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— È meglio che finisca, — dicevano nella Sala Gialla, — soffre troppo...
 
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Consalvo non diceva nulla. Pensava, con paura, a quel male terribile che un giorno avrebbe potuto rodere, distruggere il suo proprio corpo in quel momento pieno di vita. Era il sangue impoverito della vecchia razza che faceva, dopo Ferdinando, un’altra vittima precoce, poichè suo padre aveva appena cinquantacinque anni. Sarebbe anch’egli morto prima del tempo, prima di conseguire il trionfo, ucciso da quei mali terribili che ammazzavano gli Uzeda giovani ancora? Suo padre avrebbe dato tutte le proprie ricchezze per vivere un anno, un mese, un giorno di più. Che avrebbe dato egli stesso, perchè nelle proprie vene scorresse il sangue vivido e sano di un popolano?... « "Niente!... » Il sangue povero e corrotto della vecchia razza lo faceva quel che era: Consalvo Uzeda, principino di Mirabella oggi, domani principe di Francalanza. A quello storico nome, a quei titoli sonori egli sentiva di dovere il posto guadagnato nel mondo, la facilità con cui le vie maestre gli s’aprivano innanzi. « Tutto si paga!... » pensava; ma piuttosto che dare qualcosa per vivere la vita lunga e forte d’un oscuro plebeo, egli avrebbe dato tutto per un solo giorno di gloria suprema, a costo d’ogni male... « Anche a costo della ragione? » Solo quest’altro oscuro pericolo che pesava su tutta la gente della sua razza lo atterriva; ma poi, considerando la lucidità del suo spirito, la giustezza dei suoi criterii, l’acutezza della sua vista, rassicuravasi; quei poveri di spirito, quei monomaniaci che s’eran chiamati Ferdinando ed Eugenio Uzeda avevano potuto perdere la ragione: non egli era minacciato... Ed in quel momento, sotto l’influenza di quei pensieri, di quel senso di paura, si giudicava quasi severamente per la lunga lotta sostenuta contro il padre. L’ostinazione, l’irremovibile durezza di cui aveva fatto mostra non era un sintomo inquietante, la prova che anch’egli poteva un giorno smarrirsi, come quegli altri? Anche resistendo alle imposizioni del padre, anche {{Pt|giu-|}}
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Consalvo non diceva nulla. Pensava, con paura, a quel male terribile che un giorno avrebbe potuto rodere, distruggere il suo proprio corpo in quel momento pieno di vita. Era il sangue impoverito della vecchia razza che faceva, dopo Ferdinando, un’altra vittima precoce, poichè suo padre aveva appena cinquantacinque anni. Sarebbe anch’egli morto prima del tempo, prima di conseguire il trionfo, ucciso da quei mali terribili che ammazzavano gli Uzeda giovani ancora? Suo padre avrebbe dato tutte le proprie ricchezze per vivere un anno, un mese, un giorno di più. Che avrebbe dato egli stesso, perchè nelle proprie vene scorresse il sangue vivido e sano di un popolano?... «"Niente!...» Il sangue povero e corrotto della vecchia razza lo faceva quel che era: Consalvo Uzeda, principino di Mirabella oggi, domani principe di Francalanza. A quello storico nome, a quei titoli sonori egli sentiva di dovere il posto guadagnato nel mondo, la facilità con cui le vie maestre gli s’aprivano innanzi. «Tutto si paga!...» pensava; ma piuttosto che dare qualcosa per vivere la vita lunga e forte d’un oscuro plebeo, egli avrebbe dato tutto per un solo giorno di gloria suprema, a costo d’ogni male... «Anche a costo della ragione?» Solo quest’altro oscuro pericolo che pesava su tutta la gente della sua razza lo atterriva; ma poi, considerando la lucidità del suo spirito, la giustezza dei suoi criterii, l’acutezza della sua vista, rassicuravasi; quei poveri di spirito, quei monomaniaci che s’eran chiamati Ferdinando ed Eugenio Uzeda avevano potuto perdere la ragione: non egli era minacciato... Ed in quel momento, sotto l’influenza di quei pensieri, di quel senso di paura, si giudicava quasi severamente per la lunga lotta sostenuta contro il padre. L’ostinazione, l’irremovibile durezza di cui aveva fatto mostra non era un sintomo inquietante, la prova che anch’egli poteva un giorno smarrirsi, come quegli altri? Anche resistendo alle imposizioni del padre, anche {{Pt|giu-|}}
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