Differenze tra le versioni di "Rime (Guittone d'Arezzo)/Onne vogliosa d'omo infermitate"

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</div></onlyinclude><!-- a qui -->{{Qualità|avz=75%|data=13 settembre 2008|arg=poesie}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=Onne vogliosa d'omo infermitate|prec=../Magni baroni certo e regi quasi|succ=../Altra fiata aggio già, donne, parlato}}
 
==[[Pagina:Guittone d'Arezzo – Rime, 1940 – BEIC 1851078.djvu/129]]==
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{{Ct|f=90%|v=1|L=0px|lh=1.2|Come, volendo, si possa vincer la carne.}}
 
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<poem>
Onne vogliosa d’omo infermitate
impossibel dico esser sanando,
e spezialmente quando
è in carne di folle odioso amore.
{{R|5}}E dice alcuno aver non podestate
d’amor matto lungiare,
ni d’astener peccare.
E se ciò è vero, iniquo è Dio signore,
comandando che non pote om servare:
{{R|10}}crede, matto, scusare,
nesciente o reo Dio incusando;
ma si sé ’ncusa e danna e mal peggiora,
ché parvo è fornicare,
picciol male onne fare,
{{R|15}}ver dir peccator Dio; e parvo ancora
dir ello non sia, che dirlo reo.
Non già permette Deo,
dice Apostul, tentare
più che possa om portare;
{{R|20}}
</poem>
==[[Pagina:Guittone d'Arezzo – Rime, 1940 – BEIC 1851078.djvu/130]]==
<poem>
ma dà, portando, aiuto,
medici; e fuggendo,
contrarii molti prendendo,
pote omo sanare.
Non vole a Roma andare
{{R|25}}ver d’Alamagna ritto om caminando:
om contra sé pugnando
no è più che voler esser vinciuto.
Non già dico spegnando esser leggero
acceso forte in om d’amore foco,
{{R|30}}a ciò che nulla o poco
vole, chi meglio vole, ess’ammortare;
e si ben vole, è grave. E ch’è più fero
che combatter om sée?
Duro ème piagar mee,
{{R|35}}conculcare per forzo e pregionare;
vincere carne incesa anche e demone
prode vol ben campione.
Ma pur vince om, se vol, Dio aiutando;
ma se non vol di piano vincer, como
{{R|40}}vorrà, sé afrigendo omo?
Und’io opero vano
se pria voler non sano.
E gravissimo è, grave esso sanando,
schifar che ama omo: odiar che piace
{{R|45}}non de legger si face.
Unde non già guerire
ardirebbe alcun dire,
ma Dio donando, intendo
sanando esso podere,
{{R|50}}assegnare devere;
ma bon suo fugge matto.
Ah, nemico s’è fatto
saggio e vero amico se stesso;
s’el fugge, ei punge appresso
{{R|55}}e lo prende e reten forte valendo.
</poem>
==[[Pagina:Guittone d'Arezzo – Rime, 1940 – BEIC 1851078.djvu/131]]==
<poem>
Laida e dannosa in corpo è malatia,
schifare cibi degni utili e boni
e dilettar carboni,
e più molto voler sé ’nnaverare.
{{R|60}}E quale ciò non disvoler vorria?
Nullo già, se non fusse al tutto stolto.
Quanto più, quanto molto
di folle amore amar dea disamare,
poi, quanto offende più, più odiosa
{{R|65}}dea star catuna cosa.
Quanto più di corpo anima vale,
tanto più grav’è in essa onne nocenza.
Anima a corpo è maggio
no è a bestia omo non saggio:
{{R|70}}da bestial parva a bestia ha diferenza.
E non già te, omo, solo alma tolle
esto amor tuo folle,
ma bono onne tuo; dico
poder, corpo e amico,
{{R|75}}vertute, sapienza,
Dio, ragione e tee.
E ciò dà tutto in chee?
In vil noiosa gioi brutta carnale.
Sempre odia om sé corale,
{{R|80}}che segue in carne vil brutta voglienza.
Desconverrea non poco a banchero bono
vetro alcun comprare libra d’argento;
e non più, per un cento,
suo, sé e Dio dare in via piggiore?
{{R|85}}Vetro el più vile pur vale in caso alcono;
voler quel brutto, il qual folle amor chere,
con mal molto tenere,
disvalora e ontisce onne valore.
Oh, che pur brutti vizi esto bruttasse!
{{R|90}}Ma bruttare non po brutti bruttezza:
donne, cavaleri, cherci, baroni
</poem>
==[[Pagina:Guittone d'Arezzo – Rime, 1940 – BEIC 1851078.djvu/132]]==
<poem>
e gente orrata, oh quanta! ,
bruttisce e ont’ha manta,
