Degli uffici (volgarizzamento anonimo): differenze tra le versioni

nessun oggetto della modifica
Nessun oggetto della modifica
Nessun oggetto della modifica
repubblica , finse impazzare. E sono alcuni
altri molto dissimili a costoro, cioè semplici
 
88
 
e aperti ; i quali giudicano che niente si con-
venga fare o d’occulto od' inganni ; i quali
sono coltivatori della verità, e nimici della
frode. Sono ancora alcuni altri , i quali pa-
tiranno ciò che tu vuoi , e a chi ti piace de~
serviranno, purché essi conseguitano quello
eh’ essi vogliono: come noi vedevamo Siila
e Marco Crasso. Nel qual modo noi abbiamo
inteso essere stato e pazientissimo e scaltris-
simo Lisandro, appresso a’Lacedemoni: e pel
contrario Callicratida , il quale fu il prossimo
capitano dell’armata dopo Lisandro.
 
Ancora noi abbiamo inteso, che alcun al-
tro ne’ ragionamenti (benché molto potente
e’fusse) faceva ch’egli pareva uno di molti.
La qual cosa noi vedemmo in Catulo padre,
e nel figliuolo: e questo medesimo in Quinto
Muzio Mancia. Io ho udito da' nostri vecchi,
che questo medesimo fu in Pubblio Scipione
Nasica : e per l’ avverso , che il padre suo , il
quale vendicò gli direnati sforzamenti di
Gracco , non ebbe alcuna piacevolezza nel
parlare. E similmente Xenocrate fu severis-
simo filosofo } e per quello fu grande e fa-
moso. Innumerabili altre dissimilitudini sono
della natura e de’ costumi, da non essere ri-
presi.
 
 
 
Digitized by Goo^Jc^
 
 
 
\
 
0 -
 
 
 
89
 
CITO XLIX.
 
Che in quelle cose massimamente ci dobbia-
mo affaticare , alle quali siamo più atti •
 
E’ si debbe ritenere quelle cose , le quali
ci sono proprie dalla natura, purché esse non
sieno viziose ; acciocché più agevolmente noi
ritegniamo quel decoro, il quale noi cerchia-
mo. Ma cosi si debbe fare, che niente noi
contendiamo contro alla natura universale :
e quando noi avremo conservata quella , al-
lora noi seguiteremo la nostra. E benché gli
studi degli altri sieno migliori e più gravi ;
nientedimeno noi misureremo i nostri colla
regola della natura nostra. Imperocché ei
non s' appartiene ripugnare alla natura ; e
niente seguitare , che tu non possa acquista-
re. Per la qual cosa più apparisce di che qua-
lità e'sia quello decoro. E per questo niente
si confà, non essente volontaria Minerva, co-
me si dice*, cioè opponentesi e contrariente
la natura.
 
E al tutto se alcuna cosa è il decoro , niente
per certo è più, che accordarsi colla natura
universale , e ancora con le speziali faccende:
 
 
 
9 °
 
la qual cosa tu non potrai conservare , se tu
segui la natura degli altri , e lasci la tua. Im-
perocché come noi dobbiamo usare quello
medesimo parlare , il quale sia noto a noi , c
che noi, come fanno alcuni mescolanti parole
greche, non siamo meritamente dileggiati ;
così ne' fatti e in tutta la vita , noi non vi dob-
biamo mettere alcuna differenza.
 
Ma questa diversità della natura ha tanta
forza , che alcuna volta alcuno debbe uccide-
re sé medesimo , e alcuno nou lo debbe nella
stessa cagione. Imperocché Maroo Catone nou
fu in altra cagione , e in altra tutti quegli al-
tri , i quali in Affrica si dettono a Cesare : e
forse che quegli altri sarehbono stati ripresile
essi avessino morto sé medesimi , imperocché
la vita loro fu più leggiera, e i costumi più
facili. Ma perchè la natura aveva attribuito a
Catone la incredibile gravità; e quella aveva
affortificata con la perpetua costanza , e sem-
pre era stato nel proposito, e nel preso con-
siglio ; piuttosto doveva morire , che ragguar-
dare il volto del tiranno.
 
