Pagina:Opere di Procopio di Cesarea, Tomo III.djvu/279: differenze tra le versioni

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{{Pt|menti|apprestamenti}} fatti per la partenza quanti eranvi ancora personaggi illustri di Gottica prosapia d’unanime consenso vanno a trovare Uraia, figlio di una sorella di Vitige, soggiornante allora in Ticino città, e dopo molto lacrimare da quinci e da quindi cominciano a dire: « E mestieri che noi tutti ravvisiamo in te la principale cagione delle sciagure sotto cui il nostro popolo ora geme. Imperciocché da gran pezza avremmo balzato dal trono quel tuo zio materno, codardo e disgraziato a principe, siccome avvenne a Teodato prole della sorella di Teuderico, se non fossimo stati rattenuti da rispetto verso il tuo valorosissimo animo, contenti che Vitige s’avesse il real nome, e fidando alla tua persona con assoluto potere la somma delle cose nostre. Ma ciò che in allora benignità sembrava dobbiamo al presente confessarlo manifesta pazzia ed origine della gottica rovina. Essendoché moltissimi ed i più valenti suoi duci, come tu stesso, Uraia ottimo, ben sai, caddero vittime del marziale furóre, e se pur havenne tuttavia di bellissima fama in guerra tra’ rimasugli loro, eglino con Vitige e con tutti i tesori verranno a non dubitarne allontanati di qua per volere del condottier romano. Né paventiamo censure asserendo che fin noi stessi, ridotti in brev’ora a ben pochi di numero e miserabilissimi, andremo ad incontrare l’egual sorte. Or dunque avviluppati da così gravi mali ne giova assai più di morire onestamente che non di vedere la prole e le donne trascinate da mano barbarica nelle estreme parti del mondo. Ma se tu stesso ti farai a duce delle nostre imprese viviamo
{{Pt|menti|apprestamenti}} fatti per la partenza quanti eranvi ancora personaggi illustri di Gottica prosapia d’unanime consenso vanno a trovare Uraia, figlio di una sorella di Vitige, soggiornante allora in Ticino città, e dopo molto lacrimare da quinci e da quindi cominciano a dire: « E mestieri che noi tutti ravvisiamo in te la principale cagione delle sciagure sotto cui il nostro popolo ora geme. Imperciocchè da gran pezza avremmo balzato dal trono quel tuo zio materno, codardo e disgraziato a principe, siccome avvenne a Teodato prole della sorella di Teuderico, se non fossimo stati rattenuti da rispetto verso il tuo valorosissimo animo, contenti che Vitige s’avesse il real nome, e fidando alla tua persona con assoluto potere la somma delle cose nostre. Ma ciò che in allora benignità sembrava dobbiamo al presente confessarlo manifesta pazzia ed origine della gottica rovina. Essendochè moltissimi ed i più valenti suoi duci, come tu stesso, Uraia ottimo, ben sai, caddero vittime del marziale furóre, e se pur havenne tuttavia di bellissima fama in guerra tra’ rimasugli loro, eglino con Vitige e con tutti i tesori verranno a non dubitarne allontanati di qua per volere del condottier romano. Né paventiamo censure asserendo che fin noi stessi, ridotti in brev’ora a ben pochi di numero e miserabilissimi, andremo ad incontrare l’egual sorte. Or dunque avviluppati da così gravi mali ne giova assai più di morire onestamente che non di vedere la prole e le donne trascinate da mano barbarica nelle estreme parti del mondo. Ma se tu stesso ti farai a duce delle nostre imprese viviamo