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nel modo che tutti sanno i sovrani d’Italia, non escluso lo stesso Granduca, suscitasse il desiderio di ricercarne l’autore per mortificarlo — stile del tempo — con un paio di mesi di confino o di carcere. Però le satire, a mano a mano che venivano scritte e poste in circolazione, erano sequestrate dalla Polizia. Così, fra gli atti del 1841 di questa, troviamo il famoso ''Brindisi di Girella'', che allora apparve con un titolo assai diverso e che era tutto una satira personale: ''Ai liberali del 1831, oggi Avvocati del Fisco''. L’allusione a certi liberali e sopratutto a Francesco Forti, che disertando dalle file del proprio partito aveva poco prima accettato un posto nel pubblico Ministero, era evidente. Il Giusti in seguito, quando non potè più sconfessare la paternità di quella poesia, cedendo al suo istinto di poeta satirico d’accademia, soppresse il vecchio titolo ed insieme a questo tolse alla satira ciò che forse ne formava, almeno pei toscani la maggiore attrattiva. Ma la satira, intanto, procurò al Giusti (come ci deve fare ragionevolmente supporre una frase di un rapporto del Presidente del Buon Governo, che riporteremo in seguito) una specie d’impunità per tutto ciò che egli aveva scritto o avrebbe scritto. Difatti, il ''Brindisi di Girella'' — lo stesso Bologna, che nei momenti d’ozio s’occupava di versi, ne conveniva — era un capo-lavoro di genere satirico e i buon gustai dovevano risalire sino a Giovenale, sino ad Orazio, per trovare qualche cosa di simile, specie nella plasticità scultoria delle immagini e nella forza incisiva e mordente della frase. Ora al Bologna, reazionario e gesuitante, quella poesia che metteva alla gogna certi liberali doveva piacere. Tra codesti liberali, che credevano di restare Giacobini sotto la livrea granducale, c’era, come abbiamo detto, il Forti, la mente più poderosa che forse abbia avuto la Toscana nella prima metà del presente secolo. Egli, benchè avesse accettato un posto nell’amministrazione della Giustizia ed avesse sollevato contro di sè le diffidenze dei liberali, pure non seppe o non parve che si spesse spogliare agli occhi dei suoi nuovi correligionari di tutto il mio vecchio bagaglio rivoluzionario. La Polizia ne spiava attentamente le azioni, e il Bologna, che d’animo gretto com’era
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nel modo che tutti sanno i sovrani d’Italia, non escluso lo stesso Granduca, suscitasse il desiderio di ricercarne l’autore per mortificarlo — stile del tempo — con un paio di mesi di confino o di carcere. Però le satire, a mano a mano che venivano scritte e poste in circolazione, erano sequestrate dalla Polizia. Così, fra gli atti del 1841 di questa, troviamo il famoso ''{{TestoCitato|Versi editi ed inediti di Giuseppe Giusti|Brindisi di Girella|Il Brindisi di Girella}}'', che allora apparve con un titolo assai diverso e che era tutto una satira personale: ''Ai liberali del 1831, oggi Avvocati del Fisco''. L’allusione a certi liberali e sopratutto a {{AutoreCitato|Francesco Forti|Francesco Forti}}, che disertando dalle file del proprio partito aveva poco prima accettato un posto nel pubblico Ministero, era evidente. Il Giusti in seguito, quando non potè più sconfessare la paternità di quella poesia, cedendo al suo istinto di poeta satirico d’accademia, soppresse il vecchio titolo ed insieme a questo tolse alla satira ciò che forse ne formava, almeno pei toscani la maggiore attrattiva. Ma la satira, intanto, procurò al Giusti (come ci deve fare ragionevolmente supporre una frase di un rapporto del Presidente del Buon Governo, che riporteremo in seguito) una specie d’impunità per tutto ciò che egli aveva scritto o avrebbe scritto. Difatti, il ''Brindisi di Girella'' — lo stesso Bologna, che nei momenti d’ozio s’occupava di versi, ne conveniva — era un capo-lavoro di genere satirico e i buon gustai dovevano risalire sino a {{AutoreCitato|Decimo Giunio Giovenale|Giovenale}}, sino ad {{AutoreCitato|Quinto Orazio Flacco|Orazio}}, per trovare qualche cosa di simile, specie nella plasticità scultoria delle immagini e nella forza incisiva e mordente della frase. Ora al Bologna, reazionario e gesuitante, quella poesia che metteva alla gogna certi liberali doveva piacere. Tra codesti liberali, che credevano di restare giacobini sotto la livrea granducale, c’era, come abbiamo detto, il Forti, la mente più poderosa che forse abbia avuto la Toscana nella prima metà del presente secolo. Egli, benchè avesse accettato un posto nell’amministrazione della Giustizia ed avesse sollevato contro di sè le diffidenze dei liberali, pure non seppe o non parve che si spesse spogliare agli occhi dei suoi nuovi correligionari di tutto il mio vecchio bagaglio rivoluzionario. La Polizia ne spiava attentamente le azioni, e il Bologna, che d’animo gretto com’era
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