dunque del poco che mi fu sottratto, ho poi ricuperato un pochino. E ne mostro, come è giusto, un pochino di gioia. Sono dunque sincero, quando parlo della delizia che c'è, a vivere in una casa pulita, sebben povera, ad assidersi avanti una tovaglia di bucato, sebben grossa, a coltivare qualche fiore, a sentir cantare gli uccelli... Ma questa sincerità si chiama, dai malati di storia letteraria, Arcadia(nota<ref>In 1).un Iomio sonolibro, (...)non untroppo arcade.fortunato, Lache mia,s'intitola oltreMiei chePensieri finzionedi sarebbevaria ancheUmanità sdolcinatura(Messina, eMuglia, mascolinatura1903), destinataparlo, anel produrreFanciullino, sedi nonquesta simalattia castigache non è, a tempodir vero, glidi effettiletteratura, piùcome deleteriera nell'organismostampato nella I nazionaleed. Consimilidei P. C., chiedoma iodi storia letteraria, acome quelliho checorretto hain prodottiquesta nelII. Giappone"(La Poesia) la contemplazionedividiamo ingenuaper degli uccellisecoli e dei fiori?scuole, la predilezionechiamiamo perarcadica, laromantica, piccolaclassica, casaveristica, naturalistica, e ilvia piccolodicendo. ortoAffermiamo eche ilprogredisce, sempliceche edecade, puroche tatami?nasce, Sciocchi!che Iomuore, nonche credorisorge, troppoche nell'efficaciarimuore. dellaIn verità la poesia è tal meraviglia, eche pocose sperovoi infate quellauna vera poesia, ella sarà della mia;stessa maqualità seche ununa vera poesia di quattromila anni sono. Come mai? Così: l'efficaciauomo haimpara daa essere,parlare saràtanto diverso o tanto meglio, di confortoanno ein anno, di esaltazionesecolo ein secolo, di perseveranzamillennio in millennio; ma comincia con far gli stessi vagiti e diguaiti in tutti i tempi e serenitàluoghi. SaràLa sostanza psichica è uguale nei fanciulli di forza;tutti perchéi forzapopoli. ciUn hofanciullo messo,è nonfanciullo avendoallo nelstesso miomodo essereda per tutto. E quindi, semplificato dallac'è sventurapoesia arcadica, seromantica, nonclassica, né poesia forzaitaliana, dagreca, mettercisanscrita; forzama di pocapoesia vistasoltanto, bensìsoltanto poesia, e... dinon pocopoesia. suonoSì: c'è la contraffazione, perchéla sofisticazione, senzal'imitazione galedella poesia, e senzacodesta fanfareha tanti nomi. Ci sono persone che fanno il verso agli uccelli; e al fischio sembrano uccelli; e non sono uccelli, èsì uccellatori. Ora io non altroso chedire forzaquanta vanità sia la storia di codesti ozi..."
 
E più oltre: "(Noi in Italia) ragioniamo e distinguiamo troppo. Quella scuola era migliore, questa peggiore. A quella bisogna tornare, a questa rinunziare. No: le scuole di poesia sono tutte peggio, e a nessuna bisogna addirsi. Non c'è poesia che la poesia. Quando poi gl'intendenti, perché uno fa, ad esempio, una vera poesia su un gregge di pecore, pronunziano che quel vero poeta è un arcade: e perché un altro, in una vera poesia ingrandisce straordinariamente una parvenza, proclamano che quell'altro vero poeta pecca di secentismo: ecco gl'intendenti scioccheggiano e pedanteggiano nello stesso tempo. Qualunque soggetto può essere contemplato dagli occhi profondi del fanciullo interiore: qualunque tenue cosa può a quegli occhi parere grandissima. Voi dovete soltanto giudicare (se avete questa mania di giudicare), se furono quegli occhi che videro; e lasciar da parte secento e arcadia."
 
E anche: "E le scuole ci legano. Le scuole sono fili sottili di ferro, tesi tra i verdi mai della foresta di Matelda: noi, facendo i fiori, temiamo ad ogni tratto d'inciampare e di cadere. L'ho già scritto: se uno si abbandona alle delizie della campagna, teme che lo chiamino arcade..."
 
Ma io lascierò dire.</ref>. Io sono (...) un arcade. La mia, oltre che finzione sarebbe anche sdolcinatura e mascolinatura, destinata a produrre, se non si castiga a tempo, gli effetti più deleteri nell'organismo nazionale. Consimili, chiedo io, a quelli che ha prodotti nel Giappone la contemplazione ingenua degli uccelli e dei fiori? la predilezione per la piccola casa e il piccolo orto e il semplice e puro tatami? Sciocchi! Io non credo troppo nell'efficacia della poesia, e poco spero in quella della mia; ma se un'efficacia ha da essere, sarà di conforto e di esaltazione e di perseveranza e di serenità. Sarà di forza; perché forza ci ho messo, non avendo nel mio essere, semplificato dalla sventura, se non forza, da metterci; forza di poca vista, bensì, e di poco suono, perché, senza gale e senza fanfare, è non altro che forza.
 
Dunque, nemmeno allora io era chiuso in un "giardino solitario", sebbene fossi molto segregato e lontano e oscuro. Quando mi chiamaste tra quelle "energie militanti" tu e Gabriele d'Annunzio.
Prima di quel giorno, che verrà tanto prima per me, che per te, e per Gabriele, non vorremo finire il CONVITO, facendo l'ultimo de dodici libri? Narreremo in esso ciò che sperammo e ciò che sognammo, e ciò che seminammo e ciò che mietemmo, e ciò che lasciamo e ciò che abbandoniamo. O Adolfo, tu sarai (non parlo di Gabriele, ché egli s'è beato) più lieto o men triste di me! Sai perché? Il perché è in questo tuo libro. Leggi "I VECCHI DI CEO". Tutti e due lasciano la vita assai sereni: ma uno più, l'altro meno. Questi non ha in casa, come messe della sua vita, se non qualche corona istmia o nemea, d'appio secco e d'appio verde (oh! secco ormai anche questo!). L'altro, e ha di codeste ghirlande, e ha figli dei figli. Tu sei quest'ultimo, o Adolfo; tu sei Panthide che ebbe il dono dalle Chariti!
<br><br>Pisa, 30 giugno del 1904.<br><br>GIOVANNI PASCOLI
 
==== Note ====
<div class="references-small"><references/></div>
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