Quante molte cose pati Ulisse in quello
lungo errore , quando esso servì a Circe e a
Calipso donne , se donne si debbono chia-
 
 
 
Digitized by Google
 
 
 
9 1
 
mare ! e volle essere piacevole con ognuno
in ogni parlare ; e in casa sopportò le villa*
nie de’ servi e delle schi 1 ve ] acciocché qual-
che volta esso pervenisse a quello eh’ egli de-
siderava. £ Aiace , con che animo si dice che
fu , mille volte piuttosto avrebbe voluto sop-
portare la morte , che patire quelle cose. Le
quali cose a noi consideranti converrà pesax'e
quello che ciascuno abbia di suo, e quello
temperare, e non volere provare quanto le
cose altrui se gli confacciano. Imperocché
quello massimamente a uno si confà , il quale
spezialmente è proprio di lui.
 
Ciascuno adunque conosca la natura sua ,
e si faccia severo giudice della bontà e de'vizi
suoi : e che quelli che si contraffanno nelle
scene non mostrino avere più prudenza di
noi : imperocché coloro a sé scelgono le fa-
vole non perfettissime, ma accomodatissime
a loro. Coloro che hanno buona voce , si scel-
gono le favole di Epigono e Medo ; e coloro
che sono buoni a' gesti , pigliano Menalippo
e Clilemnestra: Rulilio, del quale io mi ri-
cordo sempre, Antiopo ; ed Esopo pigliava A-
iace. Adunque farà l’ istrione nella scena ,
quello che non fa il savio uomo nella vita?
 
 
 
 
 
 
9 *
 
In quelle cose adunque spezialmente noi ci
affideremo, alle quali noi saremo attissimi.
Ma se alcuna volta la necessità ci sospignesse
a quelle cose, che non lussino dello ingegno
nostro, porremo ogni cura , e pensiero, e di-
ligenza , che quelle , se noi non le possiamo
fare con onore , almeno noi le facciamo senza
disonore. E nientedimeno noi non ci dob-
biamo sforzare, che piuttosto noi seguitiamo
que'beni i quali non ci sono conceduti dalla
natura , che noi fuggiamo i vizi.
 
A queste due persone, le quali di sopra noi
abbiamo detto, se ne aggiugne la terza \ la
quale ci dà il caso e il tempo. La quarta an-
cora , la quale col giudicio nostro noi acco-
modiamo a noi medesimi. Imperocché le si-
gnorie , gl’ imperii , le nobiltà , gli onori , le
ricchezze, le abbondanze, e quelle cose che
sono contrarie a queste, come esse sono po-
ste nel caso, cosi sono governate da’ tempi.
 
Ma che persona noi vogliamo portare ,
viene dalla volontà nostra E cosi alcuni si
applicano a filosofìa , alcuni a ragione civile,
alcuni a eloquenza : c di esse virtù , alcuno
piuttosto vuole eccellere in questa, e quel-
l’ altro in quell’ altra. Ma chi ha avuto il pa-
 
 
 
Digitized by Google
 
 
 
dre o gli antichi suoi eccellenti in qualche
 
gloria , costui molto volentieri studia eccel-
lere in quelli medesimi onori. Come Quinto
Muzio figliuolo di Pubblio fece in ragione
civile 5 e Affricano figliuolo di Paolo ne’fatti
delle armi. Alcuui ancora alle lodi , le quali
eglino hanno ricevute da’ padri, ne aggiun-
gono qualcuua sua : come questo medesimo
Affricano, coll’eloquenza accrebbe la gloria
delle armi. La qual cosa medesimamente fe-
ce Timoteo figliuolo di Conone: il quale con-
ciosiacosacchè non fosse nelle armi più infe-
riore che il padre , a quella lode aggiunse
la gloria della dottrina e dello ingegno.
 
Ma alcuna volta si fa, che alcuni , lasciato il
seguitare gli antichi suoi , conseguitano alcun
altro studio. E spezialmente molto in questo
spesso si affaticano coloro , i quali , nati di
vile sangue , a sè medesimi prepongono cose
grandi. Adunque quando tutte queste cose
noi cerchiamo , coll'animo e col pensiero dob-
biamo considerare quello, che ci si confac-
cia. Ma la prima cosa si debbe considerare,
chi e di che qualità noi vogliamo essere, e di
che vita: la quale deliberazione, per diffi-
coltà , tutte le altre passa. Imperocché quan-
 
 
 
do noi vegniamo nella giovanezza ( quando
egli è grandissima debolezza di consiglio )
allora ciascuno a sè ordina quello modo della
futura vita , il quale massimamente egli ha
amato. Adunque innanzi egli è avviluppato
in un certo modo e corso di vivere, che esso
possa giudicare quello che sia ottimo.
 
