Degli uffici (volgarizzamento anonimo): differenze tra le versioni

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Ma di queste tre cose , eccellentissimo è che
l’appetito ubbidisca alla ragione.
 
CAPO UH.
 
 
 
n5
 
 
 
Dell ordine delle cose , e dell opportunità
de' tempi.
 
Dopo le dette cose da noi , si dirà del»
r ordine delle cose, e dell’ opportunità de’
tempi. Ma in questa scienza si contiene quel*
la, che in greco si chiama eutaxia , cioè buon
ordine. E non è quella che noi interpre-
tiamo modestia , nella quale parola è il mo-
do ; ma quella è eutaxia , nella quale s’in-
tende essere la conservazione dell’ordine.
Adunque , acciocché questa medesima noi,
chiamiamo modestia , così si diffinisce dagli
stoici , che la medesima è scienza dell’ al-
logare nel luogo loro quelle cose, le quali
si fanno o diconsi. E cosi pare, che una me-
desima forza sia dell’ ordine e dell’ alloga^
zione: imperocché l’ordine così diffinisco*
no , eh’ esso è la composizione delle cose
ne’ luoghi atti e commodi ; e il luogo del-
l’ atto , dicono eh’ è opportunità di tempo.
 
Ma il tempo opportuno all' atto in greco
e detto eucheria , cioè opportunità di tempo;
* in latino occasione. Così si fa che questa
 
 
 
 
 
 
 
n6
 
modestia, la quale noi interpretiamo, come io
ho detto, sia scienza di opportunità di tem-
pi atti al fare. Ma questo può essere la me-
desima definizione della prudenza; della qua-
le nel principio noi dicemmo. Ma in questo
luogo noi cerchiamo della moderazione e tem-
peranza , e delle virtù simili di queste. A-
dunque quelle cose, che propriamente si ap-
partenevano alla prudenza , se ne disse nel
suo luogo : ma ora noi diremo quelle cose , le
quali proprie sono di queste virtù, delle quali
già molto ne abbiamo parlato: le quali s ap-
partengono alla vergogna , e all’approvazio-
ne di coloro, co’quali insieme noi viviamo.
 
Tale ordine adunque degli atti si debbe
pigliare, che come nel parlar costante, così
nella vita tutte le cose sieno tra loro atte
e convenienti. Imperocché ella è brutta co-
sa e molto viziosa, in un fatto severo in-
serirvi qualche sermone , degno di convito
delicato. Ma bene fece Pericle , quando
nella pretura per compagno avea Sofocle :
e conciosiacosa che costoro lussino in ragio-
namento del comune ufficio , e per accaso
passasse un bello fanciullo , e Sofocle di-
cesse : che bello fanciullo , o Pericle ! Pericle
 
 
 
 
 
 
 
”7
 
allora disse : al pretore , o Sofocle , e’ si
 
confà avere astenente non solo le mani , ma
ancora gli occhi. Ma questo medesimo So-
focle , se nel lodare coloro che giucavano di
persona, avesse detto tale cosa, ragionevol-
mente avrebbe mancato di riprensione. Tan-
ta è la forza del luogo e del tempo, che se
uno il quale abbia a dire la causa sua , per
la via e mentre eli’ e’ va , esso da sè si pruo-
va , o pensa qualche cosa attentamente, non
ha ripreso: ma se fa questo medesimo nel
convito , parrà inumano , e in ignoranza
brutta del tempo.
 
Ma quelle cose le quali molto si disco-
stano dall’umanità , come se uno cantasse
 
in mercato, o nella corte, o se alcuna al-
tra grande contrarietà fosse , facilmente si
conosce che non desiderano molto amino-
nizioni o precetti. Ma quegli che paiono
piccoli peccati , e facilmente non possono
essere intesi , da questi si debbe guardarsi
più diligentemente. Come ne’ suoni di cor-
de , o ne' zufoli , benché un poco si disco-
stino dal vero suono , nientedimeno da chi
intende tale errore suole essere conosciuto ;
così ancora si debbe vivere , che nella vita
 
 
 
 
1 18
 
niente si discosti dalle cose convenienti : e
ancora molto più che in quegli strumenti ,
quanto è maggiore e migliore la risonanza
degli alti nostri , che de' suoni.
 
