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{{Pt|muovere|rimuovere}} una seggiola. Ella stessa aveva lavorato a mutar l’architettura dell’edificio il quale pareva composto di quattro o cinque diversi pezzi di fabbrica messi insieme, poichè ognuno degli antenati s’era sbizzarrito a chiuder qui finestre per forare più là balconi, a innalzar piani da una parte per smantellarli dall’altra, a mutare, a pezzo a pezzo, la tinta dell’intonaco e il disegno del cornicione. Dentro, il disordine era maggiore: porte murate, scale che non portavano a nessuna parte, stanze divise in due da tramezzi, muri buttati a terra per fare di due stanze una: i «pazzi» come don Blasco chiamava anche i suoi maggiori, avevano uno dopo l’altro fatto e disfatto a modo loro. Il più grande rimescolamento era stato quello operato da suo padre, il principe Giacomo XIII, quando costui non sapeva come buttar via i quattrini; e quella «testa di zucca» di donna Teresa, invece di pensare all’economia, non s’era divertita a sciuparne degli altri in altre bislacche novità?... Giacomo voleva anch’egli ritoccare la pianta della casa, ma la madre non gli lasciò neanche attaccare un chiodo; e il Benedettino andava in bestia specialmente per questo; che il figliuolo sempre contrariato, era tutto sua madre: autoritario, cupido, duro, almanacchista come lei; mentre quella papera preferiva Raimondo che non conosceva il valore del denaro, sperperava tutto quel che aveva, non s’intendeva d’affari, amava e cercava unicamente gli svaghi e i piaceri!... I due fratelli, quantunque avessero la stess’aria di famiglia, non si rassomigliavano neppure fisicamente: Raimondo era più che bello, Giacomo quasie brutto. Nella Galleria dei ritratti si potevano riscontrare i due tipi. Tra i progenitori più lontani c’era quella mescolanza di forza e di grazia che formava la bellezza del contino; a poco a poco, col passare dei secoli, i lineamenti cominciavano ad alterarsi, i volti s’allungavano, i nasi sporgevano, il colorito diveniva più oscuro; un’estrema pinguedine come quella di don Blasco, o un’estrema magrezza come quella di don Eugenio, deturpava i personaggi. Fra le donne
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{{Pt|muovere|rimuovere}} una seggiola. Ella stessa aveva lavorato a mutar l’architettura dell’edificio il quale pareva composto di quattro o cinque diversi pezzi di fabbrica messi insieme, poichè ognuno degli antenati s’era sbizzarrito a chiuder qui finestre per forare più là balconi, a innalzar piani da una parte per smantellarli dall’altra, a mutare, a pezzo a pezzo, la tinta dell’intonaco e il disegno del cornicione. Dentro, il disordine era maggiore: porte murate, scale che non portavano a nessuna parte, stanze divise in due da tramezzi, muri buttati a terra per fare di due stanze una: i «pazzi» come don Blasco chiamava anche i suoi maggiori, avevano uno dopo l’altro fatto e disfatto a modo loro. Il più grande rimescolamento era stato quello operato da suo padre, il principe Giacomo XIII, quando costui non sapeva come buttar via i quattrini; e quella «testa di zucca» di donna Teresa, invece di pensare all’economia, non s’era divertita a sciuparne degli altri in altre bislacche novità?... Giacomo voleva anch’egli ritoccare la pianta della casa, ma la madre non gli lasciò neanche attaccare un chiodo; e il Benedettino andava in bestia specialmente per questo; che il figliuolo sempre contrariato, era tutto sua madre: autoritario, cupido, duro, almanacchista come lei; mentre quella papera preferiva Raimondo che non conosceva il valore del denaro, sperperava tutto quel che aveva, non s’intendeva d’affari, amava e cercava unicamente gli svaghi e i piaceri!... I due fratelli, quantunque avessero la stess’aria di famiglia, non si rassomigliavano neppure fisicamente: Raimondo era più che bello, Giacomo quasi brutto. Nella Galleria dei ritratti si potevano riscontrare i due tipi. Tra i progenitori più lontani c’era quella mescolanza di forza e di grazia che formava la bellezza del contino; a poco a poco, col passare dei secoli, i lineamenti cominciavano ad alterarsi, i volti s’allungavano, i nasi sporgevano, il colorito diveniva più oscuro; un’estrema pinguedine come quella di don Blasco, o un’estrema magrezza come quella di don Eugenio, deturpava i personaggi. Fra le donne
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