Imperocché dicono , come è appresso a
Xenofonte, che Ercole prodigo, quando pri-
ma cominciava nella giovanezza ( il qual tem-
po è dato dalla natura allo eleggere, in qual
via di vivere ciascuno debba entrare) uscì in
uno luogo solitario, e quivi sedente, lungo
tempo seco e molto dubitò , quale delle due
vie fusse meglio a pigliare. Imperocché quivi
egli vedeva due vie , l’una della virtù, e l’al-
tra de' corporali piaceri. Questo forse potè
addivenire a Ercole figliuolo di Giove : ma
a noi non addiviene quello medesimo, i quali
seguitiamo le vestigie di coloro, de' quali ci
pare, e agli studi e ordini di coloro siamo
commossi. Ma alcuna volta pieni de' precetti
de' padri nostri , siamo ridotti all'usanza e al
costume loro. Alcuni altri sono mossi dal giu-
dicio della moltitudine ; e quelle cose le quali
paiono bellissime alla maggior parte , quelle
 
 
 
Digit iz ed
 
 
 
 
 
 
;fP
 
 
 
9*
 
spezialmente desiderano. Alcuni nientedime-
no , o per una certa felicità o per bontà di
natura, o per disciplina de' padri , hanno se-
guitato la retta via della vita.
 
Ma quella ragione spezialmente è rada di
quegli uomini , i quali o per eccellente gran-
dezza d’ ingegno , o per egregia erudizione
e dottrina , o per l' una e l' altra cosa ornati,
hanno avuto lo spazio del deliberare , qual
corso di vita spezialmente volessino seguire:
nella quale deliberazione ciascuno debbe chia-
mare ogni consiglio alla natura sua. Imperoc-
ché awegnadio che in tutte le cose che si
fanno, noi cerchiamo, Come di sopra è detto,
quello che si confaccia, da quel modo il quale
noi abbiamo preso ; ancora in ordinare tutta
la vita considereremo quello decoro : impe-
rocché molta maggior cura ci è da essere
posta , acciocché noi possiamo in tutta la per-
petuità della vita essere costanti a noi mede-
simi , e non zoppeggiare in alcuna onestà.
 
 
 
Che nel genere della vita diligentemente dob-
biamo considerare le forze della natura e
della fortuna.
 
Ma perché a questa ragione la natura ha
grandissima forza , e a lei la fortuna è pros-
sima ; F una e F altra si debke considerare
nello eleggere il modo della vita : ma mag-
giore considerazione si debbe avere nella na-
tura. Imperocché ella è molto più ferma e
molto più costante ; in modo che la fortuna
molte volte , come se essa fosse mortale , pare
che combatta colla natura immortale. Chi
adunque avrà conferito ogni consiglio del vi-
vere al modo della natura sua non viziosa ,
costui sia costaute: imperocché quello massi-
mamente si confà. Se già per a caso non avessi
inteso aver errato nello scevre il modo della
vita : la qual cosa se ella accadrà (ma ella può
accadere) debbesi fare la mutazione degli or-
dini e de' costumi. Quella mutazione , sei
tempi l'aiuteranno, la faremo più facilmente
con maggior commodità; ma se così non fosse,
faremo quella piano piano , e a poco a poco ,
 
 
 
Digitized by C.ooglt
 
 
 
97
 
come giudicano i savi delle amicizie , le quali
non dilettino e non sieno lodate ; dicono , che
più si confà rimuoverle a poco a poco , che
di subito tagliarle.
 