Adunque come ne' suoni, gli orecchi co-
noscono ancora le minime cose, così ancora
noi, se noi vogliamo essere diligenti e forti,
e conoscitori de’ vizi , intenderemo spesso
grandi cose dalle piccole : e dallo sguardo
degli occhi, e dal raccorre o distendere le
sopracciglia, e dalla maninconìa, e dall'alle-
grezza, e dal riso, dal parlare, dall’innal-
zare o abbassare la voce , dallo stare cheto ,
e da tutte le altre simili cose, facilmente
noi giudicheremo quale di queste cose sia
fatta attamente, e quale si discosti dall’ uf-
ficio e dalla natura. Nella quale ragione di
atti non è incomodo giudicare per gli altri,
di che qualità ciascuna di queste cose sia ;
acciocché se alcuna cosa in coloro non si
confà , noi poi la schifiamo. Imperocché si
fa , non so in che modo , che più noi cono-
sciamo negli altri che in noi, se alcuna cosa
si pecca. E così, facilissimamente nell’im-
parare i discepoli sono corretti , quando i
maestri, per cagione di emendargli, imi-
tano i vizi loro.
 
 
 
 
CAPO LX11I.
 
 
 
”9
 
 
 
Che nelle cose dubbie dobbiamo
consigliarci co' dotti.
 
Non è cosa aliena, alle cose le quali nel
pigliare ci danno dubbio , aggiungervi uo-
mini dotti, e saputi perla pratica; e do-
mandare costoro quello, cbe di ciascuna ra-
gione d’ ufficio loro paia. Imperocché la
maggior parte degli uomini quasi suol es-
sere traportata , dov’ essa è meuata dalla
natura. Nelle quali cose si conviene vedere,
non solamente quello che ciascuno favelli ,
ma ancora che parere ciascuno abbia , e
perché cagione ancora a ciascuno così gli
paia. 'Imperocché come i pittori, e gli scul-
tori , e di quinci ancora i poeti , ciascuno
vuole che 1’ opera sua sia considerata dal
volgo; acciocché se alcuna cosa fusse ripresa
da' più, quella sia corretta ; e costoro da
sé e con gli altri cercano quello , che in
quella opera sia peccato ; cosi pel consiglio
degli altri , molte cose saranno fatte e non
fatte da noi , e mutate, e ricorrette.
 
Ma di qnelle cose non si diri alcuno pre-
 
 
 
 
 
 
 
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cetto, le quali si fanno secondo il costume e
secondo gl'istituti civili: imperocché di quel-
le cose già ne sono stati dati i precetti. £
non si conviene che alcuno sia menato da
questo errore, che se Socrate o Aristippo
abbino fatto alcuna cosa contra il costume
o usanza civile , o abbiano parlato , esso
pensi a lui essere lecito fare quello medesi-
mo. Coloro pe’ grandi e divini loro beni,
conseguitavano questa licenza. Ma la ra-
gione de’ cinici tutta si debbe levare via :
imperocché essa è inimica della vergogna ,
senza la quale niente può essere retto , e
niente onesto.
 
 
 
 
CAPO LXIV.
 
Che noi dobbiamo osservare la compagnia
di tutti gli uomini.
 
 
 
Ma coloro, de'quali la vita è conosciuta
nelle cose oneste e grandi, essenti in buo-
no parere della repubblica, e bene meri-
tati o meritanti , e ricevuti qualche onore
o signoria , noi dobbiamo osservare ed ama-
re con riverenza. Dobbiamo ancora attri-
 
 
 
 
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1 3 I
 
 
 
buire molto alla vecchiaia , e cedere a colo-
ro, che avranno magistrato; e fare diffe-
renza tra’l cittadino e il forestiere : e nel
forestiere considereremo, se quivi egli è ve-
nuto o pubblico o privato. E in somma
( acciocché particolarmente io non dica di
ciascuna cosa) noi dobbiamo amara , difen-
dere , e conservare la comune compagnia ,
e le ragunate degli uomini di ogni ragione.
 
