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acqueterebbero. Io, che per quanto abbia saputo osservare alle loro rappresentazioni, cosí ho sentito circa i loro teatri, non mi sarei però arrischiato di dirlo il primo; non per altro timore, che di sentirmi rispondere: ''biasima col far meglio''. Questo ho dunque tentato di fare, e se riuscito non ci sono, altri con piú felicitá correrá tale arringo, di cui, non so s’io m’inganno, ma pur mi pare d’averne io primo aperto almeno il cancello. La tragedia di cinque atti, pieni, per quanto il soggetto dá, del solo soggetto; dialogizzata dai soli personaggi attori, e non consultori o spettatori; la tragedia di un solo filo ordita; rapida per quanto si può servendo alle passioni, che tutte piú o meno vogliono pur dilungarsi; semplice per quanto uso d’arte il comporti; tetra e feroce, per quanto la natura lo soffra; calda quanto era in me; questa è la tragedia, che io, se non ho espressa, avrò forse accennata, o certamente almeno concepita.
acqueterebbero. Io, che per quanto abbia saputo osservare alle loro
 
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rappresentazioni, cosi ho sentito circa i loro teatri, non mi sarei
 
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Ciò che mi mosse a scrivere da prima, fu la noia, e il tedio d’ogni cosa, misto a bollor di gioventú, desiderio di gloria, e necessitá di occuparmi in qualche maniera, che piú fosse confacente alla mia inclinazione. Da queste prime cagioni spogliate di sapere affatto, e quindi corredate di presunzione moltissima, nacque la mia prima tragedia, che ha per titolo ''Cleopatra''. Questa fu, ed è (perché tuttora nascosa la conservo) ciò ch’ella doveva essere, un mostro. Fu rappresentata due volte in Torino, e, sia detto a vergogna degli uditori non meno che dell’autore, ella fu ascoltata, tollerata, ed anche applaudita: e difficilmente, qual che ne fosse la cagione, se io esponessi qualunque altra delle mie tragedie su quelle scene stesse, vi potrebbe avere migliore incontro teatrale. Da quella sfacciata mia imprudenza di essermi in meno di sei mesi, di giovane dissipatissimo ch’io era, trasfigurato in autor tragico, ne ricavai pure un bene; poiché contrassi col pubblico, e con me stesso, che era assai piú, un fortissimo impegno di tentare almeno di divenir tale. Da quel giorno in poi (che fu in Giugno del 75) volli, e volli sempre, e fortissimamente volli. Ma dovendo io scrivere in pura lingua toscana, di cui era presso che all’''abbiccí''; fu d’uopo per primo contravveleno astenermi affatto dalla lettura d’ogni qualunque libro francese, per non iscrivere poi in lingua barbarica: un poco di latino, ed il rimanente d’italiano fu dunque la mia sola lettura d’allora in poi; stante che di greco non so, né d’inglese. Ristretto cosí, certamente lumi teatrali non posso aver cavati dai libri; e quello, ch’io aveva letto in tal genere in francese, lo avea
però arrischiato di dirlo il primo; non per altro timore, che di sen¬
 
tirmi rispondere: biasima col far meglio. Questo ho dunque tentato
 
di fare, e se riuscito non ci sono, altri con più felicità correrà tale
 
arringo, di cui, non so s’io m’inganno, ma pur mi pare d’averne
 
io primo aperto almeno il cancello. La tragedia di cinque atti, pieni,
 
per quanto il soggetto dà, del solo soggetto; dialogizzata dai soli
 
personaggi attori, e non consultori o spettatori ; la tragedia di un
 
solo filo ordita; rapida per quanto si può servendo alle passioni,
 
che tutte più o meno vogliono pur dilungarsi; semplice per quanto
 
uso d’arte il comporti; tetra e feroce, per quanto la natura lo
 
soffra; calda quanto era in me; questa è la tragedia, che io, se
 
non ho espressa, avrò forse accennata, o certamente almeno con¬
 
cepita.
 
Ciò che mi mosse a scrivere da prima, fu la noia, e il tedio
 
d’ogni cosa, misto a bollor di gioventù, desiderio di gloria, e ne¬
 
cessità di occuparmi in qualche maniera, che più fosse confacente
 
alla mia inclinazione. Da queste prime cagioni spogliate di sapere
 
affatto, e quindi corredate di presunzione moltissima, nacque la
 
mia prima tragedia, che ha per titolo Cleopatra. Questa fu, ed è
 
(perché tuttora nascosa la conservo) ciò ch’ella doveva essere, un
 
mostro. Fu rappresentata due volte in Torino, e, sia detto a ver¬
 
gogna degli uditori non meno che dell’autore, ella fu ascoltata,
 
tollerata, ed anche applaudita: e difficilmente, qual che ne fosse
 
la cagione, se io esponessi qualunque altra delle mie tragedie su
 
quelle scene stesse, vi potrebbe avere migliore incontro teatrale.
 
Da quella sfacciata mia imprudenza di essermi in meno di sei mesi,
 
di giovane dissipatissimo ch’io era, trasfigurato in autor tragico,
 
ne ricavai pure un bene; poiché contrassi col pubblico, e con me
 
stesso, che era assai più, un fortissimo impegno di tentare almeno
 
di divenir tale. Da quel giorno in poi (che fu in Giugno del 75)
 
volli, e volli sempre, e fortissimamente volli. Ma dovendo io scri¬
 
vere in pura lingua toscana, di cui era presso che CiYabbiccì', fu
 
d’uopo per primo contravveleno astenermi affatto dalla lettura d’ogni
 
qualunque libro francese, per non iscrivere poi in lingua barbarica:
 
un poco di latino, ed il rimanente d’italiano fu dunque la mia sola
 
lettura d’allora in poi; stante che di greco non so, né d’inglese.
 
Ristretto cosi, certamente lumi teatrali non posso aver cavati dai
 
libri; e quello, ch’io aveva letto in tal genere in francese, lo avea
 
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