Ma , rimutato il modo della vita, con ogni
ragione si debbe attendere , ch’ei paia cbe noi
quello abbiamo fatto con buono consiglio. £1
perchè un poco innanzi fu detto , che si deb-
ba seguitare le vestigia degli antichi ; prima
quello sia eccettuato, che i vizi non si segui-
tino; dipoi , se la natura non sopportasse che
alcune cose non si potessino imitare , le dob-
biamo lasciare: come il figliuolo di Affricano
superiore ( il quale si fece figliuolo adottivo
quesl'altro Scipione, figliuolo di Paolo ) per
la infermità non potè così essere simile del
padre , come era stato colui del suo. Se adun-
que ei non potrà o difendere causa , o tenere
il popolo ragunalo a udire, o fare guerre;
nientedimeno quelle cose dovrà fare, le quali
saranno in sua podestà : ciò è osservare giu-
stizia , fede, liberalità , modestia , temperan-
za; acciocché e’ non sia addomandato da lui
quello cbe manchi. Ma ottima eredità è la-
sciata da’padri a’fìgliuoli,la gloria delle virtù,
e degli egregi fatti ; a’quali essere a disonoi’e,
si debbe giudicare illecito e scelleratezza.
 
 
 
9*
 
CAPO LI.
 
Degli uffici de' giovanetti.
 
E perchè non i medesimi uffici sono attri-
buiti alle età diseguali ; e altri uffici sono dei
giovani , e altri de’ vecchi ; ancora si debbe
dire qualcosa di questa differenza.
 
Apparliensi adunque al giovanetto, rive-
rire gli uomini di tempo ; e di costoro eleg-
gerne alcuni ottimi e lodati , col consiglio
e autorità de’ quali ei si governi. Imperoc-
ché l’ignoranza della giovanile età , si debbe
reggere e ordinare colla prudenza de’ vec-
chi. Ma spezialmente questa età, si debbe
rimuovere dalle libidini , e debb'essere eser-
citata nella fatica , e pazienza dell'anima e deL
corpo : acciocché la industria di costoro di
questa età , si mantenga in fiore nelle fac-
cende civili e delle arme. E ancora quando
e’ vorranno dilettare gli animi , e darsi al pia-
cere, schifino la intemperanza, ericordinsi
della vergogna : la quale cosa sarà più age-
vole , se essi vorranno che a queste tali cose
intervenghino i vecchi.
 
 
 
Digitized by C.OOgle
 
 
 
 
Degli uffici de vecchi .
 
4 "****■' * , ' .4
 
Ma i vecchi a sé amminuiranno le fatiche
del corpo , poiché essi vedranno che l’ eser-
citazioni dell’ animo debbano essere a loro
accresciute. Ancora daranno opera, che da
loro sieno aiutati con prudenza e consiglio
gli amici , i giovani , e la repubblica. Ma
da niente più si debbono guardare i vecchi,
che dal darsi alla pigrizia , e al doloroso
ozio. La lussuria conciosiacosa che essa sia
brutta a ogni età, nientedimeno alla vec-
chiaia è bruttissima. Ma se l’ intemperanza
della libidine verrà, è doppio male : im-
perocché essa vecchiaia piglia il disonore , e
fa l'intemperanza de'giovani essere più senza
vergogna.
 
CAPO LUI.
 
X ^ < L
 
Degli uffici de magistrati , de privati y
e de' forestieri.
 
E qui non mi pare alieno, dire degli uf-
fici degli uomini di magistrato , e de' pri-
 
 
 
vati, e de’citladini, e de’ forestieri. È adun-
que il proprio dono del magistrato intendere,
sé portare la persona della città , e dovere
sostenere la dignità, e l’onore di lei, e con-
servare le leggi , dare le ragionile ricor-
darsi delle cose che sono commesse alla sua
fede.
 
Ma all’ uomo privato si conviene vivere
con eguale e pari ragione co’ cittadini , e
non si sottomettere e avvilirsi, e non s’ in-
nalzare : e ancora nella repubblica volere
quelle cose, che sieno tranquille ed oneste*
Imperocché a noi suole parere, e cosi so-
gliamo dire , che tale uomo sia buono cit-
tadino.
 
Ma l’ ufficio del forestiero, o di colui che
di nuovo abita è , niente fare oltre alle fac-
cende sue, e niente domandare d'altri , e
non mettere cura nell’altrui repubblica. Così
quasi si troveranno gli uffici, quando e’ si cer-
cherà quello che si confaccia , e quello che
sia atto alle persone, a’ tempi, e all’elà. Ma
niente è che tanto si confaccia , che in ogni
faccenda che si debba fare, e in pigliare ogni
‘consiglio, osservare la costanza.
 
 
 
 
 
 
ÌOI
 
CAPO I1V.
 
(tu' ' roi> .... -, . ir 1.TI3& ilfc
 
Del decoro circa la bellezza , ordine ,
 
I ed ornato.
 
i • ■* " .
 