CAPO LXV.
 
Quali arti e quali guadagni sieno onesti.
 
Già degli artelìcii e de’ guadagni’, così
quasi noi abbiamo inteso quali sieno da es-
sere tenuti liberali, e quali brunii Prima-
mente sono con vituperio riprovati que’
guadagni , i quali incorrono negli odii de-
gli uomini ; come quelli degli usurai , e de*
portitori. Ma illiberali e brutti sono i gua-
dagni, di tulli i mercenari, de' quali sono
comperate le opere, e non le arti : impe-
rocché in coloro il premio è un mercalare
la servitù. Brutti guadagni ancora si deb-
bono stimare quelli di coloro, i quali dai
 
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1 22
 
mercatanti m< rcatano quella cosa , la quale
immantinente rivendono : imperocché nien-
te fanno prò, se non è che essi mentiscono;
e nessuna è più brutta cosa che 1’ essere
bugiardo. Gli artefici tutti si rivoltano in
brutta arte: imperocché la bottega niente
può avere degno di uomo dabbene. E quel-
le arti ancora non saranno approvate , le
quali sono ministre della voluttà ; come so-
no pesciaiuoli , beccai , cuochi , facitori di
torte e camangiari , pescatori , come disse
Terenzio. E a questi aggiungi, se ti piace,
gli unguentai , i ballatoci , e tutto il giuoco
di dadi e tavole.
 
Ma quelle arti nelle quali è maggiore
prudenza , o cercasi non mezzana utilità ,
com’è la medicina, 1’ architettura , la dot-
trina delle cose oneste, son oneste a colo-
ro , all’ ordine de’ quali esse sono conve-
nienti. La mcrcatanzia , se ella é piccola , è
da essere stimata brutta ; ma se ella é gran-
de e copiosa, e da molti luoghi arrecante
molte cose, e a molti dividentele senza bu-
gia , non è da essere vituperata. E se essa,
saziata del guadagno, o vero più tosto con-
tenta , come spesso dal mare in porto , così
 
 
 
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del porto sì traporterà a’campi , e alle pos-
sessioni ; pare che ragionevolmente debba
essere lodata.
 
 
 
CAPO XXVI.
 
Che l' agricoltura in tutte le arti operative
è la più laudabile.
 
Imperocché di tutte le cose, per le quali
si guadagna alcuna cosa , nessuna è miglio-
re che T agricoltura , e nessuna più abbon-
dante , o più dolce , o più degna dell'uomo
libero. Della quale assai molte cose ne di-
cemmo in Catone maggiore : pigliane quel-
le cose ora , le quali s'appartengono a que-
sto luogo.
 
CAPO XXVII.
 
Della comparazione degli onesti.
 
Ma come gli uffici sieno menati da quel-
le parti , le quali sono della onestà , assai
mi pare che si sia sposto. Ma di quelle me-
desime cose che sono oneste , può spesse
 
 
 
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volte accadere contenzione, e comparazio-
ne di due onesti , quale sia più onesto. 11
quale luogo fu tralasciato da Panezio. Im-
perocché , avvegnadiochè 1’ onestà proceda
da quattro parti ; delle quali P una sia del-
la cognizione, l’altra della compagnia, la
terza della magnanimità , e la quarta della
moderazione *, necessario è che nello eleg-
gere l’ ufficio, noi spesso facciamo compa-
razione di queste cose tra loro.
 
