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Pioveva, pioveva sempre. Nel cortile l’automobile aspettava, pronta. Salutammo effusamente i nostri ospiti che in piedi, a capo scoperto, fuori della porta di casa ci auguravano buon viaggio, e partimmo. Le loro voci ci raggiunsero sulla strada, e volgendoci li vedemmo ancora agitare le mani in segno di addio. Noi pensammo con un senso di melanconia che molto probabilmente non avremmo mai più visto quegli amici disinteressati e buoni.
Pioveva, pioveva sempre. Nel cortile l’automobile aspettava,
 
pronta. Salutammo effusamente i nostri ospiti che in piedi, a capo
 
scoperto, fuori della porta di casa ci auguravano buon viaggio,
 
e partimmo. Le loro voci ci raggiunsero sulla strada, e volgendoci
 
li vedemmo ancora agitare le mani in segno di addio. Noi
 
pensammo con un senso di melanconia che molto probabilmente
 
non avremmo mai più visto quegli amici disinteressati e buoni.
 
   
   
   
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Kiakhta dormiva ancora nell’alba livida e fredda. Pochi minuti dopo traversavamo la vicina Troizkossawsk, col suo piccolo cimitero erboso disseminato di croci e di lapidi lavate dalla pioggia, col suo parco di betulle nel centro della città, le grandi caserme airestremità dell’abitato, e le scuole grandiose — scuole private che dimostrano la ricchezza del paese — allineate con le casette di legno dipinte di bianco e di azzurro lungo la via principale sterrata e fangosa. Qualche imposta cominciava a schiudersi e delle faccie di donna scapigliata e assonnata si sporgevano a guardarci stupite. Un bottegaio mattiniero era intento ad aprire il suo negozio; sospese l’operazione, vedendoci arrivare, e s’incastrò nel vano della porta, quasi per nascondersi, tutto sorpreso e intimorito. I gendarmi, di fazione ai crocicchi, ci salutarono militarmente. Nel fiumicello dalle rive scoscese e folte d’erba che divide la città, nel quale d’inverno tutti i ragazzi di Troizkossavvsk e di Kiakhta s’adunano a pattinare, alcuni cosacchi conducevano ad abbeverare i cavalli che scalpitavano impauriti dal nostro passaggio. Un plotone di soldati, di ritorno da qualche perlustrazione, rientrava alla caserma, gli uomini tutti chiusi nei loro grevi cappotti grigi, infangati fino alle ginocchia. Si fermarono, e scomposero i ranghi per osservarci meglio, provocando sulle loro teste un’agitazione di baionette. Appena fuori della città la strada, subitamente divenuta sentiero, ci conduceva per silenziosi ed oscuri boschi di abeti e di betulle, nei quali non udivamo che il fruscio continuo e vasto della pioggia. Noi rabbrividivamo di freddo sotto gl’impermeabili zuppi, nelle cui pieghe scorreva l’acqua.
Kiakhta dormiva ancora nell’alba livida e fredda. Pochi minuti
 
dopo traversavamo la vicina Troizkossawsk, col suo piccolo
 
cimitero erboso disseminato di croci e di lapidi lavate dalla pioggia,
 
col suo parco di betulle nel centro della città, le grandi caserme
 
airestremità dell’abitato, e le scuole grandiose — scuole
 
private che dimostrano la ricchezza del paese — allineate con le
 
casette di legno dipinte di bianco e di azzurro lungo la via principale
 
sterrata e fangosa. Qualche imposta cominciava a schiudersi
 
e delle faccie di donna scapigliata e assonnata si sporgevano
 
a guardarci stupite. Un bottegaio mattiniero era intento ad
 
aprire il suo negozio; sospese l’operazione, vedendoci arrivare,
 
e s’incastrò nel vano della porta, quasi per nascondersi, tutto sorpreso
 
e intimorito. I gendarmi, di fazione ai crocicchi, ci salutarono
 
militarmente. Nel fiumicello dalle rive scoscese e folte d’erba
 
che divide la città, nel quale d’inverno tutti i ragazzi di Troizkossavvsk
 
e di Kiakhta s’adunano a pattinare, alcuni cosacchi
 
conducevano ad abbeverare i cavalli che scalpitavano impauriti
 
dal nostro passaggio. Un plotone di soldati, di ritorno da qualche
 
perlustrazione, rientrava alla caserma, gli uomini tutti chiusi nei
 
loro grevi cappotti grigi, infangati fino alle ginocchia. Si fermarono,
 
e scomposero i ranghi per osservarci meglio, provocando
 
sulle loro teste un’agitazione di baionette. Appena fuori della città
 
la strada, subitamente divenuta sentiero, ci conduceva per silenziosi
 
ed oscuri boschi di abeti e di betulle, nei quali non udivamo
 
che il fruscio continuo e vasto della pioggia. Noi rabbrividivamo di
 
freddo sotto gl’impermeabili zuppi, nelle cui pieghe scorreva l’acqua.
 
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