UH'ÌU K . / ».
 
Ma perchè quel decoro si conosce in tutti i
fatti e detti ; e finalmente nel corpo , quando
si muove o sta posato ; ed è posto in tre
cose , nella bellezza , nell’ ordine , e nell’or-
nato atto al fare ; più difficile è il parlarne :
ma assai sarà eh’ ei sia inteso. Ma in que-
ste tre cose è contenuta ancora quella cura ,
che noi siamo commendati da coloro, coi
quali e appresso de’quali noi viviamo. E an-
cora di queste cose parliamo un poco.
 
CAPO AV.
 
o • » . .
 
Che i membri che la natura ha occultato
noi ancora gli dobbiamo occultare.
 
Primamente si dica, che la natura pare che
abbia avuta grande ragione del corpo no-
stro : la quale ha posto in aperto la forma
nostra , e tutta quella figura , nella quale
fosse l’apparenza onorevole : ma quelle parti
 
 
 
 
 
 
WF
 
£ Digitized by Googlc
* l . i V» Ar
 
 
 
 
del corpo , le quali furon date alle neces-
sità della natura , e le quali dovevano avere
1’ aspetto e la forma brutta , le occultò e
coperse. E la vergogna degli uomini lia imi-
tato questa diligente fabbrica della natura;
imperoccbè quelle cose le quali ha nasco-
sto la natura , quelle medesime tutti gli uo-
mini , che sono colla mente sana , rimuovono
dagli occhi , e danno opera che essa neces-
sità essi obbediscano, quanto possano più oc-
cultamente. E di quali parti del corpo l’uso
è necessario, nè quelle parti, nè 1 uso di
quelle , chiamano con loro nomi : e quello
che non è brutto a fare , purché si faccia
coperto , al chiamarlo è brutto. E così il
fare apertamente tali cose , e il brutto ra-
gionare, non mancano di lascivia. Ma i ci-
nici non dobbiamo udire-, o se alcuni stoi-
ci furono quasi cinici , i quali riprendono
e dileggiano, che noi chiamiamo brutte quel-
le cose, le quali non è brutto farle ; e quelle
cose le quali nel farle sono scellerate , le
chiamiamo ne’nomi loro, com’è il rubare,
e l’ ingannare. Il fare adulterio è scellera-
tezza , ma a parola non è brutto. Il dare
opera a fare figliuoli, in fatto è onesto, e
 
 
 
t©3*
 
nel nome è Brutto. E molte altre cose, in
questa medesima sentenza contro alla ver-
gogna? sono disputale da costoro medesimi.
Ma noi seguitiamo la natura , e rimovia-
moci da ogni cosa , la quale non è appro-
vata dagli occhi e dagli orecchi. Lo stare,
r andare , il sedere , giacere , il volto , gli
occhi , i movimenti delle mani , osservino
quello che si confacela.
 
Nelle quali cose due cose principalmente
fuggiremo; che niente sia effeminato o la-
scivo , e che nulla sia duro o rusticano. Ma
e’ non si dehhe concedere agl’istrioni e agli
oratori , che queste cose sieno atte a loro ,
e in noi non sieno con ordine alcuno. Il co-
stume di quegli che si esercitano nelle scene,
per l’antica disciplina ha tanta vergogna,
che nessuno va nella scena senza brache. Im-
perocché essi temono , che se per caso al-
cuno addivenisse, che alcune parti del corpo
s aprissino , esse non fossino vedute diso-
norevolmente. Secondo il costume nostro ,
i giovanetti che già possono generare non
si lavano co’ padri, nè i generi co’ suoceri.
Dehhesi adunque ritenere tale vergogna ; e
spezialmente quando essa natura n’è mae-
stra e guida.
 
Che due sono le ragioni della bellezza.
 
 
 
Ma conciosiacosa che due ragioni siena
di bellezza -, delle quali 1’ una è posta nella
venustà , cioè nel pulito e grazioso corpo ;
1’ altra nella dignità , cioè nella buona pro-
porzione delle membra; la venustà noi di-
remo che s’ appartiene alla femmina , e al
maschio la dignità.
 