Piaceci adunque, che quegli uffici sieno
più atti alla natura i quali vengono dalla
compagnia , che quegli che procedono dal-
la cognizione. E questo può essere confer-
mo con questo argomento: imperocché se
■a un savio addiverrà tale vita, eli’ esso sia
ricco , soprahbondandogli tutte le abbon-
danze di tutte le cose; benché costui con
sommo ozio seco consideri e contempli tut-
te le cose , le quali sieno degne di consi-
derazione ; nientedimeno se appresso a lui
sarà tanta solitudine, ch’esso non possa ve-
dere l’uomo, uscirebbe di questa vita. E
principale di tutta la virtù è essa sapienza,
la quale i Greci chiamano sofìa. E la pru-
denza é quella , la quale in greco è della
 
 
 
l a5
 
Jronesis : ma noi intendiamo altra virtù es-
sere questa , la quale è scienza deli’ addo-
mandare e del fuggire le cose. Ma quella
sapienza la quale io chiamai principale , è
scienza di cose divine ed umane ; nella
quale si contiene la comunione e le com-
pagnia tra loro e degli uomini e degli dei.
E se questa è grandissima , come per certo
essa è, di necessità è che quello ufficio sia
grandissimo , il quale viene da compagnia
e comunione. Imperocché e’ si conviene che
la cognizione e la contemplazione della na-
tura , sia manca e quasi non finita , se e'
non seguita alcuno atto delle cose.
 
Ma quell’ atto massimamente è conosciu-
to, nel difendere i commodi degli uomini..
Adunque s’ appartiene alla compagnia della
generazione umana. Adunque questa com-
pagnia e comunione , è da essere prepo-
sta a quella cognizione. E questo ciascuno
ottimo , per opera lo dimostra e giudica.;
Imperocché chi è tanto cupido in ragguar-
dare e conoscere la natura delle cose , che
se a lui trattante e contemplante le cose
degnissime di considerazione , gli sia offer-
to il pericolo e 1’ avversità della patria ,
 
 
 
 
 
 
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alla quale si possa sovvenire e aiutare , es-
so non getti via e lasci tutte quelle cose ,
ancora se esso stimasse potere annoverare le
stelle, e misurare la grandezza del mondo?
£ questo medesimo farà , in un fatto o pe-
ricolo del padre, o dell'amico. Per le qua-
li cose s'intende , che agli studi e uffici della
scienza , sono da essere preposti gli uffici
della giustizia; i quali s’appartengono alla
utilità degli uomini : della quale niente
debbe all’ uomo essere più caro.
 
E coloro , de’ quali gli studi e tutta la
vita si rivolta nella cognizione delle cose ,
non si sono partiti dall’ accrescere l’ utilità
e i commodi degli uomini. Imperocché essi
hanno ammaestrato molti, per la qual cosa
essi fussino migliori cittadini , e più utili
a’ fatti loro , e della repubblica. Come Li-
sia discepolo di Pitagora ammaestrò Epa-
minonda : e Platone, Dione da Siracusa;
e così molli molti altri. E noi medesimi,
se alcuna utilità abbiamo arrecato alla re-
pubblica nostra, a quella venimmo ammae-
strati e adornati da’ dottori , e dalla dot-
trina.
 
E non solamente costoro , mentre che so-
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
i2 7
 
no vivi e presenti ammaestrano , e insegna*
no agli studiosi dello imparare ; ma questo
medesimo essi fanno ancora dopo la morte ,
co' libri eh' essi hanno lasciati. Imperocché
da costoro non è stato lasciato luogo alcu-
no addietro , il quale si appartenesse alle
leggi > 0 a ’ costumi , o alla disciplina della
repubblica: in modo che e' pare, che co-
storo abbiano conferito ogni lor ozio alle
faccende nostre. Così coloro dati agli stu*
di della dottrina e alla sapienza , spezia-
lissimamente conferiscono la loro pruden-
za e intelligenza , all’utilità degli uomini.
E per questa cagione ancora è meglio par-
lare copiosamente, purché si faccia con pru-
denza, che considerare acutissimamente sen-
za eloquenza. Imperocché la considerazio-
ne si rinvolta in sé medesima ; ma Telo*
quenza abbraccia coloro, co’quali noi siamo
congiunti in compagnia.
 
