Differenze tra le versioni di "Pagina:Alfieri, Vittorio – Tragedie, Vol. I, 1946 – BEIC 1727075.djvu/12"

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È dunque secondo me incontrastabile, che il teatro fisso forma principalmente i poeti e gli attori; e che gli attori e i poeti si perfezionano scambievolmente. Onde qualora un principe italiano desiderasse d’introdurre nel suo Stato l’utile e dilettevole drammatica, converrebbe che cominciasse a stabilire un teatro continuo e permanente. Dovrebbe poi unire un numero de’ migliori attori che trovar si potessero; scegliendo nelle compagnie, che corrono per le città, que’ rarissimi che pronunzian bene la lingua, che hanno un personale grazioso e disinvolto, una bella voce, ed una qualche intelligenza, o naturale, o acquistata. Sarebbe soprattutto necessario, che unisse delle donne, nelle quali queste doti concorressero; liberandole dalla diffamazione, a cui, non si sa perché, sono state da noi condannate tutte quelle che salgono in scena, senza far distinzione alcuna ragionevole fra loro per la condotta e il costume. Stipendiata poi sufficientemente questa truppa cosí ben scelta, e formato un giudizioso repertorio di tragedie e comedie, o proprie nostre, o con forza e vaghezza tradotte, con opportuna distribuzione di parti, ogni giorno si dovrebbe far comparire in teatro a recitarle; quando prima coll’assistenza d’intelligenti direttori le avesse bastantemente concertate per la veritá della declamazione, del gesto, e de’ movimenti teatrali. Da questo cosí ammaestrato spettacolo, frequentandolo i giovani poeti, si troverebbero insensibilmente istruiti nel maneggio delle passioni,
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nella sceneggiatura, ne’ piani tragici, e in quanto può contribuire a produrre eccellenti tragedie: non trascorrerebbero dietro agl’impeti della sregolata immaginazione; imparerebbero il vero linguaggio
 
naturale della scena; ed a poco a poco giungerebbero a quella perfezione, che in Italia ora appena si conosce.
   
 
Sprovveduti di tutto i nostri poeti, ed in particolare di questo essenzialissimo specchio del permanente teatro, in cui vedere
È dunque secondo me incontrastabile, che il teatro fisso forma
 
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principalmente i poeti e gli attori; e che gli attori e i poeti si
 
 
<poem>:::Quid sit pulchrum, quid turpe, quid utile, quid non;</poem>
perfezionano scambievolmente. Onde qualora un principe italiano
 
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desiderasse d’introdurre nel suo Stato l’utile e dilettevole dramma¬
 
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tica, converrebbe che cominciasse a stabilire un teatro continuo e
 
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pure si accingono, per nostra disgrazia, a comporre la tragedia. Pensano che quando hanno osservate le prescritte regole, han fatto tutto; e non si avveggono che sono pigmei, che pazzamente imprendono a maneggiare la clava d’Ercole: non riflettono che
permanente. Dovrebbe poi unire un numero de’ migliori attori che
 
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trovar si potessero; scegliendo nelle compagnie, che corrono per
 
 
<poem>::::Non satis est dixisse: Ego mira poemata pango:</poem>
le città, que’ rarissimi che pronunzian bene la lingua, che hanno
 
un personale grazioso e disinvolto, una bella voce, ed una qualche
 
intelligenza, o naturale, o acquistata. Sarebbe soprattutto neces¬
 
sario, che unisse delle donne, nelle quali queste doti concorres¬
 
sero; liberandole dalla diffamazione, a cui, non si sa perché, sono
 
state da noi condannate tutte quelle che salgono in scena, senza
 
far distinzione alcuna ragionevole fra loro per la condotta e
 
il costume. Stipendiata poi sufficientemente questa truppa cosi
 
ben scelta, e formato un giudizioso repertorio di tragedie e co¬
 
medie, o proprie nostre, o con forza e vaghezza tradotte, con
 
opportuna distribuzione di parti, ogni giorno si dovrebbe far
 
comparire in teatro a recitarle; quando prima coll’assistenza d’in¬
 
telligenti direttori le avesse bastantemente concertate per la verità
 
della declamazione, del gesto, e de’ movimenti teatrali. Da questo
 
cosi ammaestrato spettacolo, frequentandolo i giovani poeti, si
 
troverebbero insensibilmente istruiti nel maneggio delle passioni,
 
nella sceneggiatura, ne’ piani tragici, e in quanto può contribuire
 
a produrre eccellenti tragedie: non trascorrerebbero dietro agl’ im¬
 
peti della sregolata immaginazione; imparerebbero il vero linguaggio
 
naturale della scena; ed a poco a poco giungerebbero a quella per¬
 
fezione, che in Italia ora appena si conosce.
 
Sprovveduti di tutto i nostri poeti, ed in particolare di questo
 
essenzialissimo specchio del permanente teatro, in cui vedere
 
Quid sit pulchrum, quid turpe, quid utile, quid non;
 
pure si accingono, per nostra disgrazia, a comporre la tragedia.
 
Pensano che quando hanno osservate le prescritte regole, han fatto
 
tutto; e non si avveggono che sono pigmei, che pazzamente im¬
 
prendono a maneggiare la clava d’Èrcole: non riflettono che
 
Non satis est dixisse: Ego mira poemata pango:
 
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