Adunque dalla bellezza nostra noi rimo-
veremo ogni ornamento non conveniente al-
1’ uomo ; e similmente schiferemo il vizio
simile a questo, il quale è nel moto e nei
. gesti del corpo. Imperocché i moti di coloro
 
che giuocano alla palestra sono molto odio-
si : e ancora i moti degl’ istrioni non man-
cano alcuna volta di vituperazione : e quelle
cose che sono rette e semplici , nell’ una e
• ' nell’altra ragione di questi giocolatori , me-
 
ritamente sono lodate.
 
Ma la dignità della bellezza si debbe di-
fendere colla bontà del colore , ed il colore
 
 
 
coll’ esercitazione del corpo. Oltre queste
cose si conviene usare una nettezza non o-
 
 
 
 
jo5
 
diosa , nè cercata troppo: solamente fuggasi
la rusticana e disumana negligenza. Questa
medesima ragione si conviene avere nel ve-
stire , nel quale , siccome in più cose , il
mezzo è ottimo.
 
E dobbiamoci guardare, ebe nell’andare
noi non usiamo o quella tardità lenta , che
noi paiamo simili a quelle vivande, le quali
ne’ conviti sono portate con molta pompa;
o che nella fretta noi non pigliamo troppa
prestezza, la quale quando si fa, è mosso
1’ ansare , mutansi i volti , e le bocche si
torcono : per le quali cose si fa grande di-
mostrazione , che la costanza non sia con
noi. Ma molto più ancora ci dobbiamo af-
faticare, che i moti dell’animo non si par-
tano dalla natura. La qual cosa noi con-
seguiremo , se noi ci guarderemo che noi
non caschiamo nelle perturbazioni , e negli
sbigottimenti; e se noi terremo gli animi
attenti , alla conservazione del fare quello
eh’ e’ ci si confà.
 
 
 
CAPO LVII.
 
 
 
,ioS
 
 
 
Del duplice movimento delC animo .
 
Ma i moti degli animi sono due : impe-
rocché l’uno è nella considerazione, e l’al-
tro nell’appetito. La considerazione si ri-
volta specialmente nel cercare il vero , l'ap-
petito commuove al lare. Adunque si d eb-
be procurare, che noi usiamo la considera-
zione al fare cose molto opportune , e che
noi diamo l’appetito ubbidiente alla ra-
gione.
 
CAPO X.V1II.
 
Della fona del parlare.
 
E perchè la forza del parlare nostro è
grande , e questa è doppia , 1’ una é nella
contenzione, e l’altra nel sermone. La con-
tenzione noi attribuiremo alle quistioni dei
giudici , e delle orazioni al popolo , e del
senato ; ed il sermone noi useremo ne’cer-
chi , e nelle dispute , e ne’ ragionamenti
familiari , e ancora ne’ conviti. I precetti
della contenzione s’ appartengono a' retori-
 
 
 
Digitized by Google
 
 
 
1
 
 
 
*o 7
 
ci ; ma del sermone non ne sono alcuni:
benché io non so , se ancora tali precetti
possano essere. Ma i maestri si trovano per
gli studi di coloro che imparano : ma in
questi precetti del sermone non è chi stu-
dii ; e dell'arte rettorica ue sono piene tut-
te le cose. Benché quegli che sono precetti
delle parole e delle sentenze , medesima-
mente si appartengono ancora al sermone.
 
Ma conciosiacosa che la voce sia quella,
la quale dimostra il parlare nostro , nella
voce noi osserveremo due cose 5 che essa sia
chiara , e sia soave. L’ uno e 1 ’ altro al
tutto s'addomanda dalla natura : ma l’uno
s’accrescerà per la esercitazione; e 1' altro
per la imitazione di coloro , che parlano
bassamente e con soavità. Niente fu ne’Ca-
tuli , che non con molto giudicio tu sti-
massi, ch’essi usassino le lettere : benché es-
si erano letterati ; ma ed alcuni altri. Ma
questi Catuli si stimava , che avessino otti-
mamente la lingua latina: il suono era dol-
ce, e le lettere non erano pronunciate e-
spressamente , nè con oppressione : accioc-
ché il parlare loro non fosse oscuro o brut-
to , parlavano senza contenzione , e la voce
non era languida , nè risonante.
 