E come gli sciami delle pecchie , non sì
ragunano per cagione di fare i fiedoni; ma,
conciosiacosa che da natura sieno congrega-
bili , fanno quelli ; così gli uomini , e mol-
to più , per natura congregati , aggiungo-
no la sollecitudine del fare e del conside-
 
 
 
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rare. Adunque se quella virtù la quale e’ pel
difendere degli uomini , cioè per la com-
pagnia dell’umana generazione , non piglia
la cognizione delle cose ; quella cognizio-
ne parrà digiuna , e che sola si svaghi.
Ancora la grandezza dell'animo , rimota la
compagnia e la congiunzione umana, è una
fierezza è disumanità. E così si fa che la
compagnia e comunione degli uomini , vin-
ca lo studio della cognizione.
 
E non è vero quello che da alcuni si di-
ce , che per le necessità della vita, per-
chè noi non potessimo senza gli altri fare
e conseguitare quelle cose, le quali lana-
tura desiderasse , per questo questa com-
pagnia e congiunzione sia tra gli uomini :
e che se tutte le cose, le quali s’apparten-
gono al vivere e governo nostro, a noi fos-
sino amministrate , com’ essi dicono, qua-
si da una vergola divina 5 allora ciascuno
d’ottimo ingegno, lasciale tutte le faccen-
de, darebbe sé tutto alla cognizione e alla
scienza. Non è così : imperocché quello ta-
le fuggirebbe la solitudine, e cercherebbe
il compagno dello studio suo, e vorrebbe
ora insegnare , ora imparare , alcuna volta
 
 
 
 
 
 
 
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(lire. Adunque ogni ufficio che s'appartiene
al difendere la congiunzione e compagnia u-
mana , debb' essere preposto a quello uffi-
cio, il quale si contiene nella scienza e co-
gnizione.
 
Quello ancora forse si dovrebbe sapere ,
se questa congiunzione, la quale è massima-
mente atta alla natura, sia da essere sempre
ancora preposta alla moderazione e alla mo-
destia. A noi non piace. Imperocché e’ sono .
alcune cose , parte sì brutte , e parte sì
scellerate , che quelle il savio non dovrà
fate , per cagione ancora del conservare la
patria. Quelle cose, le quali sono molte,
Posidonio le raglino. Ma alcune di queste '
sono sì brutte e sì scellerate , che al dirle
ancora paiono brutte. Adunque queste tali
cose non piglierà il savio per ragione della
repubblica 5 nè la repubblica vorrà che per
sè esse sieno prese. Ma il fatto è più com-
niodo che questo , che da noi si ragiona :
imperocché e’ non può accadere tempo, che
alla repubblica s’appartenga, che il savio
faccia alcuna di tali cose.
 
Per la qual cosa questo sia in effetto nel-
lo eleggere gli uffici , che questa ragione
 
 
 
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di uffici eccella , la quale è contenuta nella
compagnia umana. Imperocché, che l'alto
considerato segua la cognizione e la prudeu-
za, così si fa che il fare consideratamente
di più pregio sia , che il considerare con
prudenza. E queste cose basti avere dette
insino a qui. Imperocché egli è stato ma-
nifestato il luogo, eh' ei non è difficile , nei
cercare l'ufficio , vedere quale ufficio sia da
essere preposto all'altro. Ma in essa comu-
nione sono i gradi degli uffici, pe’ quali si
può intendere quale avanzi l’altro : che i
primi uffici sono tenuti agl’ iddìi immortali ,
i secondi alla patria, i terzi a’ padri e alle
madri , e dipoi per ordine a tutti gli al-
tri. Per le quali cose brevemente disputa-
te , può essere inteso, che gli uomini non
solamente sogliono dubitare , se la cosa è
onesta o brutta ; ma ancora , preposte due
cose oneste , quale sia più onesta. Questo
luogo, come di sopra è detto, fu lasciato
da Panezio. Ma oggimai andiamo alle cose
che restano.
 
Fine del Primo Libro degli Uffici di M. T.
 
Cicerone a Marco figliuolo.
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