credendose avanzar piacevolezza;
{{R|95}}ché vizio esto mattisce e fa parere
desvalendo om valere,
matt’omo più sapiente
com più matto e’ se sente.
E ch’è d’amante a matto?
{{R|100}}Oh, follori quanti e quanti
fanno per senno amanti!
E, mal per bono ovrando,
unta omo, orrar pensando;
e bono e senno mal u per mal fare
{{R|105}}chi po che disorrare?
Bono bene e per bene esser vol fatto.
Male d’amor male ho tanto mostrato,
e bono via piggior dei più dei mali,
omini non bestiali
{{R|110}}derebber desiderio prender guerendo,
und’è fatto ora mai curare grato.
Donimi Dio curando onne ’ntelletto,
ed a infermi retto
voler sanando e cor forte seguendo.
{{R|115}}Prima e maggio potenza essa divina
assegno in medicina,
in digiunar, vegliar, remosinare,
servir retto e orrar cheder la gente.
Nullo for Dio sta fermo,
{{R|120}}nullo rileva infermo:
ma cui Dio afferma e lieva e cui no nente;
vole Dio bono, ma no a chi non vole,
e non forz’è a chi vole:
senza che po pugnare?
{{R|125}}Troppo è laid’, om posare,
Dio volendo lavori,
fornendo i suoi misteri,
</poem>
==[[Pagina:Guittone d'Arezzo – Rime, 1940 – BEIC 1851078.djvu/133]]==
<poem>
si d’omo è Dio scudieri.
Quanti e quanto confonde
{{R|130}}sperar troppo a poco, unde
sol retto ovrare è retto in Dio sperare:
faccia om bon che po fare
e, che Dio aiuti e compia al securo, ori.
Lo glorioso Dio, nome invocato,
{{R|135}}levi omo sé contra sé, sé sé rendendo,
spirto corpo abbattendo,
ragion voglia vertù vizio al totto,
e ciò far com ho mostro al mio malato,
dico che parta d’essa, und’è sorpriso,
{{R|140}}del tutto oreglie e viso,
penser, memoria, e sia di lei non motto.
E ciò pote, affannando corpo e core
de forte altro labore,
e pugnando de Dio trar gaudio e pena;
{{R|145}}e, se non basta ciò, lui pur convene
vino e carne lassare,
caldo e troppo mangiare
e astener, quanto poder sostene,
di materia. Oh, che calda è febra esta,
{{R|150}}unde calor tempesta!
Vol donque intrar freddore,
escir sangue, calore,
forte vestir cellice,
cocere, fragellare,
{{R|155}}e di pondi carcare
matta carne; e, sì affritta,
pur conven sia sconfitta
e spirto aggia di lei vettoria piena.
Non ten d’amar gran mena
{{R|160}}corpo, a cui a pena viver lice.
E se grave cura esta om vol dir sia,
confesso senza fallo esserla grave;
ma stimar dea soave
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==[[Pagina:Guittone d'Arezzo – Rime, 1940 – BEIC 1851078.djvu/134]]==
<poem>
male che tolle peggio omo valente.
{{R|165}}Trar di cor piaga a gamba om voler dia
e non da spirto, a corpo assai più manto?
Oh, che tormento e quanto,
sanando corpo, omo sosten promente:
torcischi, purgazion, pogioni amare,
{{R|170}}sovra piaga piagare,
braccio e gamba rotta anche rompendo,
e tutta essa in sanar corpo colpire.
Se mai sosten sì fero,
sanando om suo somero,
{{R|175}}sanando sé vorral non sostenere?
In omo corpo è someri e spirto regge.
Non ben regno si regge,
somer re cavalcando:
servire esso e orrare
{{R|180}}regi è nulla pregiare.
Ma, for comparizione,
voglia sovra ragione,
corpo sor spirto è via piggior, sormanco
servo in sé regger franco
{{R|185}}e regie regger vil servo appellando.
Assegnat’ho con Dio guerir chi vole;
ma di mal che non dole
guerendo, sostener vol chi dolore?
E dole omo di che no ama? Come
{{R|190}}no ami alma se langue?
No acqua come sangue
spargesti, sanando il suo langore?
Corpo ami; languendo, lì sanarlo pugni;
e onor, che non logni,
{{R|195}}defendi fine a morte;
e non già poco forte
pugni anco auro acquistando.
Come tutta valenza,
vertù, libertà, scienza,
{{R|
</poem>
==[[Pagina:Guittone d'Arezzo – Rime, 1940 – BEIC 1851078.djvu/135]]==
<poem>
200}}alma e Dio defendendo,
pregio e amor reggendo,
e degnità d’umanitate e nome
non pugni? Acerbe pome,
misero, fugge, e non venen, gustando.
</poem>
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