 
 
 
 
 
II parlare di Lucio Crasso era più abbon-
dante T e non meno piacevole, ma non mi-
nore opinione fu de’ Catuli nel ben parlare.
Ma per motti e piacevolezze, Cesare, fratel-
lo del padre di Catulo, vinse ognuno; in mo-
do che in quello modo del dire nella corte,
esso vinceva le contenzioni e i sermoni de-
gli altri. In tutte queste cose si debbe pi-
gliare fatica, se noi cerchiamo quello che
si confaccia ne’ fatti.
 
Sia dunque questo sermone , nel quale mas-
simamente i Socratici eccellono , leggiero y
a non pertinace ; e in lui sia piacevolezza :
e costui che l’usa , non scacci gli altri sermo-
ni , come se fosse venuto nella sua possessio-
ne ; ma stimi, come nelle altre cose, così
nel sermone comune, non essere iniquo Io
scambiarsi. E prima vegga di che cose egli
parla: e .se parla di cose utili , aggiunga-
vi la severità ; e se di dilettevoli , la piace-
volezza. E la prima cosa provvegga , che
il sermone non dimostri alcuno vizio esse-
re ne’ costumi : la qual cosa allora spezial-
mente suole addivenire , quando studiosa-
mente di coloro che non sono presenti , per
cagione di biasimargli, si dice o motteggian-
 
 
 
 
 
 
Digitized by Google
 
 
 
V
 
 
 
à
 
 
 
109
 
do , 0 dicendo con severità , e villania e
biasimo.
 
Ma i sermoni molte volte sono o de’ fatti
della repubblica , o de’ familiari , o degli
studi , e dottrina delle arti. Debbesi anco-
ra dare opera , che se ancora il parlare no-
stro si sarà partito da’ proposti ragionamen-
ti , e ito ad altre cose, esso debba ritorna-
re a quegli medesimi. E sieno qualunque
vuoi le cose : imperocché noi non ci dilet-
tiamo di cose medesime , nè similmente in
ogni tempo. Conviensi ancora conoscere in-
sino a quanto diletti il parlare nostro ; e
come e’ vi fu ragione nel cominciare , così
sia nel finire misura.
 
Ma come in ogni vita rettamente si co-
manda , che noi fuggiamo le perturbazio-
ni, cioè i troppi moti delfanimo , non ub-
bidienti alla ragione ; così di questi moti
debbe mancare il sermone , acciocché e’ non
vi sia o ira , o qualche cupidigia , o pigri-
zia , o dappocaggine , o non vi apparisca
qualche simil cosa. E spezialmente si con-
viene procurare eh’ ei paia , che noi e rive-
riamo e amiamo coloro, co’quali noi con-
feriamo il sermone.
 
 
 
aio
 
 
 
CAPO LIX.
 
i
 
Come e in che modo si debba svillaneggiare
gli amici .
 
Alcuna volta accaggiono i necessari svil-
laneggiamenti : ne’ quali forse si debbe usa-
re e maggiore contenzione di voce, e più
potente gravità di parole. Ma quello anco-
ra si debbe fare , eh' e’ non paia che noi
facciamo quelle cose adirati: ma come i me-
dici rade volte, e mal volentieri, vengono
allo incendere e al segare; così medesima-
mente noi verremo a tal modo di punizio-
ne: e non vi verremo, se non per neces-
tà, se alcuna altra medicina non si trova.
Ma nientedimeno l’ira stia da lungi; col-
la quale niente si può fare rettamente , e
niente con considerazione.
 
Ma da grande parte è lecito usare la pia
punizione, aggiuntovi nientedimeno la gra-
vità; acciocché e’ vi sia la verità, e la super-
ba villania sia scacciata. E quello medesi-
mo che ha lo svillaneggiamenlo di acerbità ,
si debbe mostrare, quello essere stato preso
per cagione di colui che é svillaneggiato. Ma
 
 
 
Digitized by Google
 
 
 
,i*r
 
vera cosa è ancora in quelle contenzioni , le
quali noi abbiamo con coloro che ci sono
inimicissimi , benché da loro noi udiamo
cose non degne di noi , ritenere nientedi-
meno la gravità, e Tira da lungi rimuo-
vere. Imperocché quelle cose le quali sono
fatte con alcuna perturbazione di animo ,
non possono essere fatte costantemente, e
non possono da coloro che vi sono pre-
senti essere lodate.
 
E ancora non ci dobbiamo commendare r
imperocché brutta cosa è predicare di sé
medesimo ; e spezialmente quelle cose che
sono false ; e con irrisione di coloro che
odono , lodare sé; come faceva il soldato
glorioso.
 
