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{{CapoletteraVar|f=300%|C}}ome si sa, una parte delle poesie che corsero in Italia col nome di {{AutoreCitato|Giuseppe Giusti|Giuseppe Giusti}}, fu dallo stesso poeta pubblicamente e costantemente rigettata come roba non sua: un’altra, all’incontro, fu da lui rifiutata, non perchè non gli appartenesse, ma perchè egli non vi riscontrava i caratteri di un’opera d’arte. Nella {{TestoAssente|citata lettera}} ad {{AutoreCitato|Atto Vannucci|Atto Vannucci}} del 14 settembre 1844, egli scriveva: „Soli vent’otto scherzi.... voglio che sieno pubblicati: il resto, o non è mio, lo rifiuto.... Questa scelta che ho fatto tra i miei scritti, non è mia solamente, ma anco consigliata da persone che ho amato e stimato.„ E al Vannncci scriveva così nell’intimità della confidenza, e quando per la fiera malinconia che aveva preso in quei giorni, il Giusti credeva, scrivendo al suo amico, di dettare il suo testamento letterario. La quale confessione in ''articulo mortis'', come certamente non isfuggirà al lettore, era assai ben diversa di quella che per chiudere la bocca alla Polizia, era costretto a fare nella dedicatoria alla D’Azeglio; imperocchè, mentre qui delle poesie pubblicate alla macchia non riconosceva per sue che soli tre componimenti, nessuno dei quali di carattere satirico, nella lettera al Vannucci confessava che la sua attività letteraria era rappresentata non solo da quei vent’otto scherzi ch’egli sceglieva per legare ad essi il suo nome, ma ben anco da altri, ch’egli rifiutava come indegni di passare alla posterità.
Come si sa, una parte delle poesie che corsero in Italia
 
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col nome di Giuseppe Giusti, fu dallo stesso poeta pubblicamente
 
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Ma quali sono veramente le poesie apocrife? Quali quelle rifiutate? Fra le prime sono ora tutti d’accordo che debbano comprendersi: ''{{TestoAssente|Il Creatore e il suo Mondo}}'' — ''{{TestoAssente|Come vanno le cose}}'' — ''{{TestoAssente|Il Giardino}}'' — ''{{TestoAssente|I Consigli di mio Nonno}}''
e costantemente rigettata come roba non sua: un’altra,
 
all’incontro, fu da lui rifiutata, non perchè non gli appartenesse,
 
ma perchè egli non vi riscontrava i caratteri
 
di un’opera d’arte. Nella citata lettera ad Atto Vannucci
 
del 14 settembre 1844, egli scriveva: "Soli vent’otto
 
scherzi.... voglio che sieno pubblicati: il resto, o non è mio,
 
lo rifiuto.... Questa scelta che ho fatto tra i miei scritti,
 
non è mia solamente, ma anco consigliata da persone che
 
ho amato e stimato." E al Vannncci scriveva così nell’intimità
 
della confidenza, e quando per la fiera malinconia
 
che aveva preso in quei giorni, il Giusti credeva, scrivendo
 
al suo amico, di dettare il suo testamento letterario. La
 
quale confessione in articulo mortis, come certamente non
 
isfuggirà al lettore, era assai ben diversa di quella che per
 
chiudere la bocca alla Polizia, era costretto a fare nella
 
dedicatoria alla D’Azeglio; imperocché, mentre qui delle
 
poesie pubblicate alla macchia non riconosceva per sue che
 
soli tre componimenti, nessuno dei quali di carattere satirico,
 
nella lettera al Vannucci confessava che la sua attività
 
letteraria era rappresentata non solo da quei vent’otto
 
scherzi ch’egli sceglieva per legare ad essi il suo nome,
 
ma ben anco da altri, ch’egli rifiutava come indegni di passare
 
alla posterità.
 
Ma quali sono veramente le poesie apocrife? Quali
 
quelle rifiutate? Fra le prime sono ora tutti d’accordo che
 
debbano comprendersi: Il Creatore e il suo Mondo — Come
 
vanno le cose — Il Giardino — / Consigli di mio Nonno
 
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