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e dell’aoristo, in σομαι e in σάμην; mentre le forme θην e θήσομαι della voce passiva alle leggi dell’analogia non rispondono, sì che sarebbe più semplice e più vero il dire, che il passivo ha sue proprie queste due sole forme, che l’insegnare, siccome si suole, che il medio non ha più che due tempi, che gli sieno particolari, il futuro (σομαι) e l’aoristo (σάμην).
e dell’aoristo, in ''σομαι'' e in ''σάμην''; mentre le forme ''θην'' e ''θήσομαι'' della voce passiva alle leggi dell’analogia non rispondono, sì che sarebbe più semplice e più vero il dire, che il passivo ha sue proprie queste due sole forme, che l’insegnare, siccome si suole, che il medio non ha più che due tempi, che gli sieno particolari, il futuro (''σομαι'') e l’aoristo (''σάμην'').


Ma il fatto grammaticale, su cui vorremmo si portasse la più attenta considerazione è la formazione dell'aoristo secondo. Presso che in tutte le scuole si dice, e si ripete, che quel tempo deriva dal futuro secondo; l'illustre A. Peyron, il principe degli Ellenisti italiani, della cui benevolenza altamente m’onoro, mi faceva osservare, quanto fosse singolare ed impropria quella derivazione: infatti il futuro 2° non è che un futuro attico di certi verbi, mentre l’aoristo 2° è del dialetto comune; il primo è raro, il secondo volgare; quello serba le caratteristiche del tema, questo rappresenta spessissimo, od è quasi l’ultima reliquia de’ verbi caduti in disuso; più ancora, ne’ v. in ανω non rinvieni forma di futuro 2°, che coincida con quella dell’aoristo, derivata da’ temi caduti d’uso. L'Hermann ha lungamente esaminato questa questione nel capitolo XXIII del L. II, del suo famoso trattato «de emendanda ratione graecae grammaticae (Lipsiae 1801)», uno de’ libri che più giova raccomandare agli studiosi del greco: e dietro le sue osservazioni la moderna filologia tedesca ha rigettato l'antico errore, come ne
Ma il fatto grammaticale, su cui vorremmo si portasse la più attenta considerazione è la formazione dell'aoristo secondo. Presso che in tutte le scuole si dice, e si ripete, che quel tempo deriva dal futuro secondo; l'illustre A. Peyron, il principe degli Ellenisti italiani, della cui benevolenza altamente m’onoro, mi faceva osservare, quanto fosse singolare ed impropria quella derivazione: infatti il futuro 2° non è che un futuro attico di certi verbi, mentre l’aoristo 2° è del dialetto comune; il primo è raro, il secondo volgare; quello serba le caratteristiche del tema, questo rappresenta spessissimo, od è quasi l’ultima reliquia de’ verbi caduti in disuso; più ancora, ne’ v. in ''ανω'' non rinvieni forma di futuro 2°, che coincida con quella dell’aoristo, derivata da’ temi caduti d’uso. L'Hermann ha lungamente esaminato questa questione nel capitolo XXIII del L. II, del suo famoso trattato «de emendanda ratione graecae grammaticae (Lipsiae 1801)», uno de’ libri che più giova raccomandare agli studiosi del greco: e dietro le sue osservazioni la moderna filologia tedesca ha rigettato l'antico errore, come ne
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