CAPO LX.
 
■ col
 
Di che qualità debba essere la casa
delfuomo onorato e principale.
 
E perchè noi seguitiamo tutte le cose
( ma per certo noi vogliamo ) si debbe an-
cora da noi dire, di che qualità ci piaccia
dover essere la casa di un uomo onorato e
principale; e di che fine essa debba esse-
 
 
 
 
 
 
 
 
in
 
re, o di che uso ; al quale si conviene acco-
modare l’ordine dell’ edificare: e nientedi-
meno debbe aggiungere la diligenza della
dignità o della commodità. A Gneo Ottavio,
il quale fu primo consolo di quella fami-
gHa, fu in onore, come noi abbiamo inte-
so , che in quel luogo che si chiama pala-
gio , esso aveva edificato una egregia casa ,
e piena di dignità : la quale quando era ve-
duta dal popolo , era stimata aiutare al si-
gnore suo (uomo venuto a Roma di nuovo)
all’addomandare il consolato. Questa mede-
sima, Scauro, figliuolo del detto Gneo Ot-
tavio , guastò e dettele l' accessione. Colui
adunque primo in casa sua arrecò il conso-
lato : costui figliuolo del sommo e famosis-
simo uomo , nella casa multiplicata arrecò
non solamente 1’ essere scacciato , ma anco-
ra la vergogna e il danno.
 
Imperocché la dignità si debbe adornare
colla casa , e non debb’ essere cerca tutta
dalla casa : e il signore non debb’ essere
onorato per la casa, ma la casa pel signore.
E come in tutte le altre cose si debbe ave-
re la ragione non solo di sé , ma ancora
degli altri; così nella casa del famoso uomo.
 
 
 
 
Digitized by Google'
 
 
 
1 13
 
nella quale si debbe ricevere molti forestie-
ri , e grande moltitudine di uomini di qua-
lunque generazione, e’ conviensi procurare
eh’ e' vi sia larghezza. Altrimenti la casa
ampia spesse volte fa vergogna al signore ,
se in quella è poca gente , e spezialmente
se quella pel passato fu abitata da un altro
signore. Imperocché ella è cosa odiosa, quan-
do da chi passa si dice: o casa antica , da
quanto diseguale signore se' signoreggiata !
la qual cosa in questi tempi di molti si po-
trebbe dire.
 
Debbesi guardare spezialmente , se tu edi-
fichi , che tu non ti facci innanzi fuori di
misura colla spesa e colla magnificenza: nel
quale modo molto male è ancora allo esem-
pio. Imperocché molti con grande studio ,
spezialmente in questa parte, imitano i fatti
de’ principi. Come , chi ci è che abbia imi~
tato la virtù di Lucio Lucullo? Ma quanto
grande numero è di coloro ,' i quali 1’ hanno
imitato nell’ edificare magnifiche ville ! Ma
ancora intorno a questo, per certo si do-
vrebbe osservare misura , e quella ridurre a
uno mezzo : il quale medesimo mezzo si do-
vrebbe trasferire a ogni uso , e governo
 
 
 
 
 
 
£
 
 
 
 
n4
 
della vita. Ma assai sia avere dette queste
cose insino a qui.
 
: .'ZI' •. * • <• ••••'>!.• • '
 
CAPO MCI.
 
Che in ogni nostro atto dobbiamo
osservare tre cose.
 
Ma in ogni atto che noi pigliamo , tre
cose si conviene osservare : la prima , che
T appetito ubbidisca alla ragione : della
qual cosa nessun' altra è più accomodata al
mantenere gli uffici. Dipoi che si consideri,
di che grandezza sia quella cosa, che noi vo-
gliamo fare ; acciocché non minore o mag-
giore cura e opera si pigli , che sia di biso-
gno. La terza cosa è , che noi ci guardiamo
secondo la misura ; cioè che noi temperia-
mo con modo quelle cose, le quali s’appar-
tengono alla diguità , ed all’apparenza li-
berale. Ma ottima misura è mantenere quel-
lo che si confaccia , del quale poco innan-
zi noi dicemmo , e non andare più oltre.
Ma di queste tre cose , eccellentissimo è che
l’appetito ubbidisca alla ragione.
155

contributi